I POZZI

Cap.I  (2a parte)

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Il mattino seguente la luce comincia a filtrare dalla finestrella come un bene raro e prezioso e, nell'oziosa frustrazione del carcere, scopro uno spassoso passatempo nel guardare i granelli di polvere che a miriadi attraversano il fascio di luce in una danza frenetica e disordinata.

Zagreo si sfrega gli occhi e appena alzato ha già fame:

«Non vedo l'ora che suoni mezzogiorno, le mie budella lo hanno già suonato in anticipo. Ho voglia di un po' di pane, ma di quello buono. Sento una gran nostalgia delle pagnotte del forno di casa mia, mi piacevano da matti quelle impastate con l'uva passa, calde e croccanti, mhm che profumo! Mi viene l'acquolina in bocca».

«Il pane è l'alimento principe».

«Principe? Certo, non per nulla è sacro a Demetra. Nella poesia arcadica il pane simboleggia uno dei princìpi fondamentali, il Secco in opposizione all'Umido, il vino».

«Fatalità, Secco e Umido figurano anche nella filosofia alchemica».

«Questo mi incuriosisce, sentiamo pure po' di alchimia sono stufo di parlare sempre io, ora tocca a te, tira fuori quello che sai!»

Ecco, ci siamo, questo è il momento che aspettavo. Pretenderò da lui il solenne giuramento, deve tacere all'Inquisitore il mio papiro, ormai conosco a puntino la sua caparbia fierezza, è uno di quelli capaci di resistere a qualsiasi tortura pur di non tradire la parola data.

Uso un tono circospetto:

«Sono più che disposto a parlarti apertamente, ma in vero questi misteri esigono per regola un giuramento di silenzio su tutto ciò che vien detto nonché... ovviamente sulle fonti, nella fattispecie quel papiro che ti avevo proposto di tradurre».

«Va bene, se ci tieni tanto lo giuro».

«Manterrai il giuramento anche sotto tortura? E giuri di non nominare il Papyrus Holmiensis?»

«Sì».

«Ne sei sicuro?» guardandolo negli occhi.

«Sì! Per chi mi hai preso?»

«D'accordo, amico. Il mio nome è Petrangésio, deriva da anghelio e vuol dire messaggero della Pietra, ma in vero le mie conoscenze circa la Pietra Filosofale sono piuttosto esigue».

Gli spiego che per quanto ne so non sono stati gli arabi a creare l'alchimia, non è come egli crede, le loro nozioni alchemiche derivano in realtà dalla conquista araba di Alessandria d'Egitto. Quando Alessandro Magno fondò in Egitto la città che porta il suo nome vi condusse dalla Macedonia i più grandi esperti nell'arte alchemica e li fece accogliere con tutti gli onori nei templi egiziani dei sacerdoti di Serapide. I sapienti arabi non fecero altro che attingere all'alchimia tesaurizzata nelle biblioteche di Alessandria, ne furono i gelosi custodi ed infine la rimisero in circolazione riconsegnandola all'Europa.

Continuo:

«Della dottrina alchemica mi sono noti i tre elementi che compongono il metallo: il Sale che ne rappresenta il Corpo ovvero ciò che è limitato dalla sua superficie tangibile; il Mercurio che s'identifica con lo Spirito cioè la sostanza invisibile comune ad ogni varietà di metallo ed infine lo Zolfo che ne è l'Anima».

«L'alchimia conferisce un'anima ai metalli, al pari dell'uomo? Questo mi stupisce!»

«Certo, al pari dell'uomo e lo fa anche il vostro Aristotele allorché attribuisce ai metalli un'anima vegetativa».

«Ma come puoi credere alla presenza dell'anima in un metallo?» insiste.

«Prendiamo un metallo che cristallizza entro la miniera. L'Anima, è l'architetto intento a progettare il disegno della complessa struttura reticolare, viceversa il Corpo del metallo è l'operaio che realizza il progetto del poliedro scolpendone le facce regolari».

«Oh Numi, non ti credevo filosofo».

«Più in generale il problema è chiarire la relazione Anima - Corpo, dato che l'Anima è immateriale ed incorporea come un progetto ancora nella mente dell'architetto, mentre il Corpo è al contrario tangibile quanto le mura di un edificio. Al riguardo l'Alchimia afferma questo... che l'Anima programma gli eventi fisici del Corpo tramite la predisposizione occulta».

«Che intendi per predisposizione occulta?»

«Ad esempio, allorché un individuo afferma ho fame secondo la logica occulta della sua disposizione ad agire significa che se ci fosse da mangiare egli mangerebbe».

«Tutto qui» deluso. Chiede se c'è nient'altro che gli alchimisti abbiano preso dai filosofi greci.

Cito i quattro elementi di Empedocle di Agrigento.

«...discepolo di Pitagora», egli mi fa eco.

Enumero la terra, l'acqua, l'aria e il fuoco, corrispondenti ai quattro stati della materia, cioè solido, liquido, gas e plasma. Enumero poi le sette potenze planetarie rette ognuna da un Titano: il pianeta Saturno retto da Crono, Venere da Teti, Marte da Crio, quindi Giove da Giapeto, Mercurio da Ceo, la Luna da Febe e il Sole da Iperione.

Zagreo ne conclude frettolosamente che dunque l'alchimia non esce dall'ambito del pensiero greco.

Poi mi guarda sospettoso:

«Ma dimmi in confidenza, che cosa speri di ottenere per mezzo dell'Alchimia?»

«Oro, oro senza fine, oro tenero e brillante, oro duttile e incorruttibile... puro, purissimo, più puro di quello che si estrae dalle migliori miniere!»

«In che modo lo otterresti?»

«Tramutando in oro un metallo vile, tipo il piombo che posso comprare ovunque a bassissimo prezzo».

«Mah, lo trovo un'impresa impossibile, se fosse così facile procurarsi dell'oro lo farebbero tutti».

«In futuro, man mano che si andranno affinando le nostre conoscenze sulle proprietà dei metalli, la trasmutazione diverrà una banale operazione di laboratorio, sarà cosa nota a tutti e nessuno si sorprenderà più sentendone parlare. L'importante è arrivare per primi e arricchirsi prima degli altri».

«Ti prego, non offenderti, ma tu mi sembri un apprendista stregone, trasformare una cosa in un'altra cade sotto il dominio della magia nera. Si sa che la magia è capace di creare delle apparenze che confondono la chiarezza dei sensi, ci si può illudere di stringere dell'oro mentre si ha in mano un volgare pezzo di piombo».

Protesto vivacemente dichiarando che la magia non c'entra un fico secco. Gli spiego che gli alchimisti sono semmai dei filosofi della natura perché non si accontentano semplicemente di osservare i fenomeni naturali ma cercano di dedurne le regolarità di comportamento per ricrearle e ripeterle in laboratorio, imitando in ciò la natura stessa. Certo, ammetto come gli alchimisti insistano troppo sull'aspetto qualitativo dei fenomeni a discapito di quello quantitativo e convengo quanto sia da mettere in risalto l'importanza dei pesi e delle misure necessarie alle varie operazioni, anzi affermo che se possibile sarebbe meglio ricondurre tutto alla matematica, poiché se possiamo prevedere con certezza il valore di una quantità fisica, allora esiste un elemento di realtà che corrisponde a quella quantità fisica.

Zagreo vuole sapere in quanto tempo conto di riuscire nella mia titanica impresa, domanda fra quanti giorni gli regalerò un po' del mio oro purissimo.

Rispondo che in teoria ci vogliono da sei mesi a sei anni, ma può anche capitare di lavorare a vuoto tutta la vita e fare la fine di Sisifo. Costui era condannato a dover spingere un macigno fino in cima ad una montagna del Tartaro, ma non appena ne raggiungeva la sommità il macigno rotolava giù e Sisifo doveva ricominciare da capo per infinite volte. Reputo che il successo dipenda sì dall'interpretare nel modo giusto le operazioni nascoste dietro le allegorie e le infinite metafore degli alchimisti, ma che sia soprattutto legato al trovare o meno la chiave della corretta successione delle operazioni.

Zagreo è scettico.

Insisto che ci vuole moltissima pazienza, gli alchimisti non riescono a sviluppare un calore superiore a quello di un uccello che cova e per l'opera completa ci vuole una quantità smisurata di fuoco sommato nel tempo. Ma se il fuoco del laboratorio non basta l'astrologia ci può venire in soccorso con la potenza del fuoco astrale. In che modo? Operando la trasmutazione dei metalli sotto gli influssi di un prodigio celeste. Nel 1054, poco prima della morte di papa Leone IX, esplose una stella nel segno del Granchio. Per mezzora la stella splendette in pieno giorno con una corona di fuoco più brillante del sole. Ebbene, coloro che dell'evento astrale approfittarono per operare trasmutazioni metalliche, riuscirono nell'intento.

Egli dubita che riuscirò ad arricchirmi grazie all'Alchimia, è al corrente solo di alchimisti ridotti sul lastrico, semplici illusi che hanno venduto tutte le loro proprietà per pagare i debiti di esperimenti inutili e costosi. E conclude lapidario:

«Ciascuno è libero di inseguire le chimere che vuole: i sogni e le illusioni rendono più sopportabile l'amarezza della vita, si vedono cose che non esistono pur di non vedere ciò che ci angoscia».

Mi sfotte. Incredibile. Rivelo al greco i preziosi misteri dell'Alchimia e lui mi sfotte. Adesso devo mordermi la lingua, mi son lasciato trascinare dalla solita foga di parlare, era meglio se me ne stavo zitto. Sotto tortura si fa presto a dimenticare i giuramenti fatti e sotto le minacce di morte si fa altrettanto presto a sacrificare un altro al proprio posto, specie se lo si conosce da poco più di un giorno. Devo rimediare rapidamente alla mia imprudenza e non vedo di meglio che spingerlo a sua volta a scoprirsi col rivelarmi i suoi più intimi segreti, se porta la benda nera deve pur essere un eretico. Con il peso del ricatto potrò almeno barattare il suo silenzio con il mio. Gli converrà tacere sapendomi disposto a confessare sul suo conto cose che è meglio gli Inquisitori non sappiano.

 

* * *

 

Con domande subdole e insistenti, per tutto il pomeriggio mi sforzo di venire a capo del tipo di eresia abbracciata da Zagreo. Puro, egualitarista, e forse un po' manicheo, potrebbe essere un cataro. Ma egli mi anticipa e nega recisamente i miei sospetti. Gli chiedo allora se pratica i culti segreti dei Cabiri o se è addentro nei misteri greci, se...

Mi risponde seccato che in Grecia non ci sono misteri.

Gli ribatto che è impossibile non ci siano con la mania di occulto che circola a Bisanzio.

Sono manie che provengono da culti forestieri, minimizza Zagreo.

Gli ribadisco, ostinato, che deve pur esserci un qualcosa che i bizantini tengano nascosto, argomenti di cui hanno pudore di parlare.

Zagreo accenna titubante che, beh, ci sarebbero certi misteri tipo...

Ecco, appunto! Lo pungolo a parlarmene.

Egli palesa la necessita di fare una premessa. La mutilazione del corpo, celata nell'enigma dell'evirazione, è un motivo ricorrente in tutta la mitologia pagana e non soltanto in quella greca, basti pensare a Urano e a Osiride cui toccò parimenti l'amputazione del fallo; a Dioniso, originario della Tracia, che nacque per separazione dalla coscia di Zeus; o allo stesso Zeus, che dopo aver commesso un atto incestuoso con sua madre Rhea, simulò di evirarsi e le gettò in grembo i testicoli di un ariete. Attis e Agdistis hanno fatto anche di peggio...

Attis e Agdistis? Mi suonano bene, esclamo sfregandomi le mani.

Zagreo anticipa che i Misteri di Attis hanno a che fare con Cibele, l'arcaica signora delle fiere.

Cibele? Sulle prime rimango un po' deluso, a Roma i suoi devoti facevano scandalo, colti da follia mistica afferravano il primo oggetto tagliente a portata di mano e - ne scimmiotto il gesto - si tagliavano le palle.

Zagreo ribatte che quelli erano dei perfetti imbecilli, eccessi del genere nascono quando si perde il primitivo significato simbolico di un mito e si finisce per applicarlo alla lettera.

Ecco, il grecuccio comincia a scoprirsi. Sottolineo che dunque egli è a conoscenza di doppi sensi, di codici arcani.

Ovvio, conferma Zagreo e si spinge a rivelare che nei Misteri di Attis l’élite dei sacerdoti rivestiva di immagini mitiche dei processi di purificazione e di redenzione dell'animo umano. Conoscenze esoteriche che non uscivano dal circolo chiuso dei riti iniziatici; mentre il volgo, escluso da ogni attiva partecipazione, si accontentava di credere ciecamente a tutto quello che la religione ufficiale gli imponeva di credere, bastava che non fosse troppo difficile da capire.

Ci siamo, lo incito ad esporre integralmente il mito di Attis, senza censura, e ricomincio a sfregarmi le mani, sono convinto che mi rivelerà di far parte di quella setta eretica di evirati. Lui che fa tanto il duro me lo vedo vestito da donna in una confraternita di pederasti, con la benda nera sulla testa, a fare porcherie con la scusa dei riti satanici. Sono tutt'orecchi.

Zagreo accenna ad una scogliera deserta sulla frontiera con la Paflagonia, si chiamava Agdo e Cibele vi veniva adorata sotto forma di una pietra nera. Zeus, innamorato di Cibele, cercava invano di unirsi a lei e nell'angoscia di una notte d'incubo, mentre la sognava ardentemente, il suo seme schizzò sulla pietra generando l'ermafrodito Agdistis.

(Mi scoppia da ridere ma mi sforzo di trattenermi, temo di rovinare tutto se Zagreo se ne accorge).

Agdistis era malvagio e violento. Con le sue continue prepotenze aveva maltrattato tutti, perfino Dioniso che esasperato volle vendicarsi architettando ai suoi danni uno scherzo atroce. Gli portò in dono dell'ottimo vino e lo accompagnò a bere in cima ad un grande melograno finché Agdistis, ubriaco fradicio, si addormentò disfatto in cima a un ramo. Pian piano con una cordicella Dioniso gli legò i genitali al ramo e poi scosse l'albero cosicché, appena il malcapitato si riebbe, cadde giù rovinosamente e nel brusco risveglio si strappò di netto il prezioso organo.

(Mi mordo le labbra per non ridergli in faccia.)

Agdistis morì dissanguato mentre il suo sangue lavava il melograno e lo faceva rifiorire rigoglioso e stupendo e carico di frutti succosi. La ninfa del fiume Sangario passava di là per caso e sfiorando con la sua pelle vellutata uno di quei magici frutti, rimase incinta di un dio. Costui, Attis il bello, fu il grande amore di Cibele. La Signora delle fiere suonava in suo onore la lira e lo teneva perennemente occupato in voluttuosi amplessi. Ingrato e irriconoscente, Attis volle tuttavia abbandonare quelle gioie celesti e fuggì via da lei per vagare sulla terra alla ricerca di un'altra donna. Cibele sapeva bene che nessuna infedeltà sarebbe potuta sfuggire alla sua vista onnipotente e trainata dai leoni, lo sorvegliava dall'alto del suo carro. Attis giaceva spensieratamente con una donna terrena, convinto che le fronde profumate di un alto pino fossero sufficienti a nascondere il tradimento, invece si vide presto scoperto e assalito da un rimorso tormentoso... all'ombra del pino si evirò.

Pure lui?

Sì, continua Zagreo, e per questo al centro del tempio i sacerdoti di Cibele adornano un pino con palle multicolori.

A 'sto punto scoppio, non ne posso più, mi esce una fragorosa risata e tra le risa a singhiozzo commento che fu quello il primo albero di Natale!

Sono storie talmente assurde, concludo tra me, che nemmeno gli Inquisitori udendole potrebbero prenderle sul serio, è meglio lasciar perdere il mio piano del ricatto. Questo greco non ha segreti, e non è nemmeno un eretico, è solo un cantastorie. Il furbastro cambia di volta in volta i personaggi ma si limita a recitare sempre la stessa storiella perché egli segue un'unica e sola trama, già prefissata nella sua mente. Ma questo ritornello non ha niente a che vedere con le vere eresie. Mi resta da sperare una sola cosa e cioè che Zagreo sia un uomo di parola e che non si azzardi a nominare all'Inquisitore quel papiro che è fonte della mia incessante ossessione.

 

* * *

 

Egli si distoglie dal dialogare, sta in piedi contro la parete della cella e si concentra. In profondo raccoglimento bisbiglia un monologo in greco, forse ripete a memoria un testo; ha il braccio destro conserto e agita delicatamente la mano sinistra come se stesse solfeggiando.

Lo interrompo incuriosito:

«Che stai facendo?»

Smette e si gira, un po' seccato per la mia intrusione:

«Sto ripetendo gli inni di Orfeo».

«Orfeo, il cantore deluso nel suo sogno di salvare Euridice! Ti prego, fammi partecipe della poesia che addolcisce la vita», esortandolo a ripetere a voce alta.

«Perché dovrei?»

«E' l'ultimo desiderio del condannato a morte» semiserio.

Riluttante il greco inizia a illustrare come Orfeo fosse il cantore dello spirito, entità immortale e divina e tuttavia prigioniera di un corpo che ne funge da tomba. La lirica orfica è tutta incentrata sul mito di Dioniso, il divino fanciullo che in dispetto a suo padre Zeus fu smembrato e divorato dai Titani. I Titani... Erano usciti come ombre dall'oltretomba e con quel gesto nefando intendevano proclamare la loro ribellione a Zeus, dopo che li aveva da tempo sconfitti e rinchiusi nel Tartaro. Per vendetta Zeus scagliò contro di loro il fulmine e dalla folgorazione di quei corpi giganteschi si sprigionò un gran vapore misto ad un bagliore di fumo e faville. I figli della notte tornarono nel Tartaro urlando di dolore ma dalla fuliggine depositatasi lungo il loro cammino ebbe origine il genere umano, che dunque possiede in sé l'elemento titanico ma anche la scintilla divina proveniente da Dioniso.

Ancora favole mitologiche, uffa che barba! Ma io gli avevo chiesto della poesia.

Insisto nella mia richiesta:

«Abbiamo appurato che io sono un apprendista stregone mentre tu sei solo un greco cantastorie. Ma ora devi dimostrarmi che sei anche un poeta, avanti, recita gli Inni di Orfeo. Non avevi detto che sei uno dei pochi al mondo che li conoscono tutti a memoria?»

In piedi e colmo di devozione, Zagreo declama un bellissimo... estasiante... inno a Rhea; fa seguire l'inno alla Notte, al Daimon, a Thanatos e ad altre divinità sconosciute. Conclude con l'invocazione ai Titani. La sua voce vibra di toni ieratici e trasmette una forte carica emotiva mentre risuona cupamente tra le pareti, simile al culminare solenne di una tragedia greca:

«Audaci Titani,

che ora a dimorate nelle tartaree case

sotterra nell'infima regione del mondo.

O temerari progenitori dei nostri padri,

origine di noi mortali afflitti dal dolore:

voi imploro, d'allontanare l'ira funesta

allor che da infero buio a noi s'accosti».

Ammaliato, suggestionato dal patos profondo di questi versi, mi guardo intorno attonito, sento odore di incenso e da un momento all'altro mi aspetto di veder apparire le ombre dei figli delle tenebre, i Titani sfuggiti alle catene del Tartaro, invece... l’oscurità della cella si fa sempre più densa ed il nero più nero del nero.

 

* * *

 

Lo scoccare della mezzanotte, i dodici rintocchi della torre di Piazza San Marco. Il sinistro cigolio del nostro catenaccio, seguito dal secondo catenaccio, Cengio spalanca la porta, è venuto a prenderci:

«I Signori di Notte vi attendono» mugugna.

«Loro? Meno male, - dico rivolto a Zagreo - questo vuol dire che non avremo a che fare con l'Inquisizione, verremo invece giudicati come criminali comuni, molto meglio così. Coi Signori di Notte è la tortura... con l'Inquisitore è la sepoltura!»

Aiutato da un altro carceriere, Cengio ci lega insieme pancia contro schiena e mentre passa la corda intorno alle nostre cintole sfodera il suo cinico sarcasmo:

«Materia prima per la nobile arte della tortura» e stringe ancor più forte le corde ai nostri fianchi, incollandoci talmente l'uno all'altro da farci sembrare un solo corpo con due teste.

Questo sciocco espediente ci ha trasformati in una ridicola caricatura che mi riporta a un Carnevale di tanti anni fa e alle impressioni in me suscitate alla vista di un curiosissimo travestimento. Ero bambino e quella maschera ricordo mi fece prendere un gran bello spavento. L'avevo scorta nella calle, stava in piedi appoggiata al muro di una casa, giusto davanti al davanzale della finestra. Reggeva una maschera a due facce che non mi consentiva di distinguere da quale parte stesse la vera testa. «Psst, psst!» mi chiamava e con una specie di rebus mi interrogò circa la sua ambiguità. Com'è che da Cosa Doppia nasce la Cosa Unica? disse con voce bitonale facendo gesto di avvicinarmi. Inquieto, feci un passo indietro seguito da qualche timoroso passo in avanti e con infantile terrore scoprii che tutte due le facce mi fissavano con occhi veri, occhi veri che ammiccavano. Di colpo si tolse la maschera, aveva proprio due teste, una femminile ed una maschile incastrate in uno stesso corpo. Feci un salto dalla paura e scappai via terrorizzato, ero troppo piccolo per accorgermi del trucco: dall'interno della casa l'uomo aveva appoggiato la sua testa sulla spalla della donna che stava in piedi addossata al davanzale e una sciarpa circondava i loro due colli nascondendone la diversa origine.

Nei Pozzi, avanziamo goffamente lungo i corridoi, saliamo incespicando i numerosi gradini di pietra. Approfitto di un pertugio per guardare fuori, nell’oscurità cerco di distinguere il molo ma scende una pioggia talmente fitta da togliere ogni visibilità. Una porta dalla forma strana semi nascosta in un cunicolo: aperte dall'interno le ante del finto armadio, sbuchiamo negli uffici del quartier generale della Santa Inquisizione. Veniamo condotti direttamente nella Sala del Tormento. Ad attenderci non ci sono affatto i Signori di Notte:

«Idiota» dico sottovoce nell'orecchio del nostro fido carceriere.

Insulso com'è, Cengio si è sbagliato, ci ha stimati al livello di criminali comuni mentre invece possiamo ben fregiarci dell'onorevole titolo di Prigionieri di Stato, oggetto delle attenzioni e cure della Santa Inquisizione. Infatti i due altezzosi figuri seduti al tavolo sono membri dell'Altissima, l’autorità giudiziaria dell'Inquisizione di Stato e non solo, per l'occasione ci si onora addirittura della presenza di Sua Serenità. Con la mantellina in maglia d'acciaio del rocchetto il doge Morosini è al centro; alla sua destra c'è l'Inquisitore, un uomo robusto di mezza età con la tonsura e l'abito da frate domenicano, cappa nera su scapolare bianco. Alla sua sinistra il Vicario, segnato da una magrezza impressionante, con il naso adunco ed il volto tinto di un cereo pallore, tutto vestito di nero, con i capelli nerissimi lisci e unti.

Veniamo subito slegati da un uomo col volto incappucciato che non può essere altro lieto personaggio fuor del nostro carnefice. Io vengo rinchiuso in una delle due cellette laterali da cui, attraverso una piccola finestrella rotonda sbarrata a X, posso vedere il mio compagno al centro della sala ma non gli esaminatori, benché possa udirne distintamente le parole.

Sento per prima la voce dell'Inquisitore, energica e precisa nell'eloquio:

«Costituito personalmente nel tribunale del Santo Ufficio e toccati i Sacri Vangeli ti chiediamo di giurare di dire la verità».

«Lo giuro» con la mano sul vangelo avvicinatogli dal carnefice.

«Sei interrogato sul nome e patria di provenienza».

«Zagreo, greco di Candia».

Il suo torace possente e statuario viene denudato dal boia. Zagreo, a testa alta con una fiera espressione di sfida negli occhi, sale i tre gradini della piccola piattaforma di legno. Gli vengono legati i polsi dietro la schiena con una corda che pende allentata dalla carrucola affissa all'alto soffitto della Sala del Tormento.

L'Inquisitore inizia l'interrogatorio con maniere che vogliono essere piacevoli e caritatevoli:

«Presumi il motivo della tua carcerazione?»

«Sono un prigioniero politico».

«Caro Zagreo, tu sei gravemente indiziato per l'omicidio di un nobile veneziano, tale Bartolomeo Gradenigo, delitto spettante al foro secolare in quanto perpetrato per mano di sommossa popolare da te ideata e condotta ai danni del Governo veneziano. Ma l'eresia è crimine incomparabilmente più grave poiché come dice San Girolamo, l'eretico è un omicida che uccide le anime degli uomini con dannose e letali passioni».

«Quel nobile si era impossessato di un mulino appartenente alla mia famiglia e pretendeva tasse esose da chi era costretto ad utilizzarlo per la macinazione. I contadini erano in collera...».

L'Inquisitore lo interrompe a meta frase:

«I contadini sono sempre in collera e il loro cuore non è mai contento. A noi non risulta che alcun contadino sia mai stato fatto santo».

«C'era una terribile carestia di grano e comunque sia, quell'omicidio non fu voluto da me, non era affatto nei piani della nostra ribellione. E' stato un incidente. Il Valvassore doveva venire semplicemente catturato in ostaggio per scambiarlo con dei sacchi di grano invece, quando i contadini hanno assaltato il palazzo e le guardie hanno risposto con le armi, un greco deve aver perso la testa e ha contraddetto gli ordini. In quel momento non ero all'interno, non so assolutamente chi possa essere stato l'esecutore materiale ed in ogni caso è lui soltanto il responsabile del suo crimine».

Interviene allora il doge Morosini:

«Anche tu ne sei moralmente responsabile dacché sobillare la ribellione, come tu stesso hai ammesso di fare, non porta altre conseguenze che il crimine e la vendetta di sangue. Complice nel delitto non è solamente colui che è materialmente compagno nel delitto stesso, ma anche chi è compagno nelle vicende annesse e connesse che causano il delitto. Ma c'è dell'altro, tu sei un nemico della Lega Lombarda, venuto fin qui per cercare appoggi fra gli alleati di Federico II. Nel 1230 ero duca di Candia e i greci in rivolta non si sarebbero impossessati delle nostre fortezze se non grazie all'appoggio esterno di un alleato di Federico II: a quei tempi l'alleato era un greco, Giovanni Vatace da Nicea, ma oggi è direttamente alle nostre spalle ed è niente meno che un veronese, Ezzelino da Romano! Costui soffia sul fuoco del malcontento greco e finanzia lautamente i ribelli, spera in un nostro impegno militare a Candia, lontano da casa, per poterne approfittare e ritentare di sorpresa la presa di Treviso. Non è passato molto tempo Dacché il podestà di Treviso, figlio del Doge che mi ha preceduto, si è trovato a comandare la difesa della città davanti all'esercito del feroce Ezzelino, il peggior nemico della pace».

«Quel demonio è sempre in agguato, - lo interrompe l'Inquisitore - ha sottratto Trento al vescovo ed incarcera impunemente gli ecclesiastici. Ezzelino non fa mistero del suo dispregio per la religione, è costantemente in compagnia degli eretici e si compiace di compiere atti sacrileghi nelle chiese».

Il Doge continua l'interrogatorio:

«Avanti, confessa che eri diretto nella Marca Trevigiana per incontrare qualcuno dei suoi scagnozzi? Se tu sei passato per Venezia di sicuro avevi appuntamento con qualche spia, è forse Petrangesio il tramite degli Ezzelino?»

Nell'udir nominare il mio nome mi sento raggelare il sangue e piombo in una crisi di panico.

Ma Zagreo nega:

«No, Petrangesio non c'entra per niente in questa faccenda, lo ho conosciuto per caso in osteria, dove abbiamo solo bevuto insieme e non abbiamo parlato di politica».

«Lo giuri tu?»

«Sì. Sì lo giuro, qui a Venezia non dovevo incontrare nessuno».

«Dove eri diretto allora?»

«A Verona. Là avrei dovuto incontrare degli esuli di Candia, perseguitati dai vostri sbirri».

«Dunque ci siamo, sei in combutta con quello sfegatato ghibellino, fanatico fino all'ultimo anche dopo le schiaccianti vittorie della Lega. Dicci il nome di quei traditori!»

«No!»

«Se non ci dirai i nomi ti faremo accecare e ti rinchiuderemo a vita nei pozzi!»

«Mai, da me non avrete i loro nomi, non sono traditori, lottano per la libertà di Candia, non devono nessuna fedeltà allo straniero».

Il doge irritato fa cenno al boia. La corda che lega i polsi dietro la schiena viene tirata fino a sollevare in aria il prigioniero, provocandogli atroci sofferenze alle articolazioni delle spalle. Zagreo rimane appeso per un interminabile quarto d'ora misurato dalla clessidra posata sul tavolo, finché non sopportando più il dolore prende a gridare con veemenza gonfiando le vene del collo:

«Maledetti figli di cani, non avrete mai quei nomi!»

Il Vicario, che aveva ascoltato attentamente ogni cosa stando appollaiato sul margine della sedia, fa abbassare la corda con un gesto di quella sua mano a zampa d'uccello:

«Tieni a freno la lingua, questi insulti potrebbero costarti la vita. Sappiamo che a Candia tu vai predicando di onorare gli dei pagani, pratica da secoli obsoleta dopo che i nostri santi martiri ne ebbero dimostrato la falsità e le menzogne. Tu ti infervori nell'apologia di dottrine pagane che si oppongono direttamente e contraddittoriamente alle verità rivelate e proposte dalla Chiesa Cattolica Romana. Formalmente è un dipartirsi da tutta la Fede e la Religione già ricevute, cotal circostanza, ovvero l'apostasia, notabilissimamente aggrava il delitto di eresia. Sei dunque pronto a confessare?»

«Il Messia ha acquisito parte della sua dottrina da un sapere che già i poeti dell'Arcadia tenevamo per scontato ed ora voi mi accusate e mi minacciate di morte perché onoro quello stesso sapere che il Cristo non disdegnò di fare proprio».

«Che intendi insinuare?»

«Tra il lago di Genezareth e la costa fenicia il Cristo ha conosciuto i culti pagani della vite. Da dove proviene il mistero dell'Eucarestia se non dal vino di Dioniso e dal pane di Demetra?»

Il Vicario dilata le narici come chi sente un odore sgradevole sotto il naso:

«Nel mistero Eucaristico si compie la redenzione dell'uomo e la sua liberazione dal peccato attraverso l'incarnazione, la morte e la resurrezione del Cristo. Gli dei che hai nominato non possiedono queste stesse virtù, non c'è mai stata relazione alcuna tra i culti dei pagani e la Santa Eucarestia».

«Che ne sapete voi delle dottrine pagane? Il mistero di redenzione di Attis contraddice le vostre affermazioni categoriche. E' forse soltanto opera del maligno che il mite Attis sia nato in una grotta, sia morto nel tempo di Pasqua e sia risorto il terzo giorno come il Cristo?»

«La verità rivelata dal Vangelo testimonia che l'unigenito figlio di Dio non può essere che unico, perciò agli dei pagani non è dato in alcun caso possedere le esclusive virtù del Cristo, il politeismo dei selvaggi è stato spazzato via da tempo dalle coscienze dei giusti».

«Voi vi rifugiate nei dogmi per non ammettere l'evidenza, le vostre pretese di unicità ed originalità del messaggio cristiano non reggono ad una prospettiva storica, perfino Rhea la dea di Candia è vergine e madre esattamente come la Madonna».

Al che il Vicario, che fino ad ora aveva trattenuto a stento l'indignazione, irrigidisce il volto in un’espressione terribile:

«Questo è troppo! Infame, tu bestemmi! Queste non sono soltanto volgari eresie, sono bestemmie atrocissime e orrendissime!»

Poi, mutando improvvisamente a calmo e pacato il tono della voce, il Vicario riprende:

«Ora devi spiegare al Tribunale se le tue idee ti hanno condotto a praticare opere e culti conformi alle tue credenze e a comandare ad altri di sacrificare agli idoli».

Il Vicario invita il carnefice a procedere. Vedo così il boia che regge per i lunghi manici le tenaglie mentre ne scalda sul braciere le estremità, quindi si avvicina a Zagreo e gli stringe alternativamente i capezzoli con la morsa delle tenaglie incandescenti. Il boia continua ad infierire crudelmente, ben sapendo che i capezzoli sono una delle zone corporee più sensibili al dolore.

Zagreo si contorce sempre più spasmodicamente e grida:

«Che culto pagano posso mai praticare se avete distrutto tutto, tutto, perfino l'erba che cresceva nei templi!»

«Però predicasti ad altri il paganesimo?» chiede il Vicario.

Zagreo risponde lucidamente:

«E' la cultura, è la storia della mia gente, sicuro, più volte ho spinto i greci ad onorare la memoria degli dei e degli eroi della loro terra, volevo infondere in loro il sacro entusiasmo della rivolta di popolo. Molti sono caduti ai miei piedi ad acclamare commossi i miei discorsi».

«Molti sono caduti a fil di spada ma non quanti sono periti per colpa della lingua, dicono le scritture. Ratifichi la tua confessione?» domanda il Vicario.

«Sì».

Una breve pausa di silenzio e il doge scambia delle frasi in tono sommesso con i due esaminatori. Odo poi la voce imperiosa dell'Inquisitore:

«Sotto giuramento il reo ha confessato d'aver più volte affermato e predicato l'apostasia pagana. Davanti a noi non ha voluto ammettere d'essere in errore e con stizza, superbia ed arroganza ha risposto di credere fermamente negli idoli. Avendo noi attentamente considerato la suddetta pertinacia ed ostinazione, veramente satanica e dannevole al punto di rendere assai più gravi le sue colpe, non vogliamo che egli per l'impunita sua di malvagio divenga peggiore di quello che è, né che con il suo morbo pestifero infetti altri. Pertanto, invocando il santissimo nome di Cristo, sentenziamo davanti al tribunale del Santo Ufficio che Zagreo di Candia risulta eretico pertinace impenitente e come tale, lo condanniamo e lo scacciamo via da noi per rilasciarlo da ora al braccio secolare, che provvederà alla pena con il voto del Consiglio».

Il Vicario scambia un'occhiata furtiva col Doge e aggiunge:

«Che gli sia fin d'ora tagliata la lingua per purgare l'infame offesa arrecata al preziosissimo corpo e al soavissimo sangue del Cristo, nonché alla immacolata purezza della Vergine Maria».

Il carnefice raccoglie da terra un piccolo strumento di metallo, una cornice rettangolare dotata di un morsetto a vite che allontana due brevi lame. Mentre Zagreo oppone una estrema inutile resistenza il boia gli inserisce le due lame fra le arcate dentarie e girando il pomello piatto del morsetto apre progressivamente la bocca fino a tenerla spalancata, quindi afferra la lingua con un panno e la recide alla radice, dopo di che getta la lingua mozzata entro un cesto.

Tra le sbarre a X osservo con gli occhi sbarrati. Zagreo viene trascinato in disparte, è pallido e stremato, il sangue gli scorre all'angolo della bocca. E' arrivato il mio turno, mi fanno uscire e mi legano alla corda.

Il Doge commenta il supplizio di Zagreo:

«L'eretico solitario nuoce soltanto a se stesso, diversamente quello che si adopra a fare il maestro di eresia è cagione di altissima rovina anche per gli altri cittadini. Dunque deve essere punito con grandissimo rigore non solo come eretico ma come nemico del Libero Comune».

Senza esitare prendo la parola sotto lo sguardo fisso e indagatore dei tre:

«Sua Serenità, altissimo Inquisitore di Stato, vi supplico di prestare la vostra benevola attenzione alle semplici, ma sincere parole, di un suddito che massimamente confida nella Vostra illuminata giustizia. Una serie di circostanze fortuite ha fatto sì che comparissi al cospetto del tribunale, tuttavia posso dimostrare come ciò sia dovuto ad un banale equivoco e mi scagionerò in breve da ogni sospetto, lasciando il vostro prezioso tempo a disposizione di più gravi e urgenti questioni di Stato.

L'altro ieri a mezzogiorno mi trovavo alla locanda del Mastino di Khorassan, i posti liberi a sedere erano pochi ed il greco acconsentì a dividere con me il suo tavolo. Vi giuro sui Sacri Vangeli che era la prima volta che vedevo quell'uomo, come avrei potuto in alcun modo sospettare che egli abbracciasse segretamente l'eresia o che fosse un pericoloso nemico della Lega? Ci scambiammo qualche parola come si suole in osteria davanti ad una coppa di vino, egli era piuttosto reticente e non mi disse i motivi né la destinazione del suo viaggio. Altro non fece che elogiare la qualità del nostro vino tracannandone intere coppe d'un sol fiato sicché, quando mi sollecitò a procurargli il miglior vino che avessi a disposizione, mi sentii in dovere di ospitalità. Con la mia piccola damigiana mi sono diretto candidamente al suo alloggio ma caso volle che in quel momento la camera fosse presidiata dalle guardie. Diligenti fuori misura, esse mi hanno condotto ai Pozzi a pagare così duramente la mia generosità verso gli sconosciuti.

La confessione elargita dal greco sotto tortura ha reso inconsistente ogni accusa nei miei riguardi e conferma quanto vi ho narrato. Essa dimostra la mia estraneità alle sue macchinazioni politiche e nega la possibilità che io abbia perpetrato il nefando ed orribile crimine di tradire la Lega Lombarda, mentre tutti i veneziani d'intera fama sanno in quanta venerazione e assoluta sottomissione tenga Sua Serenità. L'onere della prova spetta all'accusa, dunque io chiedo alla Vostre eccellenze quale prova potreste mai portare in questa sede di giudizio ad inficiare la mia innocenza, dato che mai nessuno mi ha udito parlare in modo scellerato e non conforme alla dottrina della Chiesa Cattolica Romana, viceversa con licenza del Tribunale io potrei portare al vostro cospetto un coro di voci di uomini da bene pronti a fornire prove irrefutabili sull'ardore e sulla devozione con cui compongo le immagini dei nostri santi nei mosaici della Basilica.

Dunque è di per se stesso chiaro come io sia stato vittima di una svista delle guardie, che hanno male interpretato circostanze del tutto fortuite. Ogni sospetto e congettura su un mio coinvolgimento nelle turpi diavolerie del greco si scioglie come neve al sole di fronte all'evidenza dei fatti e pertanto vi supplico di concedermi la libertà affinché io possa tornare ad onorare come prima i santi, componendo i miei mosaici nella Basilica d'Oro, la meravigliosa cappella che tutti i sovrani d’Europa invidiano al nostro doge" concludo inchinandomi.

Prende allora la parola il doge:

«E se mettessi in libertà una spia di Ezzelino?»

«Sua Serenità, sapete bene che una vera spia non prende appuntamento con un noto ribelle in un'osteria piena zeppa di gente, per di più allo scoccare del mezzodì; la spia attua i suoi incontri in luoghi appartati, al riparo da occhi indiscreti, e aspetta la notte fonda per scambiare fugacemente poche parole e poi dileguarsi nuovamente nell’oscurità. Esaminate inoltre il caso del mio arresto in casa del greco: prima di entrare in un luogo ove sia attesa, la spia sta appostata per ore ed ore, osserva chi entra e chi esce e si decide ad entrarvi solo quando sia sicura di evitare presenze inopportune. Gli astuti informatori dei ghibellini non sono così avventati da mancare di prudenza, sapendo che una volta scoperti li attende morte certa».

L'Inquisitore dice al doge:

«Il reo finge, seppur bene».

E continua rivolgendosi a me:

«Tu affermi che nessuno può testimoniare contro di te, invece un Capo di Contrada ci ha riferito che una certa persona presente in quella locanda ti ha udito nominare dottrine eretiche durante la conversazione con Zagreo. Bada, ora sei ancora in tempo per scagionarti se ammetti di essere stato vittima del plagio, cioè della stregonesca suggestione esercitata dal greco per persuaderti ad abbracciare l'eresia. Conferma la verità e ti lasceremo andare: se rettifichi la deposizione e dichiari esplicitamente d'essere stato oggetto della propaganda mefitica di Zagreo, sebbene tu non lo conoscessi per eretico prima di quell'incontro fortuito nella locanda, proverai in tal modo la tua ignoranza e non sarai meritevole di castigo».

Cerco di mantenere la calma e rifletto veloce che potrebbe essere vero ma potrebbe anche essere una trappola, un trabocchetto fatale dal quale non potrei facilmente uscire. Se si tratta di una finzione escogitata lì per lì dall'Inquisitore ho ancora una via di salvezza:

«No lo nego, è totalmente falso, quello non può averci sentiti parlare di dottrine eretiche perché non le abbiamo nominate. Confermo la mia versione dei fatti e sono pronto a testimoniarla sotto tortura, se non vi è rimasto altro rimedio per scoprire la verità» e lo sottolineo con tutto l'impeto e la decisione necessarie a mascherare il mio sgomento, simulo coraggio ma ho il terrore della tortura.

L'inquisitore rimane impassibile, non riesco a cogliere nella sua espressione il minimo segno di cedimento, egli si limita a dire meccanicamente:

«Lo vedremo... Si mormora in giro che tu ti interessi di Alchimia» e da al boia l'ordine di sollevarmi in aria.

Mi agito come un pollo legato per le zampe.

Il doge Morosini sbuffa, tamburella le dita, inizia a dare segni di impazienza e interrompe quasi subito la manovra del boia:

«Basta così! E' ora di passare al processo successivo, non ho intenzione di perdere tutta la notte in questioni da osteria. Anche se il reo si offre spontaneamente al boia non mi risulta che sia stato indiziato a tortura. Vi prego di usare maggiore cautela nell'arrestare i rei, poiché la sola carcerazione per il delitto di eresia comporta considerevole infamia al carcerato».

Mi slegano le braccia doloranti per riportarmi in cella. Tiro uno smisurato sospiro di sollievo, ma poi sulla porta incrocio lo sguardo di Zagreo, seduto sul pavimento di legno con le spalle appoggiate ad un angolo di parete, immobile come una statua di ghiaccio, ridotto ad una pallida ombra di se stesso. Vorrei abbracciarlo, dirgli all'orecchio qualche parola di consolazione, fargli capire che siamo ancora tutti e due nella stessa barca, che ho mentito sì ma...

Abbasso gli occhi davanti al trovatore, quasi mi sento complice di quella crudeltà inutile, inutile come uccidere un usignolo.

 

* *  *

 

« ...e lo scacciamo via da noi per rilasciarlo da ora al braccio secolare!»

Muto, in attesa della pena votata dal Consiglio, il mattino seguente Zagreo è seduto a terra nell'angolo della cella.

Inizio a riflettere sulla sua confessione e la confronto con quanto mi aveva confidato appena il mattino precedente:

«I culti pagani della vite…  il vino di Dioniso e il pane di Demetra».

Ammiro in lui la fiera indipendenza di pensiero, fino ad un momento prima del processo ero convinto mi avesse raccontato soltanto delle belle favole ma ora lo scopro un vero filosofo, uno di coloro che assaporano il raro privilegio di pensare con la propria testa, al contrario alla maggioranza del genere umano che usualmente è capace di trascorrere una vita intera a mangiare, lavorare e riprodursi senza mai sfiorare un pensiero che abbia il sapore della filosofia. Devo approfondire i princìpi che Zagreo ha enunciato e cercare di analizzare con cura il credo che egli ha difeso, lucido e coerente, fino alle estreme conseguenze.

L'Umido, cui accennava, dovrebbe dunque essere il principio spirituale e invisibile, la sostanza che permea e unifica l'intero universo restando tuttavia intangibile allo scorrere della freccia del tempo. Al suo estremo egli ha posto il principio Secco, ovvero la molteplicità degli individui e delle forme, espressione dell'innumerevole varietà di specie che Noè caricò nell'arca e che ora popolano ogni angolo della terra. C'è abbastanza spazio per coinvolgere Aristotele, anche costui concepiva due analoghi aspetti del creato, la Forma e la Sostanza. Come spiegava Mastro Bernardo intento a rifinire una scultura con lo scalpello: la Sostanza è riconoscibile nella pietra della statua e la Forma nel peculiare aspetto forgiato dallo scultore; potenzialmente, dalla pietra allo stato grezzo possono emergere infinite immagini, ma una ed una sola è la figura che lo scultore decide di attuare, un profeta, un cavallo o una fanciulla... e come contemplando la statua si può percepire ad un tratto la nuda pietra, così contemplando il mondo fenomenico si può percepire ad un tratto la Sostanza Universale - concludeva il Maestro.

La Forma sta alla Sostanza come l’Attuale al Potenziale. Il pane viene cotto e mantiene la forma impressa dal panettiere; il vino è un liquido, cioè una sostanza che potenzialmente può venire contenuta in qualsiasi recipiente. Pane / Vino, Secco / Umido, non mi è difficile capire che tutte queste coppie in qualche modo equivalenti si rifanno al principio generale degli opposti. Però, appena cerco di collocare la Realtà all'interno dei due opposti, oscillo dall'uno all'altro cadendo in preda al dubbio. Che confusione! Dov'è la Realtà che dà contenuto e valore concreto alla vita, nell'esile sostanza sottostante alle cose o nelle forme concrete e tangibili? In sintesi, nello spirituale o nel mondano? Questo è il problema.

Finito nei vicoli ciechi di un labirinto inestricabile non riesco a trovare la via d'uscita e mi ritiro dai miei ragionamenti sempre più disorientato e perplesso. Se dovessi commettere l'errore di prendere l'irreale per il reale o viceversa il vero per il falso, la mia mente verrebbe ad invischiarsi in una trappola letale. Se invece, per porre termine a questa sorta di sdoppiamento, dovessi ammettere la presenza congiunta della Realtà tanto nella Forma che nella Sostanza dovrei addirittura ricorrere ad una logica nuova e bizzarra che permette la verità simultanea di due aspetti contraddittori: il mondo trae forse sostegno dalla follia?

Mi accorgo di non avere risposte certe e mi perdo a fantasticare pigramente dietro una costante irrisolta incertezza, ritrovandomi dopo un po' in una sorta di limbo, ove sogno e rimembranza possono facilmente confondersi. In questo stato, lontano dai ritmi abituali della mia vita, impresso nelle terribili cose appena successe, non so più se considerare maggiormente veritiero il sognare o il ricordare. Più autentico il sogno premonitore di Zagreo col corvo che gli strappa la lingua o più autentica la mia immagine mentale del carnefice che gli taglia orribilmente la lingua? Dentro di noi un ricordo non è affatto dissimile da un sogno. Persino il futuro, le nostre speranze, non sono molto diverse dai sogni. Ed il presente? Che cosa mai è il presente se non quanto di più inafferrabile esista, nel momento stesso in cui cerchiamo di afferrarlo... anche l'attimo scivola nel passato.

Malinconicamente, ho trascorso l'intera giornata a meditare, senza concludere nulla... sicché ho finito per dubitare di quelle stesse capacita di discernimento che il Creatore avrebbe riservato alla coscienza umana. Più investigo il mondo più torno sconcertato sui miei passi, in nessun modo posso superare l'abisso che mi separa dai suoi impenetrabili misteri. Devo ammettere di ignorare che cosa sia il mondo e cosa sia io stesso, nonché quella parte di me che ora mi consente di pensare. Non so perché io sia venuto al mondo, perché viva in questo istante del tempo e non in altro, perché ora mi trovi in questo punto dello spazio e non in un altro. Oltre le pareti della mia cella, cerco invano di misurare l’immensità del cosmo, in ogni direzione incontro spazi incommensurabili e cammini eterni che mi inghiottono come un granello di polvere. Esausto... approdo a quel Silenzio di fronte al quale le parole ed i pensieri si ripiegano su se stessi senza raggiungerlo.

Terza notte nei pozzi. Il buio avanza, l’umidità mi entra nelle ossa e indolenzisce le articolazioni. A un tratto percepisco nei corridoi uno sciacquio d'acqua corrente, non ci faccio caso e mi rigiro nel tavolaccio. Di nuovo lo sciacquio, questa volta sembra provenire dall'interno della cella, punto le mani sul bordo del tavolaccio e appoggio i piedi sul pavimento, la pianta del piede s'immerge in due dita d'acqua gelida.

L'acqua alta! Il mare è entrato nel cortile interno del Palazzo Ducale, ha invaso i corridoi dei pozzi ed ora filtra da sotto la porta.

Cerco il mio compagno tentoni nella penombra, non è sdraiato sulla sua panca, lo trovo seduto sul pavimento allagato, è ancora nello stesso angolo di quando era tornato in cella. Lo prendo in braccio e lo sollevo a forza sul mio tavolaccio. Zagreo è tutto inzuppato, mi rincresce di averlo abbandonato lì in terra, sono colto da mille rimorsi. Gli strizzo la veste fradicia, cerco di scaldargli le mani con il calore delle mie ascelle e lo tengo appoggiato a me sostenendo le sue membra, rannicchiate e tremanti. Il tavolaccio poggia su dei pilastri di pietra non più alti di due piedi, se l'allagamento supera questa misura finiremo a mollo nell'acqua gelata e moriremo entrambi assiderati. Gli Inquisitori lo sanno, forse ci hanno sbattuti qui proprio per questo, secondo il piano di una sadica esecuzione.

Cresce. Non si ferma. L'acqua continua a salire. Stendo il piede in direzione del pavimento. Scivolo sulla pietra del pilastro e immergo l'intero alluce. Dopo un po' ripeto l'operazione e rituffo il piede iperesteso sulla caviglia. Sono sotto fino a meta piede, vuol dire che l'acqua aumenta in modo impercettibile ma inesorabile. Il rumore d'acqua che goccia echeggia nei corridoi e vi si aggiunge lo sciacquio di stivali di qualcuno che passa. La marea accelera, arriva alla caviglia iperestesa e la supera, va oltre il piede di profondità, non manca molto ai due piedi e vinto dal panico vado prospettando lo spettro vicinissimo d'una morte lenta e orribile e controllo spasmodicamente il livello dell'acqua. Però, col trascorrere del tempo, non ci giurerei ma sembra abbia smesso di crescere, controllo il livello dell'acqua un'altra volta, sta scendendo.

Sento un tuffo al cuore, mi sembra che stia scoppiando, stringo forte Zagreo al mio petto, lui ricambia l'abbraccio, grosse e calde lacrime mi rigano le guance.

 

* * *

 

In seguito, appena sul pavimento non rimane che un sottile velo d'acqua stagnante, riesco finalmente ad abbandonarmi al sonno. A notte inoltrata vengo svegliato dal rumore dei catenacci, la cella si illumina con la torcia, Cengio è vistosamente agitato e mi esorta ad uscire:

«Svelto, prendi la tua roba e seguimi, non c'è tempo da perdere».

«Dove mi vuoi portare a 'ste ore?» chiedo pigramente.

«Sbrigati, devi cambiare cella».

Scatto in piedi sbattendo le suole in terra e alzo la voce sdegnato:

«Io resto qui, non hai nessun diritto di spostarmi di cella, fammi parlare con i tuoi superiori!»

Cengio si fa avanti e inizia a tirarmi per un braccio:

«Muoviti».

«Toglimi le mani di dosso, martuffo!»

Mi libero dalla sua presa ma altri due guardiani si affacciano alla cella attirati dalle grida. Sono costretto a cedere. Più che mai frastornato, abbattuto per quella assurda disposizione, mi decido a congedarmi da Zagreo. Una separazione penosissima, simile a dover abbandonare nel bisogno il migliore amico o di più, un fratello sventurato. Zagreo guarda mestamente la parete e con il dito indice vi disegna la falce della luna, abbassa la mano e poi disegna il disco solare con intorno i raggi, dopo di ché prende il palmo della mia mano, vi posa una medaglia, vi chiude sopra le mie dita e avvolge il mio pugno entro le sue mani. Stringe la presa e mi fissa negli occhi con il suo sguardo insieme fiero e dolcissimo, mentre i guardiani spazientiti mi trascinano via.

Nel corridoio, alla luce delle torce osservo meglio la medaglia. Non vale nulla. E' una moneta antica, fuori corso, ed il suo metallo non è pregiato. Vi sono incisi un uomo e una donna congiunti in amplesso. Effigie curiosa per una moneta da utilizzarsi nella vita quotidiana, non riesco proprio ad immaginare in che epoca i greci abbiano potuto coniarla. Chissà cosa ha voluto dire Zagreo disegnando il sole e la luna? Questa medaglia potrebbe avere un valore di portafortuna o forse, ecco, potrebbe riferirsi alla medaglia magica del sole e della luna, quella che Medea appese al collo del principe magnesio, un istante prima di fare l'amore con lui sopra il Vello d'Oro. Chi lo sa?

Girato l'angolo del nostro corridoio vengo sistemato nella nuova cella, poco distante dalla precedente. Appena entrato mi scervello per indovinare una qualche relazione tra l'ultimo muto messaggio di Zagreo e la leggenda del Vello d'Oro. Ripercorro il racconto così come egli me l'ha esposto il primo giorno di prigione:

...Finalmente le sponde settentrionali del mare di Crono, l'Alto Adriatiaco. Entrati in una palude di canne, tosto gli Argonauti balzarono giù dalla nave e lasciarono le loro impronte sulla spessa melma nerastra in cui marcivano le piante. Essi percepivano costantemente un nauseabondo odore di putrefazione finché si presentò ai loro occhi uno spettacolo terrificante: il cimitero dei Colchi, una serie sterminata di cadaveri appesi alle cime dei salici e offerti in pasto ai corvi e ai nibbi. Era costume dei Colchi esibire in tal guisa i loro defunti, ma solo quelli di sesso maschile poiché le donne venivano seppellite con tutti gli onori.

Gli Argonauti si introdussero in profondità nella pianura avvolti in una nebbia fittissima, una barriera provvidenziale che li nascose alla vista dei Colchi ed in cui nemmeno Linceo riusciva a vedere oltre un palmo. Sulla soglia del palazzo regale, arroccato nella cima più alta dei Colli Euganei, Diomede incontrò degli esuli greci e confidò loro i segreti motivi dello sbarco. Gli esuli gli fecero ben presente i rischi dell'impresa: Eete è un re crudele, violento e terribile. Ma c'è un ostacolo ancor più duro, prodigio orrendo a vedersi, un drago immortale che veglia perpetuamente il Vello d'Oro e né giorno né notte il dolce sonno vince i suoi occhi. Quel drago è nato dal sangue di Tifone, il mostro dell'abisso che si ribellò al trono di Zeus. Quando si mette a soffiare nella notte, scuotendo le enormi spire rivestite di squame e allungando il lunghissimo collo, emette un sibilo agghiacciante che risuona lontano nella sconfinata foresta, le donne allora si svegliano dallo spavento e abbracciano piene d'angoscia i bimbi che piangono.

Udito il racconto degli esuli, Diomede impallidì dalla paura e si chiuse in un cupo mutismo, ma gli dei propizi mandarono un segno... ed una colomba sfuggita miracolosamente alla violenza di uno sparviero, cadde tremante nel suo grembo. Fattosi coraggio, il principe magnesio si presentò raggiante al cospetto di Eete e dell'indocile sua figlia, Medea. Ella nel vederlo fu presa da muto stupore e il dardo di Eros la centrò in pieno petto penetrando in profondità nel suo cuore di fanciulla. Dolcemente l'amore le rapì gli occhi lucenti e la sua natura ribelle si aprì alla gioia, come la rugiada dell'aurora si scioglie sopra le rose. Medea era una maga consacrata alla Luna ed era ben conscia che senza di lei Diomede non avrebbe potuto superare le durissime prove imposte da suo padre, perciò col proposito di favorire l'amato gli diede un appuntamento segreto nel tempio di Ecate. Uscita da palazzo sotto un leggero velo di lino, la vergine inviolata strinse fra le braccia il bel corpo di Diomede, baciò avidamente il suo petto e si accordò con lui su come sfruttare al meglio le risorse dei suoi espedienti magici.

Il re Eete pretese che Diomede soggiogasse all'aratro due tori dagli zoccoli di bronzo, creature di Vulcano che sputavano fuoco dalle nari diffondendo un gran fumo fuligginoso all'intorno. Diomede riuscì nell'impresa: era protetto contro le fiammate da un unguento incombustibile che Medea aveva tratto dal Crocus Aureus e spalmato amorevolmente sul suo corpo. Come gli era stato ordinato, Diomede arò un campo con i tori aggiogati e seminò nei solchi i denti di un drago, quello ucciso a Tebe da Cadmo. Dai denti nacquero immediatamente dei guerrieri e tutto il campo fu irto di solidi scudi, di lance e di elmi brillanti. Egli ricordò il suggerimento di Medea e da lontano lanciò nel mucchio una enorme pietra rotonda sicché, non sapendo chi li avesse colpiti, i guerrieri si accusarono a vicenda e si massacrarono fra loro.

Io ricordo che proprio a questo punto del racconto, Zagreo si era messo a declamare con vigore, teneva elevatissima la tensione, la sospendeva con enfasi in un crescendo che annunciava il culmine risolutivo. Lo rivedo nella cella, arruffato e gesticolante:

«Medea si avvide che il padre Eete sapeva delle sue trame e pur in preda a laceranti conflitti, invitò Diomede a seguirlo nel bosco sacro per appropriarsi del Vello e fuggire insieme. Il principe magnesio volle attardarsi ad accendere un falò in onore agli dei, versò nel fiume il miele di una coppa d'oro e quindi si lasciò guidare docilmente da Medea. Entrati nel recinto del terribile Ares, l'indomito dio della guerra, si ritrovarono in un bosco di lauri, cornioli e grandi platani ove il sottobosco era tappezzato di mandragola e panacea. Al centro del bosco videro il tronco possente di una enorme quercia che toccava il cielo con la cima e spiegava tutt'intorno le sue fronde. Là, appeso ai rami pendeva l'aureo Vello, simile a una nuvola che si fa rossa e infiammata sotto i raggi del sole nascente.

Venne fuori il drago. Sibilò spaventosamente e fece scricchiolare gli alberi intorno scuotendoli fino alle radici, ma Medea, impassibile, fissò negli occhi del drago, spruzzò sulle sue palpebre le gocce di un filtro soporifero e lo fece crollare a terra, addormentato. Allora Diomede affondò entusiasta le dita nella soffice e morbida lana e staccò dal ramo il pesante Vello.

Raggiunto l'ormeggio della nave Argo, l'equipaggio fece cerchio intorno esultando. Diomede esibì ai compagni di viaggio la meta così faticosamente conquistata e non mancò di presentare loro Medea quale sua legittima sposa e sorella. Felici, gli Argonauti presero il largo. Sul castello di poppa, fu preparato il letto nuziale al dolce suono della cetra di Orfeo. La maga Medea, stesa nuda sopra la soffice lana dorata, fece al suo sposo un dono preziosissimo: una medaglia che portava il Sole inciso su una faccia e la Luna sull'altra. Poi, mossi dai loro impulsi d'amore, Medea e il principe magnesio consumarono il matrimonio sull'aureo Vello, come sopra una nuvola che si fa rossa e infiammata sotto i raggi del sole nascente».

Seguì la conclusione, in tono sommesso.

Eete, l'inflessibile figlio del Sole, non si rassegnò alla perdita del Vello e della figlia prediletta, e lanciò le navi all'inseguimento degli Argonauti. Sotto la guida di suo figlio Fetonte, la flotta colca tagliò il golfo per impedire agli Argonauti di tornare in patria lungo la via del Danubio. Ma allorché stavano per essere raggiunti, Medea e Diomede ricorsero ad un nuovo inganno e tesero un agguato a Fetonte. Medea dichiarò di essere stata rapita con la forza e fece sì che il fratello venisse da solo all'appuntamento nel tempio istriano di Artemide, situato ove la via Danubiana aveva accesso al Mare di Crono. Lì Fetonte, mentre contemplava la sgargiante tunica purpurea portatagli in dono da Medea, fu colpito a tradimento da Diomede e cadde in ginocchio nel vestibolo del tempio.

I comandanti della flotta colca, per timore della punizione, non osarono tornare a mani vuote dal terribile Eete, si appostarono lungo le coste dell'Istria e vi fondarono la città di Pola. Gli Argonauti cercarono allora ad occidente la via del ritorno ed entrarono nel delta del Po ove si imbatterono nelle figlie del Sole che trasformate nei tremuli pioppi della riva piangevano lacrime d'ambra nel ricordo di Fetonte.

Questo è il racconto di Zagreo, tori che sputano fiamme, alberi che piangono, è ben difficile cavarci un senso e capire cosa possa in realtà significare questa medaglia del Sole e della Luna!

Delle grida interrompono bruscamente le mie riflessioni, tendo l'orecchio... non riesco a distinguere le singole parole ma sembrano le proteste di un prigioniero. Dopo alcuni minuti sento uno scalpitio di passi frettolosi nel corridoio, balzo su dal tavolaccio, avvicino alla porta il secchio dei bisogni, monto in piedi sul suo coperchio, mi allungo sul muro sopra la porta ed ecco mi affaccio a curiosare dal buco rotondo largo una spanna che comunica col corridoio.  E' Cengio, con l'aiuto di due secondini sta trascinando un qualcosa di pesante avvolto in un lenzuolo, non riesco a distinguere bene la scena, ho dei dubbi ma mi sembra che nel lenzuolo possa essere avvolto il cadavere di un uomo.

Normale amministrazione, penso. Torno sul tavolaccio e subito dopo piombo a colpo in un sonno profondo che copre abbondantemente tutte le ore di buio. Dopo due notti senza chiudere occhio, il sonno è la più grande fortuna che mi possa toccare in mezzo a tanta tribolazione. Sogno all'orizzonte dolci colline coperte di vigne e cammino con Zagreo su vaste e verdi estensioni di prati, come capita al prigioniero che sogna la libertà e mentre sogna è libero dalla sua prigione.

 

* * *

 

Apro gli occhi al risveglio: scritte indecifrabili sul legno, date e nomi dimenticati da tutti, odori, lamenti, lunghi silenzi impregnano queste quattro squallide pareti, sono le storie di coloro che hanno concluso qui dentro la loro misera esistenza.

Sono solo.

Non riuscirò a sopportare a lungo la solitudine. Pur di parlare con qualcuno sarei disposto a tollerare la compagnia di chicchessia, fosse anche un carcerato con la lebbra.

Il tempo si trascina con una lentezza esasperante, regolarmente scandito dai rintocchi delle campane. Un'ansia incontenibile mi assale.

Quanto a lungo dovrò rimanere nei pozzi? Se a conclusione dell'interrogatorio mi avessero ritenuto innocente a quest'ora sarei già stato scarcerato per insufficienza di prove. Invece sono ancora dentro. E' un brutto segno. Forse hanno perquisito casa mia e hanno trovato la prova della mia colpevolezza.

Le idee più nere si addensavano nella mia mente.

Nessuno è mai riuscito a fuggire da qui. Aborrisco il solo pensiero di restare rinchiuso nei pozzi fino a vecchiaia inoltrata. A confronto è meglio morire subito, impenitente, arso vivo sul rogo. Concedere spettacolo tra le fiamme, contorcersi in convulsioni spasmodiche con i bulbi oculari, cotti, che sporgono bianchi sul corpo annerito, carbonizzato. Fino a ché si viene ridotti ad un mucchietto d'ossa incandescenti.

Dipende tutto da me. Potrei sempre dichiarare il pentimento e avere salva la vita, ma quale vita? Consumare un'infelice esistenza nella condanna al carcere perpetuo, languire lentamente, patire giorno per giorno l'implacabile erosione sulla mia persona, l'ineluttabile restringimento del lume della ragione che mi farà somigliare ad un animale solitario, chiuso nella sua gabbia. Malattie e cattivo cibo finirebbero per rendermi presto irriconoscibile, al punto di trasformare il mio corpo in uno scheletro ricoperto da una pelle sottile. Un cadavere vivente, un'ombra che cammina, che orrore.

Meglio andare immediatamente all'inferno, almeno lì non soffrirò di solitudine, ben venga la compagnia dei dannati anche se condita dai tormenti dei diavoli. Credo di non temere il rogo, non mi pentirò a nessun costo, io non mi piego, nemmeno davanti al mondo intero che congiura contro di me, sputerò in faccia agli Inquisitori e manderò loro e il pubblico e tutti quanti in culo a sa mare.

Aspetta un attimo e se invece mi faranno uscire, dopo una pena di pochi anni? Se invece mi faranno uscire, allora mi metterò a capo della rivolta dei greci. Vendicherò Zagreo! In barba alla Lega e a quel bacucco del Doge chiederò ad Ezzelino nuovi finanziamenti e con quei soldi armerò i ribelli di Candia. Mi vedo già nei panni di un eroe foriero di giustizia.

Ma, un momento, che mi passa per la mente? Ho superato il limite del buon senso. Sragiono. Devo rilassarmi. Anche senza la mia vendetta, prima o poi come tutti noi, anche questi miei aguzzini strapieni di alterigia verranno divorati dalla morte ed io fin d'ora li considero come fossero da gran tempo sepolti. Meglio cercare consolazione nella filosofia, magari potrei ripetere i limpidi ragionamenti di ieri... ma non ci riesco, non ci riesco. Se ispeziono le nude pareti della cella mi sembra solo che l'esistenza mi abbia confinato a vivere entro una tenue bolla di luce che si estende tutto intorno a me fin dove cade la mia vista, oltre c'è un ignoto che mi spaventa. Non riesco in nessun modo ad uscire dallo stretto orizzonte in cui il limite dei sensi mi ha relegato. Oltre, dietro ogni angolo, l'altrove assoluto... un mondo invisibile che mi spia insidioso come una lama sottile.

Il campanile suona le dieci. Mentre me ne sto a rodermi l'anima sdraiato sul tavolaccio sento pizzicare e prudere le gambe. Devo purtroppo fare la gradita conoscenza con gli inquilini della nuova cella, le pulci. Peggio di un carnefice questi maledetti insetti mi tormentano di continuo. Comincio a sentirmi confuso e agitato, forse ho la febbre. La fronte scotta. Una morsa pungente mi stringe la gola. Le mie fantasie si vanno facendo deliranti. Ecco ci mancava, torna ad assillarmi una vecchia conoscenza di quando avevo nove anni, l'apparizione che mi svegliava di soprassalto negli incubi notturni: ha piume di struzzo, corna di caprone e coda di scorpione, è un mostro dalle gambe deformi che vomita oscenità dalla bocca. Ha il volto infame di uno storpio che aveva abusato sessualmente di me, quando mio padre tardava a ritornare dal viaggio in Crimea. Ora questa bestia orrenda annuncia eventi apocalittici e col suo illimitato potere costringe i quattro elementi a scontrarsi vorticosamente fra di loro, la terra trema e i deserti di ghiaccio si frantumano, il gelo è aggredito dal calore dell'aria riarsa, l'umido evapora per effetto del secco, acqua e fuoco si mescolano, tutti gli elementi infuriati girano in cerchio trasformandosi l'uno nell'altro in un immane cataclisma: esplosioni di fango, vapori, fumi, magma incandescente! I segni zodiacali si affrontano in una cosmica rissa. Il sagittario trafigge la vergine con la freccia, il cancro afferra i pesci con le chele, lo scorpione punge al piede l’acquario, il toro incorna il leone, ariete e capricorno si fracassano il cranio l'uno contro l'altro, la bilancia cade in testa ai gemelli.

Ho i nervi a pezzi. Ammetto di avere varcato la soglia della pazzia e lo so, è tutta colpa dell'alchimia, molti alchimisti sono impazziti davvero, e non solo per l'esposizione tossica ai vapori del mercurio. La minima cosa mi urta. Dal secchio dei bisogni esce un odore pestifero che sa di letame di cavallo, vivere nella sporcizia mi ossessiona. Sono scocciatissimo con Cengio perché questa mattina non ha eseguito le pulizie quotidiane, fra l'altro è passato da molto mezzogiorno e quel martuffo non mi ha portato neanche un pezzo di pane secco.

 

* * *

 

La testa pelata, le occhiaie nere, l'orecchino ed il solito sorriso ebete, il faccione di Cengio spunta dalla porta spalancata:

«Fuori di qua, sei libero!» mi dice con gli occhi sgranati ed una espressione di viva contentezza come se dovesse essere lui a venire liberato.

Rimango paralizzato per un attimo, sono sopraffatto dalla sorpresa e attraversato da un fremito di sollievo. Ma scotendomi gli chiedo:

«E Zagreo?»

«Pensa per te e sbrighiamoci a uscire dal guscio, tartaruga!»

Resto inchiodato al pavimento manifestando la ferma intenzione di non uscire dalla cella finché non avessi ricevuto precise notizie dell'amico:

«Voglio sapere esattamente quale pena gli ha assegnato il Consiglio! Non ha forse scontato a sufficienza, che gli resta da patire di peggio della lingua mozzata? Deve uscire subito, adesso!» grido fuori di me dalla rabbia.

«Lascialo riposare in pace, il greco non può uscire di casa: ha il torcicollo». Cengio si stringe il collo con entrambe le mani, tira fuori la lingua penzoloni e finisce la frase con un rutto che diffonde tutto intorno il suo alito vinoso.

«Lo avete strozzato?» gli urlo in faccia.

Cengio non risponde, abbassa le palpebre sugli occhi e guarda in basso confuso balbettando dei suoni inarticolati.

Le sue allusioni, le grida che ho udito indistintamente durante la notte, il cadavere che ho visto trasportare lungo il corridoio. E' chiaro. perché non l'ho capito subito? Sul momento ho rifiutato l'idea della sua morte, ma Zagreo è stato strangolato nella cella con quel marchingegno infernale appeso al muro. Più ubriaco del solito, Cengio si è lasciato sfuggire un segreto di Stato. Questa esecuzione sommaria è stata escogitata per evitare ogni risonanza pubblica, agli occhi dei greci il rogo avrebbe trasformato Zagreo in un eroe e in un martire della ribellione. Invece, tutto in segreto. Hanno rinunciato ad ogni consuetudine di rito, non un rintocco dal campanile di S. Marco: il campanone del maleficio ha taciuto l'avvenuta esecuzione capitale. Una scena raccapricciante invade la mia immaginazione, Cengio di spalle che gira la ruota del marchingegno, Zagreo che cerca disperatamente di liberarsi mentre i due secondini gli spingono la schiena contro il muro e gli bloccano il collo entro il ferro di cavallo. Le dita mi si tendono, devo lottare contro l'impulso di affondare le mani sul collo di Cengio e strangolarlo sul posto per vendetta. Desisto, salgo dietro di lui i gradini in salita, rampa dopo rampa fino alla sala del Tribunale. Il Giudice mi aspetta per promulgare la sentenza. Entro. Oltre all'Ordinario sono presenti Vicario e Inquisitore, come pure il Notaio che deve autenticare gli atti. Il Doge invece è assente.

Prende la parola il frate Inquisitore:

«Il qui presente Petrangesio, mosaicista della Basilica d'Oro, veneziano dell’età sua d'anni 28, ha confessato di aver tenuto conversazione con un eretico, indi di averlo visitato e onorato con doni. Sebbene egli neghi ogni intenzione malevola ed affermi in buona fede di non averlo saputo eretico, ciò non toglie da lui il sospetto, per quanto leggero».

Poi rivolto a me:

«E' necessario che tu abiuri formalmente l'apostasia pagana a titolo di cautela per l'avvenire».

Non ho scelta, stendo le mani sul Vangelo:

«Io Petrangesio, inginocchiato avanti di voi, toccando i sacrosanti Evangeli, giuro che ho sempre creduto e sempre crederò in tutto ciò che insegna la Santa, Cattolica e Apostolica Romana Chiesa. Volendo togliere dalla mente dei Cattolici questo leggero sospetto sorto contro di me abiuro, maledico e detesto l'apostasia pagana e qualunque altra eresia. Giuro per l'avvenire che non avrò conversazione con i perfidi eretici e se ne conscerò alcuno come tale lo denuncerò all'Inquisitore».

Magrissimo e cereo, il Vicario si alza e mi punta l'indice ossuto:

«Ricordati bene che se dopo aver abiurato cadrai in eresia, confermando così la fondatezza dei nostri sospetti, dovrai venire punito dal braccio secolare in quanto recidivo. Sai come?»

Nego con il capo mostrando il palmo delle mani.

Il tribunale rintrona della minaccia del Vicario:

«Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».

Inghiotto un fiotto di saliva.

Egli continua:

«»Intanto affinché questo tuo errore non resti del tutto impunito e tu possa essere di esempio agli altri ti condanniamo ad inginocchiarti ogni domenica, a testa scoperta, davanti il portale della Basilica di S. Marco. Per tutta la novena di Natale dovrai attendere l'uscita dei fedeli dalla Messa maggiore, tenendo in mano una candela accesa. E per salutare penitenza ti imponiamo in aggiunta la recita quotidiana della corona della Beatissima sempre Vergine Maria».

Stordito e barcollante, mi lascio accompagnare da Cengio. Appena sono sul portone d'uscita l'avvilimento emerge in tutta la sua rabbia repressa. E' il momento di congedarmi dal mio carceriere: con una mossa veloce alle sue spalle gli tiro una sberla sonora e schioccante sulla zucca pelata, mi sgancio e attraverso il cortile del Palazzo Ducale. Cengio, bloccato sulla soglia, rimane a fissarmi con il solito sorriso ebete.

Il gelo stringe in una morsa Piazza S. Marco. La gente è chiusa in casa. I palazzi in sasso dei nobili si ergono simili ad una foresta pietrificata: le fitte colonne dei porticati diventano tronchi e gli intrecci, in rilievo sopra i balconi, rami che si dipartono verso l'alto mentre più in su, nelle merlature dei cornicioni, i triangoli traforati si alternano a piramidi acuminate ricordando punte di abeti. Mi viene incontro un mondo fiabesco di alberi vetrificati dal ghiaccio, contorti in vibrazioni musicali, avvitati su se stessi, congiunti ad altri in archi acuti e ombrose gallerie.

La mia città, baciata dal sereno che segna la fine di abbondanti piogge, è avvolta in una giornata incredibilmente splendida e azzurra. I colori gialli e rosa delle case, le cappe blu e verdi dei passanti risaltano sulla leggerissima lastra di ghiaccio che ricopre di grigio perla la piazza e mi danno la sensazione di non averli mai visti così accesi e vivaci, tinte che mi paiono oltremodo smaglianti a confronto della penombra e dell’oscurità cui ero abituato nei Pozzi. Sono libero ed è per me una giornata specialissima, anche se per gli altri, quei pochi che mi sfrecciano intorno indaffarati, è un sabato qualsiasi.

 

* * *

 

Domenica 17 dicembre: la rivincita della quaresima. Inizia oggi la novena che vieta ogni forma di mascheramento e blocca temporaneamente un Carnevale già in pieno ritmo dal mese di novembre. Devo accantonare la mia voglia matta di festeggiamenti e purtroppo dedicarmi all'umiliante penitenza impostami dal Vicario.

Ora canonica della Messa di mezzogiorno, sono inginocchiato a capo scoperto davanti il portale centrale della Basilica, ho in mano una lunga candela accesa, tutto come prescritto. Odo mormorare le ultime preghiere oltre le porte chiuse, tra poco uscirà la folla. Mi sento tremendamente a disagio, obbligato a figurare nei panni dell'imbecille. Ho dedicato la mia vita alla Basilica, ho faticato duramente giorno e notte perché i mosaici venissero degnamente apprezzati dai fedeli ed ora eccomi qua, presto diventerò lo zimbello di tutti.

Ma cosa succede, perché c'è questo silenzio, hanno finito? Si spalanca con fragore il portone, un chierichetto tiene in alto una croce pesante, altri spandono incenso. Si leva il canto "Ite missa est".

Oh no, ci mancava la cerimonia della processione. In testa, il vescovo regge il pastorale ricoperto di gemme favolose e indossa, sopra la splendida tunica di seta violacea, un manto scarlatto ornato di frange e ricamato in oro; seguono appresso i prelati in pompa magna, poi con stola e dalmatica arcidiaconi diaconi e suddiaconi; in mezzo, sostenuto da quattro aste, avanza il baldacchino con il drappo che ricade ai lati in frange; in coda i monaci e le suore. Dietro a costoro si accalca la massa in corteo e poco ci manca che mi calpestino. Alcuni fedeli, nel riconoscermi lanciano occhiate miste di curiosità e riprovazione, un gruppetto di bambini mi prende di mira con sberleffi e boccacce, intanto passano a braccetto due mie amiche e fanno finta di non vedermi, ma dopo qualche passo trattengono a stento le risa tenendosi la bocca con le mani.

La processione completa lentamente il giro di Piazza S. Marco lungo la striscia selciata del Listone e ritorna sotto il portale della Basilica. A un passo da me il vescovo traccia nell'aria il segno della croce per sciogliere le fila. Sto sulle spine. Come se non bastasse molti si fermano lì vicino a chiacchierare in ossequio alla tipica abitudine domenicale, e manco a farlo apposta non vanno più via.

Da uno di quei crocchi assiepati all'intorno si stacca un uomo dalle spalle strette ed un po' curve, che mi supera di poco in altezza benché io sia in ginocchio. Sembra quasi uno gnomo con quel cappuccio a pompon che gli scende dietro fino ai polpacci, la corta mantellina rossa aperta sulla tunica nera e le punte delle scarpe arricciate fino a meta gamba e quella barbetta grigia...

Ostrega! E' il libraio del mio sestriere, il commerciante di bibbie che mi ha venduto il manoscritto!

Mi copro la testa, tiro su il cappuccio azzurro e mattone della mia tunica bicolore, ma quello si avvicina e mi scappuccia. Tengo il capo più chino che posso, lo giro dall'altra parte, quasi cerco di nascondermi dietro il cero, ma il libraio si pianta a un palmo dalla mia faccia. Mi ha riconosciuto. Dalla sorpresa alza le sopracciglia e tira indietro la testa rientrando il mento nel collo, poi fa un sorriso di sufficienza con mezza guancia sollevata.

Ha un tono che mi suona beffardo:

«Petrangesio, la tua cambiale giace ancora nel cassetto della mia bottega. Ricordati che vale sempre come prova per la giustizia».

Si allontana senza aggiungere altro. In quella maledetta cambiale sta scritto il mio nome e la somma di cui gli sono debitore. Allude al fatto che ha in mano una prova contro di me, sono spacciato, il mostriciattolo vuole fare la spia; la sua testimonianza verrà pienamente accolta anche se il processo è già stato pubblicato, verrò considerato recidivo e spedito dritto al braccio secolare.

Ho davanti agli occhi lo spettro ossessivo del rogo. Un fumo denso e lattiginoso si sviluppa dalle fascine poste sotto i miei piedi, le fiamme cominciano a crepitare sommessamente poi in un batter d'occhio le lingue di fuoco si uniscono in una vampata esplosiva. I capelli scompaiono nel bagliore, la pelle si raggrinzisce e gli arti si ritorcono su se stessi in una danza macabra. Infine, cogliendo il diradarsi delle fiamme la folla trattiene il respiro incuriosita e rimangono i miseri resti di un corpo carbonizzato con i bulbi oculari, bianchi e cotti, protrusi a fissare i presenti. Si leva allora il grido del Vicario: «Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».

Giro la testa per vedere la direzione presa dal libraio. Mi alzo dalla posizione genuflessa e con un gesto di stizza scaravento il cero contro lo stipite del portale. Abbandono a terra i due frammenti spezzati e comincio a pedinare la mantellina scarlatta del libraio. Temo che vada dritto a denunciarmi. Invece si dirige al domicilio e dopo un lungo tragitto imbocca la sua calle stretta e deserta. E' entrato in casa. La domenica il negozio è chiuso, al piano superiore pare non ci sia nessuno, il libraio vive da solo, so che è vedovo e che i figli non vivono con lui. Lo spio attentamente dalle finestre, appoggiato al muro sorveglio le sue minime mosse. E' al pianterreno, da solo nel negozio. Mette in ordine dei libri. Mangia qualcosa nel retro bottega e poi si addormenta, lo sento russare distintamente.

Questo è il momento cruciale. Devo decidere ora: o scelgo di eliminare il manoscritto o scelgo di eliminare il libraio e di rubare la cambiale che resterebbe un movente fin troppo chiaro. Sono ancora in tempo per precipitarmi a casa di corsa e bruciare subito il manoscritto, toglierei così all'Inquisitore la possibilità di esaminarlo; però mi sembra un'azione indegna, il papiro è stato salvato da mani pietose durante l'incendio della Biblioteca di Alessandria e oggi finirebbe distrutto proprio per mano mia. Far fuori il libraio è un'azione ancora più indegna, però è troppo rischioso tentare altre vie con uno come lui... è un essere viscido, insipido e melenso, tutti lo considerano imperdonabilmente vile e indolente, è inutile cercare un'intesa parlandogli in modo aperto.

Che scelgo? Cosa conta di più per me in questo momento?

L'oro, conta l'oro! Un raptus maniacale si impadronisce della mia mente, non intendo rassegnarmi a perdere il papiro perché significherebbe rinunciare per sempre alla fabbricazione dell'oro. Ha prevalso la mia avidità: in tre giorni nei pozzi ho imparato a conoscere tutte le tare della mia anima, ma non vi sono rimasto abbastanza a lungo per fissarmi su dei proponimenti atti a guarirle.

Faccio qualche passo felpato verso l'ingresso della bottega e con la mano nascosta dal mantello afferro il pugnale che porto sempre appresso dacché sono uscito di prigione. La porta non è chiusa a chiave, la spingo lentamente, entro e vedo la testa del libraio appoggiata sul tavolo, la tempia posata sul dorso della mano. Il cassetto con la cambiale è dietro di lui, dovrò forzarne la serratura. Guidato da un impulso ormai irrefrenabile mi avvicino con la mano saldamente appoggiata sul manico del pugnale. Il cuore mi batte all'impazzata. Il pavimento è tutto ricoperto di giunchi palustri e devo prestare un'attenzione estrema per non fare rumore. Gli sono quasi di fianco, il pugnale è ancora nascosto sotto il mantello ma ho il braccio già contratto, ancora qualche piccolo passo e potrò tagliargli la gola agevolmente prima che abbia il tempo di fiatare. Fisso il pomo d'Adamo sporgente sotto la barbetta. Ha pochi e grigi capelli, il volto pallido e scavato, le orecchie un po' a sventola, la bocca socchiusa come un cadavere. Non russa più. Così immobile sembra proprio morto, tanto che mi soffermo un attimo a osservare il ritmo dei suoi atti respiratori, quasi per convincermi che sia ancora vivo.

Uno scatto e il libraio solleva la testa. Sobbalzo dal panico. Ha gli occhi sgranati dallo stupore e la sua bocca si spalanca per urlare, ma non ne esce alcun suono. Mi fissa paralizzato, non gli riesce di mettere a fuoco la situazione.

Balbetto:

«Oh, oh mi scusi. Mi... mi perdoni se l'ho svegliato».

«Vuoi farmi morire dallo spavento? Che cosa vuoi di domenica? E' chiuso».

Rispondo col tono di uno che si sente fin troppo sicuro di sé:

«Ecco. Per errore suppongo, voi signore mi avete venduto un libro che tratta di argomenti eretici, questo è il punto. Vendere libri del genere è un grave crimine. Dovreste saperlo. Io credo comunque nella vostra buona fede, se prima di venderlo vi foste preso la pena di leggerlo... scoprendo le sozzure che contiene senz'altro l'avreste bruciato».

«Come potevo leggerlo, io non conosco la lingua greca. Non sapevo affatto che contenesse eresie».

Non riesco a nascondere la mia sorpresa, se costui dice il vero come al solito mi sono ficcato da solo in un bel pasticcio:

«Ah, non lo sapevate? Comunque non preoccupatevi caro amico, continuate pure tranquillamente i vostri sonni, io non intendo affatto denunciarvi, non lo saprà mai nessuno che mi avete venduto un libro proibito, anzi facciamo finta che non sia mai esistito».

«Siete venuto per ricattarmi, solo perché questa mattina mi son preso licenza di ricordarvi il vostro debito? Non volete più pagare la cambiale?»

«No, no, non fraintendetemi. Sebbene mi sia sobbarcato il pio incarico di dare il papiro in pasto alle fiamme, pagherò comunque la vostra cambiale, statene certo. Voglio solo mettervi in guardia per l'avvenire, cercate di fare attenzione ai libri che sono all'indice, sono un veleno mortale per le anime dei cattolici».

«Ma dimmi, che ci facevi alla fine della messa in atto da penitente?» e mi scruta con insistenza negli occhi.

«Ah niente, ho fatto un voto alla Santissima Vergine».

Mentre mi allontano dalla bottega, imprecando fra me per l'equivoco, mi accorgo che il libraio si è affacciato alla finestra del piano superiore e con lo sguardo continua a seguirmi sul Campo della chiesa dei Frari. Sentendomi osservato mi dirigo compostamente all'ingresso della chiesa, quindi a un metro dalla soglia mi genufletto e faccio un ampio segno di croce con la riposta intenzione di convincerlo quanto io sia un devoto cristiano.

 

* * *

 

Entro. Crollo sul banco, la testa fra le mani.

Provo disgusto per me stesso. Al processo ho mentito per timore dell'Inquisizione, durante l'abiura ho spergiurato davanti a Dio e ora di falsità in falsità sono caduto vittima delle mie stesse menzogne. Zagreo, quello sì è un uomo! Fiero e nobile fino all'ultimo, ha detto in faccia all'Inquisitore tutto ciò che pensava. Piuttosto che fare il nome dei suoi compagni Zagreo era pronto a dare la vita, io invece, preoccupato soltanto di salvare me stesso, ho tentato di toglierla ad un altro uomo che ho bollato con l'etichetta di ignavo, ma non era che un pretesto per eliminarlo senza rimorsi e solo adesso scopro la mia totale ignoranza sulla sua persona, che ne so di lui? perché volevo ucciderlo?

Detesto la mia malvagità. Il pugnale comincia a bruciarmi addosso, ho vergogna della sua riprovevole presenza. E' troppo doloroso doversi ravvedere, troppo profondo e incolmabile il mio sconforto: mi ficco il pugnale nel cuore e la faccio finita. Il suicidio. Non c'è altra via d'uscita. Attratto dal miraggio dell'oro mi sono invischiato con leggerezza in una insostenibile catena di guai, ah meschina avidità! E' solo colpa mia. Avanti, il pugnale è qui, ben affilato, un colpo secco al costato, è questione di un attimo.

Qualcosa mi trattiene dall'atto fatale. Forse la sacralità del luogo.

I Frari. In questo tempio dedicato alla morte, saturo da ogni parte della commemorazione d'illustri defunti, regna incontrastata un'atmosfera particolarissima che pian piano mi cattura col fascino discreto del suo funereo e mesto rigore. Mi alzo e cammino adagio. Abbassando gli occhi al pavimento mi accorgo di calpestare ignaro le pietre tombali dei cavalieri, scorro le pareti e vedo ovunque sepolcri scolpiti e in alto in bilico casse da morto appese. Porto avanti lo sguardo verso l'altare maggiore, la fredda pietra delle statue mi comunica un indescrivibile turbamento, misto di perplessità e rispetto: sculture di dogi, comandanti e principi, distesi sul coperchio del sarcofago con le mani giunte al petto, il volto impassibile. Sono tutti diligentemente presenti all'appello, fermi al loro posto, pietrificati per sempre. Uomini d'eccelsa grandezza e avventurieri dai pochi scrupoli, santi o peccatori che fossero, sono comunque ospiti dell'abbraccio della morte che li rende tutti eguali ed ugualmente muti. Nessun profumo di fiori, nessun canto, nessun addobbo, un silenzio nudo e severo che rende vano ogni banale e pretenzioso ornamento.

Furono uomini potenti, graziati dalla fortuna per ardore e doti eccellenti, in loro più che in altri fremeva il sangue e la carne, eppure son ridotti a un nonnulla insignificante, un mucchietto di ossa consunte dal tempo. Avevano fortemente amato, lottato sudato e pianto per i loro ideali, per quanto vi era di più sacro al mondo, la famiglia, la patria. Tutto invano. In questo tempio la morte ha scacciato lontano la vanità che li aveva illusi un tempo.

Che ne è dunque dell’immortalità loro, seppure il corpo li tradì al fatale appuntamento?

Lo spirito... lo spirito... Persistente alla dura prova della morte esso è nell'invisibile abbraccio che li tiene uniti l'uno all'altro, è ciò che si respira in quest'aria liberata da ogni scoria, è cemento, marmo, il porto di pace cui approda il loro viaggio mondano. Per incorporea natura alieno all'effimero, esso è ciò che permane, in eterno, una volta cessato il breve corso delle illusioni terrene. Lo spirito è ciò che è, non un fasullo paradiso ove prolungare in eterno l'egoistico appagamento dei sensi, ma l'Essere nella sua prepotenza, la divina sostanza che non avendo avuto inizio non potrà avere fine.

Ah tu immateriale, dove volasti anima di costoro? Psiche, dalle ali di farfalla!

Furono poeti e condottieri, l’animosità dell'indole loro mise in movimento ragioni e mete lontane che altri al loro posto non cessarono di perseguire e ancora oggi le orme di quei passi vengono cercate da chi non vuole perdersi nelle paludi dell'incertezza. L'anima grande dei forti, come una nave varata sullo specchio della laguna, ha increspato la calma superficie generando ampi cerchi lentamente propagati al largo, lontano lontano quelle stesse timide onde si son fatte lunghe e agitate, lontanissimo in Oltremare son diventate alte e ripide e ora si sollevano furiose a scatenare un tifone. Il vento soffia turbolento e strappa dalle creste spruzzi e schiuma tali da oscurare il cielo, seppur poco fa... impercettibile battito d'ali di farfalla, l'anima loro alitasse sola nel tempio.

Rinfrancato dall'offuscamento dei rimorsi, lascio i sepolcri con rinnovata speranza, ho preso il sano proponimento di bruciare il manoscritto che in pochi giorni ha sconvolto la mia vita: questa sera stessa lo darò sul serio in pasto alle fiamme e così sarà anche la fine di questa storia assurda.

Esco adesso dai Frari. Non saprei calcolare quanto a lungo vi sia rimasto assorto. Due ore, tre? Non so dire, avevo perso completamente la nozione del tempo. Ripasso davanti al negozio del libraio, porte e finestre sono sbarrate. Una foschia sempre più densa sta salendo dall'acqua, appena girato l'angolo tiro fuori il pugnale e lo getto frettolosamente nel canale.

Al lancio segue un rumore secco di legno colpito e gli improperi del gondoliere. Lascio il rematore alla cantilena delle sue bestemmie e mi avvio deciso verso casa.

A mezza via, con l'immancabile martello alla cintola, mi viene incontro trafelato il mio fratello maggiore, il muratore:

«Sono venute le guardie dell'Inquisizione! Hanno messo a soqquadro la casa e ne sono uscite con un papiro. Era nascosto dentro il vaso di ceramica».

Mi dirigo a casa in tutta furia, prendo i miei risparmi, afferro il mantello, riempio una borsa da viaggio e fuggo, pur sapendo che la fuga pone indizio e presunzione di colpevolezza al fuggitivo.

Di nuovo incombe su di me l'incubo del rogo, di nuovo il Vicario, magrissimo e cereo, ossessivo, con i capelli neri unti e lisci e quel dito puntato su di me:

«Abbruciato prima dal fuoco temporale e poi da quello sempiterno, castigo degli scellerati nemici di Dio e della sua Fede».

In riva degli Schiavoni prendo al volo la prima gondola che trovo e ordino al gondoliere di portarmi al canale di Cannaregio, in direzione dell'approdo di Mestre. L'acqua della laguna sta fumigando, la nebbia invernale fluttua e si accumula, l’umidità mi entra nelle ossa e mi gela il respiro. In piedi sulla gondola, avvolto e imbacuccato nel lungo mantello, potrei essere facilmente scambiato per uno spettro malinconico.

La gondola nera fende la nebbia con la sua prua dentata dipinta di bianco, avanza senza far rumore coi remi fasciati dai vapori, sorpassa ad una ad una le ombre dei passanti sulla riva. Diretta all'imbocco del Canal Grande, costeggia piazza San Marco per l'ultima volta. Dal fitto della nebbia esce il Palazzo Ducale, ha le colonne sospese nel vuoto per illusione, e mentre ci allontaniamo adagio, la nebbia ingoia i merli traforati del cornicione, l'immagine della facciata si fa sempre più tenue, opalina, rarefatta, fino a scomparire nel nulla.

Fu allora che un tumulto di sentimenti invase con prepotenza il mio petto, giudicavo fortunato l'ultimo degli straccioni che poteva vivere in libertà nella sua patria, più fortunato di me, forzato ad un esilio non meritato in terra straniera. Parte della mia anima era rimasta a Venezia e non avrei trovato pace finché non l'avessi ricongiunta a me.


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CAPITOLO II

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