ARTICHAUTS DE BRUXELLES [Carciofi Di Bruxelles] n°23, Yves Le Manach, Bruxelles, Novembre 1997

Serie" Giardinetti pubblici e Giardini"

 

Traduzione di Claudio D'Ettorre (Omar Wisyam)

 

 

Il segreto incenerito di Guy Debord

 

La funzione del cinema è di presentare una falsa coerenza isolata, drammatica o documentaria, come sostituzione di una comunicazione e di un'attività assente. Per demistificare il cinema documentario, bisogna dissolvere ciò che si chiama il suo soggetto.

Guy Debord.

La prima volta che ho incontrato Guy Debord era nel 1965, casualmente, alla libreria La Vecchia Talpa. Ebbi l'opportunità di incontrarlo ancora parecchie volte, meno fortuitamente, negli anni che seguirono. Particolarmente nel 1968. Per un giovane operaio della mia generazione, era più valorizzante rivendicare a sé l'Internazionale Situazionista, con le sue teorie solforose e dissenzienti, piuttosto che dei sottoprodotti stalinisti, come il PC di Waldek Rochet, la Vie ouvrière [Vita Operaia] di Arlette Laguiller o le guardie rosse di André Glucksman e Serge July.

Vivevo a Bruxelles da poco tempo quando Patrick Cheval mi rese visita. Fu stupito di scoprire le centinaia di pagine manoscritte che si ammucchiavano sotto i miei gomiti. Patrick trovò i miei testi interessanti e mi promise di parlarne a Debord che intratteneva delle relazioni amichevoli con le Edizioni Champ Libre. Ebbi così l'opportunità di corrispondere con Guy Debord all'inizio degli anni 70 e di incontrarlo un'ultima volta nel 1973.

Devo a Patrick Cheval ed a Guy Debord l'aver potuto pubblicare un libro con delle buone condizioni. Oggi, mentre il diritto individuale di esprimersi è abbandonato al corporativismo dei professionisti, non conosco molti intellettuali capaci di una tale solidarietà con un operaio.

Con il favore del maggio 68, l'Internazionale Situazionista si ritrovò al centro di un vasto dibattito. Guy Debord che aveva delle aspirazioni da stratega, avrebbe potuto essere alla testa di un vero esercito per la dissoluzione dei costumi. Ma il tempo dei combattimenti era per lui trascorso, non gli restavano più che delle velleità e dei ricordi. Gliene volli molto per questo, ma era una cosa idiota: se Debord aveva preferito la comodità di Champ Libre, era perché non era più capace, in un modo o nell'altro, di dare battaglia. E se noi non avevamo saputo, cin Debord o no, strutturare il nostro dibattito, è perché eravamo troppo stupidi o troppo ignoranti per meritare un tale onore. Abbiamo avuto il generale che meritavamo.

Lungo gli anni settanta, Debord, con il pretesto di lottare contro la sua destra pro-situ, eliminò in realtà la sua sinistra. Un fatto che è nell'ordine delle cose. Infine da solo, potè dare consistenza ad un ortodossia situazionista consacrata, in gran parte, ai suoi propri meriti. All'inizio degli anni 80, disgustato dal vedere Debord restare silenzioso quando Lebovici, in un modo intellettualmente inaccettabile, licenziò Jean-Pierre Voyer, ruppi con Champ Libre, dunque anche con Debord.

 

 

2. IL SEGRETO

 

 

Ciò che, spesso, permette di comprendere i documentari - è la limitazione arbitraria del loro soggetto. Descrivono l'atomizzazione delle funzioni sociali e l'isolamento dei loro prodotti. Si può, al contrario, considerare tutta la complessità di un momento che non si risolve in un lavoro di cui il movimento contiene indissolubilmente dei fatti e dei valori, e di cui il senso non appare ancora. La materia del documentario sarebbe allora questa totalità confusa.

Guy Debord.

 

Nel 1983 scoprii un segreto di Debord. Lo scoprii quasi inavvertitamente, la parte intenzionale appartenendo alla realtà stessa del segreto. Non si trattava di un segreto succoso sulla sua appartenenza ad uno o l'altro servizio segreto oppure a una loggia massonica (di ciò parlerò in altra parte), no, il segreto che avevo scoperto era più fondamentale e permetteva di comprendere da un angolo nuovo il suo procedere estetico, non solo in ciò che riguardava la filosofia, ma soprattutto in ciò che riguardava la forma. Ciò che mi permise di comprendere che era proprio là dove Debord pretendeva di essere più originale - nella sua opera cinematografica - che in realtà aveva più copiato. Giocando col fuoco, scommettendo sulla mancanza di curiosità dei suoi contemporanei, Debord aveva svelato gli elementi di questo segreto - anche se in seguito, pentendosi forse di questa temerarietà, aveva tentato di confondere le piste con dei riferimenti che costituivano quasi una confessione.

Quando che nel novembre 1994, appresi dalla televisione del suicidio di Debord, beneficiando di un insperato tempo libero, lavoravo precisamente su un testo in cui mi preparavo a rivelare pubblicamente ciò che avevo scoperto.

Rivelare un tale segreto non avrebbe avuto senso che nella misura in cui Debord ne avesse avuto conoscenza. Se volevo rivelare questo segreto, è unicamente perché volevo colpire Debord; volevo pungerlo, forse anche fargli male. Ciò non riguardava il pubblico se non nella misura in cui sarebbe stato il testimone della crisi del penultimo dei situazionisti, la pubblicità doveva servire ad allargare solamente la ferita.

Questa cattiveria - di cui sono incapace di discernere la parte di gratuità e di realmente giustificato - non gli avrebbe fatto certamente piacere, ma avrebbe potuto anche, in un certo modo, esserne lusingato. Avrebbe avuto la testimonianza che almeno una persona aveva letto non solo ciò che scriveva, ma l'aveva letto sufficientemente con spirito critico per trovare la traccia di un segreto, ed aveva trovato abbastanza coraggio per ricercarne la genesi.

Accessoriamente ciò mi sarebbe valso un modesto prestigio di cui mi sento frustrato adesso. A che pro svelare un segreto alle persone la cui passione o il mestiere sono di analizzare e di criticare e che non sono stati capaci di scoprirlo da soli. Non parlo qui di cultura o di erudizione, ma della semplice curiosità che consiste nell'aprire un dizionario. Se queste persone meritavano di essere i testimoni della crisi di Debord - perché questa crisi sarebbe stata anche la loro - non meritano di conoscere questo segreto nell'assenza del suo inventore.

Se Debord avesse saputo, prima di suicidarsi, che avevo scoperto questo segreto, forse avrebbe lasciato questo mondo con meno amarezza. Avrebbe saputo, al di là della ferita, che questo mondo non era tanto privo di curiosità quanto pensava.

Mi trovo adesso, non solo privato di un modesto prestigio, ma resto solo con un segreto che tacevo da undici anni. Mentre un segreto è una cosa talmente dolorosa da tacere, eccomi prigione e prigioniero di questo segreto divenuti inutili. Posso dire che Debord mi è crepato tra le mani.

La morte di un uomo che si è conosciuto può rattristare, rendere gioiosi o lasciare semplicemente indifferente. Il sentimento che mi lascia la morte di Debord, eccetto l'amarezza per questa parte della mia gioventù che è fuggita con lui, è quello di una terribile frustrazione. Avevo fatto della rivelazione di questo segreto uno degli scopi della mia esistenza e arriverei a chiedermi se questa esistenza non sia diventata inutile se non avevo, grazie a Dio, il compito confortante di scoprire almeno altri segreti sostanziosi quanto questo.

 

 

3. L'INCENERIMENTO

 

 

Debord mi domanda: Questo glorioso Alvarez di Soria è stato pubblicato mai?

Sporgendomi sulla Senna - dove Alice Becker-Ho disperse le ceneri di Guy gettandole dalla punta del Vert-Galant - gli rispondo: No.

Ricardo Paseyro.

 

Voglio trattenere solamente ciò che c'è di buono nella vita di un uomo. Al di là delle frustrazioni di cui fu inconsapevolmente la causa, Guy Debord resterà ai miei occhi quello che ha scoperto la prima parte del segreto del centro: "L'unica avventura, (...), è contestare la totalità di cui il centro è questo modo di vivere..." aveva scritto.

È questa scoperta appassionante, ma a mio avviso incompleta, che Debord provò a realizzare decidendo, il 30 novembre 1994, che non avrebbe accettato un giorno di più questo modo di vivere.

L'editore di Panégyrique II [Panegirico II] * pretende che questo suicidio sia stato un ultimo Potlatch. Tuttavia non ha in alcun modo destabilizzato il "centro". Al contrario! I rapaci si sono precipitati sul cadavere, hanno custodito il silenzio su ciò che, essendo criticabile, poteva essere oggetto di un dibattito, e ricoprendo di lodi ciò che era insignificante, l'hanno trascinato alla periferia per rinforzare il loro posto di servitori del centro.

Rimanendo solo col mio segreto, ed optando per una conclusione romantica, dunque macabra, decisi, alcuni giorni dopo la notizia della morte di Debord, di bruciare le pagine del mio manoscritto. Raccolte le ceneri in una busta, andai a gettarle nelle acque del canale di Willebroeck dell'altezza del ponte degli Armatori.

Il movimento delle chiatte, coniugate al gioco delle chiuse, non tardò a portarle nella direzione di Anversa e, al di là, fino al Mare del Nord. Se le correnti oceaniche sono propizie, un giorno, al largo della Groenlandia, a meno che non sia al largo delle Galapagos, nel silenzio degli abissi, le ceneri di Debord si riveleranno forse alle ceneri del segreto. Allora avrò, in parte, raggiunto il mio scopo.

 

* Librairie Arthème Fayard, 1997.

 

Indice:

http://www.geocities.com/omar_wisyam/index1.html

 

Le mille notti di Omar Wisyam:

http://www.geocities.com/omar_wisyam/lemille.html

 

Hosted by www.Geocities.ws

1