Michele D'Auria

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Michele D'Auria

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IL VIAGGIO DI ARTURO

 

COME POLVERE AL VENTO

 

 

Quella sera, don Salvatore Vianda, saluto’ gli amici e usci’ dal caffe’ “Satriano”, che era anche l’unico caffe’ di Ranzana.

La piazza era deserta, tutto il paese gia’ dormiva sotto il cielo stellato di Sicilia.

Don Salvatore si diresse verso casa; giunto all’altezza dell’antico ponte romano, incontro’ Peppe, il barbiere del paese che rientrava a quell’ora da una delle sue visite “particolari” che era solito fare a donna Caterina, la benefattrice del paese.

- Salutiamo, don Salvatore - disse Peppe con aria appagata.

Don Salvatore rispose al saluto con un cenno della mano e prosegui’ per la sua strada.

Qui, i due uomini si separarono.

Peppe il barbiere,rientro’ a casa e si corico’ accanto a donna Filomena,sua moglie, che stava gia’ russando beatamente da due ore.

 Giunto in prossimita’ di casa, un’elegante palazzina del seicento costruita su due piani, don Salvatore si diresse verso la fontana che rendeva ancor piu’ bella quella piazza, che l’aveva visto, prima bambino scorrazzare con i suoi compagni, e piu’ adulto, accomiatarsi dalle sue spasimanti, che nel corso degli anni aveva accompagnato ai vari portoni, prospicienti a quel luogo a lui tanto caro.

Don Salvatore stava assaporando la gioia che gli sapeva donare quell’acqua fresca, quando senti’ sopraggiungere un carro.

Era il carro di Vincenzo,un contadino che possedeva un piccolo podere fuori del paese e che stava tornando a quell’ora, dopo una giornata di lavoro nei campi.

Vincenzo,saluto’ con deferenza  - don Salvatore, i miei rispetti, e buona bevuta –

- E si, caro Vincenzo, non c’e’ niente di meglio di quest’acqua limpida e fresca, che mi conosce da quando sono nato, e’ proprio la mia acqua “benedetta” -.

Vincenzo aveva un cane, un pastore sempre “incazzoso”, che saluto’ don Salvatore con il suo solito ringhio.

I due uomini si salutarono,il cane continuo’ come il solito ad esprimere a modo suo, il disprezzo che evidentemente sentiva in maniera sincera per il genere umano, ad esclusione del suo padrone.

Vincenzo prosegui’ verso casa.

Don Salvatore stava cercando le chiavi del portone, quando senti’ un dolore al petto,rimise le chiavi nella tasca dei pantaloni, e si diresse verso il Vallone dei Saraceni.

Da quel momento, di don Salvatore, si persero le tracce.

 

Don Salvatore era un proprietario terriero.

I suoi terreni, in localita’ San Pietro, erano coltivati prevalentemente a vigneti, possedeva inoltre frutteti e un discreto allevamento di bovini e ovini.

Non si occupava direttamente delle sue proprieta’, ma aveva incaricato come massaro, un nipote, figlio della sorella, tal Gaetano Altieri.

 In questo modo, don Salvatore, poteva garantirsi una vita agiata, derivante dalla rendita dei suoi appezzamenti, e dedicarsi a quelli che erano i suoi principali interessi, le letture, le serate con gli amici al caffe’ e ogni tanto, qualche viaggetto a Palermo.

Don Salvatore, come spesso diceva agli amici, era molto soddisfatto della sua vita,

Le proprieta’ ereditate,frutto del duro lavoro di molti anni di suo padre, gli garantivano una vita per lui perfetta.

Come lui stesso si vantava, tutto procedeva secondo i suoi desideri.

Poteva dedicare tutto il tempo necessario ai suoi interessi e alla sua famiglia cui era molto affezionato,i suoi figli Teresa e Michele, di dodici e nove anni e all’amata moglie Giuseppina.

Ma quella sera, don Salvatore non ritorno’ a casa.

 

Il mattino seguente, la moglie, agitata per il fatto, mando’ a chiamare il nipote Gaetano, e appreso che il marito non aveva trascorso la notte nella masseria di San Pietro, sporse denunzia di scomparsa, presso l’ufficio di polizia.

 

Incaricato delle indagini, fu il commissario Ficara.

Furono ascoltati tutti i parenti, gli amici che erano soliti frequentare lo scomparso, Peppe e Vincenzo quali testimoni, furono effettuate verifiche sul conto bancario che don Salvatore aveva a Palermo.

Il commissario Ficara si reco’ persino in quella citta’, per sentire alcune persone che potevano aver avuto rapporti con il Vianda, in occasione dei suoi viaggi nel capoluogo.

Ma non emerse alcun fatto che potesse destare anche il minimo sospetto, neppure il minimo indizio.

In paese, intanto, la gente avanzava le piu’ svariate ipotesi.

Chi parlava di lupara bianca, chi sospettava che dietro al “fattaccio” potesse esserci l’opera del nipote Gaetano se non addirittura quella della moglie, donna Giuseppina.

Fatto sta’, che, nonostante le voci che circolavano, e le stranezze di quest’inspiegabile scomparsa, le autorita’ di polizia, dopo una sola settimana d’indagini, decisero di archiviare il caso.

 

Dopo il “fattaccio”, la successiva archiviazione, e dopo che le voci cessarono lentamente di circolare, la vita a Ranzana, riprese il suo corso abituale.

Il solito gruppo d’amici si ritrovava al caffe’ “Satriano”, dove si continuava a parlare di politica, di libri, di donne, e di corna, che rappresentava sicuramente l’argomento piu’ appassionante.

 

Con la scomparsa di don Salvatore, le visite di Gaetano Altieri alla zia Giuseppina, si resero sempre piu’ necessarie

Dovendo prendere decisioni per l’amministrazione della proprieta’, il nipote si recava con una certa frequenza dalla nuova padrona, per sottoporle quelli che erano i suoi progetti e riceverne il consenso.

Donna Giuseppina non era affatto pratica di tali questioni,avendo sempre svolto direttamente il marito questa mansione, lasciandola solitamente all’oscuro di tutto.

Don Salvatore decideva come procedere negli affari, quindi Gaetano eseguiva rigorosamente quelle che erano le indicazioni e i voleri dello zio.

 

Donna Giuseppina non aveva quindi alcuna dimestichezza in proposito, ma il nuovo ruolo non le dispiaceva affatto, assegnandole quella certa importanza, che non aveva mai avuto, se non di amministrare le questioni di casa, peraltro svolte di fatto dai suoi anziani domestici, Lina e Calogero.

Donna Giuseppina ascoltava quelle che erano le proposte di suo nipote Gaetano, quindi, avanzava alcune perplessita’ in maniera non ben definita, si lanciava in considerazioni fumose, per trarne sue conclusioni che coincidevano perfettamente con i suggerimenti iniziali di Gaetano.

Questi, ringraziava la zia per le indicazioni illuminanti che aveva ricevuto e soddisfatto, si ritirava alla masseria, recando con se una profonda ammirazione per quella donna cosi’ determinata e decisa.

 

Gaetano Altieri era proprio un bel ragazzo, venticinque anni d’eta’, alto, di corporatura robusta, incarnato scuro, capelli lisci, occhi neri come il carbone.

Donna Giuseppina, con i suoi trentaquattro anni, era femmina di portamento elegante, bel viso dai lineamenti regolari, aveva lunghi capelli che le cadevano dolcemente sulle spalle.

 

Insomma, era come mettere la paglia vicino al fuoco, e come spesso accade in questi casi, la paglia si brucio’.

Le visite di Gaetano a donna Giuseppina diventarono sempre piu’ frequenti, e le questioni d’affari, non sempre rappresentavano l’argomento piu’ trattato tra i due.  

 

Il matrimonio fu fissato per il quindici di luglio, circa sette mesi dopo la scomparsa di don Salvatore.

In paese ricominciarono a circolare le vecchie voci, e non certo di congratulazioni per l’imminente evento.

 

Si rivide in circolazione, per qualche giorno, il commissario Ficara.

Domando’ un po’ qua e un po’ la,fece visita ai futuri sposi, senza recare con se alcun regalo, quindi, riarchivio’ la questione e ritorno’ alle sue pratiche d’ufficio.

 

Il matrimonio fu celebrato in quella stessa chiesa di San Francesco, che quattordici anni prima aveva visto don Salvatore e una giovanissima Giuseppina, sospirare due commossi “si”, lo stesso luogo dove erano stati celebrati i loro battesimi, cresime e comunioni, insomma, tutti i sacramenti che si ricevono dalla nascita alla morte, sempre che morte ci fosse.

Tutti in paese, sospesero i commenti, e parteciparono al lieto evento, compreso il commissario Ficara, per poi trasferirsi allegramente in massa in un altro venerato tempio, la locanda di Pietro, dove all’aperto, e all’ombra d’aranci profumati, furono servite pasta con le sarde, maccheroni con la carne, capretto al timo, maialino arrosto e fiumi di vino rosso dei vigneti di don Gaetano.

Gli orchestranti, provenienti da Perticara, accompagnarono la folla danzante fino a notte fonda.

Poi, tutti allegri e ubriachi, ritornarono alle loro case, tessendo le lodi per la bella festa che i coniugi avevano saputo offrire, ma che non poteva comunque bastare a restituire quella patente d’onorabilita’, ai loro occhi ormai perduta.

 

Erano circa le nove di sera,quando la levatrice del paese, che gia’ dormiva, fu svegliata dalla giovane domestica di casa Altieri.

Donna Giuseppina era pronta per il suo terzo parto,e intorno a mezzanotte, Salvo, decise che era giunta l’ora di fare conoscenza con la sua nuova famiglia.

 

Era una bella sera di maggio.

Il profumo delle zagare inebriava l’aria.

Dall’antico ponte romano si stava avvicinando qualcuno.

Ora, don Salvatore poteva vederlo distintamente, era Peppe, il barbiere del paese, sicuramente di ritorno dalla casa di donna Caterina.

Quando i due uomini furono vicini, don Salvatore Vianda lo saluto’ con il solito cenno della mano.

Ma Peppe il barbiere, prosegui’ diritto e non rispose al saluto.

Don Salvatore penso’ che quella sera, donna Caterina non doveva essere stata all’altezza della sua fama, o forse, meno prodiga del solito di favori.

Prosegui’ verso casa; prima di aprire il portone, si avvio’ verso la fontana, attirato da quell’acqua “benedetta” che lo conosceva da quando era nato.

Mentre offriva con volutta’ la bocca a quell’acqua sempre limpida e fresca, un gusto acre gli scese dalla gola fino allo stomaco.

Senti’ un rumore, era un carro che avanzava.

La sagoma di un cane silenzioso, accanto al suo padrone, gli fece riconoscere Vincenzo, il contadino.

- Buonanotte Vincenzo, che il vostro cane fosse stato miracolato ? – esclamo’ don Salvatore.

Ma ne’ Vincenzo il contadino, ne’ il cane “incazzoso” emisero suoni e proseguirono nel loro cammino.

Don Salvatore penso’ tra se – Che si fossero scambiati i caratteri ? Mah, che strana serata –

Era ormai stanco, e il solo desiderio, quello di coricarsi.

Cerco’ le chiavi nelle tasche dei pantaloni, e apri’ il portone di casa.

 

Un gesto semplice, fatto chissa’ quante volte, nel pieno della notte, quando tutti gia’ dormivano, e don Salvatore saliva lentamente la scalinata, attento a non fare il minimo rumore, per non svegliarne gli abitanti.

Poi, svestitosi con gesti lenti, e indossato il pigiama, si coricava accanto a donna Giuseppina, che gia’ riposava beatamente, con la mente a vagare per quei posti, dove sorgono architetture che sfidano le leggi dei ricordi, e lo scorrere del tempo, si fonde in una dimensione che non ha confini.

 

Ma quella notte, lo stupore, non era dei dormienti.

Aperta la porta, l’ingresso gli apparve illuminato, dalle stanze di sopra, giungeva il vociare di gente, i toni erano misti di stupore, ammirazione e gioia.

Sali’ le scale, quasi agitato, mentre una giovane a lui sconosciuta, scendeva velocemente, recando un catino vuoto tra le mani.

Lui, la guardo’ stupito, con un’ espressione interrogativa del viso, che attendeva spiegazioni.

La giovane prosegui’ indifferente, e scomparve, voltando per la cucina che era al piano di sotto.

Don Salvatore,procedette nella sua ascensione, a passi lenti, pochi metri lo separavano dalla camera da letto, epicentro di quel mistero.

 

Si affaccio’ alla porta.

Donna Giuseppina, sua moglie, con il viso disfatto, stava seduta a letto, con la schiena appoggiata a due morbidi guanciali, e teneva in braccio un fagottino, dal quale spuntava una testolina di neonato dai capelli folti e neri.

Al loro fianco, c’era il nipote, che teneramente reggeva la mano di donna Giuseppina e commosso, accarezzava il bambino.

Don Salvatore, si diresse impetuosamente davanti al letto, chiese in maniera rabbiosa e sconcia, cosa stesse succedendo.

Dinanzi a lui, le dolci tenerezze procedevano con l’intensita’ che solo due amanti sanno rappresentare.

Si lancio’ furiosamente contro il nipote, colpendolo al viso.

Gaetano, si chino’ verso la moglie, e la bacio’ teneramente sulle guancia.

- Grazie Pinuccia, grazie amore mio per la gran gioia che mi hai donato -

 

Don Salvatore si guardo’ le mani, per lungo tempo si guardo’ le mani, poi, improvvisamente, vide l’antico ponte romano e Peppe il barbiere, e vide la sua piazza e Vincenzo il contadino e il suo cane “silenzioso”, senti’ l’acqua “benedetta” e il suo gusto acre scendergli dalla gola allo stomaco, e improvvisamente, senti’ un forte dolore al petto.

Si guardo’ attorno, vide Gaetano, la moglie Giuseppina e il fagottino che teneva in braccio, si guardo’ attorno.

Cerco’ i figli Teresa e Michele, ma non li vide.

Senti’ una gran pena e il desiderio di piangere, piangere perdutamente, piangere tutto il suo dolore, ma non aveva lacrime da versare, non aveva niente da dare, perche’ lui, non era niente.

 

Usci’ dalla stanza, scese le scale, apri’ il portone e giunto in piazza, la sua bella piazza di un tempo, passo’ accanto alla fontana della sua acqua “benedetta”, e si diresse verso il Vallone dei Saraceni.

 

La mattina del venti di dicembre del 1933, due cacciatori di Perticara si erano avventurati fino a Ranzana, nella speranza di cacciare della selvaggina e rendere piu’ ricco il pranzo di Natale.

Si preannunciava una giornata propizia, perche’ Diana decise di essere particolarmente generosa verso i suoi protetti.

Le doppiette facevano riecheggiare le loro melodie nell’orrido Vallone dei Saraceni, di solito, per la sua inaccessibilita’, buon rifugio per fagiani, pernici, e cinghiali.

I cani erano in piena attivita’ e diligentemente, rintracciavano o, tutti fieri, riportavano ai loro padroni, i corpi ancora caldi e sanguinanti di quell’inebriante carneficina.

Poi, improvvisamente, i cani si fermarono vicino al torrente, e iniziarono ad abbaiare, quasi ad invitare gli uomini a verificare quella strana preda, che non mostrava il calore ne’ l’odore del sangue, a loro noto. 

 

I resti di un uomo, in completo stato di decomposizione, mostrarono ai due cacciatori inorriditi, il lato meno inebriante della morte.

 

In seguito a perizia, i miseri resti, risultarono essere tutto quello che rimaneva del povero don Salvatore.

 

E in quella stessa chiesa di San Francesco, nella quale, da buon cristiano in vita, aveva ricevuto i sacramenti del battesimo, cresima e comunione, e che felice lo aveva visto unirsi nel sacro vincolo del matrimonio con donna Giuseppina, quella stessa chiesa di San Francesco, parata a lutto, gli diede l’ultimo saluto, si accomiato’ da lui, e ne sanziono’ la morte, con la speranza di un ricongiungimento di quella povera anima, con quel corpo, martoriato dal tempo.

 

Ogni domenica mattina, il buon Vincenzo, il contadino, si vestiva a festa, poi, legato il cane a guardia del podere, si recava alla prima messa delle sei, portando sempre con se una borsa.

Ricevuta la benedizione, usciva, e si avviava verso il cimitero del paese.

Giunto dinanzi alla tomba di don Salvatore, posava la borsa, e ne traeva dei fiori raccolti nei campi, e un bottiglione, nel quale vi era l’acqua “benedetta” di don Salvatore.

Sistemava i fiori nel vaso, lo riempiva d’acqua, e quella che rimaneva, la versava sulla tomba, e intorno, sulla terra.

 

- I miei rispetti, don Salvatore, e sempre pace all’anima vostra.

Vi ho portato ancora un po’ di quell’ acqua, che a voi piaceva tanto.

Acqua “benedetta”,dicevate, ma quale benedetta, e guardate che fine avete fatto.

Consumato per un anno sotto la neve e il sole, a saziare animali, senza la parola di      un’ amico, senza una preghiera, un fiore.

E poi, che minchiata morire cosi’ giovane, voi, con la vostra cultura, la vostra robba, e quella bella famiglia, avevate proprio tutto.

Voi, eravate don Salvatore, e tutti vi rispettavano.

Una minchiata, ecco, proprio una minchiata, non dovrebbe finire cosi’, deve essere stato un errore, senz’altro un errore.

Ma ora, riposate in terra benedetta, e state in pace, lassu’, con le anime buone , accanto a Dio.

Perche’ io ci credo in Dio, Lui non puo’ volere questo, lo ha detto anche il prete, stamattina, alla messa; Lui ci ama, e ci ha sacrificato pure il Figlio suo per noi, io ci credo al prete e lui queste cose le sa, e quello che succede, e’ perche’ deve succedere, e c’e’ sempre un disegno divino, ma e’ che noi, non lo possiamo capire –

 

 

- E gia’, don Vincenzo, noi crediamo, ma che crediamo, e poi, noi, chi siamo?

Solo poca polvere e niente, e quando soffia il maestrale, giriamo per l’aria, e d’improvviso, che e’ un secondo come un milione di anni, noi eravamo e non siamo; la potenza si muta in oblio; amavamo chi, altre braccia ora ne cingono il corpo, e quando qualche minchione decide, finiamo chissa’ dove, e il nostro corpo svanisce, come i sogni al mattino.

Ma c’e’ l’anima, voi mi dite, e mentre la cerchiamo d’intorno, la risata di un pazzo si fa’ burle di quest’ansia, che ingenua scava nel nulla, e che ne volete cavare dal nulla.

 

I miei rispetti don Vincenzo, e riposate in pace -

 

 

 

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