Omar Wisyam (Claudio D'Ettorre)

 

Di qualche tecnica di raccolta delle virgole per fare il punto sugli scritti di Gianni-Emilio Simonetti

 

 

1. "Dalla causa alla cosa della rivoluzione"

 

Gianni-Emilio Simonetti ha accompagnato questi ultimi decenni con una ricca e variegata produzione poligrafica non facilmente classificabile. Non ha mai nascosto l'ambizione di imporsi come teorico di "matrice" situazionista, sebbene proprio dai situazionisti (ma non soltanto) sia stato minacciato a causa di tali velleità. Tuttavia questa non è stata l'unica sua ambizione, dato che Simonetti era stato, ed è attivo tuttora in altri e svariati ambiti e progetti "intellettuali": da quello artistico (Fluxus), a quello editoriale, dalla musica contemporanea alla moda, dalla gastrosofia alla clinica psichiatrica, prescindendo dai diversi altri che inevitabilmente ci saranno stati e che non mi sono noti.

In questa breve rassegna, non essendo in grado di ripercorrere sistematicamente la cronologia e le tappe di una così multiforme attività tuttora non conclusa, proverò a rileggere alcuni testi, probabilmente tra i più significativi, del poliedrico autore, ponendone in rilievo qualche aspetto più suggestivo, perché, il più possibile, essi parlino e si commentino da sé.

Gianni-Emilio Simonetti è stato, in una delle sue molteplici imprese, direttore editoriale di "Arcana Editrice". Per queste edizioni, nel 1971, curò la pubblicazione del volume "... ma l'amor mio non muore", che gli valse una certa notorietà. In quell'occasione, organizzando quel collage parecchio composito di materiali diversissimi, se gli era riuscito di confezionare un plateale oltraggio al "senso comune" dell'epoca, minori erano state le preoccupazioni di ordine "teorico". Esse trovarono sfogo, due anni dopo (nel 1973), nel volume (edito da "Arcana", nella collana "Nuova critica") intitolato "Dalla causa alla cosa della rivoluzione". Il sottotitolo recitava: "Soggettività della cultura alternativa giovanile e movimento reale del proletariato".

 

*

 

Lo scritto prende le mosse, apparentemente in medias res, con queste parole:

"Quell'identità fra produzione e consumo, che Marx lega con l'immediatamente anche, e la sua reciprocità: il consumo è produzione, salva nella sua unità immediata la loro immediata dualità. Ecco perché là dove più nulla sfugge al mercato il tema dialettico non è più la produzione, ma innanzi tutto la distruzione materiale."

In questo esordio si richiamano in nota due passaggi di "Per la critica dell'economia politica" di Marx.

Il testo continua così:

"Infatti, in un momento come quello che attraversiamo, caratterizzato dallo scontro violento di classe, la teoria diventa 'produttiva' nella misura in cui è critica e non affermativa, capace d'inceppare la logica totale dello sviluppo e di produrre un'azione pratica ad essa conforme: un'azione, cioè, radicale nel senso della separazione definitiva dalla società della separazione."

Attraverso questo passaggio il lettore, posto di fronte a una fuorviante "apparente ingenuità", si renderà conto che è necessario essere "circospetti, pedanti di fronte a quello che sembra il destino storico del pensiero".

Lo scritto dunque, in poche righe, pone già delle fatali questioni. Ma, per nostra fortuna, "il fatto che Marx ci mostri i frutti dei processi di reificazione come un dato assolutamente reale, non vuol dire che essi siano, solo per questo, irreversibili". Infatti, "non siamo di fronte ad una realtà naturale, ma ad una realtà 'storica' del dominio di classe, dunque ad una realtà transitoria". Questo passo è segnato da una nota che rimanda alla tesi n. 78 di "La società dello spettacolo" di Guy Debord in cui si dice che tutte le correnti teoriche del movimento operaio rivoluzionario sono uscite da un confronto critico con il pensiero hegeliano. L'accenno ad Hegel si spiega anche con la citazione dalla "Fenomenologia dello spirito" che introduce il primo capitolo dello scritto di Simonetti, citazione che afferma: "Similmente, la diversità è piuttosto il limite della cosa; essa è là dove la cosa cessa, o è ciò che questa non è".

Lo scopo che si propone Simonetti è subito individuato nella seconda tesi dove afferma che "la negazione del mondo della merce (...) ha condotto l'universo spettacolare della cosiddetta cultura alternativa giovanile a sottovalutare la truffa che persa la coscienza di classe, la percezione storica del reale, l'esistenza della classe venga di fatto confutata, dimenticando che essa resta là, come limite, dove la intransigenza del mondo materiale borghese riafferma la ferrea logica dei rapporti di produzione."

Da qui si evince il compito che si dà il teorico: "Da qui il nostro compito di misurare il peso che la soggettività della cultura giovanile ha nella realtà di quel movimento esecutore testamentario più che semplice 'erede della filosofia tedesca', in altre parole denunciare lo scaltrito conformismo giovanile così come esso appare di fronte allo spettacolo del generale collasso della società borghese".

Il teorico ha dunque individuato nella cultura giovanile underground una falsa opposizione alla società borghese. La cultura giovanile è un Kulturalgebeite ("un frutto tipico dell'avanguardia borghese", qualcosa come delle "baruffe ideologiche con la società borghese").

"Il generale collasso della società borghese" però, nella tesi n. 5 del primo capitolo, si manifesta, "con le parole di Lukàcs" e "ad un esame più preciso", come "un mero potenziamento della quantità e dell'intensità della vita quotidiana della società borghese". Non solo: "di fronte al trionfo dello scambio, alla degradazione di ogni rapporto a merce noi sappiamo che l'apologia dell'immediatezza diventa essa stessa menzogna, ideologia". Peccato, perché le prime parole dello scritto di Simonetti invocano, proprio con una simile "immediatezza", la "distruzione materiale", che rientra verso la fine del volume come apologia del gesto.

"Il progetto non sono le barricate della cultura, ma la 'cultura' delle barricate, tale da incidersi profondamente nella coscienza di tutti come la definitiva separazione dal mondo della separazione. Altrimenti ha buon gioco perfino l'ironia di Adorno per le aspirazioni festaiole dell'SDS quando ricordava agli studenti tedeschi come 'contro coloro che detengono e amministrano le bombe i barricamenti sono inutili'. La nostra ironia non stupisca (...)".

"La 'cultura' delle barricate", scrive Simonetti, deve giungere a tutti, altrimenti l'ironia di Adorno, e per mezzo di essa l'ironia dello stesso Simonetti, avranno buon gioco... Troppa ironia, decisamente.

"I giovani sono l'avanguardia priva di coscienza di una nuova coscienza", cioè "non si può colpire l'alienazione sotto forme alienate a loro volta o surrogatizie".

Quindi bisognerà dare ai giovani ciò che non possiedono. Inoltre Simonetti scrive che "dobbiamo rilevare un rapporto dialettico molto stretto fra l'aspirazione alla libertà dei giovani e il carattere puramente formale di questa libertà".

"Per colmo d'ironia" aggiunge l'autore "la difficoltà di cogliere il presunto rapporto fra questo status giovanile e il movimento reale del proletariato è proprio nell'immediatezza", e il distacco è "metafora di quell'amaro distacco dal business che solo il business rende possibile". A queste considerazioni seguono delle deduzioni che vorrebbero suggerire l'analisi dellatrasformazione della società primitiva in "Per la critica dell'economia politica" di Marx al commercio delle soft-drugs e di magazines e posters. "L'aridità del nostro discorso non sorprenda" ripete Simonetti, evidentemente preoccupato (e più che mai desideroso) di stupire il lettore.

Simonetti giostra fra Hegel, Marx, Lukàcs, Adorno ed altri ancora, seguendo un movimento ternario che procede in questo modo:

a) prima un richiamo all'autore ed al testo, come in questo esempio: "Vale la pena, a questo punto, ricordare il Marx della Critica là dove ha cura di sottolineare come la produzione non produce solo l'oggetto del consumo, ma anche il modo di consumo, essa produce non solo oggettivamente, ma anche soggettivamente con la conseguenza che la produzione fornisce non solo un materiale al bisogno, ma anche un bisogno al materiale";

b) poi la giustapposizone creativa delle fonti in un nuovo ordine: "(...) Infatti, noi sappiamo che l'unicità del sistema borghese è fittizia e che solo arretrando all'autoconoscenza di sé come merce si può mettre in crisi la sua apparente contraddizione per la quale la coscienza di sé come un 'essere in sé' è generatrice di quella convinzione che intensifica la produttività e il consumo e che sembra reagire dialetticamente al reale livellamento autoritario dello scambio";

c) infine il rientro, con la citazione di un altro maestro: "E questo è anche il senso morale di quell'aforisma adorniano che recita: nella fungibilità universale la felicità e legata - senza eccezioni - a ciò che non è fungibile".

Il procedimento si ripete, con qualche variante, per tutto il libro:

a) Se Hegel poteva ancora dire di fronte ad una ipotesi di storicità che l'idea come tale è la realtà (Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia) a noi, oggi, non resta che sottolineare l'ironia di una realtà che come tale è soltanto un'idea;

b) infatti di fronte alla storicità che s'allontana, il quotidiano diventa il facile terreno delle istituzioni che concatenano e stratificano il reale fino a livello di spettacolo, uno spettacolo che poggia su un edificio che non ha più nulla a che fare con la storia.

c) Sarebbe come paragonare Palazzo Pitti ad un grattacielo di New York (H. Lefebvre, La fine della storia).

Il rituale delle citazioni assume le sembianze di un gioco piuttosto sfacciato, ed infinitamente replicato:

"Con le parole di Lukàcs ...".

"Glossando il Marx dei Manoscritti noi possiamo dire ...".

"Con quella cautela che qualche anno fa Fortini descriveva come l'astuzia della colomba, il candore della serpe".

"Nell'ambito strumentale che Adorno acutamente ha intravisto quando scriveva ...".

"Perfino l'apologia del furtarello nel supermercato, cantata da Abbie Hoffman ...".

"Di nuovo dobbiamo fare ricorso ad Hegel".

"Come emerge in modo straordinariamente chiaro dall'ultimo Hegel".

"Facciamo nostre le supposizioni del Korsch".

"Ancora più decisa è la presa di posizione del Gombin".

"Già il Marx dell'Ideologia tedesca se la prende con simili boutades".

"Alla luce dell'avviso contenuto nell'Ideologia tedesca ...".

"Già nell'intuizione marxiana dell'hegelismo appare ...".

"Cadere nell'equivoco significa abdicare alla logica di quel processo che fa dire a Marx ...".

"Quella intuizione geniale che Hegel fa risalire a Lessing di una educazione del genere umano ...".

"Con le parole di Hyppolite che glossa Hegel attraverso Marx ...".

"La chance di raggiungere la verità (Fenomenologia dello spirito) è già modello di quel barrage che in Lukàcs perfeziona le 'armi spirituali' della propria lotta".

Come scrive Lukàcs, i problemi della legalità e dell'illegalità sono soltanto mere accidentalità nel progetto rivoluzionario dei comunisti".

Nel libro capita che Vaneigem ed Hegel spieghino simultaneamente il leninismo:

"Di nuovo, il leninismo non è altro che 'la révolution expliquée à coups de fusil aux marins de Cronstadt et aux partisans de Makhno. Une idéologie' (Traité de savoir-vivre à l'usage des jeunes générations). O con Hegel: 'ciò che lo spirito vuole è raggiungere il suo proprio concetto, ma esso stesso se lo oscura, si inorgoglisce e gode di questo estraniarsi a se stesso' (Lezioni sulla filosofia della storia)".

Nel libro ricorrono svariate puntualizzazioni (come quelle già riportate in cui si invita il lettore a non stupirsi), tra le quali ne scelgo alcune che cominciano con lo stesso avverbio:

"Qui non si sta facendo l'apologia della deduzione; di fatto il problema si riallaccia, sia pure nell'ottica particolare della condizione di marginalità, al tema generale di quel 'progresso' che rischia di diventare una chimera se soltanto si perde di vista il carattere contradditorio che questo progresso può prendere, anche lì dove, l'individualità, può riuscire menomata dal fatto che qualcuno prenda partito per se stesso".

"Qui sotto accusa è quella soggettività che per quieto vivere si è lasciata trascinare nella logica di regole di gioco che si vorrebbero arbitrarie solo per poter governare con una prassi che è già routine della storia borghese".

"Come dice Lacan, qui non stiamo riprendendo il commercio della paccottiglia, smerciata per nietzscheana, della menzogna della vita, in questa condizione - condizione in cui principi e lacchè concorrono uniti - la menzogna intenzionale non viene sbattuta fuori dalla porta della storia semplicemente volendolo".

"Qui si invoca la capacità del lettore di non rimanere vittima della propria debolezza: la narrazione di ciò che è la vita deve smettere di risolversi in un falso ciclo d'avventure!"

Nel libro sono presenti tuttavia alcune fiammeggianti e concise espressioni (si tratta perlopiù di citazioni altrui, come questa di Adorno: "scaltrezza ed oscurantismo sono ancor sempre la stessa cosa"), ma ce ne sono alcune senza virgolette, come le seguenti:

"La finzione della libertà è la massima iniuria a cui siamo sottoposti".

"Di nuovo il tema è il salto qualitativo, nel quale solo il proletariato sa riconoscersi ...".

"Il proletariato che reclama onorari esagerati: la vita ...".

La rabbia proletaria, che si va generalizzando, addita la prigionia come il rovescio della sua debolezza".

"Dunque, che fare? (...) diventare bandito!

Quest'ultima frase (il botto finale) arriva a conclusione del libro, che aveva acquisito una sua fisionomia più marcata della semplice denuncia dell'ideologia giovanilista, proprio rincorrendo l'apologia della delinquenza, ma sempre in compagnia di Hegel e di Lukàcs :

"Il teppismo e in specie il teppismo giovanile, sia esso di recupero o nuovo, è la trincea violenta e soggettiva di quell'avanguardia giovanile che vede nel proprio vandalismo creativo le condizioni attuali per contrastare la liquidazione forzata dell'individuo sotto la spinta prepotente dell'oggettività dello sviluppo storico borghese e delle condizioni infami che esso detta universalmente".

"Come l'operaio è il prodotto del capitale così la criminalità è l'operaio che si sottrae al capitale".

"La rivoluzione proletaria è, invece, la rivoluzione brutta, scomposta, selvaggia, 'perché al posto della frase è subentrata la mostruosità della cosa' (Internazionale Situazionista n. 1)".

"Bisogna saper leggere con attenzione dietro la sete di rapina del proletariato perché se da una parte essa esprime l'immediatezza radicale del 'ad ognuno secondo i suoi bisogni', dall'altra parte specifica criticamente 'la soluzione che Marx indica nelle sue tesi su Feuerbach: la conversione della filosofia nella praticità' (Lukàcs, Storia e coscienza di classe)".

"Qui siamo, allora, proprio nell'occhio del tifone, siamo di fronte al riconoscimento di una nuova caratteristica della lotta contro il capitale: la spontaneità criminale".

"Contrariamente ai piccoli-borghesi che scambiano la rivoluzione con quella beatitudine che sottrae le forze alla realizzazione, i proletari sanno bene che la cosa 'sporca' che essi producono con il loro 'lavoro' sulla storia è di per sé la violenza che non lascia spazio agli ideali; osserva acutamente Hegel: l'unità stessa degli individui è violenza, violenza sul mondo borghese".

"La cosa della rivoluzione 'è il passaggio da questa (moderazione) nella opposta determinatezza, ed è infine un'effettualità la quale è data per coscienza' (Hegel, Fenomenologia dello spirito)".

"Lo zelo con il quale abbiamo difeso la 'causa' non è l'entusiasmo disinteressato di colui che prende le parti di quanti stanno andando in rovina e allo stesso tempo nasconde - forte del suo ruolo tecnico di intellettuale, per quello che può valere, poi, una tale miserabile condizione! - dietro la costante esortazione all'insurrezione 'il tacito richiamo alla strapotenza dei collettivi e dei gruppi con cui nessuno ha interesse di guastarsi' (Adorno, Minima Moralia)".

"Possiamo valutare il rischio e assumerlo personalmente nell'indicarlo ai 'pollicini' della storia, perché fino a quando la realtà del mondo borghese sussiste ciò che la nega parla anche per la verità, e di fronte alla menzogna generale dell'ideologia diventa un correttivo la menzogna che la denuncia, nella misura in cui, oggi, il funzionamento dell'apparato economico esige anche una direzione delle masse che non sia in alcun modo disturbata dall'individuazione. La Volante Rossa; le rappresaglie contro la Fiat del partigiano Danilo, figlio della barriera industriale; la banda Cavallero, con il delirio lucido e intelligente del suo leader, le Brigate Rosse, la banda XXII Ottobre e Mario Rossi, l'Arancia Meccanica, sono solo i punti di passaggio che testimoniano dell'irrazionalità dell'adattamento sociale e assiduo alla realtà, che diventa - nel suo stupore - agli occhi degli uomini, se non è combattuto, più ragionevole della ragione".

Quest'ultima sequela è doppiata da una nota esplicativa piuttosto ampia. Le note, a piè di pagina, sono molto numerose, ed in molte delle quali si trovano degli spunti suggestivi, come nella nota sulla "Gemeinwesen": "La Gemeinwesen marxiana è la comunità che si realizza nel fatto pratico della distruzione della 'comunità fittizia' del capitale e del suo modo di manifestarsi: l'economia". Ma ce ne sono così tante altre che non è possibile soffermarvisi, senza finire per riscriverne tutta la costellazione nell'opera di Simonetti. Ancora una, la nota su Comontismo: "L'estremismo radicale dei Comontisti, spesso sfociato in quelle che si chiamano azioni esemplari, ha di recente sollevato la velenosa critica di alcuni scellerati sutodefinitisi 'marxisti-leninisti' che, incapaci di operare dei distinguo al di là delle miserabili categorie ideologiche della politica, li hanno accusati di avventurismo e d'infamie varie, alcune delle quali, tutto sommato, tornano ad onore e vanto di questo come di ogni estremismo coerente".

Sulla "cultura" si sofferma Simonetti in un capitolo dell'opera, e per spiegarsi bene egli cita Adorno esplicitamente (la stessa citazione compare senza virgolette altrove nel testo, e l'ho già riportata):

"Per dissolvere l'eventuale dubbio di un'abitudine retorica nell'uso di questa parola diciamo che ogni eventuale utilizzazione in senso riflessivo, cioè verso noi che scriviamo, può essere intesa - nei limiti di una discreta approssimazione - nell'ambito strumentale che Adorno ha intravisto quando scriveva: 'se chiamiamo realtà materiale il mondo del valore di scambio e cultura tutto ciò che rifiuta di accettare il suo dominio, questo rifiuto è senza dubbio apparente finché quella realtà sussiste: ma poiché il libero ed equo scambio è di per sé menzogna, ciò che lo nega parla anche per la verità: e di fronte alla menzogna del mondo delle merci diventa un correttivo la menzogna che lo denuncia' (Minima Moralia)".

È singolare che un testo del genere non abbia ricevuto una risposta adeguata al suo sforzo di provocazione? Non credo. Si può pensare che l'ingombrante e sferragliante massa di citazioni e l'aggrovigliata matassa dell'esposizione siano riuscite a distrarre o a stordire il lettore, anche il più malevolo.

 

2. "Contro l'ideologia del politico"

 

Attribuirò i testi firmati con lo pseudonimo "Bernard Rosenthal" a Gianni-Emilio Simonetti, e a lui soltanto. Mi è di conforto l'introduzione di Carlo Romano ad "Agguati", una breve raccolta di articoli pubblicata da Graphos di Genova. Carlo Romano afferma che i testi firmati con lo pseudonimo Bernard Rosenthal sono del solo Simonetti, anche se attorno a Simonetti gravitava un gruppo (tra cui lo stesso Carlo Romano e Pinni Galante e Pasquale Alferj ed altri ancora) che costituiva il polo italiano della rivista francese "Errata", e sempre con Simonetti questo gruppo collaborava per alcuni testi pubblicati per "Arcana Editrice", e questo gruppo fece pubblicare qualche libro all'editore La Pietra.

Bernard Rosenthal risulta come l'autore di una raccolta di pamphlet usciti "all'insegna di una 'fronda' che ha stormito fra l'autunno del 1974 e la tarda primavera del 1976"; così è scritto nell'introduzione a "Miseria della politica", il volume edito da "La Pietra" nel 1978, che raccoglie questi pamphlet.

Di seguito si trova scritto che i testi sono "purgati dalle polemiche". Vi era stata polemica perché Gianni-Emilio Simonetti aveva aperto il primo di questi pamphlet ("Contro l'ideologia del politico") "giustapponendo una frase del delatore Girotto, detto 'fratello mitra', a un passo" di "Cronaca di un ballo mascherato" di Giorgio Cesarano, Piero Coppo e Joe Fallisi. Cesarano scriveva (in una nota del gennaio 1975 a "Ciò che non si può tacere" scritto con Paolo Faccioli) che, in questo modo, "Simonetti vorrebbe schiacciare la critica sul terreno della delazione" e inoltre "la medesima vocazione alla politica della calunnia spinge impudentemente Simonetti ad esquiparare il concetto di specie (Gattung) con quello di razza (mai sfiorato, ovviamente, in alcuno dei nostri scritti se non nella congrua denotazione negativa". Si può notare che Cesarano non si riferisce mai allo pseudonimo Bernard Rosenthal.

Bernard Rosenthal è universalmente noto come personaggio de "La cospirazione" di Paul Nizan, ma per non tralasciare un effimero indizio bisognerebbe interpretare cosa suggeriscono le iniziali, ammesso che qualcosa vogliano suggerire.

Sempre nell'introduzione alla raccolta edita da La Pietra, Simonetti accenna a un "nonnulla di entusiasmo" che conforta l'autore ("chi li ha scritti"), "per i loro effetti pratici, o se si preferisce, per la loro veggenza". Tuttavia questi non sono la stessa cosa.

L'autore si smarca dall'obiezione di "scrittura difficile", giustificandosi con queste parole:

"Noi ci rivolgiamo contro un dominio capitale con le sole armi della ragione dialettica, anche per conto di coloro che non possono scrivere, senza pretendere nessun mandato. Allora che ognuno si ritrovi! Perché questa apparente difficoltà di lettura misura la profondità di una offensiva (oppure, ridete, di una sconfitta) che non deve mettere a disagio - anche se poco c'importa - il 'movimento', quanto l'avversario con il quale ci fronteggiamo".

Chi scrive contro il dominio non scrive "per conto di coloro che non possono scrivere" senva voler porre la propria candidatura alla loro guida, e non fa ricorso alla retorica della preterizione. E poi, perché mai un'apparente difficoltà di lettura dovrebbe misurare la profondità di un'offensiva? E perché mai l'avversario sarebbe messo a disagio da quest'apparente difficoltà di lettura? Perché non ne capirebbe le intenzioni o gli obbiettivi?

Inoltre B. Rosenthal giustifica (giustificazione "non necessaria") la pena che si è dato di cavalcare i due secoli fra la furia giacobina e la fenomenologia hegeliana, ecco perché "la storia francese, più di altre storie civili, e la filosofia tedesca s'affacciano ad ogni pagina". Questo incessante affacciarsi va inteso dunque "contro quelli che temono la violenza della ragione più dell'astuzia armata della piazza: gli sbirri e i loro mandanti". Osserviamo un eroico Bernard Rosenthal misurarsi con le armi della ragione dialettica contro il dominio capitale: "Sappiamo bene che il sogno di ogni ministro di polizia è di schiaffare all'Asinara chi legge!"

Per il resto, a conclusione dell'introduzione, Rosenthal scrive, con gusto del paradosso, che "la nostra debolezza fa ridere perché sorprende l'avversario per il suo rigore", si tratta di "lasciare dei segnali perché qualcun altro si ritrovi riconoscendoci". Ma dice anche di saper bene che "l'altro non c'è", e che quest'assenza brillerà fino a quando non sarà l'atto a brillare, cioè fino a quando la critica "non diventa atto esemplare".

"Così, la critica tesse la sua tela, e questa è la sua autonomia". Intanto, "le cronache poliziesche non si nutrono che delle disavventure di reclute ubriache". Ecco che B. Rosenthal trasfigura gli ingenui! Stravolta la loro ingenuità dall'essere nient'altro che "reclute ubriache"; perduti in disavventure, perché reclute, perché ubriache! Cesarano, nel passo citato in precedenza, scriveva invece di "epigoni, votati, dall'ingenuità stessa della loro passione catturata, a un dramma che non cessa di incrementare l'atrocità" e di un Simonetti che giustifica "l'apologia dei terroristi".

In nota all'introduzione alla raccolta dei pamphlet, Simonetti scrive: "L'anonimato (che il protagonista della 'Cospirazione' di Nizan ci ha assicurato e che qui conserviamo in virtù della sua trasparenza) ci salvò dalle vendette dell'apparato".

 

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"Contro l'ideologia del politico" (datato ottobre 1974) comincia stabilendo che la critica "tace sulla rivoluzione come su ciò di cui non si può parlare". La critica non è "speranza progettuale di alcunché". "La condizione umana non ha un progetto di specie o di razza" (qui si deve cogliere l'allusione alla razza nel passo di Cesarano).

"La critica insegna che nulla può durare (sulla carta o nella realtà fa lo stesso) per cui dobbiamo abbandonare l'idea di poter mettere al riparo delle verifiche le asserzioni critiche che essa produce".

Immediatamente falsa è l'illusione di una 'certezza senza precedenti storici' come indicavano Cesarano-Coppo-Fallisi; immediatamente falsa è dunque, nella "cartografia ideologica", "l'autogestione generalizzata". "Estremo sogno di cui s'invoca il topos, ma si spara sulle tendenze rivoluzionarie dei suoi abitanti, giacché le Brigate Rosse altro non rappresentano!"

Immediatamente dopo la frase sopra menzionata sugli "abitanti" del "topos", segue una battuta di Totò, tratta da "Fifa e Arena", che accompagna un deturnamento del celebre stratega prussiano: "la guerra non è finita, è sospesa".

Proseguo, collezionando una serie di passi del pamphlet:

"Il furto è solo la risposta sommaria e disarmata alla meccanica dello scambio. La sua naturalezza non ci tragga in inganno: è di fatto, se non altro, poco pratico!" Di questo giudizio, mi incuriosisce la particella pronominale proclitica, cioè il "non ci tragga in inganno". Nei due libri esaminati finora, Simonetti usa costantemente la prima persona plurale, il "noi". Dunque è lui ad essere tratto in inganno? Rammentava a se stesso di non farsi più ingannare da questa "naturalezza"? Da questa naturalezza "poco pratica"?

"Esiste, a tutt'oggi, una vistosa coupure fra lo sviluppo critico dell'investigazione sul reale e le sue conclusioni. Come abbiamo compreso, esse non possono essere che provvisorie". Nella stessa tesi, Rosenthal cita di R. Garaudy, "L'itinéraire d'Aragon", questa frase: "Tutte le volte che il proletariato si volge a considerare criticamente il passato, immediatamente egli anticipa nella sua quotidianità le speranze dell'89: il terrore subito!"

"Che senso ha rappresentare la forma raggiunta del comunismo ancora come conseguenza di un 'fatto' che è la rivoluzione? può la critica anticipare nel 'dire' ciò che non si è ancora manifestato nel fatto? Chi garantisce la qualità di questa rappresentazione?"

"Lo ripetiamo, ieri, la critica delle armi delle Brigate Rosse o della Rote Armee Fraktion esprimeva il meglio dello strumento del politico come conclusione della politica e lo esprimeva proprio là dove il terrorismo interpreta la qualità negativa dell'universo spettacolarizzato, oggi la complessità del reale ha concluso con questi residui, la critica restituisce la lotta ai soggetti che si riconoscono in essa, e questo manifestarsi della critica, qui, non è altro che un fare i conti con il senso dei modelli antropometrici finiti della società borghese e con il loro uso". In questa frase Cesarano ravvisava la pericolosa volontà di Simonetti di compiacere "a tutti i clienti" ("l'infamia gli si ritorce contro"), l'impazienza o semplicemente la volontà di non fare i conti con il terribile disastro che si andava profilando, con "la potenzialità più tossica del terrorismo quale modello operativo generalizzabile" (Cesarano, "Ciò che non si può tacere").

"Compito della critica è quello di spezzare questa conseguenzialità fra il fatto della rivoluzione e il manifestarsi del comunismo come avveramento del fatto stesso, in un certo modo. Ciò era contenuto anche nell'analisi marxiana prima che diventasse marxismo. Così come nell'Ideologia tedesca, anche qui il metodo della critica è negativo, meglio, apagogico".

"Questa qualità, nella fattispecie dell'accadere della lotta in atto intorno a noi, è la violenza".

"Infatti la violenza esprime in modo empirico nel fittizio ciò che nel reale realmente nega".

"Le teorie sull'autogestione postulano un mondo migliorato, la critica afferma soltanto che sarà diverso (un altro)".

"La nostra critica è qui la critica di questo esito come di qualcosa che possa essere pre-visto nelle intenzioni che la lotta manifesta accadendo (forma di misticismo diffusa fra gli anarchici), e critica della forma di questo esito come un riflesso condizionato, una forma d'invarianza, proiezione irrigidita della coscienza degli individui, eccetera, o al limite risposta in cui sono sospese tutte le questioni che albeggiano all'orizzonte della metafisica".

"Insomma. Ciò che la mano sinistra ha voluto affermare in queste pagine è la raggiunta presunzione che la critica non deve nulla ai suoi modelli anteriori". Allora, che cosa avrà voluto affermare la mano destra?

"Se si vuole, facciamo nostre le parole di Saint-Just: la rivoluzione è raggelata. Tutti i suoi principi sono indeboliti, non rimangono che berretti rossi portati dall'intrigo. Da questo momento tutto è ancora da giocare".

"Nell'abbandonare l'autogestione rivendichiamo l'autonomia". Ecco indicata quell'autonomia, già menzionata nell'introduzione alla raccolta dei pamphlet pubblicata da La Pietra. Ma questa autonomia, era solo compiacenza verso la più celebre, coeva, "Autonomia" operaista?

"Noi affermiamo solamente la complessità della cosa del mondo giacché vogliamo prendere l'abitudine - qui, ora - a tessere la lingua dei fatti che realmente sappiamo far av-venire". Di quali fatti parla l'autore che non cessa di dire "noi"?

Diversi sono i riferimenti in "Contro l'ideologia del politico" a Toni Arno, principale estensore della rivista "Errata":

1) "Sottolinea Arno" che "la tentazione di parlare del proletariato con gli strumenti che indicano la compiutezza classista della borghesia è forte".

2) ... "il signignificato deliberativo dell'evidenza che Arno pone all'uscita della trappola sulla debolezza presente che è intorno a noi".

3) "Questa evidenza è indicata nelle 'Linee Generali' della rivista 'Errata' come l'autonomia finalmente raggiunta dalla questione sociale dopo essere stata a lungo prigioniera dell'economia e della politica".

4) ... "usando le parole di Toni Arno" ...

5) "Questo bisogno di comunismo, ha scritto Arno, si conosce là, come comprensione della situazione, dove la storia lo permette, e provoca in modo insistente la scoperta del vero".

6) "Alla Lip - ha scritto 'Errata' - le trombette dell'autogestione hanno coabitato senza imbarazzo con le rivendicazioni del lavoro salariato sotto gli occhi del padrone compiaciuto di questi operai capaci di sbrogliarsela con le proprie mani".

 

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Già nel precedente "Dalla causa alla cosa della rivoluzione" si poteva leggere, in una nota, un passo di Toni Arno, tratto da un "testo manoscritto" del 1972, dal titolo "Que sont les amants devenus". Sempre in una nota allo stesso volume (le note raddoppiano il volume, e si può praticare una sorta di deriva tra di esse) si trova una citazione dalla "Sacra Famiglia" di Marx. Un passo interessante: "Agli occhi della quiete del conoscere, l'amore è una passione astratta; si intende secondo l'uso del linguaggio speculativo, per il quale il concreto si chiama astratto e l'astratto concreto. Per l'astrazione, l'amore è la fanciulla straniera, senza passaporto dialettico, e viene perciò espulsa dalla polizia critica del paese". In "Contro le ideologie del politico", tra le frequenti note retoriche che inframmezzano gli scritti di Simonetti, si legge: "Ci sia dato atto: noi non sottovalutiamo le anfibolie ...".

 

3. "La critica, ein anderer schauplatz"

 

Il secondo pamphlet inserito nella raccolta "Miseria della politica", porta questo titolo: "La critica, ein anderer schauplatz" (datato novembre 1974, gennaio 1975).

Con questo testo la prosopopea di Simonetti raggiunge nuovi traguardi.

Fin dalle prime righe: "Torniamo al nostro manuale dei nodi, ai gorghi della vita corrente. Un garbuglio sciolto dalla critica sul quale è inciampata la teoria è quello che fa di questa maskara un atteggiamento vissuto ...".

Ma poco oltre si trova un piccolo capolavoro sui generis: "O per dirla col gergo dei liceali: il limite di f(x) per x che tende a c - dove c è la teoria e x la socialità in quanto argomento della funzione. Vediamo che solo assegnando a x un particolare valore noi verifichiamo la legge di corrispondenza di cui la critica riconosce la sua proponibilità, ma non garantisce la sua rigorosità".

Un altro cameo è il passo dedicato alla storpiatura del cognome Vaneigem in "Vaneigam" dalla casa editrice De Donato, quando pubblicò le "Banalità di base": " ... Su questa copertina il desiderio di castrazione supera lo stesso desiderio omosessuale dei suoi redattori (la pluralità che diventa singolare femminile), infatti la 'e' della copula (e si tenga a mente quell'accento che c'è ma non si vede) divenuta forma del complemento di moto a luogo dice della distanza dal talamo della critica che costoro non hanno mai avuto il coraggio di coprire. Fuori di metafora, e una volta tanto ci conforti il linguaggio dei militari che la chiamano così, la copertina è la coperta sulla quale costoro, non osando accopularsi nella pasione, hanno fatto nella regressione come il bambino del racconto freudiano che nel tagliare un rametto si era tagliato il dito e con esso, fino al giorno dell'analisi, i coglioni. Non ci sono altre parole per dire di quel tacere che è subentrato - ammettiamolo - al refuso tipografico ...".

Altri exploits, qualcuno tra i tanti:

"Perché se è vero che la prima metà della mela è morsa dalla scienza dei positivisti, la seconda metà è la manna della metafisica".

"Qui siamo andati paro-paro con Adorno, ma la mano che scrive saltella per lo sghignazzo sull'imprévu".

"Intanto sia chiaro come il soggetto che ha liquidato in sé le ideologie del vissuto fittizio fa di questa liquidazione (ideologica) il supporto dei propri fantasmi, supporto che fa maturare l'ontologismo come un bisogno, il morto nel transfert del bridge lacaniano che rende legittime alcune strategie, ma che irrigidisce mortalmente ogni tattica. L'impotenza della vecchia guardia radicale oramai fa da proverbio alle scatole di cioccolatini".

"La prova engelsiana del budino (rinviata sine die) ...".

"... questo seme è il Kant che s'accapiglia con Platone: gli opposti reali e positivi che riaffermano il loro maggiorasco agli opposti negativi della dialettica platoniana, che già li vide irreali (Undinge)".

"Per dirla come si canta, sulla scia della negazione Marx pose la classe operaia nei Grundrisse, un 'non' la cui natura è il tutto capitalistico".

"Con furbizie da scientologhi, pasticciando coll'analisi matematica, risolvono con il tratto di penna del 'più' e del 'meno' avanti e indietro le lettere dell'alfabeto il galop dell'opposizione ...".

"Intanto crollano le impalcature della ridondanza".

In mezzo a questi (ed altri) exploits (con le stesse parole di B. Rosenthal: "nel suo parlar-lapsus il giudizio come conclusione addivenuta a un senso finale"), si possono leggere alcune affermazioni più nette ("La scrittura parla più del dovuto"):

"Tanto per raccapezzarci, che cosa produce la critica? Il bisogno di comunismo, la socialità".

"L'oro della critica è l'eredità dei diseredati".

"La critica, nella trama, si rinnova (là dove le teorie si sviluppano) per propria forza e (a dispetto di quelle) per attrito con ciò con cui si misura. Ecco il perché dei suoi bagliori che incendiano le città a tratti. Qui il piombo non è il tema, ma il tessuto".

"Ecco perché lo spirito (o in famiglia: il proletariato) guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé nell'assoluta devastazione".

"La critica vive del rischio che è rifiuto della stasi, della passività diplomatica della politica e si pone realmente come la chiarezza nella quale si produce il crollo della realtà spettacolarizzata".

"L'eccesso - valga come denuncia fino all'estrema conseguenza del teppismo: la politica - è il primato dell'avvenire su ciò che sta intorno a noi con il predicato di corrente, il quotidiano inteso nella sua forma storica. In ciò è il tradimento concreto della vita come fondo inalienabile della questione per il comunismo".

"La critica evacua le antiche promesse ...".

"La critica si sviluppa nella sua epifania, appare divenendo, diviene dentro la vita corrente, fa brillare la socialità".

Le ultime parole del pamphlet sono queste: "... l'assioma della critica è la violenza, anche". Queste parole ripetono un messaggio che compariva già all'inizio dello scritto, e che richiama un contenuto espresso altrove e in precedenza da Simonetti: "Abbiamo già visto come l'epifania della critica è - nelle condizioni attuali - anche immediatamente offensività".

 

*

 

Un pizzico di romanticismo eroicizzante rosenthaliano: "L'aurea (il colore lo ha già deciso il coltello) che accompagna la solitudine dei radicali significa che di reale nel suo processo la critica non incontra che l'impossibile". E comunque "la realtà, di per sé, è assente", e la critica ha spaccato "il fenomeno del mondo" in due parti: "realtà e reale".

Ma nell'introduzione alla raccolta dei pamphlet Rosenthal aveva scritto: "noi amiamo l'incontro perché questo - valga ai duri d'orecchio - è proprio il secondo fine della critica". Ma forse soltanto il terzo, il quarto, o il decimo: "Essere ignorati da tutti gli altri è il nostro sogno di enragés". Sarebbe stato semplice esaudire il desiderio - bastava non sognare di pubblicare pamphlet.

 

*

 

La polemica con Cesarano, Coppo e Fallisi si ripropone anche in questo pamphlet. Di seguito eccone due accenni, ma ce ne sono altri:

- la "sventura dei teorici", "quelli dalla tendenza icariana a volare nel futuro della qualità delle proprie proiezioni paranoiche: la specie da farsi (in questo caso il volo è il nuotare del feto), l'autogestione, la passione, la vita quotidiana ridotta a isterica ideologia del sedicente vissuto".

- nota n. 9: "Si allude alla perla ciclostilata di un quidam autore del testo 'Preliminari ad una psicopatologia del non vissuto quotidiano', e in particolare alle pagine 10 e 11". Il "quidam" è Piero Coppo.

 

4. "Le mani di Karl Radek"

 

Una questione di vocali marca una ripetizione tra il terzo pamphlet ("Le mani di Karl Radek", datato aprile 1975) della raccolta edita da La Pietra e il secondo ("La critica, ein anderer schauplatz").

In "Le mani di Karl Radek" si legge: "Diversamente dalla differance, dove la 'a' si scrive ma non si pronuncia, nel penis di Adamo c'è tutta la poena (chi ci ascolta la immagini nella grafia latina) per quella 'o' che non si pronuncia ma si legge: la prima vocale di ogni sovversione, l'Opposizione ...".

Nel precedente pamphlet si leggeva invece: "(Noti il culturame borghese, come la 'differanza' di Jacques Derrida è proprio questa differenza pratica che chiamiamo vita, giacché nell'apposizione dei termini noi abbiamo fatto diventare la 'a' una 'o': un'opposizione reale)".

Il "penis di Adamo" richiama un'impressione visiva nell'osservare la volta della Cappella Sistina: "ci pare di poter dire che Eva sedotta dai consigli della donna-serpente a cui tende la mano sinistra s'appresta a fellicare il pene di Adamo". D'altronde con una specie di fantasma si apre il testo di Simonetti, quel fantasma di Radek, di cui si vedono solo le mani, rievocato da Franco Fortini in un suo saggio: "Come per le mani di Radek anche la fellatio di eva è cancellata dalle pagine del significato facendosi sintomo di un clivaggio tra l'esprimibile e ciò che appare".

"Queste mani parlano: sono il supporto del sintomo dentro il quale la furia del negativo - con infantile crudeltà - il diverso che l'opposizione mostra nel suo divenire".

Il problema è il rapporto tra la critica e la scrittura. L'astuzia del dominio, dice Simonetti, trasforma il dire della critica in "una trama artificiale che vanamente anela all'opposizione e a fatica diviene antipatia".

"Nella trama della scrittura il rerale si condensa".

"Presa alla lettera, l'opposizione deve essere difesa nella sua esperienza contro l'esperienza del mondo che l'ha preceduta".

"Rischiamo di finire alla tavola dei freudo-marxisti dove ogni rimosso è rimesso. Vomitato".

Già negli altri pamphlet si poteva cogliere, in alcune scelte lessicali, e nelle citazioni stesse, l'importanza della lettura di Lacan, che traspare da queste righe, scelte come esempio e che non esauriscono di certo i numerosissimi rimandi a Lacan e alla psicoanalisi presenti nel pamphlet (e pensare che Simonetti scrive che la critica deve colpire "l'aurea" della psicanalisi, quando di quest'aurea è impregnata ogni frase del suo testo!):

1) "Siamo ancora lontani, dunque, dalla lacaniana promessa di poter intendere la formula dell'inconscio che è il discorso dell'Altro".

2) "La psicanalisi oggi rilancia la politica".

3) "Invece, le mandrie di pseudolacaniani che da Bari a Padova s'accapigliano sul verbo del padre, recuperano nell'immondezzaio dell'ideologia, nel processo, il soggetto e i suoi precedenti biografici come l'oggetto privilegiato, una chincaglieria sul banco del negozio di scambio".

4) "... alla golosità dei giovani psicanalisti ...".

5) "Qui psicanalisi e critica imboccano strade differenti: per la psicanalisi è il luogo della Spaltung, per la critica questo è il ritorno della vita corrente nell'alveo della socialità".

6) "... l'aneddoto che vuole prima del maggio '68 Lacan dire a bassa voce che 'il reale è l'impossibile', ma dopo il maggio costringe uno dei suoi favoriti, il Leclaire, a rivendicarglielo come uno slogan".

7) "Ancora, che cosa vuol dire che una certa psicanalisi si spaccia come politica? Niente altro che ora essa si sente matura come ideologia".

8) "... quella limpida argomentazione che vuole simboliche le strutture del reale dentro le quali l'individuo cosiddetto normale trova conforto alle condotte reali".

9) "Qui s'invera il pactum sceleris con la psicanalisi".

10) "Invece, restituendo il protagonista alla politica la psicanalisi ne avvalora la funzione e si rende complice di quel tacere che è l'altra faccia del dire".

11) "Dalla biologia alla furbizia lacaniana della latenza pulsionale, stallo dell'io ...".

12) "Ricordiamo ai pedanti che applicando il principio d'identità diremo contro Freud e con le parole di Lacan che la misura del suo genio è nell'aver riconosciuto sotto il nome di 'istinto di morte' la pulsione dell'io".

13) "È in questo senso che la critica si muove contro la psicanalisi e s'ingegna a colpire, prima ancora che le sue terapie, la sua aurea".

14) "Il contenuto rimosso di una rappresentazione o di un pensiero, scrive Freud nel suo saggio sulla Verneinung, può penetrare nella coscienza a condizione di farsi negare".

15) "La formula che conclude, nello spazio in esame, che la differenza è il discorso dell'altro spezza, per dirla con un lacanismo, il panne dell'opposizione che condivide la menzogna dello stallo del sociale".

16) "Questo mostrarsi del puro altro dell'A si mostra solo per dileguarsi".

17) "Lo stesso Freud ha sottolineato come una rimozione è qualcosa d'altro di un giudizio che rigetta e sceglie".

18) "Il protagonista, insomma, è l'oggetto finalmente in questione".

19) "Questo mutare della sostanza individuale, metafora militare della metafora del diventar altro lacaniano dell'avversario".

20) "Nel cerchio dell'ideologia (lo abbiamo sperimentato sulla pelle, sia nella politicità che dentro i meandri del weberismo) il soggetto fittizio è spinto dalla civiltà a vivere al di sopra dei suoi mezzi. Questi, ben inteso, nota Lacan, sono mentali".

21) "Al congresso di Bonneval Lacan disse, a questo proposito: lo sviluppo della psicologia (e, noi, aggiungiamo, anche di certo psicanalismo) illustra il suo progresso".

In questa orgia lacaniana si salvano, in quanto autori citabili, i soliti Hegel e Adorno.

Come testimonianza sulla retorica di Simonetti si può segnalare questo passo: "In questo boudoir, ma solo qui, si può sostenere l'astuzia dell'opposizione che rischia i peccati di gola della contraddizione. Come se l'ideologia non avesse, di fatto, da tempo, falsificato il principio di contraddizione. 'A' è 'B' e 'A' non è 'B' diventano entrambi veri. inutilmente la dialettica ha messo in guardia su questo affaire. La contraddizione è il non-identico sotto l'aspetto dell'identità, dice Adorno, il primato del principio di contraddizione nella dialettica misura l'eterogeneo rispetto al pensiero basato sull'unità".

Ma c'è anche dell'altro, che si fa interessante (come denegazione):

"Il sogno che è un rebus, ha scritto Freud, bisogna prenderlo alla lettera, proprio come la rivoluzione che non è la notte in cui tutte la vacche sono grigie"

"La dialettica aveva mostrato alla critica la struttura aporetica del soggetto".

"La vita corrente vuole troppo perché ha lasciato dietro di sé tutte le manque".

"Che dedurne? Che l'impossibile e dunque il reale, invece, è soltanto il prodotto giorno per giorno, atto per atto, dentro la vita corrente".

"Nella defezione della vita corrente la socialità non migliora, anzi, di fatto svanisce".

"La cultura, per esempio, come la confrontiamo nella tradizione della modernità fino ai nostri giorni è sempre stata omogenea con il dominio. Essa è sopravvissuta come ideologia dentro la Kultur e come Kultur dentro le ideologie".

"... non c'è più nessun 'io' da difendere".

 

*

 

Una "metafora da giardiniere": "Con il lavoro del negativo, infatti, vengono annullati soltanto il contenuto riflesso dell'opposizione dialettica, le sue scorie, le ridondanze, la gramigna (se si vuole una metafora da giardiniere), non certo - allora - le platonacee difese dall'anticrittogamico della critica". Ma le "platonacee" (che ritornano anche in seguito, nello scritto: "la tenacia filosofica delle platonacee), naturalmente, sono state scelte come esempio perché nel testo compare anche il filosofo greco:

a) "Per dirla con Platone ...".

b) "... come apprendiamo da Platone ...".

 

5. "Bannalità di base"

 

Di questo pamphlet, il quarto della raccolta (datato dicembre 1975), il titolo è stato oggetto di un refuso di stampa. Appare scritto, nel volume, "Banalità" invece del corretto "Bannalità", sia nell'indice che a pagina 65, come titolo del saggio. Nell'Errata corrige si legge: "Una banalità: nel titolo a pag. 65 si legga 'bannalità' che è tutt'altra cosa". Ma vi è una dimenticanza: l'indice.

"Tenga conto il lettore dei nodi che l'analisi taglia per arrivare a conclusione ...". Questo avviso richiama alla mente il "nostro manuale dei nodi" che apre "La critica, ein anderer schauplatz".

"L'espandersi rapidissimo dell'ideologia politica ha depistato le spinte insurrezionali fuori dal loro alveo storico, dalla loro conclusione: la rivoluzione sociale".

"Un'osservazione sul '48. A Parigi gl'insorti impararono a proprie spese cosa vuol dire passare da 'eroi' a 'barbari' nel giro di una notte".

"L'emergere della bannalità, il diventare politico della rivoluzione sociale sconvolge le attese insurrezionali del cuore degli uomini. Delira il reale, fantasma la società".

"La farsa dentro le lacrime".

"Ma la critica insegna che la rivoluzione non è soltanto il souper fraternel delle dolci notti del maggio, la realizzazione fittizia di un cambiamento qualsiasi, bensì lo sbocco del processo radicale della storia che non si compie al di là degli uomini e dei loro desideri, ma a partire da questi e fra gli uomini. In tal senso la critica è il terrore all'ordine del giorno, la lanterna che illumina la strada e al tempo stesso serve da forca a chi si oppone al cambiamento radicale".

 

*

 

Spigolatura: Un lungo passo, recintato da un'altrettanto lunga parentesi, che comincia con questo pseudo-avvertimento: "Non occorre cadere nella trappola dell'estremismo", termina con queste parole: "Nel cozzo, le scintille incendiano i covoni dell'immaginazione: sotto il Terrore un popolano di Parigi si confezionò un paio di baffi con i peli della fica della principessa di Lamballe. Forse doveva l'ispirazione all'invito di Diderot d'impiccare la nobiltà con le budella degli ecclesiastici. Eccesso d'immaginazione, si dirà, o di terrore? Basterebbe un giorno a Wall Street o a Las Vegas per fare baffi e barbe di tal genere per un'intera compagnia d'attori".

 

*

 

La presunzione di B. Rosenthal: "Le nostre idee nella testa di tutti: i saccheggi di massa che accompagnano la nascita dell'economia della penuria non sono una fuga dalla realtà, ma una fuga nella realtà". Nella prima proposizione il verbo è implicito (così crede di intendere il lettore), ma effettivamente non c'è (ed è una misura di protezione individuale); nel periodo che segue il lettore deve pensare che le "idee" (entrate) "nella testa di tutti" siano i "saccheggi di massa", ma in realtà ciò che si legge è una questione che riguarda soltanto delle diverse ipotesi, se la "fuga" avvenga "dalla" o "nella realtà".

"Quale socialità? Nel Kunsthistorisches Museum di Vienna è conservata la tempera su tavola di Pieter Brueghel, Giochi di fanciulli. ottantaquattro giochi diversi, ci avviciniamo ...". ("Ci avviciniamo" era uno slogan di The Angry Brigade).

"La politica chiama ciechi e irresponsabili i gesti (spontanei) di rivolta, le insurrezioni disperate, perché deve negare la chiaroveggenza della vita corrente".

"La politica si fa avanti a colmare il vuoto della socialità".

"Ai caduti il nostro canto d'amore con il sangue agli occhi. Da Rosa a Margherita, onore a la fleur recisa per il comunismo".

"La critica può cominciare come una psico-analisi del dominio. Questo sogno diventa leggibile nella scrittura. Rimuovere il rimosso, delirare il dominio, in-scriverlo, dargli un corpo. Assaggiarlo, infine. Giustiziarlo".

"La critica rifiuta tutta l'eredità delle passate teorie della politica, anche se considera aurorali alcune esperienze: in primis, alle nostre spalle, quella dell'I.S.".

"La critica, da parte sua, è contro tutte le interpretazioni e le neutralità della vita corrente, in cui (af)fonda, non naufraga".

"Ma nell'epoca dello spettacolo generalizzato che cos'è la festa? (Fargli la festa?)".

Rileggendo i pamphlet di "Miseria della politica" non sembra del tutto fantasioso riconoscere, in controluce, nella "vita corrente", nella "socialità", nella "critica" e nelle "conclusioni" le generalità estreme di un'apologia sotterranea, ma non del tutto nascosta ed occulta, del terrorismo, quando contemporaneamente la critica radicale situazionista (Guy Debord, Gianfranco Sanguinetti) invece riconosceva, nella cosiddetta "lotta armata", la riuscita manipolazione del nemico, la spettacolarizzazione del confronto, l'irreggimentamento delle sensibilità, l'incarcerazione delle passioni, l'annientamento delle differenze.

B. Rosenthal si dipinge come la Sibilla, mal ripagata dalla canaglia rissosa: "Non a caso il moltiplicarsi delle teorie rivoluzionarie indica a chiare lettere l'horror vacui che si nasconde dietro la politica ridotta a rappresentazione della differenza. La rissosità canagliesca a cui siamo fatti costantemente cenno è che da tempo la critica non dà neppure il soldino bucato per il ramo d'oro della Sibilla".

"Rovesciare l'astratto: (Le teorie incitano all'imitazione, la più fedele possibile, dei loro modelli di sviluppo. La critica incita semplicemente all'invenzione). La critica è oltre la varietà delle forme insurrezionali, ma non le rinnega".

Tante idee confuse: il compito della critica. Ecco la rivelazione: "La scrittura critica, del resto, è difficile da comprendere dal punto di vista della politica, nonostante, come dice Alice, riempia la testa di idee. Non riesco a capire quali siano, comunque, qualcuno ha ucciso qualcosa, questo è chiaro".

Lo spettacolo corrente: "Così, si consata, davanti agli emblemi dello spettacolo l'unica immagine che per reazione si consolida è quella della vita corrente".

"Chi esita a colpire (per capovolgere) i rapporti di produzione denuncia la sua fedeltà alle ideologie che lo ritengono impossibile".

"Da nessuna parte è dimostrato che la critica debba trovarsi in armonia con il reale, anzi, l'attrito aumenta con l'accentuarsi della sua complessità".

"Una vita appassionata non ha nulla a che vedere con la passione della vita". Si dovrebbe dedurne che una vita "appassionante" sia prerogativa dello spettacolo, versione popolare.

Bernard Rosenthal, il post-censore: "Quando la critica afferma la propria contrarietà al terrorismo, di fatto riafferma la qualitas del negativo: il terrore". Nella pagina precedente B. Rosenthal scriveva che "censori e brigatisti" stanno di lato alla "pietra angolare dell'unica utopia possibile: il comunismo", ed essi sono "il suo passato prossimo". Ecco come Bernard Rosenthal avrebbe voluto liquidare "Censor", e in quale compagnia.

 

*

 

"... il materialismo dialettico sorregge l'umanità con una premessa morale: la socialità. La prossima volta sarà peggio!"

(continua)

 

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