Claudio D'Ettorre (Omar Wisyam)

 

Declinazioni del dominio

in Cesarano

 

 

Nella celebre apertura del "Manuale di sopravvivenza" Cesarano parla della "society": questo termine non rientra più nel testo, tranne in chiusura dove si ripete identico lo stesso primo aforisma, ma del capitale dice che produce delle "forme piene di vuoto"; di seguito Cesarano accenna ad una "forza propellente del vuoto", e ancora nel secondo aforisma il vuoto ritorna sul proscenio dove si legge che "l'esigenza di vivere si tradisce argomentandosi nelle forme vuote del problema", dove si parla della vacanza come "rappresentarsi della mancanza", dove il vuoto è evocato come azione, cioè come verbo (la civiltà del tempo libero che si svuota "definitivamente" dei pretesti produttivi). La potenza del vuoto si manifesta quindi nel terzo aforisma, dove l'autore scongiura il "continuum vuoto della noia". Il chiacchiericcio sul "problema", sulla vita che è il "problema" da risolvere, celebra "l'eucarestia dell'assenza". L'eucarestia, che è presenza simbolica, simbolizza invece l'assenza, un esorcismo per "esorcizzare il terrore del presente".

Il vuoto è dinamizzato dall'annientamento della volontà e del desiderio, e questo annientamento, nell'ottavo aforisma, deve essere compreso come già avvenuto: "solo al di là dell'annichilimento completato dal capitale sul soma e sul mondo, ora del tutto derealizzati e simbolificati, gli individui - e in essi la specie - possono conquistare la propria realtà in atto, nella passione di un mondo in atto". La realtà quotidiana, dunque la giornata divisa tra il lavoro e il consumo, si campisce "in un bianco assoluto d'assenza". La "Critica della passività", ovvero la prima parte del "Manuale", mostra come la vera guerra sia combattuta sull'identità, sull'identità con la propria mancanza: "a ognuno è sottratto il senso preistorico della propria storia". La mancanza è una mancanza collettiva, globale, una "mancanza programmata" (af. 16). Questa è opera dell' "organizzazione sociale dell'inessenza" (af. 18).

"In primo piano, è ormai l'essere". La dialettica di Cesarano è dunque tra il vuoto, l'assenza organizzata, e l'essere, "la vita, il bios", e di questa dialettica si può soltanto confermare la sua reale radicalità. "La soggettività rivoluzionaria è presente fin d'ora nelle condizioni stesse che la negano come come soggettività reale per sussumerne la presenza corporea quale energia produttrice dell'irrealtà generalizzata" (af. 27), ma al tempo stesso "degli uomini, la morte è il complesso soccombere alle condizioni generalizzate di non-vita" (af. 31).

Nel precedente "Apocalisse e rivoluzione", Cesarano e Collu scrivevano che "mentre il capitale vede nel proletariato il suo popolo futuro", il proletariato "abbacinato dalla controrivoluzione vede nello sviluppo del capitale il suo proprio futuro" e lo sguardo offuscato del proletariato non vede quanto la vita organica sia asservita "alla conservazione e allo sviluppo del valore inorganico"; infatti "l'inorganico è il metallo del cui timbro vibra la voce del potere" (af. 10). Il capitale è antropomorfo, il capitale è capitale-vita, perché esso è "transcresciuto dal regno intossicato di merci-rifiuto dell'esteriorità al regno sopravvivente dell'interiorità" (af.17). "Il capitale che si fa uomo, fa di ogni uomo il capitale, di ogni vita l'impresa del valore, di ogni persona un'azienda in debito permanente del suo senso, creditrice permanente del non senso generalizzato" (af.47).

La questione dell'antropomorfosi del capitale era già in nuce nel 1969 al tempo in cui Giorgio Cesarano con Eddie Ginosa (e con la revisione di Joe Fallisi) scriveva "L'utopia capitalista" (in una prima versione, con altro titolo, di questo testo, aveva collaborato con Cesarano, Gianoberto Gallieri). Vi si può leggere nell'aforisma 19 che "il processo di colonizzazione della vita quotidiana è un processo di introversione" e che in esso il capitale, cioè "nell'universo interiorizzato della sua nuova sopravvivenza", tenderà a riprodurre i suoi meccanismi fondamentali, ed inoltre, in sintesi, che "la fabbrica della persona è una fabbrica continua" (af. 33) e che lo sfruttamento è "autosfruttamento" (af. 21). In un altro passo gli autori sottolineano come l'introiezione dell'ideologia del capitale significhi uno "spossessamento effettivo e totale"; infatti "non è dato alla persona di recuperare in alcun modo e in alcun luogo il significato della propria vita, sottrattole in ogni momento dal dominio totalitario dell'ideologia del sistema"; infatti l'alienazione, scrivevano Cesarano e Ginosa, significa smarrimento, cioè "spossessamento dei significati del proprio agire, e più in generale del proprio esistere" (af. 25). In questo testo si può trovare anche un anticipo di quelle che saranno in seguito delle metafore ricorrenti (la metafora del vuoto, del nulla, dell'assenza) con l'enunciazione del non-essere: "il progetto finale della scienza è ormai, in modo non più occulto, il dominio dell'oggetto sul soggetto, della macchina sull'uomo, del non-essere, spacciato come dover-essere, sull'essere" (af. 29). L'utopia, rivendicata nelle ultime righe del testo, contro l'utopia del capitale, è affermazione della dialettica.

Nell'ultimo testo di Cesarano "Cronaca di un ballo mascherato" (1974), egli, insieme a Piero Coppo e Joe Fallisi, scriveva che "il capitale dominante è capitale fittizio: il suo dominio è il potere del vuoto dilatorio su ogni forma di esistenza umana" e che sempre meno l'essere capitale si identifica con l'universo delle merci e sempre più si identifica con la comunità del capitale antropomorfo. La metafora del vuoto è associata a quelle della falsità e del fittizio, giacché "la lotta in processo è innanzi tutto smascheramento e denuncia del falso" (13 - La vera fame), perché agli autori in quel frangente storico doveva apparire sempre più evidente che falsi scopi deviavano "il furore degli oppressi", che "lotte fittizie" (15 - Contro la speranza) ingannavano il movimento reale, mentre la "mostruosità" del modo di produzione capitalistico ("modo di produzione necrotizzante") fondata sulla "valorizzazione del falso", conduceva alla fine della specie umana (del "progetto umano"), per mezzo di "sotto-uomini" incatenati al "profitto mortifero", a meno che "il possibile" (l'utopia del 1969) si realizzi "senza transizione", "immediatamente", ovvero "sulla base materiale conquistata dalle forze produttive" oggi.

(1 giugno 2005)

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