Michele D'Auria

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IL VIAGGIO DI ARTURO

IL VIAGGIO DI ARTURO

 

 

Sono nato il primo giugno del 1872,a Pra’,un borgo di pescatori e contadini.

Il mio nome e’ Arturo Durante.

Mio padre si chiamava Giovanni e faceva il pescatore, mia madre Rosetta.

Avevo anche tre fratelli piu’ piccoli,Edoardo,Mario e Luisa.

Ora,sono morti.

Sono tutti morti,cosi’ come la mia cara moglie Adele.

Adele e’ morta durante i bombardamenti del 1944.

Furono bombe inglesi.

Il mio unico figlio,Pietro,adesso e’ in America da molti anni.

Vive a Detroit,e’ sposato e ha una figlia di nome Clara,ormai grande,sposata e mamma di una bambina che si chiama Rita,che mi dicono assomigli ad Adele,ma io,per un crudele scherzo della lontananza,non le ho mai viste.

E cosi’, sono nonno e bisnonno.

Pietro dice che li le cose vanno bene,ha un buon lavoro in una grande fabbrica di macchine.

Quando mi scrive,leggo che un giorno vorrebbe tornare a Genova,ma io non ci credo,e spero che rimanga li,dove il pane e’ piu’ facile da guadagnare.

Io vivo sempre a Pra’,nella casa davanti al mare,dove sono nato.

Ho ottantatre  anni e tra tre mesi saranno ottantaquattro.

Vivo della mia pensione di carpentiere,che e’ il mestiere che piu’ mi e’ piaciuto,ma dall’eta’ di dieci anni ho fatto di tutto,il pescatore,il fabbro,poi ho navigato e girato il mondo,per un periodo ho fatto anche l’operaio in una torneria a Marsiglia,bella citta’ di mare,come Genova,ma costruire scafi e’ stato per me il lavoro piu’ bello.

Passo quasi tutti i miei giorni sulla spiaggia davanti casa,sia d’estate che d’inverno,ma ormai non esco piu’ con la barca per pescare,troppa fatica e troppi gli acciacchi.

D’inverno, vado avanti e indietro per il litorale,e’ il periodo che preferisco perche’ quando il mare e’ agitato, rende la spiaggia piatta,si sente solo il suono del vento e trasporta ogni cosa,soprattutto tronchi di legno,alcuni dalle forme piu’ strane, con cui faccio dei lavori,ma con poca fatica,perche’ il mare ce li rende con le forme gia’ appropriate,una testa,il corpo di un animale.

Io li lavoro con lo scalpello e poi li coloro.

Mi sembrano belli.

Sono anziano e ormai stanco.

Intorno a me il mondo sta’ cambiando troppo in fretta e i giovani di oggi non sono come una volta,quando la vita era solo lavoro e fatica e la sera eravamo degli stracci, buoni solo per il letto.

La nostra vita era lavoro e dormire e poi sveglia all’alba e di nuovo lavoro e dormire e cosi’ via.

Oggi i giovani vogliono divertirsi,io penso che abbiano ragione,vogliono vivere le loro  emozioni, vogliono vivere la loro vita, perche’ e’ per questo che si nasce.

Anche noi forse le avremmo desiderate le nostre emozioni,ma quando?

L’altra sera all’osteria,mentre giocavo a carte con i vecchi amici,li sentivo parlare accanto al biliardo.

Parlavano di musica,quella cosi’ strana che si sente oggi alla radio,parlavano di ragazze,di citta’ da vedere e parlavano di queste benedette emozioni.

E tra me pensavo alle emozioni che questi giovani cercano,e pensavo alle emozioni che ho vissuto nella mia vita,quelle belle e quelle brutte.

Quando conobbi Adele,eravamo due ragazzi,tutto il tempo passato con lei,quando fini’ la prima guerra,quella grande,quando nacque Pietro e poi quando fini’ la seconda guerra,quella infame,vergognosa,come tutte le guerre e ancora di piu’.

Quelle si,furono grandi emozioni.

Ma ci sono state anche le brutte, e tante.

E pensavo di aver attraversato due secoli di emozioni,a volte piacevoli,a volte no,senza averle cercate,erano venute da sole,chissa’ da dove,e sarebbero venute anche per quei ragazzi,quelle belle e purtroppo anche quelle brutte, un giro, quasi come una ruota,ma un po’ sbilenca,perche’ penso che i raggi delle brutte siano di piu’.

E pensando alle mie emozioni,il ricordo ando’ alla prima,che per me e’ stata la piu’ grande.

 

Avevo allora sedici anni e una sera di luglio venne da mio padre “u sciu Stevin”,un suo caro amico fin dall’infanzia.

 “U sciu Stevin” era una delle poche persone a Pra’ che non faceva ne’ il pescatore,ne’ il contadino,era un commerciante,uno dei pochi allora,aveva un negozio di ferramenta e tutti si rifornivano da lui.

Il titolo di “Sciu” gli derivava non tanto dalla sua attivita’  all’epoca ritenuta superiore alle altre,se escludiamo i Signori del posto,quanto al fatto che spesso chiudeva un occhio se non due quando gli si presentava un cliente che non poteva pagare,e i crediti concessi erano all’ordine del giorno.

Questo scatenava le ire furibonde “da scia Olga”,ma era come un cane che sapeva solo abbaiare e non avrebbe mai morso,rispettando alla fine quella che era la coscienza del marito,forse compiacendosene.

Insomma,“U sciu Stevin” era quello che si poteva definire una gran brava persona. 

 

Ritornando a quella sera,mio padre e “U sciu Stevin” parlarono a lungo,e sentivo mio padre dire dall’altra stanza,con un tono che mi sembrava di vergogna: “Nu,nu ghe possu an-a’,a me fa’ puia ”.

Poi,vennero da me e mi parlarono simulando un tono calmo.

Le cose stavano cosi’:

 

“U sciu Stevin” aveva un fratello che da molti anni ormai, viveva in Argentina.

Aveva aperto una gelateria a Buenos Aires,ma negli ultimi tempi l’attivita’ era andata peggiorando e si trovava a vivere in una condizione non proprio felice.

Aveva scritto una lunga lettera al fratello,pregandolo di ospitare fino a che la situazione non si fosse risistemata,una delle due figlie,Adele,la piu’ giovane,di soli quindici anni;la piu’ grande,Teresa,avrebbe aiutato la famiglia lavorando presso uno stabilimento tessile.

Adele sarebbe arrivata da sola, nel porto di Genova, il sette di luglio,e si trattava di andarla a prendere al suo arrivo.

 “U sciu Stevin” aveva risposto al fratello, dicendo che era senz’altro disponibile ad ospitare la nipote per tutto il tempo necessario e che avrebbe provveduto di persona a riceverla al suo arrivo in citta’.

C’era pero’ un particolare non secondario.

Stevin non era mai uscito nel corso dei suoi cinquant’anni di vita da Pra’,se non in due occasioni,ormai lontane nel tempo e nella memoria,quando si era avventurato fino a Voltri e successivamente a Pegli,villaggi limitrofi al suo.

Questi,costituivano gli unici due viaggi nel mondo,ma all’epoca era cosi’.

Aveva un profondo terrore di inoltrarsi in una citta’ come Genova,il cui solo suono produceva in lui uno stato di panico.

Genova era citta’ capace di atterrire per la sua maestosita’,la sua folla formicolante e pericolosa.

Si raccontava di contadini e pescatori dei villaggi vicini che partiti per Genova, non ne erano piu’ tornati,sicuramente dispersi tra i suoi vicoli o rapinati e fatti sparire dai suoi abitanti scaltri e malvagi.

Ricorrere all’aiuto di mio padre non diede i frutti sperati.

Viveva dello stesso terrore e oltretutto non era mai andato ne’ a Pegli, ne’ a Voltri,peraltro comodamente raggiungibili a piedi,ma all’epoca era cosi’.

Dopo tira e molla estenuanti,tentativi falliti, disperati “Nu,nu ghe possu an-a’,a me fa’ puia”, “U sciu Stevin” butto’ li l’idea,forse per la disperazione,di mandare me,che nonostante i miei soli sedici anni,dimostravo di essere un ragazzo gia’ maturo e di prestanza robusta.

Mio padre sbarro’ gli occhi inorridito,ma l’affetto profondo per l’amico e la prospettiva di uscire da un simile incubo, fecero la loro parte.

C’e’ da dire che mio padre fu per me un ottimo padre e ancora oggi a distanza di tanti anni dalla sua scomparsa,provo per lui un grande affetto.

 

Quindi,vennero da me, e mi esposero i fatti con un tono apparentemente calmo.

Non mi ci volle molto per capire la situazione e acconsentii immediatamente.

La proposta mi entusiasmo’.

Ricordo ancora il volto esterefatto di mio padre,incerto se vietarmi di partire o complimentarsi per la mia scelta.

 

 

Sarei partito due giorni dopo,il sei di luglio.

Sarei partito sul carro di un contadino di Pra’ che ogni due giorni andava a Sampierdarena per vendere il suo basilico, “ u baxaico’ “ molto ricercato gia’ allora dai signori di quella citta’,ultimo baluardo prima della grande Genova.

Il suo era il miglior basilico che si potesse trovare e ne ricavava dalla vendita sempre un buon guadagno.

Si puo’ dire che Tonio,questo era il suo nome,in un certo senso,fosse per quei tempi,un pioniere.

Non sapeva ne’ leggere,ne’ scrivere,ma per lui questo viaggio di tre ore ad andare e tre ore per tornare e il girare per questa citta’ “pericolosa” quasi quanto Genova,era una cosa che affrontava sempre come una nuova emozione.

Forse,l’interesse principale di Tonio non era il buon guadagno e ho sempre pensato che se fosse nato cinquant’anni dopo,sarebbe stato un grande viaggiatore,e in un certo senso lo era gia’ allora.

 

L’appuntamento con Tonio era per le cinque del mattino e saremmo arrivati a Sampierdarena intorno alle otto.

Quindi avrei dovuto proseguire per l’ultimo tratto a piedi,da solo.

L’arrivo della nave era previsto per il giorno dopo,il sette di luglio,nel tardo pomeriggio.

Avrei pertanto dovuto trovarmi una sistemazione per la notte,cercare Adele e aspettare l’arrivo di Tonio la mattina dell’otto,con cui saremmo tornati a casa verso sera.

Il mattino prestabilito, arrivammo all’appuntamento con un’ora di anticipo per il timore  di perdere il passaggio.

Se non mi avesse trovato in orario,Tonio sarebbe senz’altro partito ugualmente.

C’arano tutti quel mattino, “U sciu Stevin” ,“a scia Olga”,poi mio padre,mia madre che piangeva come un vitello e anche i miei fratelli,che o per il sonno o perche’ erano piccoli,non avevano ancora ben capito quello che stava succedendo intorno a loro.

Tutti erano emozionati,ma sicuramente nessuno come me.

Una meravigliosa eccitazione mi pervadeva per tutto il corpo.

Stavo per incominciare un’avventura straordinaria e che avrebbe cambiato la mia vita.

“U sciu Stevin” mi diede dei soldi per la sistemazione a Genova,non ne avevo mai visti cosi’ tanti,mia madre un sacco con roba da mangiare.

Tutti mi facevano delle raccomandazioni,il piu’ insistente era sicuramente mio padre.

Durarono un’ora,poi,finalmente,alle cinque in punto,dalla discesa della Branega spunto’ Tonio sul suo carro,trainato da un robusto cavallo che sembrava assonnato anch’esso.

Mi sistemai dietro,salutai Tonio che non rispose,era un’ uomo di poche parole e anche meno.

Ricordo che appena partimmo,vidi in lontananza il pennacchio fumante di un treno in arrivo che ci supero’ e subito scomparve dalla nostra vista.

A quei tempi,quelle affascinanti macchine di locomozione erano un privilegio per pochi.

 

Lentamente  seguimmo quella scia di fumo e che ci indicava la via,come per i marinai fa’ la stella polare.

 

Ad oriente spuntavano le prime luci dell’alba.

La giornata si preannunciava bella.

Accovacciato in un angolo del carro,attento a non danneggiare le preziose piantine di Tonio,ammiravo dal mio osservatorio,il paesaggio che mi scorreva accanto.

La strada sterrata costeggiava il mare e seguiva il bizzarro andamento del suo profilo frastagliato.

Improvvisamente,vedevo comparire dinanzi a me,meravigliose insenature,in cui il mare blu penetrava fino ad assumere tonalita’ di verde per la vegetazione che lo sovrastava.

Alla mia sinistra,scorgevo colline e monti dalle forme diverse da quelle che avevo visto fin da bambino.

Il paesaggio mutava.

D’un tratto una casa,poi altre ancora e infine un borgo.

Tonio mi disse che eravamo giunti a Pegli,da dove un tempo lontano,avventurosi pescatori affrontarono il mare alla conquista della Sardegna,portandovi la loro cultura che i loro eredi hanno sempre accudito nel tempo.

Stavo entrando nel mondo.

C’erano per strada persone che attendevano alle loro occupazioni,pescatori che portavano ai negozi il loro pescato,donne indaffarate che recavano con se’ i loro piccoli in grembo.

Mentre Tonio salutava alcuni passanti,subito dopo un ampia curva e in fondo al rettilineo sterrato,fui colpito dalla vista di una costruzione bellissima,come un piccolo castello,con torre e mura merlate,proprio in riva al mare,non avevo mai visto niente di cosi’ bello.

Si ergevano dalla sabbia,con tutta la loro grazia,due blocchi in stile antico e la torre era  al loro fianco.

Ampie finestre, disposte su tutti i lati,ricevevano la luce del sole,che ne aumentava lo splendore.

Sulla spiaggia,numerosi gozzi,e alcuni pescatori che riparavano le reti. 

Affacciato a una finestra,potevo scorgere un uomo con grandi baffi,che probabilmente appena svegliato,assaporava a pieni polmoni,a torso nudo,il profumo del mare;al suo fianco stava una donna dai lunghi capelli biondi,avvolta in una candida vestaglia.

Lentamente ci allontanammo da Pegli e il paesaggio intorno a noi continuava a cambiare.

Non si vedevano piu’ case,ma solo mare e gabbiani,colline,alberi e monti.

La strada polverosa procedeva ora diritta,ora tortuosa,ma sempre sotto un caldo sole che avvolgeva i nostri corpi.

Fu allora che accadde una cosa che ancora oggi,dopo tanti anni,ricordo con una profonda commozione.

Tonio,il mio taciturno compagno di viaggio,si rivolse a me.

Tonio viveva da solo in una casetta nella vallata del Branega.

Non era abituato a parlare con nessuno se non con se stesso.

La sua vita era solo duro lavoro nei campi di giorno e il dormire la notte.

Suoi unici amici gli animali che numerosi ospitava.

Allora si rivolse a me e disse:

“Io capisco quello che provi,l’ho provato anch’io tanti anni fa.

La mia era una bella famiglia,avevo tanti fratelli e sorelle,oggi ne e’ rimasto uno solo,ma non so neanche dov’e’,forse a Savona,sempre che sia ancora vivo.

Mio padre era un brav’uomo;ci voleva bene e avevamo sempre da mangiare,ma aveva come dentro di se una febbre che lo tormentava,un’ansia,non so dirti bene.

Lui doveva sempre andare.

Andava per i monti,a cacciare animali,scendeva a Pra’ e camminava lungo la spiaggia.

A volte stava anche per delle ore davanti al mare,e lo guardava,lo guardava fino a stancarsi gli occhi.

So queste cose perche’ io ero sempre li,con lui;quando andava per i monti,quando fissava il mare,quando nell’osteria del paese voleva parlare con tutti,e tutti gli volevano bene perche’ sapeva parlare alla gente e alla gente piaceva ascoltare.

Gli altri miei fratelli facevano storie ad andare con lui,e a lui un po’ dispiaceva ; dicevano di essere stanchi dopo il lavoro,e mia madre li lasciava stare a casa a riposare.

Anch’io ero stanco,ma vedere mio padre partire da solo mi intristiva,e allora insistevo con mia madre,dicevo di non essere stanco,che volevo andare anch’io, mia madre faceva un po’ di storie ma poi diceva di si,e secondo me ne era contenta.

E cosi’ eravamo sempre insieme.

Mio padre trasportava gia’ allora la frutta e la verdura in paese.

Metteva tutto sul carro,e al mattino presto si partiva,qualunque tempo fosse.

Se pioveva,copriva tutto per bene e si affrontava quel piccolo sentiero che diventava un fiume di fango,come succede anche adesso.

Cosi’ iniziai ad andare con lui,mi mettevo dove adesso stai tu e si partiva.

Poi,un giorno,ricordo che arrivati a Pra’ si fermo’ al solito posto,da Giovanni il fruttivendolo,dove scaricavamo le nostre cose dal carro,ma quella volta non scarico’ tutto,solo una parte.

Io non capivo il perche’,mi disse di risalire e ripartimmo,ma non verso casa.

Proseguimmo per strade che non avevo mai visto,ne’ io e ne’ lui.

Arrivammo,dopo tanto cammino,in un paese che si chiamava Sestri.

Li mio padre,dopo aver domandato alla gente del posto,ando’ da un fruttivendolo,si chiamava anche lui Giovanni,come quello di Pra’,al quale vendette quel che ci era rimasto.

E cosi’ incominciarono i nostri viaggi a Sestri,che per me erano come un’avventura,ed anche per mio padre.

Ogni due giorni,dopo esserci fermati da Giovanni di Pra’,si partiva per andare da Giovanni di Sestri.

Ritornati a casa,raccontavamo alla mamma e ai fratelli sempre le stesse cose,ma per loro e per noi erano sempre nuove,sempre diverse,e mio padre era felice.”

 

Tonio aveva ereditato dal padre la passione di andare oltre,quella passione che incominciavo a sentire anche mia.

Intanto iniziavamo a scorgere le prime case di Sestri,il limite oltre il quale il padre di Tonio non si sarebbe mai avventurato.

Mentre attraversavamo il paese e divoravo con gli occhi ogni scorcio,ogni passante,Tonio continuo’ :

“ Con mio padre facemmo molti viaggi,ma mai oltre Sestri,a lui bastava cosi’,ma dopo la sua morte decisi di andare oltre.

Volevo arrivare a Genova,ma non ci arrivai mai, mi fermai a Sampierdarena, non andai oltre, anche se l’ ho sempre desiderato,ma e’ stato cosi’.

Tu ci arriverai,tu vedrai Genova, perche’ il destino dell’uomo e’ di cercare sempre piu’ avanti, ma senza dimenticare da dove veniamo.  

Capisco quello che provi,l’ho provato anch’io tanti anni fa,e continuo a rivivere sempre le stesse emozioni,come se fosse la prima volta,ma ti voglio pero’ dire,Arturo,che in tutti questi anni,per me,la gente dei posti che ho visto,dei piccoli borghi come Pra’, come dei paesi piu’ grandi, mi e’ sempre apparsa la stessa.

Lo stesso modo di parlare,le stesse preoccupazioni,gli stessi problemi , mangiare , lavorare,tirare avanti.

Siamo tutti sotto lo stesso cielo,ma non tutti se ne rendono conto.

C’e’ chi si sente di meno e chi si sente di piu’, piu’ importante,superiore.

Per me, siamo tutti figli di una madre che e’ in ansia per la propria creatura.

La ricchezza,la poverta’ contano,eccome,ma l’amore conta di piu’,ricordalo,e tutti possono dirsi veramente ricchi o poveri solo se hanno o non hanno qualcuno che li aspetta e che se tardano a tornare a casa,soffrono”.

 

Era proprio cosi’,caro Tonio,e gli anni me lo avrebbero confermato.

Non parlo’ piu’ fino a Genova,forse perche’ aveva detto tutto quello che c’era da dire,e sentii di volergli bene.

 

L’incanto mi apparve poco prima di Cornigliano.

Quel Castello Raggio che oggi non c’e’ piu’.

Distrutto in un attimo di follia dell’uomo,uno dei tanti.

Ci vivevano dei ricchi,ed era il paradiso,proprio in riva al mare.

Ricordo,vicino al castello,una specie di palafitta,erano i Bagni Raggio,non so se allora si chiamassero gia’ cosi’.

Da una botola che dava sul mare,un signore calava lenza e amo e ne traeva pesci che luccicanti,si agitavano ai raggi del sole,quasi ansiosi di essere issati a visitare le meraviglie dell’uomo, che dal loro regno ammiravano curiosi.

 

Un gruppo di pescatori stava tirando la rete,piu’ dietro,alcune donne osservavano in attesa di comperare l’argento del mare,nel golfetto alcuni gozzi a vela erano all’ormeggio.

 

Affrontai col cuore palpitante, la lunga strada che innanzi a noi, ci portava verso il ponte sul Polcevera.

Ancor prima,alla nostra sinistra, si stagliava la collina di Coronata,con i suoi preziosi vigneti e le sue ville.

Giunti a meta’ del ponte,all’altezza della storica cappelletta votiva,Tonio rallento’,si segno’ devotamente,quindi riprese il suo cammino.

 

Ormai,il varco della collina di S.Benigno,con la sua Porta Lanterna,attraverso la quale da Sampierdarena si entrava in Genova,imponente ci fronteggiava.

In tutta la sua maestosa e svettante altezza,la Lanterna governava i movimenti marini.

Molte volte,negli anni seguenti,il mio cuore avrebbe sussultato di gioia,vedendo,al mio ritorno a casa,il suo occhio brillante che mi preannunciava Genova.

Mi stavo gia’ preparando,come convenuto,al commiato dal mio compagno,quando mi accorsi che il carro stava proseguendo nel suo cammino e si accingeva a varcarla.

Tra noi due,Tonio era sicuramente in quel momento il piu’ emozionato.

Stava compiendo il grande passo,entrare in quella citta’ da lui sempre sognata.

Forse questo impulso inaspettato,nasceva dall’entusiasmo giovanile che Tonio percepiva in me o forse era piu’ semplicemente un atto di amicizia,il desiderio di accudire un ragazzo indifeso,protraendo,come ad un figlio,le sue attenzioni il piu’ a lungo possibile.

Questa variazione di programma mi rallegro’.

 

Il nostro ingresso in Genova fu accolto,quasi in segno di festeggiamenti,dal fracasso e dal fumo dei cannoni caricati a salve,che sistemati sulle imponenti caserme costruite dal La Marmora,erano in piena esercitazione o forse in azione di saluto per qualche nave in arrivo.

Genova mi apparve allora come un sogno,con il suo porto brulicante di vascelli,le sue colline fitte di costruzioni e piu’ giu’ la distesa della citta’,con i suoi palazzi,le sue numerose chiese,le sue torri antiche,la sua vita.

E la sua gente,gente ovunque,indaffarata,su carri,raffinate carrozze,a passeggio,signore eleganti con enormi cappelli e i signori con completi e pagliette.

Tutto era per me nuovo e affascinante,e tutto a soli pochi chilometri da dove io,i miei vecchi e tanta altra gente avevamo vissuto per tutta la vita.

Sentivo vibrare quella citta’,il suo fervore e desideravo farla mia.

Finalmente,mi sentivo genovese.

 

Il carro di Tonio procedeva lentamente per strade mai viste,in un’atmosfera che sapeva di salsedine e catrame.

Arrivammo alla Stazione Marittima,dove il giorno seguente sarebbe giunta Adele dal suo lontano paese.

Li,le nostre strade si separarono;Tonio,non riuscendo a nascondere una certa commozione,mi fece tutte le raccomandazioni possibili.

Ci saremmo rivisti due giorni dopo,nello stesso posto,e saremmo rientrati tutti e tre  a casa.

 

Adesso ero solo,solo in questa citta’ da scoprire.

Mi avventurai per i mille vicoli che si intersecavano tra loro e ripidi salivano verso quelle colline che avevo intravisto arrivando da S.Benigno.

Mi mischiai alla gente che affollava i carruggi,le piazzette,in un via vai vorticoso , immerso in odori mai sentiti,di spezie,profumi che provenivano da terre lontane.

 I negozi offrivano cose mai viste,frutta e cibi dai mille colori,vestiti che sembravano opere d’arte,oggetti di cui non riuscivo a capirne l’uso.

I mercati poi, erano affollati da gente e vi si potevano comperare ogni specie di pesci che ancora vivi,si muovevano nelle tinozze.

Io osservavo tutto cio’ ed ero felice,una felicita’ che aumentava ogni volta che lo sguardo si fissava su una piazza,un palazzo,ma soprattutto sulla gente,quella gente di cui avevo sempre ignorato l’esistenza,ma c’era,era attiva,viveva,e parlava la mia stessa lingua,la lingua della mia gente.

Poi entrai in una chiesa,le sue meraviglie mi estasiarono.

Vidi all’ingresso un Cristo in legno,adagiato su una base pur’essa in legno,a forma di roccia.

Quale sommo artista aveva potuto rendere cosi’ intensa quella passione,e quel legno carne,e le ferite vero sangue.

Per la prima volta piansi dinanzi ad un’opera dell’uomo,come fossi stato al cospetto di chi era morto per noi,o forse perche’ vedevo dinanzi a me la sofferenza dell’umanita’.

Sull’altare,trionfava una statua della Madonna,circondata da un nugolo di angioletti.

Rimasi a lungo ad osservare la grazia che prorompeva dalla mano sinistra,con il palmo rivolto verso il basso,quasi ad invitare alla calma,al silenzio,e le sue dita affusolate , perfette,trionfo di una leggerezza scavata dalla pietra.

 

All’uscita,un senso di pace e di serenita’ mi accompagno’.

Volli entrare in altre chiese,ed altre meraviglie rallegrarono il mio corpo e la mia anima,ma cio’ che piu’ mi colpi’,fu la pia devozione di uomini e donne di tutte le eta’,raccolti in preghiera,in profondo silenzio.

Una strana sensazione mi assali’,come un misto di stupore e di invidia per quel privilegio di intesa divina,di fede,che a me non era concessa e che sempre rincorsi con tenacia durante la mia vita, ma invano…..

 

La giornata volgeva al termine,e quel sole che aveva accompagnato la mia straordinaria giornata,si apprestava al riposo,iniziai cosi’ anch’io a cercare la mia sistemazione,che trovai in una pensione di Piazza Banchi.

La padrona,una simpatica e curiosa signora dalla stazza enorme,vista la mia giovane eta’,mi fece tante domande;volle sapere tutto di me,chi ero,da dove venivo,perche’ e percome.

Quando le ebbi raccontato tutto,mostro’ nei miei riguardi una profonda comprensione e commozione materna.

Si profuse in molte gentilezze,mi domando’ se avevo fame o bisogno di acqua per la notte.

Io la ringraziai,ma il mio unico desiderio era quello di riposarmi,dopo una lunga giornata che aveva provato piu’ che il mio corpo,la mia mente.

La camera era piccola ed essenziale,un letto,un comodino su cui era poggiata una brocca d’acqua e un bicchiere,una sedia che fungeva anche da armadio per riporre le poche cose che indossavo.

Mi avvicinai alla finestra che meravigliosamente si affacciava su Piazza Banchi.

Presi del pane e del formaggio dalla sacca e mangiai mentre osservavo il movimento delle poche persone che a quell’ora tarda andavano verso Soziglia o verso Caricamento;dinanzi a me le campane della chiesa di San Pietro mi avvertivano con i loro undici rintocchi,che era ora di dormire.

Credo che appena coricatomi,mi addormentai all’istante.

 

Quella notte dormii profondamente,e sognai,sogni incessanti e vorticosi si susseguivano nella mia mente.

Sognai Tonio ragazzo con suo padre,l’uomo dai grandi mustacchi che mi salutava sbracciandosi dalla finestra del “castelluzzo” e mi diceva:

“Aspettami,vengo con te”.

Sognai il dedalo delle vie di Genova e altre strade sconosciute,di posti mai visti.

Sognai gente dalla carnagione bianca e capelli dorati e gente dalla pelle scura che indossava lunghe tuniche.

Sognai Genova dal mare,in un a giornata limpidissima,e potevo vedere con chiarezza ogni minimo particolare,ma soprattutto le chiese,che numerose,erano disseminate sulle colline.

Potevo osservare tutto cio’ dal ponte di una nave ormeggiata nel porto,una nave incustodita,ove non c’era nessuno ed io l’unico passeggero.

 

Sentii la voce della padrona della pensione che mi chiamava dalla porta

“Sveglia Arturo,se no arriverai tardi dalla signorina Adele,son gia’ le sette”.

Mi precipitai giu’ dal letto,mi vestii in un attimo e aperta la porta mi trovai di fronte,la stazza della signora,che sorreggeva un vassoio con una tazza di latte caldo e fette di pane.

Mangiai in un baleno quella gradita colazione e dopo aver salutato la padrona,mi diressi alla Stazione Marittima.

L’arrivo della nave “Anita Garibaldi” della Societa’ Italia,era previsto per il primo pomeriggio,avevo quindi diverse ore davanti a me, e lentamente mi diressi verso il porto.

Mi soffermai a lungo in Piazza Caricamento.

 

Ricordo la bella schiera di palazzi medioevali della Ripa,antichi testimoni della gloria di Genova padrona dei mari,e ricordo i negozi sotto i portici,come una casbah d’occidente, e la piazza protesa come un molo verso il mare.

Piazza d’attracco di civilta’ e culture diverse,di scambi e di incontri,perpetua vocazione di questa citta’ di frontiera, aperta al mondo.

 

Giunto alla Stazione Marittima m’informai sul punto di arrivo e l’ora.

Avrei dovuto aspettare due ore,decisi di sedermi e attendere l’arrivo della nave;volevo solo osservare quel che succedeva,non sapevo cosa,ma qualcosa sarebbe successo.

E qualcosa successe.

 

Il molo si andava rapidamente popolando di gente.

Era gente come me, chi attendeva un parente, chi un amico,famiglie che si sarebbero ricongiunte dopo tanti anni,ritrovandosi piu’ vecchi e piu’ tristi;l’abbraccio di nonni con nipoti mai visti,nati in una terra tanto lontana e che non parlavano la stessa lingua.

Ma c’era anche chi,per cui quella nave non avrebbe rappresentato l’occasione di un commosso ricongiungimento,ma di una straziante separazione.

Erano gli emigranti,che raccolte le loro poche cose,andavano a cercare quella fortuna o solo quella possibilita’ di sopravvivenza che la loro terra non poteva concedere.

Partivano uomini soli o famiglie intere per terre lontane,dove avrebbero dovuto ricominciare tutto da capo,dimenticare la loro lingua,affrontare lavori umilianti.

Alcuni ce l’avrebbero fatta,molti avrebbero ricordato quel passo irrimediabile con rimpianto.

A tutti,urlai con la forza del cuore e della la mente,l’augurio di trovare la loro terra,il loro pane e di cancellare dalla memoria il passato.

 

Assorto nei miei pensieri,quasi persi il contatto con il mondo che mi circondava,ma al quale venni ricondotto dal fermento improvviso della gente.

L’ ”Anita Garibaldi ” stava entrando in porto,e con essa la giovane Adele.

Mi diressi all’attracco,circondato da una folla numerosa e agitata.

Dopo lunghe operazioni,i primi passeggeri attraversarono il ponte di sbarco.

Avevano facce stanche, stremate da un lungo viaggio;erano facce che provenivano da un altro continente,dall’altra parte del mondo.

Fui assalito da una grande agitazione.

Come avrei riconosciuto Adele?

Sentivo la responsabilita’ per quella giovane ragazza che da sola,aveva dovuto lasciare il suo paese,la sua famiglia,attraversare un oceano in giorni di navigazione lunghi, faticosi e sicuramente tristi.

Io,dovevo trovarla e portarla in un luogo dove sarebbe stata amata e curata come a casa sua.

Intanto,un fiume di gente continuava a sbarcare,poi,improvvisamente,la vidi,era lei.

 

Comparve,tra gli ultimi passeggeri,quelli di terza classe.

Di corporatura esile,capelli corti e neri,un viso dolce e stupito,un lungo vestito bianco indossato con grazia,reggeva una valigia pesante,di un verde fiammante.

A grandi falcate risalii la pedana.

“Sei Adele?” domandai con voce affannata.

“ Si sono Adele,e tu chi sei?” rispose dolcemente

“ Io sono Arturo,andiamo,ti porto a casa”

 

C’incamminammo all’uscita della Stazione Marittima ed ero raggiante.

Non si era trattato quindi di un gioco,di un’eccitante avventura,ma di incontrare la piu’ bella creatura che mai avessi visto.

Procedemmo silenziosamente per le strade di Genova.

Giunti a Porta Soprana,entrammo in una friggitoria e ci sedemmo ad un tavolino.

Mangiammo frittelle di baccala’ e bevemmo vino bianco che aiuto’ Adele a scacciare un po’ di quella malinconia che l’attanagliava.

Parlammo del suo lungo viaggio,e di tutto quello che aveva lasciato dietro di se.

Le parlai di Pra’,dei suoi zii,dei miei giovani fratelli,e di quanto le sarebbe piaciuto vivere con noi.

Le strappai un dolce sorriso,ma i suoi occhi rivelavano la sofferenza di una giovane ragazza di quindici anni,allontanata troppo presto dai suoi affetti.

Ripercorremmo insieme quelle vie che il giorno prima mi avevano rivelato lo stupore che sa donare Genova.

 

Entrammo nella chiesa di San Luca ed insieme fummo commossi dal Cristo che supino ci rivolgeva il suo sguardo di passione e d’amore.

Ci avventurammo in Carignano,e ammirammo dall’alto quel porto brulicante di navi che mi aveva recato un cosi’ grande regalo.

Poi,seduti su una panca della chiesa,contemplammo le opere di Puget, e la mia cara compagna,si addormento’ esausta,appoggiando il capo sulle mie gambe.

 

Rimasi immobile a contemplare il San Sebastiano che mi stava di fronte e il tesoro di cui ero giaciglio,e non un dubbio mi colse a chi assegnare il primato.

 

Il salmodiare dei fedeli,ricondusse Adele dal suo mondo dei sogni.

Apri’ gli occhi,ma subito si scosto’ vergognosa.

“Sei ancora tanto stanca?”

“Si” rispose con flebile voce.

“Hai fame?”

Fece un cenno affermativo con il capo,non aveva neanche la forza di rispondere,e i suoi occhi erano come persi nel vuoto.

La presi per la mano,ma lei prontamente la ritrasse,e cosi’ procedemmo affiancati in silenzio,solcando la densa calura di una sera di luglio.

 

In un negozio di Campo Pisano comperai farinata di ceci,che mangiammo in silenzio, seduti sui gradini della scalinata di Santa Maria di Castello,mentre la Torre degli Embrici, nella sua solennita’,osservava due giovani che si affacciavano al mondo.

Bevemmo avidamente acqua di fontana che sorgeva fresca e abbondante dalla bocca di una faccia paffuta,scolpita nella pietra.

  

Giunti in Piazza Banchi,salimmo la scalinata che conduceva alla locanda.

La padrona,che sicuramente ci attendeva da tempo,avvicinatasi ad Adele,l’abbraccio’ con l’affetto di una madre che accoglie la figlia dopo una lunga separazione.

Fu bello assistere a questo gesto compiuto da una donna rude,abituata a scontrarsi da una vita con ogni risma di vagabondi,di ladri e imbroglioni,che di notte cercavano di svignarsela furtivamente per non pagare il conto.

Mostro’ ad Adele,con malcelata fierezza,la camera che le aveva preparato per la notte,e che doveva aver messo a dura prova la sua fantasia, per renderla degna della sua purezza.

Candide lenzuola di lino ricoprivano il letto,sul quale erano stati sistemati due morbidi materassi e soffici cuscini;sul comodino un vaso con variopinti fiori di campo,una bacinella con brocca e poi un quadro che riproduceva un’allegra scena campestre spiccava ad una parete;per l’aria si sentiva un intenso profumo di lavanda,e chissa’ cos’altro avrebbe fatto se il tempo e i mezzi glie lo avessero permesso.

La generosita’ di questa donna era certamente pari alla sua stazza,e in cuor mio desiderai per lei ogni bene.

Augurai la buona notte alla padrona e ad Adele,ed ognuno si ritiro’ nella propria camera.

Coricatomi nella mia modesta sistemazione,il sonno tardava a venire.

Mi voltavo e rivoltavo nel letto da un lato e dall’altro.

Chiudevo gli occhi,ma compariva sempre la stessa immagine.

Ed era il volto di Adele,del quale gia’ sentivo la mancanza.

Vedevo i suoi occhi buoni,i suoi neri capelli,la sua dolce espressione,sentivo i suoi silenzi,il suo profumo,e pensavo al caso,quel caso contorto e misterioso che me l’aveva fatta incontrare.

 

Ma era stato veramente il caso,l’artefice di tutto questo?

E allora pensavo che anche senza “U sciu Stevin”,le sue paure,quelle di mio padre,anche senza Tonio e senza crisi argentine,senza migrazioni e traversate oceaniche,io l’avrei prima o poi incontrata,non sapevo dove,ne’ quando,forse a Buenos Aires o a Parigi,forse cinque,dieci,vent’anni dopo,ma io l’avrei incontrata,perche’ eravamo nati per questo,e al di la’ dello spazio e del tempo,niente e nessuno l’avrebbe impedito,ed era successo.

Il destino, ci concede benevolo, l’illusione della nostra potenza, ma governa sovrano.

 

E mentre fantasticavo su cose di cui non riuscivo a cogliere il bandolo,se mai ci fosse stato,sentii bussare alla porta.

“Chi e’?” domandai con voce agitata,alzandomi dal letto

“Sono io Arturo,sono Adele,posso entrare?” disse sottovoce,quasi sussurrando

“Certo,entra pure” risposi con sollievo a quella voce che scacciava le mie paure.

La porta si apri’,ed ella mi apparve come sfinita,bianca in volto.

Non riusciva a prendere sonno,forse per le intense emozioni vissute o per il timore di dormire per la prima volta in una stanza da sola.

Le dissi di coricarsi e di stare tranquilla,il giorno dopo saremmo stati a casa e tutte le ansie sarebbero finite.

La invitai a sistemarsi comodamente sul letto,io mi sarei arrangiato per terra,dicendo che c’ero abituato e che non avevo affatto sonno.

 

Mi avvicinai alla finestra,la piazza era deserta,non un rumore a spezzare quel silenzio perfetto.

Mi voltai,e la vidi immersa in un sonno profondo.

Forse stava sognando,come me in quel momento,perche’ lei era il mio sogno.

Per tutta la notte rimasi immobile,per il timore di svegliarla.

Per tutta la notte contemplai quel mistero sorto dal nulla.

Fu una notte bellissima.

 

Le prime luci dell’alba entrarono a rischiarare la stanza,portandosi appresso le voci dei primi passanti e dei venditori che allestivano i banchetti del mercato.

In breve,la piazza si riempi’ di avventori,del richiamo dei fruttivendoli e dei pescivendoli che decantavano i tesori della terra e del mare.

 

Ancora oggi ricordo,come se il tempo non fosse passato,quando Adele apri’ gli occhi,mi guardo’ e sorrise,poi si alzo’,venne verso di me ed emise un flebile suono “Grazie”.

 

Pronti per partire,salutammo la padrona,come quando ci si separa da una persona amata per un lungo viaggio.

Promettemmo di ritornare,e anni dopo l’avremmo fatto,per il nostro viaggio di nozze,ma senza ritrovare la nostra cara amica,che ormai stanca di battagliare con ogni risma di vagabondi e imbroglioni,si sarebbe ritirata nella quiete dell’entroterra genovese.

 

Genova e’ citta’ che si nasconde.

Attraversi le sue vie,e ai lati,nell’ombra,vicoli bui conducono al cospetto di aristocratici palazzi,o di slarghi che rivelano chiesette antiche che occultano tra le loro mura,preziosi tesori del passato.

Se lo sguardo e’ volto in alto,oltre le distrazioni della folla e dei negozi che attirano il passante,si possono scorgere decorazioni,e sculture,ignote anche a chi vi e’ nato.

 

Cosi’,io e Adele,passammo gli ultimi momenti in quella citta’,madrina del nostro incontro.

L’ora della separazione era ormai giunto.

Non tardammo a scorgere Tonio,che lentamente avanzava con il suo carro.

Senza scendere a terra,ci saluto’ e salimmo.

Il carro era completamente vuoto e ripulito e un lenzuolo bianco era stato posto sul ripiano.

Iniziammo quel percorso a ritroso,compiuto due giorni prima.

Tutti i luoghi che erano stato motivo di stupore e gioia,scorrevano dinanzi a me con indifferenza.

La mia attenzione era rivolta soltanto a lei.

Ogni tanto,i nostri sguardi si incontravano.

Nessuno parlava.

Solo a Pegli “Il Castelluzzo” richiamo’ la mia attenzione.

Cercai oltre le tante finestre il signore con i grandi baffi,ma inutilmente.

Quando il carro stava passando oltre,lo vidi.

Era vestito elegantemente e si stava affacciando dalla finestra,guardando verso di noi.

Allora,istintivamente,mi sbracciai salutandolo.

Lui rispose al saluto e disse qualcosa che pero’ non capii.

 

Adesso,potevo scorgere in lontananza,davanti a casa mia,un gruppo indefinito di persone,che lentamente assunsero le loro sembianze.

Scendemmo dal carro,e ci accolsero con baci,abbracci,pianti.

“U Sciu Stevin” e “A Scia Olga” abbracciarono commossi la nipote,mia madre mi stringeva forte e piangeva,i miei fratelli ne approfittavano per salire sul carro e giocare, mio padre si avvicino’ e mi strinse la mano,come si conviene tra uomini.

Io,ero confuso e cercavo Adele,poi,mi sentii toccare la spalla,mi voltai,ed era lei,si accosto’ e mi bacio’ sulla guancia.

 

Tutti rientrarono nelle loro case,mentre rimasi ad osservare il carro di Tonio che lentamente voltava per la salita del Branega, quindi scomparve.

 

 

Quest’anno e’ stato un duro inverno,in molti ricorderanno l’inverno del 1955,il suo gelo,il suo vento freddo che calava dal nord,ma oggi, e’ finalmente una bella giornata.

Sto’ qui,seduto su una panca,davanti al mare,a godermi il sole che mi scalda le ossa.

Osservo i pescatori che partono con le loro barche e quelli che tornano,contenti per la buona pesca.

Ogni tanto ricevo la visita dei miei amici.

Sono un gruppetto di bambini,che instancabili,corrono per la spiaggia e giocano tra le barche e gli stabilimenti balneari ancora deserti.

E’ bello vederli sempre sorridenti ed allegri.

Poi,vengono da me,si siedono accanto e io gli racconto delle storie.

Gli racconto dei posti che ho visto quando navigavo,delle persone che ho incontrato nei porti del mondo.

Dico qualche frase in spagnolo o in inglese,e loro ascoltano incantati.

Qualche volta le storie le invento,ma per loro e’ lo stesso.

A loro,piace ascoltare per sapere e mi fanno tante domande,per capire.

Cerco sempre di avere con me un pezzo di legno che ho lavorato da regalare.

A chi rimane senza,do una carezza ,e prometto che il prossimo sara’ per lui.

I bambini sono felici quando ricevono un regalo,lo toccano,ci giocano.

Credo che se imparano a ricevere,da grandi,sapranno donare.

 

Oggi e’ proprio una gran bella giornata.

Stamattina ho ricevuto una lettera da Pietro.

Dice che verra’ a trovarmi per il mio compleanno,e verranno tutti,anche la moglie,mia nipote Clara e la piccola Rita.

Sara’ il piu’ bel regalo della mia vita,e so gia’ cosa faro’.

 

Quel giorno,li andro’ ad aspettare in porto, e sara’ solo gioia.

Andremo in Via del Campo a mangiare frittelle di baccala’ e berremo vino bianco.

Poi,saliremo alla chiesa di Carignano e ci siederemo davanti al San Sebastiano,e se la piccola Rita sara’ stanca,potra’ appoggiare la sua testa sulle mie gambe,ed io le accarezzero’ i capelli.

  

Scorreremo un’altra pagina della nostra vita,e volteremo il foglio.

  

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