ARTICHAUTS DE BRUXELLES n°30, Yves Le Manach, Bruxelles, 1998

Serie "Il Centro del mondo"

Traduzione di Omar Wisyam (Claudio D'Ettorre)

 

 

1. PERSISTENZA DI UNA DOMANDA

 

Nella sua Prefazione alla quarta edizione italiana di La Società dello spettacolo (1979) Guy Debord scriveva: "Probabilmente, una teoria generale calcolata per questo fine (scuotere realmente una data società) ha il dovere di evitare in primo luogo di apparire come una teoria visibilmente falsa; e non deve esporsi dunque al rischio di essere contraddetta dai fatti in seguito. Ma occorre anche che sia una teoria perfettamente inammissibile. Occorre dunque che possa dichiarare cattivo in sé, alla stupefazione indignata di tutti coloro che lo trovano buono, il centro stesso del mondo esistente avendone scoperta la natura esatta. La teoria dello spettacolo soddisfa queste due esigenze. "

Non basta che una teoria demistifichi la natura esatta del dominio, occorre anche che i dominati se ne si impossessino. Da questo punto di vista, tutto ci dimostra che Debord non ha messo a nudo il centro del mondo. Altrimenti non ci saremmo dove siamo oggi. La sola domanda pertinente resta quella di J.P. Voyer: perché, a dispetto della teoria dello spettacolo, gli schiavi non si rivoltanoi? Domanda alla quale se ne può aggiungere un'altra: quale è l'interesse delle teorie?

Rimane il fatto nondimeno che la questione del centro del mondo assillava Debord poiché provò il bisogno di riprendere il suo testo del 1979 in conclusione dell'ultimo libro pubblicato in vita: Cette mauvaise réputation... [Quella cattiva reputazione] (1993), adornandolo del seguente commento: "Per ravvivare il rammarico di quelli che non hanno compreso esattamente al momento, aggiungerò che ciò che c'era di più ammirevole nella citazione che rievoco adesso consisteva nella terribile verità di questa parola: il centro stesso del mondo esistente." Vedremo, nel capitolo 5, che la terribile verità si accompagnava ad una terribile ambiguità.

 

2. ALL'ORIGINE, IL CENTRO ERA A CANNES

 

La prima volta, a mia conoscenza, che si trova un riferimento ad un "centro del mondo" nel letteratura lettrista o situazionista è in un resoconto di una deriva condotta da Debord e Gil J. Wolman, datata martedì 6 marzo 1956: Rilievoo di ambienti urbani per mezzo della deriva. (Les Lèvres Nues [Le labbra nude], n° 9, Bruxelles, novembre 1956.)

In seguito ad una deriva che li condusse da via dei Jardins-Paul, nel quarto arrondissement, fino nel diciannovesimo arrondissement, ai piedi della rotonda di Claude Nicolas Ledoux il cui fascino aumenta singolarmente a causa del passaggio, a distanza molto ravvicinata, della curva della metropolitana sopraelevata, Debord scriveva: Studiando il terreno, i lettristi credono di poter affermare l'esistenza di un'importante crocevia psicogeografico - la rotonda di Ledoux occupandone il centro - che può definirsi come un'unità Jaurès-Stalingrad, aperta su almeno quattro versanti psicogeografici notevoli (canale Martin, viale della Cappella, via di Aubervilliers, canale dell'Ourcq) e probabilmente oltre. Wolman ricorda a proposito di questa nozione di crocevia l'incrocio che designava a Cannes, nel 1952, come il centro del mondo."

Wolman può essere considerato dunque come colui che ha introdotto la nozione di centro del mondo nell'ambiente dell'avanguardia artistica degli anni cinquanta.

I lettristi rilevarono l'esistenza di faglie e di fratture nell'unità dei tessuti urbani; certi punti di una città potevano essere al centro di parecchi di queste faglie. L'intervento cosciente e volontario in tali luoghi dove si inaspriscono le contraddizioni sociali poteva permettere di creare un certo ambiente, e a volte anche una certa confusione. Tuttavia, questi centri, anche se hanno in quanto centri psicogeografici, un certo rapporto col dominio, non designano per niente il centro stesso del mondo esistente.

 

3. L'ETÀ D'ORO DEL "CENTRO"

 

È nella sinossi del suo film Critica della separazione * (1961) che Debord ha fornito la maggiore precisazione su questa domanda del centro e sull'uso che se ne poteva fare: "L'unica avventura, noi diciamo, è contestare la totalità il cui il centro è questo modo di vivere, di cui è consentito fare la prova ma non impiegare la nostra forza."

Se si accetta che totalità e mondo giocano, nella sociologia situazionista, lo stesso ruolo di valori dialettizzanti e possono essere talvolta sinonimi, si deve anche accettare che Debord avrebbe potuto altrettanto bene scrivere: l'unica avventura, è contestare il mondo il cui il centro è questo modo di vivere...

Il ramo materno della mia famiglia è originario di Chambon nel Berry, ad alcuni chilometri solamente da Bruère-Allichamp abitualmente considerato come il centro geografico della Francia. Con tutta modestia ritengo di essere un po' qualificato in ciò che riguarda la questione del centro. Mi permetterei di avanzare i seguenti postulati, atti a prolungare il pensiero del giovane Debord, dunque:

1) il centro del mondo non è solamente il modo in cui viviamo, è anche il modo in cui siamo obbligati a vivere.

2) il centro del mondo non è solamente questo modo in cui viviamo e questo modo in cui siamo obbligati a vivere, ma è anche, soprattutto, questo modo in cui accettiamo di vivere.

3) il dissolvimento del centro del mondo può essere compreso allora solamente in quanto rifiuto del modo in cui viviamo e che accettiamo.

Amo molto questa ipotesi, sottintende che il centro del mondo non ci sia totalmente estraneo. Per dissolverlo basterebbe cambiare il nostro modo vivere. Si può dire che il centro del mondo è l'espressione della nostra sottomissione e che ogni azione che possiamo esercitare su noi stessi è un'azione contro il mondo ed il suo centro. La lotta contro il centro non si pone in termini di lotta di classe, come se il centro ci fosse estraneo, ma in termini di impegno personale, in termini di disobbedienza.

A dispetto delle apparenze, il mondo di cui intendiamo essere alla periferia non c'è per niente esterno, ci attraversa. Il cambiamento del mondo, che può sembrare lontano, addirittura improbabile, è, in un certo modo, già in noi, nella nostra capacità potenziale a dissolvere i modi di vivere che ci dispiacciono.

Debord che raggiungeva allora il suo massimo rendimento intellettuale, scriveva poi nella stessa sinossi, con la bella semplicità delle cose concepite bene (affonderà in seguito in un stile parodico proprio di ogni decadenza intellettuale): "tutto l'equilibrio esistente è rimesso in questione ogni volta che degli uomini sconosciuti provano a vivere diversamente."

4. REGRESSIONE DEL "CENTRO"

 

Sotto l'autorità di Debord, la nozione di centro del mondo conobbe un sviluppo regressivo nell'attività dell'internazionale Situazionista.

Nel n° 8 dell'I.S. (gennaio 1963) si trovava il riferimento scritto ad una svolta oscura: "La Conferenza * * ha deciso la riorganizzazione dell'I.S., considerata come un solo centro unito, sopprimendo le divisioni per sezioni nazionali. Questo centro non sarà più costituito da delegati di gruppi locali ma si considererà esso stesso come rappresentante in toto degli interessi della nuova teoria della contestazione (...) L'ultimo Consiglio Centrale designato ad Anversa che avrà anche il compito di eleggere nell'anno che segue quelli dei candidati che saranno ammessi come partecipanti di un I.S. diventata nella sua totalità questo centro, comprende Michèle Bernstein, Debord, Kotányi, U. Lausen, J.V,. Martin, Jan Strijbosch, A. Trocchi e Vaneigem. "

Il centro del mondo che, nel 1952, designava dei luoghi contraddittorii nei tessuti urbani e, nel 1961, "questo modo in cui viviamo", diventava, nel 1963, un tipo di Comitato Centrale costituito da otto persone incaricate di incarnare un nuovo centro del mondo di fronte al vecchio. Una tale progressione può essere qualificata come reazionaria.

A dispetto delle ricerche psicogeografiche della prima ondata situazionista, la seconda ondata fu incapace, nel Maggio 68, di investire il minimo crocevia. Né la Sorbona né il sinistro IPN * * * della via di Ulm o le fabbriche Renault a Billancourt non sapranno materializzare il centro del mondo esistente.

5. IL CENTRO COME CONSERVATORISMO

In Panegirico (1989) Debord scriveva: "Niente è più naturale che considerare ogni cosa a partire da sé, scelto come centro del mondo; ci si trova per ciò stesso capaci di condannare il mondo senza neppure voler ascoltare i suoi discorsi ingannevoli. Bisogna solamente fissare i limiti precisi che delimitano necessariamente questa autorità: il suo proprio posto nel corso del tempo, e nella società, ciò che si è fatto e ciò che si è conosciuto, le proprie passioni dominanti."

Per il vecchio Debord, il centro del mondo non era più questo modo in cui viviamo (e che è criticabile) non era neppure più un Comitato Centrale, il centro del mondo, mediante alcuni gustosi limiti, era diventato Debord stesso.

Georges Bataille scriveva, in Le Coupable [Il Colpevole] (Gallimard 1944): "Rido del solitario che pretende di riflettere il mondo. Non può rifletterlo, perché essendo lui il centro della riflessione, smette di esserloin base a ciò che non ha centro. Immagino che il mondo non somigli a nessun essere separato e che si chiude, ma a ciò che passa dall'uno all'altro quando noi ridiamo, quando c'amiamo: immaginandolo, l'immensità mi si è aperta e mi perdo in lei. "

Ci si rende conto, alla lettura di Bataille che Debord non aveva compreso niente di ciò che è in gioco nella critica del centro del mondo: la liberazione della comunicazione. Perché là dove la comunicazione è libera, non ci potrebbe essere centro. Dovunque esista un centro (ed una periferia), deve essere combattuto.

 

*

 

Tchouang-tseu riporta che Houei Che avrebbe detto: "Conosco il centro del mondo; è a nord di Yen ed al sud di Yue. " E Tchouang-tseu commenta: "Houei Che pensava che ciò meritava nel mondo intero una grande considerazione e poteva illuminare i dialettici. E tutti i dialettici del mondo vi trovarono il loro piacere. "

Tchouang-tseu era forse migliore taoista di Houei Che. Tuttavia, mi sembra buono, in ciò che riguarda la questione dell'interesse dei dialettici per il centro del mondo che Houei Che abbia avuto ragione.

 

Note:

* Se esistono due scritti di Debord che meritano di passare alla posterità, sono, secondo me, Sur le passage de quelques personnes à travers une assez courte unité de temps [Sul passaggio di alcune persone attraverso una abbastanza breve unità di tempo] (1959) e Critique de la séparation [Critica della separazione] (1961).

** Si tratta della quinta conferenza dell'I.S. che si tenne ad Anversa dal 12 al 16 novembre 1962.

*** Per me l'Istituto Nazionale di Pedagogia di via d'Ulm è sinistro poiché è lì che sono stato orientato, nell'estate del 1956 ed in un'intervista ubuesca, ad un destino di operaio.

 

Indice:

http://www.geocities.com/omar_wisyam/index1.html

 

 

Hosted by www.Geocities.ws

1