Cintano 30 agosto 2009
VENTIDUESIMA DOMENICA DURANTE
L’ANNO B
La pagina evangelica di oggi che parla delle purità rituali in uso presso gli Ebrei e della forte posizione di Gesù contro quest’uso, mi suggerisce di leggervi un illuminante articolo di Alberto Maggi, ottimo biblista cattolico ancora in piena attività evangelizzatrice.
Il titolo dell’articolo
è
IL CRISTIANESIMO
NON E’ UN LIBRO
Articolo di Alberto Maggi
Agosto 2005
Per più
di quindici secoli la dottrina della chiesa cattolica si
è basata sulla “VULGATA” , la traduzione latina del Nuovo
Testamento voluta da papa Damaso. Quest’opera, per quanto ammirevole
e straordinaria, non fu però esente da errori.Le imprecisioni e gli
sbagli nella traduzione e nell’interpretazione del testo originale
greco determinarono, a volte tragicamente, la storia della chiesa.
ERRORE FATALE
Uno degli errori di traduzione
che influì negativamente nella teologia della chiesa, riguarda
il discorso di Gesù sul “BUON PASTORE” (Gv. 10,11-16). Il
traduttore confuse il termine OVILE della prima parte del versetto 16
( “ E HO ALTRE PECORE CHE NON PROVENGONO DA QUESTO OVILE [aulès]
“ con il termine GREGGE della seconda parte (
“ E SARANNO UN SOLO GREGGE [poimnè], UN SOLO PASTORE” ),
e anziché tradurre il termine greco
poimnè (GREGGE) con il latino GREX, lo rese con OVILE:
“E SARANNO UN SOLO OVILE, UN SOLO PASRORE”.
Mentre il testo di Giovanni
indicava che per Gesù era finita l’epoca dei recinti, per quanto
sacri potessero essere, e per questo liberava le pecore dall’ovile
per formare un unico gregge, secondo la traduzione latina Gesù
liberava sì le pecore dall’ovile del giudaismo, ma per poi rinchiuderle
nuovamente nell’unico e definitivo ovile, quello della chiesa cattolica.
Forte dell’insegnamento
del suo Signore, per secoli la chiesa pretese di essere l’unico ovile
voluto dal Cristo e formulò l’efficace slogan
“EXTRA ECCLESIAM NULLA SALUS”, sancendo che
“FUORI DELLA CHIESA NON ESISTE SALVEZZA”. La chiesa cattolica pertanto
considerò dannati per sempre tutti i cristiani delle chiese ortodosse
e protestanti, insieme agli ebrei, ai musulmani e ai credenti delle
altre religioni: in pratica tre quarti dell’umanità.
Nel secolo scorso il ritorno
al testo originale greco del Nuovo Testamento, portò
ad una maggiore comprensione dell’insegnamento del Cristo e il Concilio
Vaticano II, dichiarò che “DIO, COME SALVATORE VUOLE CHE TUTTI GLI
UOMINI SIANO SALVI. INFATTI, QUELLI CHE SENZA COLPA IGNORANO IL VANGELO
DI CRISTO E LA SUA CHIESA, E TUTTAVIA CERCANO SINCERAMENTE DIO, E COLL’AIUTO
DELLA GRAZIA SI SFORZANO DI COMPIERE CON LE OPERE LA VOLONTA’ DI DIO,
CONOSCIUTA ATTRAVERSO IL DETTAME DELLA COSCIENZA, POSSONO CONSEGUIRE
LA SALVEZZA ETERNA”.
Con questa importante dichiarazione,
il Concilio ammise che la salvezza esisteva non solo anche nelle
altre confessioni cristiane e nelle altre religioni, ma persino tra
i non credenti che ascoltano la loro coscienza.
Non potendo più
rivendicare l’esclusivo primato della salvezza, la chiesa si trova
ora a dover rispondere all’interrogativo:
“PERCHE’ CRISTO?”.
Se fino al secolo scorso
si era di fatto obbligati a essere battezzati cristiani e cattolici
al fine di salvarsi, ora le nuove generazioni sanno che anche nell’ebraismo
e nell’islamismo, solo per citare le due religioni che sembrano essere
le più affini al cristianesimo, è
possibile salvarsi. Perché Cristo e non Mosè
o Maometto?
Tutte le religioni sembrano
essere uguali, almeno quelle monoteiste, che invitano a credere in un
unico Dio e ogni religione, anche le non monoteiste, insegna il timore
e la preghiera verso Dio, l’amore per il prossimo, l’esercizio della
carità e il rispetto per gli altri.
Se
è dunque vero che tutte le religioni conducono a Dio e quindi
alla salvezza, perché mai si dovrebbe scegliere proprio Gesù
e il suo impegnativo messaggio? E se si può
scegliere, quali sono i criteri che spingono a preferire una religione
piuttosto che un’altra, se in fondo sono tutte uguali?
LA NOVITA’ DI GESU’.
E’ diventato usuale definire
le religioni monoteiste come le
“RELIGIONI DEL LIBRO”, in quanto queste si rifanno a un testo sacro
che si ritiene rivelato da Dio stesso. Questo Libro, contenemte la volontà
divina, è la norma di comportamento per ogni generazione di credenti,
anche se mutano i contesti sociali e le situazioni nelle quali gli uomini
si trovano a vivere. Il Libro è la parola definitiva e immutabile data
da Dio millenni o secoli fa ai bisogni e agli interrogativi dell’uomo,
anche quando questi non riceve una risposta razionale.
E’ POSSIBILE DEFINIRE
“RELIGIONE DEL LIBRO” ANCHE IL CRISTIANESIMO?
La novità
di Gesù è che il Cristo non ha posto un LIBRO QUALE CODICE
DI COMPORTAMENTO DEI CREDENTI, MA L’UOMO.
Non
è un Libro rivelato o una Legge ritenuta divina, ciò
che il credente deve osservare, ma il bene dell’uomo, che per il Cristo
è al di sopra di ogni norma o precetto religioso. Mentre nella religione
conta ciò che l’uomo fa per Dio, il cristianesimo nasce da ciò
che Dio fa per gli uomini. Se nella religione
è importante il sacrificio, nella fede lo
è l’amore. Quando ciò non è tenuto presente si rischia di disonorare
l’uomo per onorare Dio, come fa il sacerdote protagonista DELLA PARABOLA
DEL SAMARITANO (Lc. 10,30-37), il quale trovandosi dinanzi a un ferito,
non ha alcun dubbio su quel che deve fare: il rispetto del
Libro divino è per lui più importante della sofferenza del moribondo.
Per rispettare la Legge, che proibiva a un sacerdote di toccare un ferito
(Nm 19,16), sacrifica l’uomo.
Per Gesù
non basta che un testo sia considerato sacro, occorre anche che l’uomo
venga considerato sacro. Per questo mentre nelle religioni del Libro
si sacralizza Dio, Gesù, Parola di Dio, ha reso sacro l’uomo. Quella
di Gesù pertanto non può essere definita una RELIGIONE DEL LIBRO ma
una FEDE NELL’UOMO.
Se il bene dell’uomo non
viene messo al primo posto come valore sacro, non solo i testi dell’Antico
Testamento, ma lo stesso vangelo quando non
è più a servizio del bene e della felicità
degli uomini bensì strumento di potere per sottometterli,
è portatore di morte anzichè di vita.
TESTO VIVENTE
Coscienti di trasmettere
un messaggio che comunica vita, gli evangelisti non hanno voluto tramandare
un testo definitivo e immutabile dell’insegnamento del Signore, ma
quello che per almeno i primi quattro secoli del cristianesimo
è stato considerato UN TESTO VIVENTE. Ogni comunità
cristiana si sentiva autorizzata, in base alla propria esperienza, di
apportare quelle modifiche e quegli arricchimenti che riteneva necessari
al testo evangelico.
Un esempio evidente di arricchimento
del testo evangelico è la fine del capitolo 14 di Giovanni, dove al
termine del lungo discorso seguito alla lavanda dei piedi, Gesù
dice ai suoi discepoli: “ALZATEVI, ANDIAMO VIA DI QUI
“ (Gv. 14,31), Poi, anziché il compimento dell’invito di Gesù,
il Signore inizia un lungo discorso che attraversa ben tre capitoli
(Gv. 15-17). Queste pagine, pur non appartenendo, all’estensore originale
del vangelo ma a un suo redattore più
tardo, esprimono la crescita dell’esperienza di Cristo vissuta nella
comunità cristiana.
Un altro esempio di un testo,
che cresce per rispondere sempre meglio alle esigenze dei credenti riguarda
il tema del ripudio. Nel vangelo considerato più
antico, quello di Marco, il ripudio viene escluso senza alcuna eccezione:
“CHI RIPUDIA LA PROPRIA MOGLIE E
NE SPOSA UN’ALTRA COMMETTE ADULTERIO” (Mc 10,11). Nel vangelo di
Matteo, nell’identico contesto di Marco, l’espressione di Gesù
viene così modificata: “CHI RIPUDIA LA PROPRIA MOGLIE, SE NON PER
PORNEIA, E NE SPOSA UN’ALTRA, COMMETTE ADULTERIO” (Mt 19,19) Il
rigore espresso da Marco non aveva fatto i conti con i complessi casi
che la vita poteva presentare. Per questo nella comunità
di Matteo è stata posta un’eccezione al divieto del ripudio. I primi
cristiani hanno compreso che non era importante la lettera del vangelo,
ma il suo spirito, perché mentre “LA LETTERA UCCIDE, LO SPIRITO INVECE
DA’ VITA” (2Cor 3,6).
GESU’ E IL LIBRO
Se le comunità
cristiane hanno avuto un atteggiamento di libertà
nei confronti del vangeli, è
perché si sono sentite in questo autorizzate da Gesù, che nell’insegnamento
e nelle azioni ha messo sempre il bene dell’uomo al di sopra di ogni
legge o comandamento.
Dai vangeli emerge che ogniqualvolta
si è creata una situazione di conflitto tra l’osservanza della
legge e il bene dell’uomo, Gesù
non ha avuto esitazioni e ha scelto sempre il bene dell’uomo, ed
è significativo che la maggior parte delle azioni e delle guarigioni
operate da Gesù avvengano proprio nel giorno in cui queste non erano
permesse: il sabato. Infatti, fra tutti i comandamenti, il riposo del
sabato era considerato il più importante, al punto che lo si riteneva
osservato da Dio stesso. In questo giorno la Legge proibiva di compiere
qualunque attività (Es 20,8; Ger 17,21-27). L’osservanza di questo
comandamento garantiva l’ubbidienza del volere di Dio, e per la sua
trasgressione era prevista la pena di morte, in quanto la violazione
del sabato equivaleva alla disubbidienza di tutta la legge.
Per Gesù
il bene dell’uomo è più importante dell’osservanza dei precetti
divini , e non ha avuto alcuna esitazione a guarire le persone in giorno
di sabato. Il criterio di quel che
è bene e quel che è male, permesso o no, non si basa per Gesù
sull’osservanza o no del Libro, ma sulla pratica dell’amore, e l’amore
non conosce alcun limite che gli venga posto.
Gesù
non solo ha trasgredito le prescrizioni contenute nella Legge, ma ne
ha relativizzato l’importanza, attribuendo a Mosè
e non a Dio alcune parti della stessa:
“PER LA DUREZZA DEL VOSTRO CUORE MOSE’ VI HA PERMESSO DI RIPUDIARE
LE VOSTRE MOGLI; ALL’INIZIO PERO’ NON FU COSI’” (Mt.19,8).
Secondo la tradizione religiosa, ogni parola della Legge veniva da Dio
stesso. Mosè aveva avuto il semplice ruolo di esecutore della volontà
di Dio, ed era inaccettabile affermare che alcune parti provenivano
da Mosè anziché dal Signore. Per Gesù
quel che è scritto nella Legge riguardo al ripudio non manifesta la
volontà di Dio, ma un cedimento alla testardaggine del popolo, e quindi
non gode di alcuna autorità divina.
Lo scontro più
clamoroso tra Gesù e il Libro è stato sul tema, inportantissimo per
i Giudei, delle regole di purità rituali. Nel Libro del levitico sono
elencati gli animali che si possono mangiare in quanto considerati puri
e quelli di cui è proibito cibarsi in quanto ritenuti immondi (Lv 11).
Per Gesù la purezza o meno dell’individuo non consiste in quel che
mangia, ma nelle sue azioni, smentendo di fatto il Levitico (“COSI’
DICHIARAVA PURI TUTTI GLI ALIMENTI”, Mc 7,19).
GESU’ E IL LIBRO
Il Creatore non si manifesta
in un Libro, ma nella vita dell’uomo, non nei codici da osservare,
ma nell’amore da accogliere; non chiede obbedienza alla Legge, ma
assomiglianza al suo amore (Lc 6,35-36). Mentre la legge non può
conoscere la particolare situazione dell’individuo e la sua osservanza
può essere causa di sofferenza, lo Spirito del Signore agisce in ognuno
individualmente, sviluppando e potenziando quelle che sono le caratteristiche
uniche e singolari di ogni individuo.
Nei vangeli le prerogative
esclusive della Legge divina, di essere
fonte di vita e norma di comportamento degli uomini, vengono trasferite
a Gesù. Il Cristo non promulga una Legge esterna che l’uomo deve
osservare, ma comunica loro il suo stesso Spirito, un’energia divina
interiore che rende gli uomini capaci di amare generosamente cone si
sentono amati (Gv. 13,34).
Per il cristiano, il codice
di comportamento non riguarda una legge scritta ma l’adesione a una
persona vivente: il Cristo, nuova e definitiva Scrittura per tutta l’umanità.
Ciò appare particolarmente chiaro nel vangelo di Giovanni nella crocifissione di Gesù. L’evangelista afferma che Pilato scrisse un cartello con la scritta “GESU’ IL NAZARENO, IL RE DEI GIUDEI”,
e lo fissò
sulla croce. Poi Giovanni specifica che il cartello
“ERA SCRITTO IN EBRAICO, LATINO E GRECO” (Gv. 19,19.20). L’uso
di queste tre lingue, quella degli Ebrei, dei Romani e dei Greci, sta
a indicare che Gesù, il Messia dei Giudei,
è “IL SALVATORE DEL MONDO” (Gv.4,42).
Le tre lingue parlate nel
mondo conosciuto rimandano al tempio di Gerusalemme, dove erano collocate
delle lapidi con avvisi scritti in ebraico, in latino e in greco, che
avvertivano i pagani di non oltrepassarle sotto pena di
morte. Per l’evangelista Gesù è
il nuovo santuario dove splende l’amore di Dio e il cui accesso non
è interdetto a nessuno; avvicinarsi al Cristo non solo non provoca
la morte, ma è la condizione per ricevere la vita.
Ma i capi del popolo protestano
con Pilato per la scritta posta sulla croce:”NON SCRIVERE: IL RE DEI
GIUDEI, MA: COSTUI HA DETTO: IO SONO IL RE DEI GIUDEI” (Gv.19,21).
Ad essi il Procuratore romano risponde:
“QUEL CHE HO SCRITTO, HO SCRITTO” (gv.19,22).
Per l’evangelista, lo scritto è ormai stato fissato e non si può più cambiare: Gesù crocefisso è la Scrittura definitiva che ogni uomo può leggere e comprendere, perché il linguaggio dell’amore è universale. Gesù crocefisso è il nuovo Libro nel quale chi sa leggere può scoprire chi è Dio e chi è l’uomo.