Pare accertato che, iscrittosi alla Facoltà di
giurisprudenza, l'abbandonò per dedicarsi al teatro.
Unitosi a Madeleine Béjart, buona attrice ed
energica donna, fonda nel 1643 l'Illustre Théâtre, ne assume la
direzione, inizia la carriera di attore con il nome di Molière.Gli
inizi sono difficili.
Ben presto cominciano a piovere protesti di
creditori, di fornitori di candele, di biancheria, di
legna.
Gli ultimi documenti dell'Illustre Teatro ci danno
Molière imprigionato per debiti. rimesso in libertà, raccoglie
un'altra compagnia e inizia, verso il 1646, le peregrinazioni in
provincia che durano dodici anni e che lo portano a Tolosa,
Bordeaux, Avignone, Pézénas, Lione, ecc.
Nonostante la protezione del principe Conti (che
poi diventerà gran devoto e nemico del teatro) Molière incontra e
deve superare ogni sorta di difficoltà per tenere in vita la
compagnia.
Rappresenta farse, commedie a canovaccio,
"divertimenti" e balletti, compone lui stesso, ad imitazione degli
Italiani, Le Médicin volant e La
Jalousie du barbouillé.
E' un lungo periodo di prove e di utili
esperienze, concluso con il ritorno a Parigi.
Molière e i suoi compagni hanno ottenuto l'onore
di fregiarsi del titolo di Comédiens de Monsieur ("Monsieur" era il
fratello del Re), con una pensione che non fu mai pagata.
La compagnia passa da una sala all'altra,
rappresenta un po' di tutto, ma gli affari sono sempre
magri.
E' allora che Molière si decide a portare sulla
scena i due suoi primi saggi di una certa importanza, L'Etourdi e Le
Dépit amoureux.
Nel 1659 ottiene un grande successo con Les
Précieuses ridícules.
L'anno dopo, la farsa Sganarelle ha la fortuna di
piacere al Re.
Nell'agosto del '61, invitato da Fouquet a
comporre un divertimento in onore di Luigi XIV, crea con i Fácheux
la "commedia balletto".
Comincia l'ascesa dell'attore poeta.
Nascono le grandi commedie, ma si accendono pure
acerbe polemiche che, come al solito, trascendono fino al
libello.
Nel febbraio del 1662 Molière ha sposato Armande
Béjart (figlia della sua amica Maddalena) che, molto più giovane di
lui, non peccava per eccesso di virtù.
Tutto fa credere che, negli anni della maturità e
dei trionfi, la vita del poeta fu difficile e forse
dolorosa.
Agli attacchi di critici, di rivali e di devoti si
aggiungono i dispiaceri intimi (culminati nella separazione da
Armanda) e le preoccupazioni di una malferma salute.
Dopo il 1666 s'inizia tuttavia un periodo di
relativa calma.
Con il successo definitivamente assicurato è
l'agiatezza, è la riconciliazione con Armanda, la cessazione delle
lotte, o la rinuncia ai temi pericolosi.
La tregua è di breve durata.
Gli ultimi anni di Molière saranno amareggiati
dalla rivalità con G.B. Lulli, che ha portato a Parigi l'opera
lirica italiana.
Prima collaboratore, poi nemico del commediografo,
Lulli ha per sé la protezione del re Luigi e il favore di una parte
del pubblico.
Il 17 febbraio 1673, alla quarta rappresentazione
del Malade imaginaíre, Molière, da tempo sofferente di petto, ha
sulla scena un attacco del male, ma riesce a vincere la sofferenza e
a terminare lo spettacolo.
E appena ebbe il tempo di mettersi a letto che la
tosse continua da cui era tormentato raddoppiò di
violenza.
Gli sforzi che fece furono tali che una vena gli
si ruppe nei polmoni.
Come si rese conto del proprio stato, volse tutti
i suoi pensieri al Cielo; un istante dopo perse la parola e rimase
soffocato in mezz'ora dalla grande quantità di sangue che gli usciva
dalla bocca".
Ad assisterlo, oltre a sua moglie Armanda, vi
erano due suore, ma nessun prete, malgrado egli l'avesse
chiesto.
Il giorno dopo, il curato della parrocchia di
sant'Eustachio rifiutò alla salma del poeta l'inumazione in terra
consacrata, giusta la scomunica che da sempre colpiva gli attori, o,
più precisamente, quelli che non facevano in tempo a rinnegare in
punto di morte il loro passato e la loro professione.
E' Armanda a intervenire presso il re, che
raccomanda all'arcivescovo di Parigi di adoperarsi per evitare il
nascere di un "caso".
Così, onde non nasca un "caso", Molière viene
seppellito il 21 febbraio, nel cimitero di San Giuseppe: lo strappo
alla regola era stato consentito a condizione che i funerali
avessero luogo di notte, senza concorso di pubblico, e in assenza di
sacerdoti.
Buon amico degli attori italiani, discepolo del
napoletano Tiberio Fiorilli (il popolare Scaramouche), l'attore
Molière ha "collaborato" con il commediografo, ha contribuito a
dargli il senso pratico del teatro, le risorse del mestiere, la
conoscenza delle esigenze della scena e dei pubblico.
In un tempo in cui imitazioni e rifacimenti sono
di largo uso (il che non impedisce ai critici di gridare
continuamente al plagio) Molière "prende il suo bene" dovunque lo
trovi, ma lo cerca soprattutto negl'intrecci, nei tipi, nelle
maschere della commedia dell'arte e della commedia "sostenuta" degli
Italiani.
Le reminiscenze della commedia latina e della arsa
medievale sono insignificanti o di seconda mano.
Non si creda tuttavia che Molière si limiti a
servirsi con mano maestra degli strumenti dei mestiere o a rifare in
meglio soggetti e modelli più o meno venerabili.
Nulla di meno libresco delle sue commedie e nulla
di più immediato della sua comicità che, traendo materia
dell'attenta lettura del gran libro del mondo, è originale creazione
di una fantasia che si rivela inesauribile nello scoprire e
nell'approfondire i contrasti fra l'uomo e la marionetta, fra la
semplicità delle leggi naturali e le stravaganti infrazioni della
caricatura.
Gli intrecci convenzionali, i luoghi comuni del
ridicolo, gli stessi documenti tratti dal vero non danno che lo
schema e il canovaccio sul quale l'arte traccia figure, di lieve e
indelebile rilievo.
Fin dall'Etourdi le maschere aderiscono ad un
volto e parlano il linguaggio di tutti con inconsueta
grazia.
A partire dalle Preziose ridícole, Molière ha
trovato il suo stile, la formula poetica nella quale finzione e
realtà si fondono in un brillante ed omogeneo tessuto (...
).
Ed in verità, egli continuerà a cercare
dappertutto il "suo bene" o la materia grezza fondendo letteratura e
vita, le generalità del carattere con i particolari vivi
dell'ambiente e del ritratto.
Non è necessario dire che, per un'arte così libera
e aderente alla realtà, la distinzione in commedia di intreccio, di
carattere e di costume ha perduto qualsiasi significato, e non è
sorprendente che, sia essa a chiave, a tesi o di pura fantasia, la
commedia molieriana comprenda nella sua latitudine gli estremi del
dramma e della farsa.
Dopo la satira delle preziose vittime delle
proprie illusioni, Molière ci dà in Sganarelle ou le cocu ímagínaíre
(1660) la farsa senza pretese del marito vittima delle "false
apparenze" e la commedia a grandi pretese di Dom Garcie de Navarre
(1661), o del geloso vittima della propria immaginazione
L'anno del fallito Dom Garcie è pure l'anno dei
ritratti dal "naturale" dei Fâcheux e della commedia in tre atti
L'Ecole des maris.
Anche qui l'intreccio è tolto da un'opera nota (El
marido hace mujer del Mendoza), anche qui tipi e situazioni
ricordano gli Adelfi di Terenzio, il tema delle "precauzioni
inutili", una novella dei Boccaccio che illustra l'invincibile
astuzia femminile, ma, oltre ad essere magistralmente costruita, la
commedia presenta il primo abbozzo di quelli che saranno i grandi
caratteri.
Subito dopo vengono i capolavori: L'Ecole des
femmes (1662), le Tartuffe, Don Juan (1665), Le Mísanthrope
(1666).
Nel pieno delle sue forze, spronato dal successo,
dalle esigenze del pubblico, dalle stesse polemiche, Molière lavora
febbrilmente, e talvolta in fretta, dando sorprendente prova della
varietà dei suo genio comico.
Mentre scrive le sue più importanti e contrastate
opere, compone con i "divertimenti" del Re e della Corte lavori di
più modesta portata che debbono servire a spettacoli nei quali gli
intermezzi musicali, la coreografia, gli allestimenti scenici hanno
notevole, e talvolta preponderante, parte: la commedia balletto Le
Mariage forcé con musica di Charpentier (1664), La Príncesse d'Elide
con musica di Lulli (1664), L'amour médecin (1665), Mélicerte
(1666), La Pastorale comique (1667), Le Sicilien ou l'amour peíntre
(1667).
Opere di circostanza, ci danno un Molière minore,
che si piega o si lascia andare al romanzesco e magari ad una certa
preziosità di stile e di fantasia.
Ma appartiene pure a questo periodo la farsa del
Médecin malgré luí (1666), nella quale il realismo plebeo del
favoiello medievale è ravvivato dalle inesauribili risorse dello
spirito molieriano.
Evasione o stanchezza, il poeta sembra staccarsi
dai grandi conflitti comico drammatici e dalle figure complesse, da
tesi e problemi morali.
Negli ultimi cinque anni di vita e di lavoro, la
intatta vis comica si fa più "disinteressata", si adatta al
disparato di qualsiasi soggetto, cerca l'effetto curando sempre meno
l'inutile lezione.
Le figure dei buoni e degli onesti appaiono più
semplici, il riso nasconde male il fondo amaro o una specie di
rassegnato scetticismo.
Nuove trovate e brillanti scoperte si alternano
con il mediocre della frettolosa composizione e della
rimasticatura.
Ai primi del 1668 è il grande successo di
Amphitryon (scintillante commedia in tre atti, in versi liberi, che
riporta sulla scena la commedia di Plauto senza dimenticare
l'adattazione fattane dal Rotrou nei Deux Sosies) ed è il successo
popolare di Georges Dandin che fra l'altro utilizza reminiscenze di
una novella del Boccaccio e di una commedia del Calmo.
Sulla fine dello stesso anno L'Avare (affrettata
composizione del vecchio intreccio con scene di recenti commedie
francesi e con facezie della commedia dell'arte) è accolto
freddamente, ma l'anno dopo viene la rivincita della comicissima
farsa di Monsieur
de Pourceaugnac, o del signore provinciale vittima dei raggiri
di parigini che vengono da Napoli e che conoscono gli imbrogli di
Polícinella pazzo per amore.
Alti e bassi, dunque.
La musa del grande commediografo continua a
distrarsi in piccoli giuochi o nella ricerca di soggetti che si
adattino ai grandiosi divertimenti di Versailles, di SaintGermain e
del Palazzo delle Tuileries. Les Amants magnifiques (1670), la
favola di Psyché (altra commediaballetto composta in collaborazione
con Quinault e Corneilie) servono di pretesto a splendidi
spettacoli. Lo stesso Re partecipa talvolta al balletto (negli
Amants compare sotto le spoglie di Apollo e di Nettuno) e suggerisce
i temi delle commedie.
Anche Le Bourgeoís gentílhomme (febbraio del 1670)
sarebbe nato dal desiderio di Luigi XIV di mettere in ridicolo certi
ambasciatori turchi che erano restati insensibili alle magnificenze
della corte di Versailies.
In realtà la commedia presenta una farsesca
"cerimonia" turca in maccheronico gergo italo spagnolo durante la
quale il "mamamuochi Giourdina" è onorato con busse e lazzi; e da
Turchi si travestono e cianciugliano il giovane Cleonte e il furbo
Covielle. Queste turcherie non sono tuttavia una inedita trovata, e
tutt'altro che nuovo è il tipo del borghese arricchito che, afflitto
da "visions de noblesse et de galanterie", prende lezioni per
imparare le regole e i riti del bel mondo.
Ciò non impedisce che la commedia di Molière sia
divenuta l'originale opera che continua ad essere rappresentata con
grande successo e che Monsieur Jourdain abbia superato e fatto
dimenticare ogni modello e precedente.
Nel Bourgeoís c'è un carattere, o piuttosto un
tipo. Nella commedia Les Fourberies de Scapin (maggio del '71) non
c'è che la piacevole raffazzonatura del Formíone di Terenzio con le
tradizionali maschere del vecchio avaro e dell'intrigante Scappino e
con una scena e una famosa battuta ("Que diabie allait-il faire à
cette galère?") tolta dal Pédantjoué di Cyrano de
Bergerac.
E nella farsetta La Comtesse d'Escarbagnac non c'è
che il sommario ritratto della "preziosa" di un salotto
provinciale.
Senza che si possa parlare di decadenza, Molière
sembra lontano dal tempo della ricca ispirazione e dei progetti
ambiziosi.
"Dipingere secondo natura" non è sempre comodo e
forse la prudenza consiglia al poeta, che lavora per la corte, di
risparmiare potenti personaggi e "alcovistes de qualité".
Il provinciale, il borghese vanitoso, il marito
beffato, l'avaro, il servo furbo o sciocco, il medico, il pedante
sono teste di turco sulle quali si può picchiare
impunemente.
Il comico scaturisce lo stesso, senza misture e
senza impacci, condensato in figure vivaci e in tratti di spirito
divenuti proverbiali.
Tuttavia da qualche anno Molière pensa ad una
commedia che sarà in versi e in cinque atti.
Rappresentata nel maggio del 1672, Les Femmes
savantes ci riportano nel mondo delle "visionarie" e delle preziose
ridicole (... ).
Anche Le Malade imaginaire (febbraio 1673) ci
porta nella terra cognita degli stratagemmi e dei travestimenti,
degli amori contrastati e facilmente vittoriosi, della guerra fra
onesti e ipocriti, fra la ragione e la stravaganza.
E, come al solito, il semplicismo della trama è
riscattato dalla meravigliosa naturalezza del discorso, le figure
stilizzate traggono calore e vita dalla verità umana come dalla
stessa deformazione della parodia.
Chi vuole, può trovare il tipo della perfida e
dolciastra Béline nella farsa medievale della Comette, il goffo
Thomas Diafoirus nel sommario Maitre Mimin étudíant, il medico
ridicolo nel ciarlatano di ogni tempo, nelle commedie dell'arte o
nelle farse dello stesso Molière.
Non si trovano in nessuna opera scene di comica
stupidità come quelle in cui parlano i due Diafoirus, una satira
così brillante e amara, come quella che l'ultima commedia fa della
medicina e del gergo aristotelico.
Dopo tanto tempo Molière si mescola ai suoi
personaggi, fa udire la sua voce nel riso che suscitano le manie del
malato immaginario e il "pompeux galimatias" dei medici. Voce stanca
e stoica di malato vero che deride il "romanzo della medicina" e che
si aggrappa quasi con disperazione alla fede in una natura
benefica.
Ma qualche giorno dopo la natura imponeva il suo
inesorabile ordine: "Je vois bien qu'il faut quitter la partie; je
ne puis plus tenir contre les douleurs et les déplaisirs qui ne me
donnent pas un instant de reláche": così avrebbe detto Molière alla
moglie e ad un suo attore.
Il giorno stesso abbandonava la partita portando
ancora sul volto dolorose la maschera comica del malato
immaginario.