Qui si espongono i fatti salienti delle giornate peggiori dell'ottobre 2000 in Medioriente

Le trattative finali con i palestinesi tenutesi a Camp David falliscono soprattutto sulla questione della sovranità su Gerusalemme; ciò rinforza l'opposizione di destra e dei religiosi contro il governo Barak, sempre più in bilico. In ottobre una visita di Ariel Sharon alle moschee islamiche di Gerusalemme **provoca l'ira dei palestinesi che riprendono la rivolta delle pietre. Comincia così il periodo di scontri tra israeliani e palestinesi.

(**la sua visita al Monte del Tempio era stata accuratamente concordata con il capo della polizia palestinese Jibril Rajoub, il quale disse di non aver nulla in contrario purche' Sharon non entrasse nell'area delle moschee. E Sharon - era il giorno di Rosh Ha Shanah - non entro' nell'area delle moschee)

2 ottobre

Fa discutere anche in Israele la tragica sequenza di immagini della morte del 12enne Mohamed al-Durra, avvenuta due giorni fa nella striscia di Gaza. Il padre che si sbraccia cercando di difendere il figlio preso nel fuoco degli israeliani. Ma i soldati continuano a sparare. Poi lui è ferito e il corpo di Mohamed è a terra. Le televisioni israeliane hanno trasmesso il filmato ieri in serata. Molti di coloro che erano distratti dalle celebrazioni del Capodanno ebraico sono rimasti colpiti dalla violenza degli scontri. I deputati arabi al parlamento di Gerusalemme chiedono le dimissioni immediate del capo di stato maggiore israeliano, Shaul Mofaz. Il responsabile militare della regione sud, generale Yom Tov Samia, ha però commentato: "Dobbiamo ancora esaminare la dinamica dell'incidente. Il piccolo potrebbe essere stato colpito da pallottole sparate dagli agenti palestinesi".

Volano i caccia israeliani sopra Beirut e il Libano mentre la pace in Medio Oriente sembra sempre più lontana. Le famiglie dei diplomatici israeliani nei paesi arabi vengono richiamate in patria e altri scontri a Betlemme, Hebron, Rafah allungano l'elenco dei morti e dei feriti. Solo la striscia di Gaza compie un piccolo passo avanti verso la pace: i militari israeliani hanno annunciato di aver concluso un accordo per l'arresto immediato di tutti i combattimenti. L'accordo, concluso al termine di un colloquio con il responsabile della sicurezza palestinese a Gaza, comprende quattro punti essenziali: la fine immediata di ogni violenza, la riapertura delle strade negli insediamenti di coloni ebraici, la fine degli incitamenti alla violenza da parte dei media palestinesi e la fine delle liberazioni massicce di detenuti palestinesi. Si avverte che se i primi due punti saranno violati, l'esercito israeliano si riterrà libero di lanciare tutte le operazioni necessarie a far rispettare l'accordo.

Sempre più tesi invece i rapporti tra Libano e Israele che continua a inviare caccia militari sopra le città nonostante gli Hezbollah abbiano avviato una trattativa per la liberazione dei tre soldati rapiti ieri in cambio di alcuni prigionieri libanesi detenuti in Israele. Profughi palestinesi tornano oggi al confine a lanciare pietre dal Libano contro i soldati israeliani, nello stesso luogo dove ieri due profughi palestinesi sono stati uccisi e una ventina di altri sono stati feriti. Le radio di Beirut annunciano: le forze israeliane rispondono alla sassaiola lanciando gas lacrimogeni.

E anche dall'Egitto non arrivano buone notizie, il presidente Hosni Mubarak smentisce che sia in programma un vertice a quattro per le prossime ore. Ha detto il rais: "Noi siamo contro il sequestro e la prigionia di ostaggi, ma bisogna mettere fine alle provocazioni sia da una parte che dall'altra". E in serata arriva una buona notizia: numerosi carri armati israeliani hanno lasciato le loro postazioni avanzate occupate ieri nella striscia di Gaza e stanno adesso retrocedendo. Ieri erano stati dislocati in gran fretta a difesa delle colonie ebraiche più isolate, per proteggerle da possibili attacchi palestinesi.

                                    7 ottobre

È come se il paese si fosse rinchiuso nel silenzio per riflettere. Dal crepuscolo è cominciato il digiuno del Kippur. La Gerusalemme israeliana è vuota, deserta. La Gerusalemme araba invece vive come al solito. Insieme alla fine del Kippur scade anche l'ultimatum che il primo ministro israeliano, Ehud Barak, ha lanciato al presidente palestinese, Yasser Arafat. Sabato Barak ha detto che se Arafat non farà cessare le violenze entro 48 ore gli israeliani adotterrano misure severe che potrebbero essere  il congelamento dei fondi destinati all' Autorità palestinese, la chiusura dei passaggi attraverso i quali i pendolari vengono a lavorare in Israele, un presidio militare più severo attorno ai villaggi di Cisgiordania, blocco delle nuove strade che uniscono i villaggi, più intensi interventi dell'esercito, anche con l' uso di elicotteri e autoblindo.

Queste misure, studiate come rappresaglia nel caso Arafat proclamasse da solo lo Stato palestinese, potrebbero essere applicate in anticipo. Ma nel frattempo, proprio mentre Israele si preparava al ritiro e al digiuno del Kippur, il Consiglio di Sicurezza ha emesso un verdetto severo nei confronti di Israele, per l'uso eccessivo della forza militare, con l'astensione degli Stati Uniti.

La notizia ha confortato i palestinesi e ha reso più sofferto il ritiro del Kippur. Ma questo non renderà più facili le cose. Il non sostegno americano accresce negli israeliani l'angoscia dell'isolamento. I palestinesi sono visti dagli israeliani come una parte del mondo arabo, che conta duecento milioni di persone, e come un frammento dell'Islam che ne conta più di un miliardo. Gli israeliani si sentono, dunque, una minoranza in Medio Oriente. I liberali, i pacifisti, i progressisti, molti intellettuali, e Israele ne ha tanti e di coraggiosi, vedono, riconoscono da tempo le somiglianze tra i destini dei due popoli, ma quando assistono alla rivolta dei palestinesi, di cui conoscono e capiscono le frustrazioni, sono spesso sorpresi dal fanatismo.

                                    8 ottobre

Gli integralisti di Hamas avevano proclamato un "venerdì della collera", per ritorsione alla contestata visita di Sharon alla Spianata delle Moschee islamiche a Gerusalemme, quasi ad avvertire che non sarebbe stata una normale giornata di preghiera islamica. Il funesto presagio si è avverato, ad una settimana di distanza dall'uccisione di quattro palestinesi nella Spianata delle Moschee a Gerusalemme. E alla fine le vittime sono almeno sette, due a Gerusalemme Est, due a Nablus, una a Tulkarem, in Cisgiordania e due a Netzarim. E nella striscia di Gaza si conta una vittima per le ferite riportate ieri e un altro dato come clinicamente morto. I feriti sarebbero circa centocinquanta.

Eppure, nonostante le tensioni della vigilia, le speranze di una giornata di tregua erano forti. Per la prima volta nella storia di Israele, infatti, Ehud Barak aveva rinunciato al presidio dei suoi soldati sulla Spianata delle Moschee, dove in mattinata erano arrivati 3.000 palestinesi (molti meno del solito, gli altri sono stati bloccati in Cisgiordania): la stazione di polizia israeliana, per un giorno, è stata evacuata e il controllo dell'area è stato preso dai servizi di sicurezza palestinesi. Un gesto questo, che è costato a Barak l'anatema del Likud, la destra israeliana.

Nonostante tutto però la tensione è rimasta alta e sono scoppiati i disordini. I palestinesi hanno cominciato a lanciare sassi sul piazzale sottostante, dove gli ebrei erano in preghiera davanti al Muro del Pianto. Il servizio d'ordine è riuscito con molta fatica a calmare gli animi: solo dopo diverse ore la situazione è tornata alla tranquillità. Gli scontri si sono trasferiti nelle vie della città
vecchia di Gerusalemme. Due giovani palestinesi sono rimasti uccisi, altri 17 sono rimasti feriti, così come cinque poliziotti israeliani. A Nablus due giovani sono stati uccisi dai colpi di arma da fuoco esplosi dai
militari israeliani. Lo stesso è accaduto a Tulkarem, sempre in Cisgiordania, dove è morto un altro palestinese. Altre due vittime nei pressi dell'insediamento ebraico di Netzarim, nella striscia di Gaza: si tratterebbe di un giovane dimostrante e di un poliziotto palestinese.

Brucia la tomba di Giuseppe, a Nablus, in Cisgiordania. Le fiamme sono state appiccate dai dimostranti palestinesi, secondo quanto riferiscono fonti locali, mentre in aria vengono esplose raffiche di arma automatica. Tutte manifestazioni di tripudio in seguito all'evacuazione, stamani all'alba, dei 12 soldati israeliani che da giorni erano asseragliati nel luogo sacro e al suo passaggio sotto il controllo della polizia palestinese. La popolazione circonda l'edificio e scandisce slogan ostili ad Israele. Alcuni dei dimostranti - molti dei quali seguaci del movimento islamico, che sventolano bandiere di Hamas - esprimono fiducia che con la forza sarà loro possibile "liberare anche la Spianata delle Moschee di Gerusalemme". Fonti militari israeliane riportano che nello sgombero dell'edificio un ufficiale israeliano è rimasto colpito in modo grave alla testa da un proiettile.

I servizi di sicurezza palestinesi avevano vietato alla popolazione di Nablus di entrare nella Tomba. Ma il divieto non è stato rispettato. In serata infatti, quando gli studenti del collegio rabbinico ospitato nel santuario termineranno il riposo del sabato e apprenderanno della "resa", la loro reazione potrebbe essere violentissima. Si tratta di una quarantina di giovani (molti dei quali

riservisti delle forze armate), guidati dal rabbino oltranzista Yitzhak Ginsburg e considerati i più estremisti in assoluto nei Territori, già costretti ad abbandonare l'edificio oltre una settimana fa, quando lo scontro armato con i palestinesi era nell'aria. Per capire quali siano i loro punti di riferimento, una delle loro pubblicazioni esalta l'esempio di Baruch Goldstein, il colono che nel 1994 compì un massacro di islamici nella Tomba dei patriarchi di Hebron. Intanto militari israeliani sparano contro una folla di libanesi che si era avvicinata al confine con Israele, presso il villaggio israeliano di Zarit, per esprimere solidarietà con i palestinesi in rivolta. Secondo prime informazioni la manifestazione è stata organizzata da militanti Hezbollah e il bilancio provvisorio è di almeno un palestinese morto e vari feriti.

Dalla Spagna, dove partecipa a un forum sulla sicurezza nel Mediterraneo, Yasser Arafat spiega i gravi disordini nei Territori come la conseguenza di "un piano militare ed economico israeliano per far esplodere la situazione". Il governo israeliano, ha dichiarato, ha messo in atto "un vero assedio dei territori palestinesi che punta ad affamare il nostro popolo". Per lui detonatore delle recenti violenze sarebbe stata la visita "provocatoria" - avallata da Barak - del capo della destra israeliana Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee.

                                       8 ottobre

I razzi katiuscia lanciati dai guerriglieri Hezbollah solcano il cielo del Libano e colpiscono le postazioni israeliane. Gli elicotteri con la stella di David mitragliano dall'alto i rifugi dei guerriglieri. Tre soldati israeliani sono nelle mani degli Hezbollah. E il premier Barak, sferra una secca minaccia: "Bombardiamo Beirut se non saranno riconsegnati immediatamente i nostri soldati". Un ultimatum duro inviato a Siria e Libano. Secca la replica palestinese: "Non cediamo alle minacce". Anche se poco dopo la mezzanotte, forse come segno di buona volontà, Arafat ha ordinato la ricostruzione della Tomba di Giuseppe, il monumento distrutto da un gruppo di palestinesi.

L'attacco a colpi di razzo è avvenuto dopo che le forze israeliane al confine col Libano avevano aperto il fuoco contro una manifestazione di palestinesi sul lato libanese della frontiera, uccidendo due persone e ferendone almeno una ventina di altre. Si tratta del primo attacco con katiuscia compiuto dai guerriglieri islamici del movimento filo-iraniano Hezbollah sin da quando, il 24 maggio scorso, le forze israeliane si sono ritirate dopo 22 anni dal sud del Libano, mantenendo però le fattorie di Shebaa, su cui Beirut rivendica la sovranità. In serata la conferma sul rapimento dei tre soldati israeliani: "Le forze di difesa israeliane faranno ogni sforzo per ritrovare i soldati catturati e riportarli a casa". Secondo la radio statale, Voce d'Israele, il governo di Ehud Barak ha dato un ultimatum a Siria e Libano perché riconsegnino i tre soldati sani e salvi. E' la prima volta da 14 anni a questa parte che i guerriglieri anti-israeliani catturano un membro delle forze armate dello Stato ebraico. Nel frattempo le tensioni si allargano. Abitanti ebrei di Tiberiade incendiano una moschea abbandonata della città. Disordini anche a Cesarea, sul litorale mediterraneo, in un centro commerciale che ospita lo studio dentistico di un arabo-israeliano. Giovani ebrei hanno lanciato bottiglie incendiarie contro lo studio e hanno lottato con giovani arabi. Uno è stato leggermente ferito, cinque ebrei sono stati arrestati. In Alta Galilea, infine, è stato proclamato lo stato d'emergenza, l'Iran ha invocato "la guerra santa contro Israele e gli Usa".

                                    11 ottobre

Arriva dall'alto la rabbia di Israele. Arriva con i razzi degli elicotteri che bombardano per tre volte Ramallah e il quartier generale di Arafat (illeso) e che colpiscono la radio Voce della Palestina. Arriva dal mare con le navi che si avvicinano alla costa sparando. Gli elicotteri con la stella di David sorvolano a Gaza l'ufficio di Arafat e colpiscono i comandi dell'unità scelta palestinese addetta alla protezione del leader e della marina palestinese. "E' una dichiarazione di guerra", dice Arafat, che chiede anche alla comunità internazionale "di non permettere un altro Kosovo". "E' solo un avvertimento simbolico" replicano gli uomini di Tel Aviv. Che insistono e continuano a bombardare. E solo in serata il governo di Barak annuncia: i raid sono terminati.
Quella israeliana è stata la reazione al linciaggio di tre soldati ebrei da parte di decine di palestinesi avvenuto in mattinata a Ramallah. E' l'episodio scatenante di oggi, tanto che subito dopo il premier israeliano Ehud Barak promette "risposte adeguate". E subito arriva la risposta attraverso gli elicotteri e i missili.

Tutto comincia in mattinata. A Ramallah domina l'ira e ne fanno le spese quattro soldati. Sorpresi dalla polizia palestinese in abiti civili sono fermati e portati al posto di comando. La notizia si sparge in un attimo. A decine gli abitanti dei Territori si accalcano davanti alle porte del posto di polizia. Urla, minacce, la voglia di vendetta che cresce. Poi l'assalto. Tre sono linciati e uccisi. Uno di loro viene scaraventato dalla finestra. Il corpo di un altro viene portato in parata, macabro trofeo all'ira. La tensione cresce in un attimo. I soldati palestinesi riprendono il controllo e presidiano la città in attesa di un'immediata ritorsione israeliana. Scuole e negozi sono chiusi. I ragazzi dell'Intifada preparano i sassi.

vere bestie, i palestinesi            vere bestie, i palestinesi  

L'orrendo linciaggio dei soldati israeliani ad opera di una folla di palestinesi: nella prima immagine un manifestante mostra le mani sporche del sangue dei soldati appena uccisi, nella seconda il cadavere di uno dei soldati viene gettato dalla finestra del commissariato, nella terza la folla lo calpesta mutilandolo. Ma che ci facevano i quattro soldati israeliani in una zona così a rischio? Per i palestinesi si tratta di un'unità speciale infiltrata tra i manifestanti per prevederne le mosse, per gli israeliani erano riservisti che avevano sbagliato strada. Da Tel Aviv Barak fa sapere che la misura è colma e che la reazione di Israele sarà durissima. Poco dopo, le sue parole trovano conferma: su Ramallah cominciano a ronzare gli elicotteri di Tel Aviv. Portano missili e li sganciano sull'abitato. Tra le case si alzano colonne di fumo. Poi la notizia: è stato colpito il quartier generale di Arafat, ma lui, in quel momento, non c'era. I fatti di Ramallah e Gaza potrebbero mettere in crisi ancora prima del suo inizio la riunione prevista per oggi dello speciale Comitato per la sicurezza, composto da Stati Uniti, Israele e Autorità nazionale palestinese.

Muhammad Jadallah, Muhammad Zatme, Yussuf Sarji. Tre pericolosi estremisti islamici, "professionisti delle stragi" da poco tornati a piede libero. Rilasciati da Yasser Arafat insieme a decine di guerriglieri islamici, accusano gli israeliani. Legando anche a questo la dura rappresaglia militare scatenata oggi contro i palestinesi di Gaza e Ramallah. I vertici di Tel Aviv legano l'escalation militare alla decisione palestinese di liberare "pericolosi terroristi" nemici del processo di pace in grado di organizzarsi e compiere attentati suicidi contro coloni ebrei e militari nei Territori, o nelle retrovie israeliane. Così facendo, Arafat ha bruciato i ponti di qualsiasi ripresa del negoziato con Israele: "A questo punto il diavolo è uscito dalla bottiglia e nessuno lo può costringere a tornarci dentro" spiega un dirigente dei servizi di sicurezza israeliani. Chiara l'accusa del funzionario, Arafat vuole utilizzare Hamas e la Jihad islamica per esercitare maggiore pressione su Israele. Le prove? Nei giorni passati la insurrezione armata nei Territori è stata guidata da Tanzim, il 'braccio armato' di al-Fatah, spiegano gli israeliani. "Adesso - secondo il funzionario - Hamas, che in un primo momento è stato colto di sorpresa dalla insurrezione, vuole dimostrare con un'ondata di attentati anti-israeliani di non essere da meno dei suoi rivali politici".

Per Israele le violenze nei Territori sarebbero state fomentate da Arafat in seguito alla visita del leader del Likud Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme. "E' stato Arafat ad ordinare a Tanzim di agitare le acque, è stato lui a cercare un'alleanza politica con Hamas e la Jihad islamica, è stato lui a liberare in massa le mine vaganti". Manca la proclamazione unilaterale dello stato palestinese. Ipotesi che gli israeliani liquidano così: "Se lo farà Arafat rischia di trovarsi in mano con uno 'stato' molto piccolo. Forse solo con la dichiarazione di indipendenza e basta". E se dovesse essere guerra totale fra israeliani e palestinesi? "Anche Arafat diventerebbe per noi un obiettivo legittimo".

                                12 ottobre
"Suo marito? Lo stiamo ammazzando". E' arrivata così la notizia della morte del marito a Irena, la moglie di uno dei soldati israeliani uccisi a Ramallah: in diretta via cellulare. E' l'agghiacciante particolare che spunta fuori dall'enormità delle violenze in corso nei Territori, raccontato dalla Cnn. Stava ascoltando la radio Irena, moglie da cinque giorni di Vadim Norzasch, 33 anni, un immigrato dell'ex Unione Sovietica, quando nel notiziario ha appreso dell'arresto da parte della polizia palestinese di due soldati israeliani. Preoccupata e forse più per scrupolo, Irena ha chiamato sul cellulare il marito per assicurarsi che tutto fosse a posto, che non gli fosse accaduto niente. Ma dall'altra parte del telefono anziché la voce di Vadim, quella di uno sconosciuto: "Suo marito? Lo stiamo ammazzando". Stop, comunicazione finita. Sposati da neanche una settimana, la loro storia d'amore si è spenta nel boato della tragedia. L'agghiacciante aneddoto, che ha esasperato nelle ultime ore la rabbia dell'opinione pubblica israeliana, si somma ai tanti che, in ogni guerra, come in questa, danno il senso dell'enormità della tragedia nella finitezza di un particolare. Come la morte di Rami, il dodicenne palestinese ucciso per caso in una sparatoria a Netzarim: le immagini della sua morte accanto al padre su un marciapiede rimangono uno dei segni indelebili nella memoria di questa guerra.

L'altro soldato israeliano morto a Ramallah nella furia delle violenze si chiamava Yosef Avrahami, aveva 38 anni ed era di Tel Aviv. Ma Norzasch e Avrahami potrebbero non essere gli unici due ad essere stati uccisi: secondo il premier israeliano, Ehud Barak, sono tre i soldati assassinati. Il terzo sarebbe stato bruciato insieme alla vettura su cui i tre viaggiavano. Dopo la violenza, gli annunci ufficiali: Arafat, che già ieri aveva condannato il linciaggio di Ramallah, ha chiesto che i responsabili di quell'orribile omicidio vengano arrestati.

Intanto, nella notte non si è fermata la rappresaglia militare israeliana contro il linciaggio dei soldati per mano della folla di palestinesi a Ramallah. Ieri sera, altri elicotteri hanno condotto raid a Nablus, Hebron e Gerico in Cisgiordania alcune ore dopo che Israele aveva annunciato la fine degli attacchi contro le sedi di comando dell'Autorità nazionale palestinese a Ramallah e Gaza. E il governo Barak non si è fermato qui: l'altro passo è la chiusura delle frontiere con l'Egitto, avvenuto nella tarda serata di ieri. Il maggiore valico di confine a Rafah, dal quale si accede al territorio autonomo palestinese della Striscia di Gaza, è stato infatti serrato per impedire l'accesso dall'Egitto in Israele a palestinesi, arabi israeliani e a tutti gli altri stranieri. Gli unici ammessi sono i malati e gli anziani.


Oggi si saprà se l'allarme lanciato ieri sera dalla Ue, di "un grave rischio di incendio generale" si tramuterà purtroppo in realtà. Il premier israeliano Barak è tornato ad attaccare con durezza il leader palestinese Arafat dipingendolo come la 'vera causa' del bagno di sangue e ha preannunciato la nascita di un governo di unità nazionale con il leader della destra Sharon.
Attesa e preoccupazione si mischiano in Israele. C'è attesa per le voci di un incontro tra il leader palestinese Arafat (che ha parlato al telefono con Shimon Peres) e il premier israeliano Barak. Arafat, secondo un portavoce del governo spagnolo, sarebbe disponibile a prendere parte al vertice. In linea di principio anche Barak sembra essere convinto a sedersi al tavolo del negoziato per fermare le violenze nei Territori. In serata la Cnn è stata più possibilista citando fonti vicinissime alla Casa Bianca, che danno per "probabile e possibile il vertice". Di sicuro il segretario dell'Onu, Kofi Annan, sta lavorando febbrilmente parlando con i due leader e sarà al Cairo per incontrare Hosni Mubarak. Difficile fare previsioni, ma nelle ultime ore il partito degli ottimisti è in leggero vantaggio. A supportare il segretario generale delle Nazioni unite c'è tutta la diplomazia internazionale, dall'Unione europea agli Usa, dalla Russia ai paesi arabi. Il presidente Usa Bill Clinton, che ha rinunciato alla pregiudiziale della fine delle violenze per dare il via al vertice si è detto pronto a partire in ogni momento.

Questo è il bilancio di una giornata ad altissima tensione che ha visto Gerusalemme blindata, per paura di azioni da parte degli integralisti di Hamas liberati dalle prigioni palestinesi, mentre ad Hawara un colono ebreo si è aperto a pistolettate un varco fra la folla che voleva linciarlo.

Intanto gli Stati Uniti hanno deciso di chiudere per il fine settimana ambasciate e consolati nei paesi a rischio, come misura di sicurezza legata alle crescenti tensioni in Medio Oriente e all'attacco nello Yemen ad una nave da guerra americana. La grande fratellanza islamica insorge in tutto il mondo. Da Parigi a New York, da Londra alla Malaysia, si levano le condanne contro gli attacchi israeliani a Ramallah e a Gaza. Islamabad, Giakarta, Il Cairo, Istanbul, i campi profughi di Rashidiye, in Libano. Ma anche i quartieri arabi delle città europee in Francia, Gran Bretagna. Oppure in Sudafrica e nell'enclave spagnola di Ceuta, in Marocco. Proteste, manifestazioni e incidenti scatenati dalla rabbia che si è trasferita dai territori occupati insaguinati da giorni al resto del pianeta di fede musulmana. La tensione è altissima negli Stati Uniti, dove Manhattan è letteralmente blindata.

Nei vari campi profughi del Libano oltre 20 mila palestinesi hanno chiesto ai paesi arabi di rompere ogni relazione con lo stato ebraico e di cacciare i diplomatici americani. Analoghi sentimenti antiisraeliani sono stati espressi da una folla di diecimila persone a Giakarta, capitale dell'Indonesia, il più grande stato islamico del mondo. Bandiere israeliane sono state intrise con il sangue di un capretto sgozzato in strada da un gruppo di esagitati dimostranti. Anche a Kuala Lumpur (Malaysia) e Islamabad, folle di musulmani hanno manifestato contro Israele che è stato al centro di ostili dimostrazioni anche in Turchia, paese che peraltro mantiene con lo stato ebraico un rapporto di particolare cooperazione, soprattutto in campo militare.

Stessa atmosfera al Cairo manifestazioni spontanee contro Israele sono avvenute alla fine della preghiera del venerdì di fronte ad un gran numero di moschee. Gli Stati Uniti hanno deciso di chiudere le sedi diplomatiche e consolari nel prossimo fine settimana in molti paesi del Medio oriente dell'Africa e in alcuni stati asiatici, tra cui il Pakistan..

Cresce la tensione in Gran Bretagna. Le prime manifestazioni non si sono fatte attendere: questo pomeriggio 300 musulmani hanno bruciato bandiere di Israele e Stati Uniti davanti alla principale moschea di Londra. La folla si è riunita davanti alla moschea di Regent's Park, al termine della tradizionale preghiera del venerdì, e ha dato alle fiamme vari vessilli con la stella di Davide e americani.

Dal Medioriente la rabbia palestinese attraversa l'Atlantico: in una Manhattan blindata migliaia di palestinesi d'America hanno manifestato nel quartiere del Palazzo di Vetro contro "lo sterminio dei bambini nei Territori da parte di un Israele che è peggio di Hitler". Arrivati nel centro di New York dall'area metropolitana newyorchese, da Boston, Filadelfia, Washington, dal New Jersey e dal Connecticut, i palestinesi americani si sono concentrati davanti al consolato israeliano, teatro ieri di una manifestazione pro-Israele durante la quale Hillary Clinton è stata sonoramente fischiata.

                                    15 ottobre
Yasser Arafat ha detto "sì". Ha accettato di partecipare a un summit di pace per cercare di fermare i sanguinosi scontri nei Territori. Il vertice si terrà domani in Egitto, ha fatto sapere il portavoce dell'Onu Marisa Kemper. Arafat ha telefonato ieri mattina al segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. In cinque minuti ha dato la sua disponibilità e ha rinunciato a qualsiasi condizione. Annan aveva fortemente caldeggiato l'incontro - assieme al presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton - e ha detto alla Cnn di aver chiesto a israeliani e palestinesi di "cessare il fuoco" da qui al vertice. Il segretario Onu ha anche detto che uno degli obiettivi del vertice sarà proprio di "rendere permanente tale cessate il fuoco".

Arafat ha accettato di partecipare al vertice dopo avere appreso che Barak aveva acconsentito a lasciar arrivare generi alimentari e medicinali ai territori palestinesi, e a ritirare le truppe israeliane che attualmente isolano città e territori palestinesi. Oggi stesso, il presidente egiziano Hosni Mubarak ha dato la disponibilità a ospitare il vertice nella località balneare di Sharm el-Sheikh, sull'estremità meridionale del Sinai. Mubarak ha messo in guardia che "il mondo intero e non solo il Medio Oriente, sarà un teatro aperto per il terrorismo, se il processo di pace dovesse fallire" e ha annunciato che anche i governi di Russia, Francia, Spagna e l'Unione europea hanno chiesto di essere rappresentati al vertice, a livello di ministri degli esteri. Ma Israele ha fatto sapere in tarda mattinata, per bocca del portavoce Nahman Shai, che non accetterà altri attori nei negoziati di pace al di fuori dei palestinesi e degli Stati Uniti. Per il momento i partecipanti certi sarebbero cinque: Arafat, Barak, Annan, Mubarak e Clinton, che arriverà a Sharm El Sheikh domani mattina.

Sul fronte arabo re Abdallah II di Giordania è partito per colloqui con re Fahd in Arabia Saudita sulla crisi in Medio Oriente e il vertice di lunedì. Nella tarda serata di venerdì il presidente americano aveva anticipato che una "svolta decisiva" sulla via di un vertice con il premier israeliano Ehud Barak e il leader palestinese Yasser Arafat poteva essere "questione di ore". "Ci stiamo impegnando al massimo per arrivare a questa svolta decisiva" aveva aggiunto Clinton, confidando di aver trascorso tutta la giornata di ieri al telefono. Funzionari della Casa Bianca avevano indicato come il maggiore ostacolo alla convocazione del vertice fosse costituito dalle condizioni poste da Arafat.

Gli sforzi della diplomazia internazionale, in special modo del segretario generale dell'Onu Kofi Annan, hanno infine avuto successo: il presidente dell'Autorità palestinese Yasser Arafat e il premier israeliano Ehud Barak hanno dato il loro assenso a un incontro al vertice in Egitto, con la partecipazione del presidente egiziano Hosni Mubarak, del presidente americano Bill Clinton (ma la sua presenza sarà in forse fino all'ultimo), dello stesso Annan e forse di altri leader. Il conflitto israelo-palestinese sembra quindi lasciare, almeno in questa fase, il terreno degli scontri aperti per spostarsi su quello diplomatico. Malgrado l'assenso dei diretti interessati non è tuttavia chiaro se essi vadano al vertice con gli stessi obiettivi. Se per Israele lo scopo dell'incontro deve essere la fine della violenza, la parte palestinese sembra avere intenti politici più ampi e sperare in pressioni internazionali per costringere Israele a ulteriori concessioni nel processo di pace. Il segretario generale dell'Onu Annan ha detto che uno degli obiettivi del vertice sarà rendere permanente un cessate il fuoco tra le due parti, l'israeliana e la palestinese.

Se non ci saranno colpi di scena o incidenti gravi sul campo, dunque, Arafat e Barak torneranno a parlarsi. E' comunque un risultato positivo che la diplomazia internazionale è riuscita a ottenere dopo giorni di andirivieni nella regione. Se Clinton, da sempre sponsor del processo di pace, è giunto quasi al punto di perdere la faccia pur di riportare gli attori della crisi mediorientale davanti a un tavolo, il segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan appare come il vero protagonista dell'exploit diplomatico. Che si presenta come l'ultima chance per riportare i due popoli sulla strada di una possibile convivenza. Tuttavia è indubbio che se Arafat e Barak hanno accettato di tornare a parlarsi è perché, come spiegano molti analisti si sono ritrovati entrambi sull'orlo del baratro: o indietreggiavano o l'intera regione poteva precipitare nella guerra.

Nel frattempo, arginato il fronte esterno, il presidente palestinese e il premier di Gerusalemme devono, nelle poche ore che li separa dall'incontro, neutralizzare possibili opposizioni interne. Nella Striscia di Gaza, subito dopo l'annuncio del vertice di Sharm-el-Sheik, che si terrà una settimana prima del summit dei Paesi arabi, previsto per sabato 21 ottobre, hanno avuto luogo manifestazioni di giovani che hanno urlato slogan contro il vertice di lunedì e contro ogni possibile accordo con il «nemico sionista». Barak, dal canto suo proseguirà i contatti per allargare il suo governo, con l'inclusione nella coalizione di altri partiti. Il candidato più probabile è il Likud, principale partito dell'opposizione di destra, il cui leader Ariel Sharon è particolarmente odiato dal mondo arabo. L'inclusione di Sharon al governo, hanno avvertito i palestinesi, «provocherà la fine di ciò che resta del processo di pace». La situazione, insomma, resta tesa. Anche se è innegabile che l'annuncio dell'incontro ha ridato speranza alla maggior parte degli esponenti della comunità internazionale. Dopo la convocazione del vertice sul Medio Oriente, «tiriamo un sospiro di sollievo», anche se «transitorio».

(tratto da il sito di FDP http://space.tin.it/arte/lvitel/presentazione.htm)



                                                              

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