LA MEMORIA RUBATA
Ricordo un elemento statico
Forgiato dal fiele delle rughe
Che evanescente straripa dal
mio cuore
Domani riemergerai dal cumulo
Imbiancato
Retto da semplici intuizioni
evocate da chi non erra
Eppur soffoca i fausti presagi
Taciturno andrai verso un
eremo invocando la vita
Ho radunato le passioni
Accatastato i sogni
Racimolato le illusioni
Ho licenziato il mondo
Intorno ad un seme simula la
vita
Germe inondato di frasi
Gia’ pronto al commiato finale
Il vento ricalca sentieri
E trascina con se la terra che
muta
Ecco lo spazio che accolse i
figli,e i figli dei figli
Ecco il tempo che accogliera’
i padri,e i padri dei padri
L’uno e l’altro si mescolano
E prorompono in un amplesso
che genera il nulla
Spandi maleodoranti ricordi
Artiglia i segmenti infuocati
del corpo
Ma in fretta
Agisci in fretta
E sgombera il piano da tutti i
possibili eroi
Affinché possa riemergere a
luce
Una folla attraversa in
silenzio il villaggio
Recando con se simboli di fede
Io in disparte
In sembianze da saggio
Con stupore contemplo chi
Senza lumi
Crede
Due figure
Indistinte
S’incamminano altere verso
casa
Portando solo le loro verita’
Contemplo l’incanto
Il sogno che irrompe e tracima
Congiunge il pensiero e il suo
canto
Mi sveglio ed affranto
Ti vedo con gli occhi del
tempo
Sei polvere ormai
L’immagine
Solo un rimpianto
Escono e corvi dal bosco
Dal mare il vapore che avvolge
I canti dal tempo
Sollevo la volta
Cerco involucri bianchi
Poi
Ormai desto
Stupito da tutti i ricordi
Che al cielo ritornano lievi
Svanisco
Nient’altro ho trovato
Soltanto sparuti pensieri
gracchianti
Null’altro
Ormai sazio
M’incammino per altri sentieri
Varco portoni istoriati di
marmo
Vago per ampi cortili tra
cedri e fontane
Avvolto da vesti di seta
M’inebrio tra placide membra
Lasciando il ricordo che pulsa
di vita
E riprendo il percorso
Verso ignote rovine
Resisti
Impreca
Immune dai gesti che riempiono
i solchi del tempo perduto
Solleva un placido ardore
Rimetti i bisogni al capestro
del giorno
Violenta i festosi arlecchini
Segnati dai riti
Di lacrime e asprezze
E sradica il sogno verboso
Che invita alla notte
S’inerpica il gelo
Randagio e avvilente
La pietra infuocata rivela un
destino ritorto
Rifuggi dai lunghi pendii
Che genti di un tempo han
piallato col sangue
Sazio di suoni
Anelo il peccato di chi
Senza sogni
Svanisce nel nulla
Forse tutto rimane
E niente e’ stato
Forse niente sara’
Se tutto fosse adesso
Ruberei le profezie del tempo
Ignaro e indifferente
Donerei il domani a chi e’
ricordo vano
E la memoria
A simulacri d’intuizioni
Forse
Se tutto fosse adesso
Tra le sue solide fessure
scaverei
Cessa di fingere
E sarai
Fingi di esistere
Ed avrai tuo
Il senso dell’essere
Vaga oltre i limiti
E berrai a fonti ignorate dal
tempo
Procrastinare come professione
Tra teoremi e turbamenti
L’elemosina di un’illusione
Il fuoco fatuo d’umori
perdenti
Finche’ il riflesso di una
regola antica
E l’innocente che piange
l’uscita
Non offrono alibi ad un’altra
fatica
E segnano l’ora che ormai e’
finita
Immortale
Ho volato nel tempo
Su terre e villaggi
Da Celta ad Atene
Con le ali ho vissuto lo
spazio
Tra le nuvole e il sole
Ma mai ho potuto amare la
terra
Come solo gli uomini sanno
Subito scende la sera
E torniamo alle case come cani
randagi
Con i corpi disfatti
Riponiamo le cose
Un saluto fugace a chi
accoglie con ansia
Quest’atteso momento
Quanta grazia negli occhi che
contemplano il dono
Di un ignoto pittore
Che alle nostre fatiche
Da’ il colore del sole
Oltre il piacere
Travalicando i suoni
Oltre il bisogno
Il dolore
Oltre le sfere che
giganteggiano nella loro nullita’
Oltre le mille dimensioni
Di un universo che non ha via
d’uscita
E un tempo che non sa’ dove
andare
In una stanza grigia
Densa di fumo e di sudore
Tra vuoti di bottiglie e
musica assordante
Due vecchi
Ho visto
Giocare ai dadi
Una partita
In cui la posta era
L’umana sorte
Infrangi con ardore la pieta’
Segmenta i ruderi del tempo
E impreca il vano ritmo che
stordisce
Sorridi e indifferente passa
tra gli afflitti
Per questo sei
Nient’altro
Per altro
Senso
Ormai non c’e’
Comprendere il buffo mistero
Che porta l’inerme legione
A scomporre l’intero
A mutar la ragione
Ed in nome di questa
La beffarda intenzione
Di rivolgere ogni forza che
resta
A ricomporre l’unione
Stavi seduta sul prato
Tra schiamazzi gioiosi e
passeggio di gente
Col sole che svaniva sulla tua
pelle di notte
Il tuo dono prezioso
accarezzai
E dopo le mie
Altre mani
Sul tuo radioso amore
L’orgoglio del tuo viso
ammutoli’ il sole
Nobile signora
Niente da dire
Mete annullate
L’anonimo scorrere del tempo
Rose appassite
L’incedere lento dell’ombra
Richiami d’oriente si perdono
tra i fogli sgualciti
Di libri mai scritti
Di versi mai detti
Niente da avere
Desideri sopiti
Tra candidi lembi d’antichi
giacigli
Vetuste visioni divorate dai
sensi
Niente da fare
Solo un ebbro cammino
nell’umida notte
Il risveglio tra cinta di mura
Al limitar del sentiero che
s’inoltra
Dove il caso e l’assurdo
Si congiungono lievi
Vivo in un cerchio tracciato
da mano malferma
Insicura
Forse ignorante antiche regole
d’eterna armonia
Ma se ambiguo e’ il disegno
Deciso e’ il percorso
Non un dubbio
Ne’ spiragli tra i contigui
segmenti infiniti
Non un varco e’ concesso a
possibili fughe
Bella composizione
Come di quadro antico
Raccolti eran tutti sopra due
panche
In prima fila
Al centro
L’onore spetta ai vecchi
Belli
Vestiti d’altri tempi
Poi
Via via la catena degli amori
e degli affetti
Il piccolo Alessandro si burla
della cuginetta
Che ripromette stizzita di
riparare al torto
Tutti
In rigorosa posa
Rendono omaggio al lampo del
manganese
Solo tu
Bella come madonna antica
Riveli il tuo segreto a me
tanti anni dopo
Con quel tuo sguardo di
passione e colpa verso l’amato
La cui promessa
L’amata tua sorella
Vi ha lasciato
Luci ermetiche di filigrana
Rincorrono antichi splendori
E granitiche linee imponenti
S’inchinano al soffio silente
Le aride terre del sole
Tracima la goccia dell’alba
Poi
L’enfatico suono dell’arpa
Rinnova il rimorso del canto
Io solo
A fatica
Tra i fatui vaganti
M’inerpico in vane ascensioni
Possente
Si erge trionfante
S’ammira
E ammirato procede
La riva raggiunge in un balzo
E fiero possiede la vita
L’affondo incessante e virile
Illude di colmare il cammino
Ma ebbro da troppa fatica
Ripiega meschino
Per voi
Nient’altro
Candide latrine del mondo
oltraggiate dal passaggio dell’uomo
Per voi
Nient’altro
Disperati da un’ansia di morte
che scandaglia la vita
E riemerge dal tempo
Tra metafisiche forme
Per voi
Nient’altro a penare
Penante
Incolti graffiti che implorano
oblio
Per
voi
Everyone
stand in a place
waiting
for his space
looking
for his land
the
bird said
“you
can fly without my wings
much
more higher than me”
so the
man
“you
believe that
‘cause
you have a soul
but I
haven’t it
and
anywhere to go”
Qualcosa che cambia
Par niente
Sottile
Ma cambia
Sui muri
D’ intorno
Tra i viali del parco
Il corso silente e sui vecchi
castani
Le tracce fiammanti di fresco
su tele ingiallite
Qualcosa che cambia e non
soffre
Vitale e’ il percorso
Da essere a stato
Intanto continua monotono il
giro
Comprendere e’ vano per chi ha
nel suo scrigno
Valori scaduti
E’ l’alba di un tempo regresso
Si abbracciano sono e saro’
E ammiri al tuo fianco
l’antica compagna
Mai vista
E pur intima amica da sempre
Sorridi
E lei pure
Sapra’
E tu saprai svelare il mistero
Che ad entrambi appartiene?
Le linee del tempo
s’intersecano in punti roventi
E le ascisse rivelano fisici
stati che opprimono il corpo
Ma il pulsare ritmato comprime
e dilata la vena
Che oltraggia i confini del
mondo
Trasforma in eterea sostanza
E ne riporta alla vista il
passaggio
Mentre intorno
Un flusso partecipa al mutar
degli eventi
Ecco l’altro che giunge a
lambir le arse membra
E ritorna la vita
Vi ho visto
Con sguardi distratti
Varcare la reggia del culto
Assonnati vagare tra i muri
del pianto
A cercare il riscatto da un
torpore mentale
Poi
Tutti in fila
Sfoderato il plastico gladio
Vi ho osservati all’uscita
orgogliosi del vostro bottino
Da mostrar con fierezza
Agli amici
Alle spose
Scegliere o scelto
E’ quesito assai strano
Seguire tracciati segnati
O inoltrarsi in un fitto
mistero
E’ tormento che invano
Placa il senso divelto
Da che ira e sospetto seminati
dal vento
Han germogliato il pensiero
Non ho occhi per sognare
Ne’ commuovere il destino
Non ho mani per levigare i
sassi
Ne’ implorare il pane
Non odo le urla straziate
Ne’ il canto della sera
Non ho braccia per sorreggere
gli inganni
Ne’ per nutrire chi attende il
mio ritorno
Non ho niente
Solo un’escrescenza nera che
avvolge tutto il corpo
Ne succhia con vorace
accanimento la testa
Il busto
E poi giu’ le gambe e i piedi
E tutto cio’ che mi appartiene
Avvinto da questo caldo
abbraccio
Dormo
Un’ombra proietta il ricordo
Su pareti levigate dal tempo
Mentre attorno
Nella notte stellata
Se ne vanno per mano gli
amanti
Di rosso
Sature tele
Mi scrutano forma e materia
Le linee che cingono il viso
L’ambiguo panneggio appiattito
Poi
Lo sguardo distratto si stacca
E
proseguono altrove
I
could play this song
Without
music and no words
Just a
blow of air
And a
couple of mistakes
Greater
than a symphony is my song
Without
music and no words
Just a
bottle of wine
And a
piece of soul
L’impegno quotidiano
E un po’ di vocazione
Procedono per mano
In quest’occupazione
L’adulazione indegna
Servile come un mulo
E tua sara’ l’insegna
D’egregio leccaculo
Io vengo dal mondo
Che ingiuria i ricordi
E tremulo insidia il canto dei
sogni
Con me reco cenere e fiori di
campo
Che muti riposano sulla mia
terra
Perche’ non dai tregua ad un
corpo ormai stanco
E ti affanni
E confondi
Cio’ che l’ora pretende
Il vigore di un tempo
Quel che eri e’ ormai stato
Non illuder te stesso
Il tuo tempo e’ passato
Come amanti gelosi
Mi negate l’accesso
Alle stanze del tempo
Dove l’ombra dell’uomo
Non piu’ schiava di alcuno
Si proietta nel cielo
Un ridotto spiraglio sia
concesso alla mente
Se l’affronto recato
Son gli avari confini
Che ho varcato vegliando
Perdonate la colpa
Di chi vive sognando
La sera
Tornando verso casa
Tra i vicoli
Per le strade malfamate
Incontro giovani africane
vestite a malapena
Sorridono ai passanti in modo
assai discreto
Anch’io sorrido
E passo
E l’Africa e’ lontana
Non c’e’ suono
E il suo silenzio mi stordisce
Non c’e’ luce
E il suo pallore e’ accecante
Non c’e’ traccia
E il suo percorso e’ un
labirinto
Non c’e’ sogno
E la sua trama e’ sconvolgente
Non c’e’ volto
L’indefinita sua sembianza e’
turbamento
Con lenti movimenti gli
accarezzasti il viso
Poi
Rivolti gli occhi al cielo
Le stelle splendenti
Misteriose
Testimoni inafferrabili del
tragico destino
Ed improvvisamente un coro
Quasi come lamento
Diffondersi in eterno per
tutto l’universo
“tu……
Per sempre perso”
La fissita’ e’ tedio
Sento le foglie cadere
La nebbia calare
E la vita che nasce
Forma e materia ci lascian
perplessi
Lo sfondo sbiadito par mano
d’ignoti
Che dire del pathos che a
stento e’ trattato
Si’ come la grazia che invano
cerchiamo
Le vesti che piatte ricadono
al suolo
Del corpo ne negano ogni
parvenza
Del figlio di Dio v’e’ tratto
piu’ degno
Due forze mi han conteso la
mente
Ho glorificato la vergogna
Sparso a piene mani il peccato
Con ladri e meretrici ho
condiviso il piacere della carne
E rubato i sogni agli
innocenti
Ridendo per le loro lacrime
Ho indicato le strade della
perdizione
E aiutato i deboli nel loro
ultimo viaggio
Poi
Ho donato il dubbio agli
eretici
Percorso gli irti sentieri
dell’ascesi
Fuggito ogni piacere ed ozio
Osannato Dio e tutte le
creature dell’universo
Ma le forze
Entrambi di sublime potenza
Hanno annullato i loro effetti
E ho vissuto una vita di
santita’ nella vergogna
Di perdizione nell’ascesi
Sobriamente ubriaco
Seguendo un anonimo percorso
Esci da plumbee barriere a
mostrarci i riflessi del tuo viso
Rischiara il percorso ai
viandanti
E sostieni l’incanto di chi
vaga alla ricerca del tuo ardore
Su corpi dorati
Asciuga il dolore degli amanti
delusi
E a chi
Dell’amore ormai sazio
Di scoprire lo stupore che
ispira il tuo canto
Finche’ notte non cali
Octavio Perez incontro’ il suo
destino nel villaggio d’Uriarte
Come il sogno dell’alba, tra
la folla gli apparve
Come il tempo che fugge, dai
suoi occhi ad un tratto scomparve
Octavio Perez ritorno’ alla
vita e al lavoro di sempre
Ma gli occhi e la mente
ritornavano ad Uriarte
E il suo vigore appassiva
Dopo i giorni trascorsi a
svuotare tequila
E le notti a fissare la luna
Raccatto’ in un fagotto un
vestito,il coltello del padre,le foto dei nonni
Abbandono’ il suo lavoro,la
casa
Saluto’ Alfonso, il guardiano
di vacche
E parti’ per Uriarte
Quando giunse al villaggio
Si diresse nel posto dove un
giorno la visione fugace gli mostro’ il paradiso
E la vide
Proprio li,con quegli occhi
che parevan smeraldi
Ma la faccia era stanca
Rinsecchito il suo corpo
E la veste indossata,ormai un
logoro straccio
Tra la folla festante cammino’
verso lei
La bacio’
Poi la prese per mano e
superata la calca
Il lungo viale del corso,la
locanda di Anita
Si diressero lenti verso i
monti che di notte vegliano sul riposo d’Uriarte
Nessuno rivide piu’ Octavio e
Isabella
Era questo il suo nome
Solo una volta
Molti anni dopo
Un’anziana del posto credette
di rivedere l’amica di un tempo
In una graziosa bimbetta con
quegli occhi che parevan smeraldi
Che felice correva tra i campi
ancor verdi di grano
Insieme a due vecchi che si
tenevan per mano.
Il fulcro pensante
dell’esistenza
Stentava ad intuire
l’illusione del tempo
Vivo per te
Tu
In me
Infida compagna che offri le
tue grazie ipnotiche
E ne succhi la linfa dei sogni
Indissolubilmente legati
Ti cerco
E avido di vita divoro il tuo
corpo
Poi
Esausto
Vago per vicoli bui
A smaltire il rimorso di un
orgasmo fallace
E poi diranno solo cose belle
Senz’altro commossi
Ed io saro’
l’eroe,perfetto,chi non ha sbagliato
Qualcuno azzardera’ elogi
imbarazzanti
Ne arrossiro’
Poi
Riportato al mio stato
Il ricordo andra’ ad una vita
di solitudine
Passano i treni
Pochi si fermano
Quasi mai nessuno scende
Alcuni
Con valigie colme e biglietti
di sola andata
Salgono
Io
Seduto su una panchina osservo
questo lento movimento
Talvolta mi addormento
Poi,al risveglio osservo il
mio paese dove imparai a sognare
E i miei monti dove imparai a
pensare
Arriva un treno
Anch’io ho una valigia e un
biglietto ormai consunto
Scaduto
Attenta la Senna mi osserva
E la luna riflette il dolore
Compagne affettuose di chi ha
negli occhi il rifiuto
Una musica vibra nell’aria
La seguo
E raggiungo la fonte di quella
poesia narrata ma mani leggere
Che ridonano senso alla vita
Anomalie del mondo che ci
distraete dal torpore dei giorni
Quanta grazia dai vostri
tormenti
Saturo di noia
Affido la mia sorte al mare
Saprai tu condurmi dove
infiamma il colore
O la tua infida natura vorra’
saziarsi con altra preda?
Tua la scelta
Non mi opporro’ ai capricci
del destino
Qualunque sara’ il percorso
che hai tracciato
Fa che l’approdo sia ammaliato
da rabbia o da stupore
Se fosse l’alba
E le mie carni rimarginate
dallo strazio delle offese
Forte la mia voce come
scheggia lancerei
A lacerare le teorie dell’odio
Le adunate avide di sangue
Gli scheletrici rettori della
morte
Gli agonianti ectoplasmi del
potere
Se fosse l’alba
Ed il mio viso riflesso nei
tuoi occhi
Tra questi campi con te
tornerei
Per restituire la memoria a
chi fu tolta con l’inganno
Ma tutto intorno si fa buio
E ritorna la notte
M’immergo tra stereotipi
deliranti
Impongo convinto un ritratto
che assurge al divino
Poi
Perlustro gli anfratti
agognati tra seriche polle
E
Riemergo traendo il substrato
ammaliato
Da lisergiche pene
Don’t ask me
The
meaning of my poems
Because
I can’t to know it
Se sente tutt’attuorno
A voce de creature
Tu pienze e nun t’adduorme
A quann’ire comme all’or
E fujene e paure
Quanne me scet a matina
E a u suonn succede a realta’
Rivec sta vita mappina
E’n corpo me fa ‘ntusseca’
Se sceta da o’mare
Saglie pe dinte e viche
Trase pe’pporte
E n’cuorpe te piglia
Sempe chiu’ fforte
L’ammore pe ll’aria
Pe e’vvoce
Pa a sciorte
Sa la linfa dei vostri
pensieri
Potessi scorrere con gli occhi
Con l’avidita’ di un giovane
amante
Bramerei lambire
O la sintassi dei vostri
teoremi
Mi perorasse il dubbio
Stornerei la fede
E osannerei la mente che
traccia graffiti sulla roccia
Forse i suoni astratti si
congiungono in un contrappunto di passione
Che implora il nostro ascolto
I carmi si nutrono di pianto
Forse come l’astro che ripete monotono
lo stesso cammino
Cosi’ e’ la nostra vita
Chi sa’ se noia regola il suo
eterno movimento
O l’irrimediabilita’ dell’uomo
Per ogni tratto
Supino osservo le stelle
Tra tante
Su una insiste il mio sguardo
E’ pari alle altre per luce
irradiata e mistero
Ma e’ lei che cerco ogni notte
E di giorno
La sogno brillare
Osservo,sul ponte numero 10,
Chi si offre al sacrificio del
sole
Chi legge o solo finge di
farlo
Chi gioca (i bambini)
Chi riemerge dai sacchi ancora
assonnato
Chi gusta a tutte le ore
piatti speziati
Combinazioni improbabili di
gusti
O piatti che preannunciano il
sapore antico
Della terra che visiteremo
E la nave va
Veloce
Il vento lambisce corpi
vestiti da colori sgargianti
Corpi vestiti dal sole
Belli alla vista
O imploranti tuniche larghe
A turno
Qualcuno si affaccia a
guardare la distesa sublime del mare che scorre
Alla ricerca di guizzi di
pesci che festanti
Salutano la variegata platea
Si scorgono i primi rilievi
all’orizzonte
Con stupore di bimbi
Le mani riparan la vista dal
sole accecante
I ricordi sbiaditi di cartine
studiate sui libri di scuola
Si sforzano di dare un nome a
quei posti
Saran forse le coste che furon
d’Ulisse?
O la patria di chi ci narro’
della memoria il valore?
Forse i ricordi son davvero sbiaditi
E cio’ che vediamo rimarra’
per sempre un mistero
Ma la Grecia ci attende
La terra da dove un tempo noi
tutti partimmo
Spargendo il suo pensiero nel
mondo
Che questa magia ormai svanita
Possa rinnovarsi all’approdo
Ritorno a versare pensieri in
catini dorati
Dove cani randagi liberano il
corpo dai loro escrementi
E specie ignote di fiori
Risplendono solo una notte
Poi
Riporto con cura tutto
all’antico splendore
E non rimane piu’ nulla
Se non un riflesso che ignoro
Mascherato con feluca e
mantello
M’inoltro per calli e sestieri
Oltraggiando i passanti del
quaresimale gaudio
Alle dame che recano accanto
Offro omaggi d’osceno
splendore
Ma le truppe ritirano altere
lo sguardo
E svaniscono tra coltri di
fumo
Nel campiello deserto mi
spoglio di maschera e trucchi
E riprendo il cammino
Travolto dalla folla festante
Ho retto a fatica lo sguardo
Tra stenti e vergogna
Poi
Il crollo e’ avvenuto
all’istante
E quegli occhi sinceri mi han
detto
Tu menti
Del periodo trascorso a
Laverna
Ho un ricordo fugace
Cadenzato da ritmi noiosi
Calure latine che opprimono il
fiato
Sembianze di feste che
invocano il sonno
Ma ricordo anche quando
Al riparo dai cori e le danze
Che s’intonano a sagre
allevate
Dalla riva del mare
Un chiarore lontano mi mostro’
le fessure che
Contigue alla vita
Si congiungono ai sogni
Non ho tempo
Per pensare ai canti
Che pervadono la storia
Lungimiranti e fieri
Che s’innalzano da spiriti
fatati
E si ergono ad inni di
coscienza
Non ho tempo
Per omaggiare pietre
Che mutano in manufatti di
divina forma
A stabilire la grazia
Non ho tempo
Per adorare gli equilibri
plastici dei carmi visivi
Ne’ per onanismi
claustrofobici
Che tutto cio’ possa
sprofondare
Nelle paludi dell’oblio
Dove sei andata?
A mietere altre menti?
A consolare il tuo randagio
affanno?
Che ne sara’ di me
Della mia mente ormai quieta
Riportami una goccia di quel
succo
Che m’inebrio’ le notti di
tormento
Saremmo arrivati a Long Island
Dopo una traversata estenuante
Col corpo intriso di salsedine
e sudore
Dopo mille controlli
Come animali
Saremmo stati isolati
Per proteggere l’integrita’
WASP
Quindi
Avremmo iniziato a vagare
Tra il caos delle streets
Il grigiore delle squares
Cosi’ diversi dai nostri
villaggi assolati
Alla ricerca del paradiso che
c’e’
E che basta cercarlo
Avremmo mangiato delle patate
le bucce
Sudato in cucine umide e calde
A lavare piatti che sciacquare
e’ un peccato
Poi avremmo trovato un lavoro
che richiede un gesto
Preciso
Uguale
Che ripeti anche la notte
Ma l’avremmo imparato
Come l’inglese
Ad usare il metro’
Ad amare una donna e i suoi
figli
Che non avrebbero dovuto
traversare un oceano
Ma crescere
Imparare
Ed amare
Nella loro terra
Saremmo dovuti arrivare a Long
Island
Dopo una traversata estenuante
Col corpo intriso di salsedine
e sudore
E non rinchiuso in una cassa
di legno
La distesa di marmi si perde
alla vista
Su ognuno un bianco lenzuolo
A coprire i dormienti
Il mio sonno non giunge
Ma il viaggio d’un tratto e’
finito
Poca strada ho percorso
E quanta ancora da fare
Sia concessa una tregua
Il mio sonno non giunge
Mille anni e mille ancora ho
viaggiato
E senz’ali ho fluttuato nel
tempo
Ho intravisto coste lontane
Le ho raggiunte all’istante
E le donne piu’ belle
Mi han donato l’incanto
Poi
Ormai sazio
Ho attinto alle arti
Ho goduto il sublime
La distesa di marmi si perde
alla vista
Su ognuno un bianco lenzuolo
A coprire i dormienti
Il mio sonno non giunge
Ma il viaggio d’un tratto e’
finito
Poca strada ho percorso
E quanta ancora da fare
Sia concessa una tregua
Il mio sonno non giunge
Mille anni e mille ancora ho
viaggiato………….
In questi casi ci vuole forza
Accanimento
O altre cose
Tipo senso del dovere e cosi’
sia
Ray aveva esaurito tutte le
sue scorte
Dalle finestre aperte
provenivano schiamazzi allegri
E l’afa trasportava col suo
affanno
Le voci dei passanti
Dal frigorifero prese una
bottiglia di wiskey ghiacciato
Si sedette sulla poltrona
E incomincio’ a bere e a
fumare
A bere e a fumare
Fin quando gli schiamazzi
cessarono
L’afa entrava ormai da sola
E Ray continuava a bere e a
fumare
In piena notte non si sentiva
piu’ nessuno
Ray si avvicino’ alla finestra
Guardo’ la luna
E provo’ a volare
Il vento
E’ stato il vento
E piu’ non so
Lei passava
Proprio in quel momento
E si fermo’
Lui
M’instillo’ il tormento
Me la mostro’
Io
Preda di quel suo lamento
E piu’ non so
Il tempo passa
A volte in fretta
A volte lentamente
A volte rimane e torna
indietro
Il tempo di Costanza seguiva
un’altra legge
Quella dei sogni
Vissuti di giorno
Come la notte
Perche’ di notte lei non
dormiva
Mai
Costanza passava per le strade
del paese
E il paese non c’era
Ma alchimie
Animali curiosi
Abissi che sfociavano in lande
deserte
I monelli le lanciavano dei
sassi
E la gente rideva
Poi un giorno Adelmo incontro’
Costanza
Si presento’ come un drago
Costanza se ne innamoro’
Adelmo la violo’
Lasciandola in un fosso
imbrattata di sangue
Da quel giorno la legge di
Costanza cambio’
E per lei il tempo fu solo un
ossessivo
Violento
Eterno presente
Le storie viaggiano nel vento
E se l’aria e’ ferma
Immobile
Che neanche le foglie si
muovono
Le storie stan li
Fisse
Nell’attesa che qualcuno le
colga
Al nostro passare ci sfiorano
dolcemente
O c’entrano dentro
Nella testa
Nelle tasche
Nelle case
Al nostro fianco mentre
riposiamo
E poi pervadono i nostri sogni
Ma al risveglio ripartono col
vento
E vanno altrove
Perche’ le storie son di tutti
E a tutti sussurrano i loro
racconti
Se cogliamo una storia
Tutti fieri la narriamo
Poi
Stupiti dalla nostra inattesa
bravura
Ripassiamo gli eventi
Quasi sorti dal nulla
E pensiamo a canali misteriosi
Che collegano la mente
all’ignoto
E ansiosi vaghiamo
Alla ricerca d’altre storie
che non troviamo
E diciamo
“Son finite
Il mondo e’ vuoto”
Ma loro son sempre li
Basta tendere la mano
Il viale
Assolato e silenzioso
Riecheggiava di feste antiche
Il passo procedeva lento
Distratto era lo sguardo dalla
cornice azzurra del mare
Quando sotto le viti mi
apparve
La mente assorta nel
peregrinar del tempo
Di un lungo e intenso tempo
Mi avvicinai
Ed ella mi svelo’ il suo
segreto
Qui mi ritiro
Qui solo mi e’ concessa tregua
agli affanni della vita
Ed un commosso sollievo mi
pervase
E’ notte e sono li
Proprio in quella via
A rimestare teorie e
turbamenti
Poi,escono dalla locanda
Lui,alticcio,poco rassicurante,scavato
in volto
Lei,evanescente,male in arnese
Ecco,mi dico
Accomunan le disgrazie
Lui si avvicina
Le porge la giacca e dice
“Copriti, fa’ freddo”
Non voglio frammenti di vita
O sogni che svaniscono
all’alba
Ma un cuore che pulsa ogni
istante
E trame che non hanno confini
Se l’infinito fosse tale
E parimenti il suo contenuto
Potrei supporre ogni fantasia
Potrei evocare suoni
Forme e pianeti
E in un recesso definir lo
stato
Quale ragione
S’insinuerebbe a dubitare
Di una possibilita’ tra mille
e mille casi ancora
Che ancora non son niente
E del niente una frazione
Potrei dell’altro (gli altri)
in me
Congetturar la sorte
Sembianze e accadimenti
Non uno
Ma dieci,cento cloni
Cui far menar la danza a
piacimento
Se l’infinito fosse tale
E parimenti il suo contenuto
Potrei supporre con le mie
fantasie
Da quale punto s’emana questa
idea
Di dominare con il pensiero il
caso?
Di generar l’assurdo?
Se di quest’infinito
Mi ritrovassi a peregrinar
nella periferia del nulla
Capriccio d’altre menti
Non sarei forse sogno ?
Oggi valgo tre soldi
Non son tanti ma mi basta
Ieri erano quattro
E non ne facevo un dramma
Domani saranno forse uno o due
(dipende da qualcuno,ma non so
bene chi)
Stanotte dormiro’ sereno
Quando arrivero’ a zero
Mi cacceranno via
Allora,prendero’ una coperta
,una chitarra e la mia rabbia
E andro’ a cantare in una di
quelle vie del centro
Sempre piene di folla
indaffarata il giorno
Ma che di notte son deserte e
buie
Andro’ a cantare con gente che
sta’ lì da anni
Ma solo per dormire tra i
cartoni
Tutta gente che un giorno
valeva cinque
E anche sei soldi
Poi donero’ le mie cose a chi
le vuole
Ma non la rabbia
E cerchero’ qualcuno
(non so bene chi)
Ma poi lo trovero’
Sicuramente ebbro di piacere
Insensibile ai rimorsi
Proprio come me
Quando mi cacceranno in una
stanza buia
E dormiro’ sereno
Le fragili pulsioni della sera
Salgono impetuose
A scardinare gli illusori
equilibri di una vita
A che serve assoggettarsi
all’ordine presunto
La verita’ rivelata
La cronologia del tempo
Domani
All’alba
Sorretti da fili di seta
Imploreremo un ritmo melodioso
Benevolo
E subito calera’ la notte
Due giovani pioppi
Controllano l’accesso al
cortile
Che nessuno mai varca
Ed un candido velo
Sorretto ad una fune e al piu’
adulto
Improvvisa una danza ispirata
dal vento
Un torchio in disuso e una
botte
Dal glorioso passato
Han smarrito da tempo
quell’antico splendore
Che li vide maestri e custodi
Di un’arte inebriante
Dove gioia ed amori
Lacrime,incontri ed addii
Si addensarono nel corso del tempo
Vi e’ ora il nulla
Ne’ simulacro di resti sparuti
Appassiti
Relegati in un canto
Il nulla
Ma un nulla pesante,presente
Pareti concrete
Ancor salde alla mente
Si’ che ogni volta che giro lo
sguardo
Ed i giovani pioppi
Il torchio e la botte
E quant’altro mi appare alla
vista
Trasalgo per l’immagine che si
offre ai miei occhi
Non da queste figure
(Che vorrei nascoste)
Sono colpiti i miei sensi
Ma dal nulla
Dove gioia ed amori
Lacrime,incontri ed addii
Si addensarono nel corso del
tempo
Citta’ che pulsi di passioni
antiche
Retaggio di guerrieri mai
domati
Di amanti mai appagati
Di arcaici riti mai svelati
Ascolto il tuo cuore che vibra
di sacralita’
Per la pletora divina
E accelera il suo battito
Ad agognare odi furenti
Sento le tue membra fremere
E gli occhi d’ogni eta’
Offrire e offrirsi al
godimento
E il suo richiamo invade
l’aria
Che avvolge di desiderio
Penetra il terreno avido di
seme
E dona frutti contaminati dal
piacere
Odo i tuoi suoni aspri
Irriguardosi,colti
E poi mansueti,caritatevoli
Ilari,blasfemi e saggi
A ricordare una Babele che
disperatamente
S’aggrappa al cielo
Semplici linee
S’intersecano a semplici linee
In un’infinita semplicita’ che
genera il caos
La successiva sottrazione
continua degli elementi lineari
Sviluppa una trama sempre piu’
chiara
La cui sintesi estrema
E’ rappresentata da semplici
linee
Ma il processo finale
Genera inaspettatamente la
comparsa di un cerchio
Che associato alla linea
Confonde il Sommo Ente
Organizzatore Geometrico
Che
In preda ad un moto di
sconforto
Lascia all’uomo il compito di
risolvere il mistero
Tra due colonne di villa
vesuviana
Affiancate da palme maestose
L’anonimo passante s’appresta
alla sua arte
La mamma,vedendolo per strada
Lo ha fatto entrare
Ad immortalare le sue bambine
Una bionda,occhi azzurri
L’altra moretta
Stessi vestiti
Tutto e’ pronto
La bella posa accanto al
tronco
I teneri sorrisi
La mano nella mano
Questo momento
Fissato nel tempo dall’arte di
un anonimo passante
Inizia il suo viaggio e giunge
a me
Il resto
Quel che accadde
Non e’ stato
Per me sempre sarete due
bambine
Una bionda,occhi azzurri
L’altra moretta
Stessi vestiti
La mano nella mano
Insieme,
Abbiamo attraversato il mondo
Ci siamo immersi tra
formicolanti decumani
Stillato le emozioni da una
terra a noi geniale
Assaporato gusti antichi
Insieme,
Abbiamo attraversato il tempo
Ospiti discreti di nobili
dimore
Come di luoghi che
riecheggiano ancora di strazi plebei
Abbiam brindato,ebbri di
gioia,e d’amicizia
Al nettare del mare e della
nostra terra
Filosofando di passioni e
Abbiamo riso (tu) delle
tiranniche accortezze
Di due bambine in la’ con gli
anni
Immerso i corpi in stoiche
abluzioni
Riemergendone saturi di zolfo
Abbiam battuto Torre palmo per
palmo
Con la mia ansia di regalarti
il mondo
Ma tu,piu’ saggia a cercare
solo il giusto
Insieme a te
L’afa del tempo
Sembrava brezza sulla mia
pelle
Infinito,
Ne riduce il senso
Limite,
E’ parola vana
Amore,
Esprime solo confusamente
Quel che sento
Il tempo poi,
Ne accresce in progressione
I possibili confini
Per te,
ogni giorno
ringrazio Dio
Ed ogni giorno passa
Senza che
Per questo dono
Non cessi lo stupore.
La scia dei ricordi che
volteggiano grevi
E inusitate cantilene che
S’alternano al plumbeo risuono
del tuono
Mi destano a un tratto.
La fitta scansione di gocce
M’appaga da spenti chiarori
Che indulgono alla meraviglia
Tremula
La luce appare
A rischiarar la notte
E m’appresto al fanale
Inzuppato d’amore
La satura coltre della
passione
S’avviluppa alle ossa
Non un tenue riparo
E’ concesso ai miei sogni
Ne’ il tuo viso
A placarne il tormento
E l’ardore di un giovane
amante
Si disperde
Tra i rigagnoli del tempo
Mentre tutt’attorno
La citta’ dorme
Al lamento
Gli argini han ceduto
all’oltraggio dei folli
A nulla e’ valso improvvisare
la struttura del tempo
Vane le contorsioni ad
afferrarne gli assiomi
Il delirio ha sommerso il
peccato
Fluttuiamo in un magma che
tace
Monocromi astratti di una
volta infinita
Fortezze appostate a difesa
del nulla
Coriandoli sparsi da millenari
urbanismi
Poi
Piu’ giu’
Alberi e vele
Palme e vascelli
E il mare
Il mare di Genova che riflette
i suoi sogni
Mentre attorno
La folla che passa
E’ gia’ rivolta al domani
Sorpreso dalla notte
Mi trovai a vagare per boschi
incantati
Chi sei?
Domando’ lo stambecco piumato
Volteggiando tra roveri e
querce
Deliziato dal canto dei fiori
Sono un uomo
Risposi
E ho smarrito la strada
Puoi mostrarmi il sentiero che
reca al villaggio?
Il silenzio calo’ sopra il
bosco
Che ritrasse i suoi suoni e i
colori
Tronchi e rami si mutarono in
pietra
E le chiome di foglie
svanirono a un tratto
Lo stambecco
Ormai glabro
Riversato sul suolo
Contorceva le membra in una
pozza di sangue
Oltre il greto del fiume
Ecco
Apparve il sentiero che porta
al villaggio
E lasciai alle mie spalle
La natura morente di quel
bosco incantato
La memoria e’ dissolta
Svaniti i ricordi
Chi sono, quale la mia citta’
Ho amato? E chi?
Chi mi ha amato?
Nulla. Non ricordo nulla
Scavo nella mia mente
Analizzo,ascolto,annuso,leggo
Tutto mi e’ estraneo
Vagavo,le mie domande senza
risposta
Mi han curato,han cercato di
capire
Ma non han capito
Non ho carte,nessuno che mi
cerchi
Quasi non esistessi
Dalla finestra posso vedere il
blu del mare
E il verde delle colline
Oltre le colline,penso,ci
sara’ il mondo
Voglio scoprire il mondo
Mi inventero’ un nome,un passato
Vogliono che tutto sia normale
Un’identita’,una famiglia,una
casa dove stare
Ed io saro’ normale
Saro’…Michele,Michele Verde
Come le colline che osservo
dal mio letto d’ospedale
Cos’e’ successo?
Un’aggressione
Mi han derubato,ricordo
bene,mentre aspettavo il treno
Perche’ io, non abito qui, ma
altrove
Conosco tutti i fatti del
momento
Politica,televisione,avvenimenti
Ho letto tutto
E’ fatta
Voglio vedere terra e genti di
questo paese
Ho voglia di capire
E prendo il treno
Nello scompartimento mi
scambiano per muto
Non dico una parola
Ascolto,e non capisco
Ho un biglietto per Torino
Ma scendo a Genova
Cosi’, perche’ mi piace il
suono
Saluto i viaggiatori con un
arrivederci
Mi guardano stupiti
Fuori della stazione, so dove
andare
Quasi d’istinto prendo quel
bus
Che dev’essere proprio li’
Scendo vicino ad una grande
piazza
Percorro una scalinata irta
Giungo in una stradina con una
cancellata sulla destra
Apro il portone di un palazzo
Salgo al quarto piano
Mi fermo davanti ad una porta
La osservo,sulla targa ,c’e’
scritto “Verze”
Mi chino,cerco sotto lo
zerbino
Ci sono delle chiavi
Apro la porta
Attraverso il corridoio
Attorno ad un tavolo vedo
volti
Alcuni mi appaiono
familiari,altri no
Tutti mi guardano con grande
stupore
La donna soprattutto
Ripercorro a ritroso lo stesso
percorso
Mi fermo vicino alla
cancellata e piango
Adesso, so chi sono
Schegge di luce
S’insinuano nell’oscurita’
Flebili suoni
Impercettibilmente
Scalfiscono il silenzio
Mentre, come un miraggio
Attraversiamo il tempo
Che ignaro
Svanisce nel nulla
Ho atteso in silenzio
Che il vento lambisse il mio
volto
Le mie vesti,la carne
Poi, solo fango e stupore.
Strutture ruotano sospese
Nella staticita’ del tempo
Tra tensioni indefinite
Ipotesi stagnanti
Deliri primordiali
La loro caducita’ contempla
regole sognate
Da chi creo’ l’insonnia
La loro senilita’
Da chi il dolore