Home ] Rassegna Stampa 2003 ] Risultati 2003 ] Corsi ] Staff ] Record ] Storia ] Filosofia ] Foto 1 ] Foto 2 ] Foto 3 ] Home CUS ]



 
 
 
 

- di Riccardo Capanna -
Gli otto moschettieri del CUS

 
  Erano anni che non sfogliavo i miei "quaderni di atletica". La mia atletica è tutta lì, regi­strata gara dopo gara, batterie, semifinali, finali, foto, ritagli di giornale, appunti sui passaggi cronometrati ad ogni ostacolo dei 400 hs. (roba da pazzi). Tutto registrato in ordine strettamente cronologico, data, luogo della gara, tipo di gara, risultato crono­metrico. Probabilmente non avrei avuto, a breve termine, l'occasione di rinverdire i ricordi vecchi di quasi quarant'anni, se Alessandro non mi avesse chiesto di annotar­ne alcuni per iscritto. Dal 1961, per dodici anni ho praticato 1'atletica leggera, ma come atleta tesserato per il CUS l'ho vissuta poco da ferrarese, basti pensare che a novembre dei 1971, da sposato, mi sono trasferito a Genova. Con la maglietta del CUS ho gareggiato fuori sede ancora poco più di un anno, prima di "appendere" defi­nitivamente al chiodo le scarpette chiodate il 4 marzo del 1973. Non ho partecipato, perciò, significativamente ai successi dei CUS negli anni successi­vi, ma sono ugualmente orgoglioso di aver fatto parte di quel gruppo iniziale di ragazzi-atleti attorno al quale è nata una cultura sportiva così prodiga di soddisfazioni in campo nazionale e internazionale. Mentre annoto queste righe, ho accanto a me l'ultimo dei quaderni-diario che ho compilato, aperto alla pagina in cui è incollato l'articolo del Resto del Carlino in cui, all'inizio dei è stata resa pubblica la nascita, nell'ambito del CUS Ferrara, della sezione di atletica leggera. In primo piano c'è la foto del Mister che rilascia l'intervista in cui presenta i suoi ragazzi. La prima nominata è Silvia Chersoni, poi Dario Bonetti, segue Maurizio Marabini, Massimo Magnani, Luciano Mazzanti, Mario Zardi ed il sotto­scritto. Quanti ricordi mi assalgono. Il Mister è stato mio professore di Educazione Fisica in prima media quando ancora l'atletica non mi interessava e preferivo giocare a pallavo­lo nella palestra situata a fianco dell'ingresso della Torquato Tasso in via Borgo Leoni. Dopo quel primo approccio, in seconda media ho cambiato professore e per un paio di anni ho continuato a vedere il prof. Lenzi solo perché "filava" con Vittoria, la quale abitava proprio sul mio stesso pianerottolo in via Adua. Siamo quindi agli inizi degli anni sessanta quando l'atletica è entrata nella mia vita, all'inizio quasi per convenien­za. A quei tempi pensavo solo al calcio ma, poiché i miei genitori non potevano per­mettersi di comprarmi le scarpe adatte, giocavo, unico fra undici, con le scarpe di "tela". Ovviamente registravo qualche problema di equilibrio, sia d'estate perché scivolavo sull'erba che nella stagione invernale quando il fango la faceva da padrone sotto le suole. Insomma, una tragedia. In più, in famiglia non vedevano troppo bene il rapporto studio-calcio per cui, diciamo così, non avevo il giusto sostegno psicologico. "Studia, che il calcio non dà da mangiare a nessuno" erano le poco profetiche e ricorrenti imprecazioni di mia madre. La Polisportiva Studentesca invece, che mi aveva assoldato in prima superiore all'ITI grazie alla passione del prof. Scaramelli, forniva agli atleti le scarpette chiodate e pure la tuta. Questo di per sé mi sembrò stupefacente. Mamma e papà, in questo caso, non avendo da sostenere spese "vive", divennero più consenzienti, e così non ebbi più dubbi su cosa fosse giusto fare. Scelsi l'atletica leggera. L'attività invernale era coscienziosa. Ci ritrovavamo quasi ogni fine pomeriggio nella chiesa sconsacrata trasformata in palestra a tre piani che sta all'angolo fra via Mortara e Corso Giovecca e là, da adolescenti, cominciammo a giocare a fare gli atleti. A questo punto rientra in gioco il Mister che comincia con alcuni di noi a studiare come diventare il Responsabile della squadra nazionale italiana di atletica leggera (scherzo, mi sono allargato un po' è vero, ma chi mi può contraddire?). I1 gruppo,dapprima esiguo, caratterizzato peraltro da amici carissimi quali Giorgio Guarnelli e Renzo Frizzarin, si ampliò via via con l’innesto di altri giovani, molti dei quali, come usai dire, negli anni successivi "diventeranno famosi". In estate poi, ritrovarsi ogni giorno era qualche cosa di più che appartenere ad un sodalizio sportivo. Incontrarsi al campo scuola, sotto il sole cocente, due ore prima cominciare l'allenamento e, dopo questo, disputare la famosa particella a calcio "noi vecchi " contro i "giovani", era diventata per tutti una necessità fisiologica. Al camposcuola, anche allora, era vietato giocare con la palla ma io, che non avevo perso la passione per la sfera da calciare, la introducevo di nascosto dentro la borsa, coinvolgendo così tutti i presenti a rischiare, quotidianamente, le sfuriate dei sig. Bandiera.Facevamo sempre tardissimo perché continuavamo fino all'oscurità soverchiati dalle urla del custode del campo e signora che minacciavano "ad smurzzàr la lus" degli spogliatoi, "ad sarar' l'acqua dil dozz" e "ad múlar i can". Dopo la doccia, via in bicicletta in "Piazza" per fare un giro o due, a piedi, attorno al quadrilatero formato da C.soGiovecca, via Martiri della Libertà, i portici del Duomo e via Bersaglieri del Po, e per gustare L'immancabile gelato al Nazionale. Del gruppo storico che si consolidò alla fine degli anni sessanta per poi confluire compatto nel CUS, Silvia Chersoni è stata l'unica ragazza. A lei si aggiunsero poi, soprattutto per partecipare alle innumerevoli attività extra sportive, quali riunioni conviviali, feste di fine anno, le nostre dapprima fidanzate e poi mogli, che contribuirono così ad amplificare l'entità numerica del gruppo e a cementare sempre più la nostra unione. Dicevo di Silvia, era (ed è) bella, brava e simpatica. Un talento atletico fra i più puri che, dopo un periodo condiviso con la pallacanestro, scelse per nostra fortuna l'atletica. A questo proposito, credo, forse un po' presuntuosamente, che il gruppo dei ragazzi", con la sua armoniosa amicizia e simpatia abbia influenzato molto la scelta di Silvia. Ben presto, quindi, l'avemmo tutta per noi, a sudare con noi sulle mura, al campo scuola e al pratone (rettilineo stupendo sull’argine del Po vicino ad Occhiobello dove, anche d'inverno, per provare i ritmi di gara, potevamo mettere le scarpette con i chiodi senza affondare nel fango). Alla sua prima convocazione in nazionale si ricordò di tutti. A me regalò una mini scarpetta di plastica della Tiger. con ci crederete ma l'ho ancora appesa, un po' sbiadita, allo specchietto retrovisore Iella mia attuale automobile. Di Dario Bonetti, a cui sono legato ancora oggi da profonda amicizia, ricordo benissimo la prima volta che lo vidi. Dalla tribuna del campo scuola assistevo, seduto accanto a Carlo Buono, buon quattrocentista e mio personale punto di riferimento in quanto a quei tempi era detentore del record pro­vinciale dei 400 hs., alla gara di salto in lungo dei Campionati Studenteschi. Dario, nonostante un'assoluta incapacità tecnica, con una rincorsa facile e leggera sfoderò alcuni salti attorno ai sei metri che non ci lasciarono indifferenti, per cui ci attivammo immediatamente per cercare di iscriverlo alla nostra Società e non farcelo rubare "da Padre Johan, sacerdote factotum della Società rivale: le 4 Torri. Dopo pochi mesi di ambientamento, battere Dario divenne un problema per tutti. Io ci sono riuscito due volte, anzi, per la precisione, quasi tre. Poca importanza hanno le due volte che l'ho battuto in gare di poco conto, ho invece un ricordo più vivo della volta che mi ha superato al traguardo di una corsa a cui tenevo tantissimo, perché l'anno dopo sarei passato di categoria e, quindi da juniores le cose si sarebbero complicate di molto. Erano i campionati studenteschi del 1964. Tempo orribile, pioggia e fango sulle mura per una gara da disputarsi nei pressi della bocciofila. Dopo circa 500 m il percorso prevedeva un cambio di direzione di 360° attorno ad un albero; potete immaginare l’ammucchiata. Giampaolo Mingozzi mi tamponò togliendomi la scarpetta chiodata destra e facendomi passare un chiodo della sua scarpetta attraverso la carne del tallone. Tutto il resto della campestre l'ho corso con una scarpa in meno e il piede sanguinante. Mi avviavo, nonostante le condizioni, verso un mio successo davanti a Bonetti (questo da solo valeva una grande soddisfazine, quando a 5 m dalla linea di arrivo con il piede nudo sono scivolato in mezzo ad una pozzanghera larghissima, per cui Dario al traguardo mi superò di pochi centimetri, senza dimostrare la benché minima pietà e interesse per il mio infortunio (chi lo avrebbe detto che sarebbe diventato medico!). Di Dario desidero riportare un altro episodio che, ancora ricordandolo insieme, ci diverte moltissimo. Era già un atleta affermato quando venne in Romagna a disputare uno dei primi meeting di San Marino. Ho detto venne perché io l'aspettavo a Rimini, ospite temporaneo di Egle, a quei tempi la mia fidanzata e ora attuale moglie. Dario ci raggiunse qualche ora prima della gara accompagnato da Tina, la sua allora fidanzata e ora attuale moglie. Venne il momento di pranzare. Potevamo non andare a mangiare in una trattoria dell'entroterra romagnolo? Impossibile. Noi quattro, da sempre, resistiamo a tutto meno che alle tentazioni. Facemmo il pieno con antipasto misto di salumi e sottaceti, tagliatelle fatte in casa, coniglio in porchetta, piadina romagnola, sangiovese e, per finire, bicchierino di grappa. Dario ne introdusse un sorso naturalmente per bocca, ma gli usci, un po' meno naturalmente dal naso, grazie ad un improvviso "scoppio" di risata causato da una battutaccia che dissi proprio nel momento del sorseggiamento. Un bruciore terribile, la facci non ve la descrivo, noi tre ridevamo rovesciati sulle sedie mentre Dario appariva, forse per le lacrime che gli inondavano il viso, anche un "po' commosso". Una scena non propriamente da pre-gara. Nonostante ciò, all'ora fissata eravamo tutti allo stadio, io e le ragazze sulla tribuna mezzi brilli, e Dario in mezzo al campo a "finire il riscal­damento". Al momento della gara, credo un 1500 m., Dario, incomprensibilmente per tutti i pre­senti, meno che a noi tre che continuavamo a ridere, si ritirò senza correre neanche un metro. Praticamente fece dietro front al comando "ai vostri posti". Brutta gara, se vogliamo dire così, ma che giornata indimenticabile! A Maurizio Marabini, fra tutti, devo invece un ringraziamento di cuore. Ha avuto la "gentilezza" di andare fortissimo nei 400 hs con le maglie di Società atletiche non di Ferrara, per cui mi ha permesso di rimanere recordman provinciale della distanza dal 1968 agli inizi degli anni '90, per circa 25 anni. Maurizio, rispetto al sottoscritto, era talmente forte, ma talmente forte che, come ho sempre dichiarato anche pubblicamente, avrebbe potuto abbassare il mio tempo anche vestito in giacca e cravatta, scarpe da passeggio e in una giornata di pioggia. Massimo Magnani credo di averlo visto la prima volta a una lezione di pallavolo del gruppo sportivo della scuola media Tasso. Io, studente all'ISEF, avevo avuto una sup­plenza. Dopo poche settimane lo rividi al campo scuola, avviato all'atletica dal Mister Lenzi. Questo ragazzino in verità rompeva un po', chiedendo continuamente "cosa faccio oggi? cosa faccio?". Ovviamente voleva sapere il programma della seduta di allenamento. Risposta costante del Mister per toglierselo dai piedi: "fa di mil" (fai dei 1.000 mt.) Incredibile ma vero, Massimo continuava ad inanellare giri e chilometri e, cosa ancora più incredibile, sembrava che gli piacesse. Era forse una precognizione? Io credo di si, stava sicuramente "modellando le sue fibre rosse", anche se a quel tempo nessuno poteva certamente prevederne i successi nella maratona. Alla fine dell'allenamento, come ho detto in precedenza, facevamo sempre la partitella a calcio vecchi contro giovani e Massimo, ovviamente, era fra questi ultimi. Però giocava così bene che, ben presto, lo promuovemmo "a vecchio" con un po' di anticipo rispetto all'età cronologica perché, altrimenti, il rischio di perdere la partita dai giovani era molto alto, e questo non potevamo permetterlo. Luciano Mazzanti me lo ricordo, fra i molti altri episodi che potrei raccontare, durante una trasferta atletica in terra di Puglia insieme a Massimo e a tre atlete: la Scaglianti, la Tumaini e la Balboni. Io un po' più adulto di loro, ero stato nominato dal Mister accompagnatore ufficiale ai Campionati Italiani Allievi. La trasferta in treno, in uno scompartimento normale, era stata organiz­zata "alla Fantozzi": viaggio di andata di notte, gare il giorno dopo, viaggio di ritorno la notte successiva. Non saprei assolutamente dire i risultati tecnici raggiunti dai "miei atleti", mi ricordo solamente che non abbiamo dormito né all'andata né al ritorno per il ridere che abbiamo fatto grazie alle cavolate "sparate" da Luciano. Tanto è stato che per due giorni ho avuto male ai muscoli della mandibola come se avessi fatto dei balzi sul mento. Terribile. Mario Zardi, nato acrobata, magro come un indiano e una forza della miseria in quelle "due braccine", si appendeva a tutto e tirava su i piedi sempre più in alto della testa. Ha iniziato la sua attività in quella palestra di via Mortara dove facevamo la prepara­zione invernale. Quando il Mister lo portò all'atletica aveva già la carriera segnata da una asta, prima di alluminio poi in fibra. Era anche un bravo corridore. Mille volte gli avrò detto che, per me, sarebbe stato forte anche come mezzofondista ma Mario, con la sua pro­verbiale simpatia rispondeva che "ass fà tropa Fadiga a corar con l'asta in man". Capii così che non avrebbe mai abbandonato il suo attrezzo. Ecco fatto, dopo aver annotato questi brevi episodi sogli "8 moschettieri dei CUS", smetto di scrivere e vado a correre. Per chi abita a Ferrara può anche essere norma e che un ex atleta come me corra in mezzo ad una strada, ma posso assicurare che correre da solo, in Liguria dove non c'è un metro in piano una vera battaglia che peraltro affronto molto volentieri, quasi quotidianamente, dal 1973. Ci vuole una bella testa, direte voi, ma lo faccio un po’ per non ingrassare e soprattutto per prepararmi per un appuntamento fisso che ho con Giancarlo Bergami ogni giorno di Natale di tutti gli anni. Possiamo anche non sentirci telefoni­camente, ma io so che alle 9.30 del 25 dicembre, puntualissimo, Giancarlo suonerà al campanello di via Adua e io devo trovarmi pronto. Una decina di chilometri, con gli anni corsi sempre più lentamente, molti ricordi, molte risate e alla fine, prima di riassaporare i cappelletti e la salama, un arrivederci all'anno dopo.

[tratto da "50 anni di CUS Ferrara" - AA.VV.1997]

 
 


ultimo aggiornamento: 14/11/2003

 
 
 
 


 

 
 
 
 
 
 
Hosted by www.Geocities.ws

1