Omar Wisyam
La schiavitù e la critica della rivoluzione in Simone Weil
Nota sulle Réflexions sur les causes de la liberté et de l'oppression sociale.
Il testo di Simone Weil, la cui stesura
risale al 1934, è necessariamente invecchiato, ma per qualche
aspetto conserva una sua validità che non è stata
intaccata dallo sviluppo della società spettacolare. Quando
esordisce, scrivendo che ci si può chiedere se esista un
ambito della vita pubblica o privata dove le sorgenti stesse
dell'attività e della speranza non siano avvelenate dalle
condizioni nelle quali viviamo, non possiamo che essere d'accordo
con lei, tranne il fatto che le ragioni che adduce a prova della sua
affermazione sono smentite dalla realtà del consumatore medio
delle democrazie occidentali. Ma la riflessione di Simone Weil si
dirige subito sulla critica del termine rivoluzione; una
critica che giungeva allora quanto mai opportuna, e, come quasi
sempre accade, non abbastanza ascoltata dai rivoluzionari che
sono venuti dopo: la rivoluzione come menzogna, come una delle
numerose menzogne suscitate dal regime capitalista nel suo
sviluppo.
Una delle dimostrazioni della giustezza di
quest'analisi è data dalla considerazione che la classe
operaia ha dato le sue prove di forza soltanto quando ha servito
cause diverse dalla rivoluzione operaia.
Il marxismo è
estremamente lacunoso per Simone Weil, soprattutto perché Marx
omette di spiegare perché l'oppressione è invincibile
finché è utile, perché gli oppressi in rivolta
non sono mai riusciti a fondare una società non oppressiva,
sia sulla base delle forze produttive della loro epoca, sia anche a
prezzo di una regressione economica che difficilmente avrebbe potuto
accrescere la loro miseria, e infine egli lascia del tutto in ombra i
principi generali del meccanismo mediante il quale una forma
determinata di oppressione viene sostituita da un'altra.
I
rapporti di dominio e di sottomissione tra gli esseri umani
costituiscono sempre uno squilibrio senza rimedio e che si aggrava
perpetuamente, proprio perché non c'è mai potere, ma
soltanto corsa al potere, e questa corsa è senza termine,
senza limite, senza misura, e non c'è neppure limite né
misura agli sforzi che essa esige. Ai procedimenti della corsa al
potere si sottomettono gli uomini con la stessa vertigine, da sempre.
Non c'è interesse personale che prevalga, perché
sarebbe un principio d'azione, ma la storia, che è storia
dell'asservimento, rende gli uomini vittime degli strumenti di
dominio che essi stessi hanno fabbricato. La rivolta, considerata
nell'insieme, finisce per essere un'aggravante del male, perché
costringe i padroni a far pesare il loro potere in modo sempre più
greve.
Ciò che normalmente si intende per rivoluzione,
scrive Simone Weil, non solo è un fenomeno sconosciuto
nella storia, ma è anche, se lo si considera più da
vicino, qualcosa di inconcepibile. La storia presenta delle lente
trasformazioni di regimi in cui gli avvenimenti sanguinosi (le
rivoluzioni) svolgono un ruolo molto secondario, e possono anche non
essere presenti.
Se la rivoluzione è una mistificazione, la
condizione generalizzata di schiavitù è invece reale.
Dalla schiavitù primitiva verso la natura si è passati
alla schiavitù verso la società. Si tratta di una
schiavitù determinata dal gioco stesso della vita collettiva:
un gioco cieco che da solo determina le gerarchie sociali.
Riassumendo: la società meno
cattiva è quella in cui la maggior parte degli uomini si trova
per lo più obbligata a pensare mentre agisce, ha le
maggiori possibilità di controllo sull'insieme della vita
collettiva e possiede la maggio indipendenza.
Per un profilo
della vita sociale contemporanea, Simone Weil scrive che mai, come
ora, l'individuo è stato così completamente abbandonato
a una collettività cieca, e mai gli uomini sono stati più
incapaci non solo di sottomettere le loro azioni ai loro pensieri, ma
persino di pensare. Quindi i termini di oppressori e oppressi, la
nozione di classe, tutto ciò ha perso significato. Dinanzi
alla complessità crescente dei meccanismi sociali il
pensiero ha sempre meno la possibilità di afferrare qualcosa,
ciò vuol dire che la quantità è diventata
qualità, come diceva Hegel. Il livello di asservimento degli
esseri umani è misurabile da un criterio puramente
esteriore, qualunque sia l'ambito in questione: questo criterio è
quello dell'efficacia, a condizione di intendere con ciò la
capacità di ottenere successi a vuoto.
A schiavi
irresponsabili si affiancano dirigenti essi stessi ampiamente
irresponsabili, e nell'estensione straordinaria dei settori
produttivo e commerciale il primato della conquista orienta il
capitalismo verso la distruzione.
Infine quando il caos e la
distruzione avranno raggiunto il limite a partire dal quale il
funzionamento stesso dell'organizzazione economica e sociale sarà
diventato materialmente impossibile, la nostra società perirà;
e l'umanità, tornata a un livello di vita più o meno
primitivo e a una vita sociale dispersa in collettività molto
più piccole, ripartirà su una strada nuova che ci è
assolutamente impossibile prevedere. Comunque, a chiudere la
questione della rivoluzione, mai sinora nella storia un regime di
schiavitù è caduto sotto i colpi degli schiavi.
La
società attuale non fornisce, come mezzi d'azione, altro che
macchine per schiacciare l'umanità e la speranza di un
dispotismo illuminato appare agli occhi di Simone Weil come un'idea
del tutto assurda.
Le Riflessioni di Simone Weil, che
riflettono straordinariamente il periodo storico nel quale sono
maturate, mentre segnalano che la schiavitù non è mai
cessata, anticipano la certezza che lo spettacolo, che subentrerà
al termine della seconda guerra mondiale, porterà la
complessità dei meccanismi sociali a livelli ancora più
elevati e con essi all'impossibilità di padroneggiare la sua
dinamica, anche sapendo in partenza che l'esito di questo processo
sarà distruttivo, nichilizzatore.
La schiavitù è
compatibile con il termine moltitudine, impiegato per recidere
la tradizione socialista del popolo e del proletariato?
Sembrerebbe di no, ma quando Paolo
Virno scrive in Grammatica della moltitudine che il
tempo di lavoro è solo una componente, e non necessariamente
la più rilevante del tempo di produzione, intendendo con
questo l'unità indissolubile di lavoro e non-lavoro, a me
suggerisce l'idea che la schiavitù sia attuale anche nel
cosiddetto post-fordismo. Quella che Virno chiama
intellettualità di massa, e la definisce scrivendo che
la sua identità deve essere reperita sul piano delle forme di
vita, di consumo culturale, di usi linguistici sembra, in modo
appropriato, ma svalutando le conseguenze della sua analisi,
appartenere all'ambito delle nuove forme integrate di schiavitù
nel sistema di dominio spettacolare, quello che lo stesso autore
chiama il comunismo del capitale, cioè l'essere comune
del capitale a tutta l'umanità, la gemeinwesen della
schiavitù.
Il sistema spettacolare, costruito sulla
circolazione nichilistica di immagini e di opinioni, che non ha mai
dato il tempo di riflettere, tanto meno ha potuto consentire la
libertà di fermare questa circolazione insensata che può
essere soltanto soggetta ad incremento ulteriore (d'altronde ogni
critica rafforza la sua natura parossistica e spettacolare).
I
cattivi sentimenti descritti da Virno: cinismo e opportunismo,
che è lecito immaginare come segno distintivo della
moltitudine, sono sentimenti propriamente distintivi della
condizione di schiavitù, dato che rinunciano fin dal principio
alla ricerca di un fondamento intersoggettivo e alla
rivendicazione di un criterio condiviso di valutazione, essendo
manifestazioni in una realtà che presenta un alto grado di
indeterminismo.
Anche la chiacchiera e la curiosità, le
manifestazioni della vita inautentica citate da Martin Heidegger in
Essere e Tempo, contribuiscono a determinare la nozione di
schiavitù contemporanea, e proprio perché
l'infondatezza della chiacchiera riecheggia il rumore di fondo della
comunicazione spettacolare. Ma la chiacchiera non è più
un'esperienza povera, ma la produzione sociale più
determinante dello spettacolo. Agli schiavi è chiesto di
assorbire e di partecipare alla comunicazione, cioè
appropriarsi della cosa senza comprendere nulla. Allo stesso modo la
curiosità per Heidegger e la riproducibilità tecnica
per Benjamin hanno abolito le distanze per annullare ogni prospettiva
in una prossimità indifferenziata.
Il curioso è
perennemente distratto:
ciò vale tanto per Heidegger quanto per Benjamin. Se il
pubblico è un esaminatore distratto perché
l'atteggiamento valutativo comune non implica l'attenzione, la
situazione che obbliga alla svalutazione dell'apprendimento
intellettuale implica e sottointende una sottomissione reale.
Il
consumatore medio non pensa riferendosi a se stesso in termini di
schiavitù, tutt'altro, ma è pronto a riconoscere che
gli altri sono schiavi. Se egli dice di essere libero di pensare a se
stesso e di vivere per se stesso, come mai prima d'ora, eppure si
rende conto che in genere la sua vita non gli appartiene, e che gli
manca il tempo come non appartiene e manca a tutti gli altri.
Gore Vidal ha scritto che dieci minuti al giorno, o forse alla
settimana, rappresenta il tempo massimo concesso, dagli anni
cinquanta ad oggi, ai consumatori delle democrazie occidentali perché
pensino ai problemi mondiali.
La schiavitù è ancora
attuale.