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Erano
anni che non sfogliavo i miei "quaderni di atletica". La
mia atletica è tutta lì, registrata gara dopo gara, batterie,
semifinali, finali, foto, ritagli di giornale, appunti sui passaggi
cronometrati ad ogni ostacolo dei 400 hs. (roba da pazzi). Tutto
registrato in ordine strettamente cronologico, data, luogo della
gara, tipo di gara, risultato cronometrico. Probabilmente non
avrei avuto, a breve termine, l'occasione di rinverdire i ricordi
vecchi di quasi quarant'anni, se Alessandro non mi avesse chiesto di
annotarne alcuni per iscritto. Dal 1961, per dodici anni ho praticato 1'atletica
leggera, ma come atleta tesserato per il CUS l'ho vissuta poco da
ferrarese, basti pensare che a novembre dei 1971, da sposato, mi sono trasferito a
Genova. Con la maglietta del CUS ho gareggiato fuori sede ancora
poco più di un anno, prima di "appendere" definitivamente
al chiodo le scarpette chiodate il 4 marzo del 1973. Non ho partecipato, perciò,
significativamente ai successi dei CUS negli anni successivi, ma
sono ugualmente orgoglioso di aver fatto parte di quel gruppo
iniziale di ragazzi-atleti attorno al quale è nata una cultura
sportiva così prodiga di soddisfazioni in campo nazionale e
internazionale. Mentre annoto queste righe, ho accanto a me l'ultimo
dei quaderni-diario che ho compilato, aperto alla pagina in cui è
incollato l'articolo del Resto del Carlino in cui, all'inizio dei è
stata resa pubblica la nascita, nell'ambito del CUS Ferrara, della
sezione di atletica leggera. In primo piano c'è la foto del Mister
che rilascia l'intervista in cui presenta i suoi ragazzi. La prima
nominata è Silvia Chersoni, poi Dario Bonetti, segue Maurizio
Marabini, Massimo Magnani, Luciano Mazzanti, Mario Zardi ed il sottoscritto.
Quanti ricordi mi assalgono. Il Mister è stato mio professore di
Educazione Fisica in prima media quando ancora l'atletica non mi
interessava e preferivo giocare a pallavolo nella palestra situata
a fianco dell'ingresso della Torquato Tasso in via Borgo Leoni. Dopo
quel primo approccio, in seconda media ho cambiato professore e per
un paio di anni ho continuato a vedere il prof. Lenzi solo perché
"filava" con Vittoria, la quale abitava proprio sul mio
stesso pianerottolo in via Adua. Siamo quindi agli inizi degli anni
sessanta quando l'atletica è entrata nella mia vita, all'inizio
quasi per convenienza. A quei tempi pensavo solo al calcio ma,
poiché i miei genitori non potevano permettersi di comprarmi le
scarpe adatte, giocavo, unico fra undici, con le scarpe di
"tela". Ovviamente registravo qualche problema di
equilibrio, sia d'estate perché
scivolavo sull'erba che nella
stagione invernale quando il fango la faceva da padrone sotto le
suole. Insomma, una tragedia.
In più, in famiglia non
vedevano troppo bene il rapporto studio-calcio per cui, diciamo così,
non avevo il giusto sostegno psicologico. "Studia, che il
calcio non dà da mangiare a nessuno" erano le poco profetiche
e ricorrenti imprecazioni di mia madre. La Polisportiva Studentesca
invece, che mi aveva assoldato in prima superiore all'ITI grazie alla passione del prof.
Scaramelli, forniva agli atleti le scarpette chiodate e pure la
tuta. Questo di per sé mi sembrò stupefacente. Mamma e papà, in questo caso,
non avendo da sostenere spese "vive", divennero più
consenzienti, e così non ebbi più dubbi su cosa fosse giusto fare.
Scelsi l'atletica leggera. L'attività invernale era coscienziosa.
Ci ritrovavamo quasi ogni fine pomeriggio nella chiesa sconsacrata
trasformata in palestra a tre piani che sta all'angolo fra via
Mortara e Corso Giovecca e là,
da adolescenti, cominciammo a giocare a fare gli atleti. A questo
punto rientra in gioco il Mister che comincia con alcuni di noi a
studiare come diventare il Responsabile della squadra nazionale
italiana di atletica leggera (scherzo, mi sono allargato un po' è
vero, ma chi mi può contraddire?). I1 gruppo,dapprima esiguo, caratterizzato
peraltro da amici carissimi quali Giorgio Guarnelli e Renzo
Frizzarin, si ampliò via via con l’innesto di altri giovani,
molti dei quali, come usai dire, negli anni successivi
"diventeranno famosi".
In estate poi, ritrovarsi ogni
giorno era qualche cosa di più che appartenere ad un sodalizio
sportivo. Incontrarsi al campo scuola, sotto il sole cocente, due
ore prima cominciare l'allenamento e, dopo questo, disputare la
famosa particella a calcio "noi vecchi " contro i
"giovani", era diventata per tutti una necessità
fisiologica. Al camposcuola, anche allora, era
vietato giocare con la palla ma io, che non avevo perso la passione
per la sfera da calciare, la introducevo di nascosto dentro la
borsa, coinvolgendo così tutti i presenti a rischiare,
quotidianamente, le sfuriate dei sig. Bandiera.Facevamo sempre tardissimo perché
continuavamo fino all'oscurità soverchiati dalle urla del custode
del campo e signora che minacciavano "ad smurzzàr la lus"
degli spogliatoi, "ad sarar' l'acqua dil dozz" e "ad
múlar i can". Dopo la doccia, via in bicicletta in
"Piazza" per fare un giro o due, a piedi, attorno al
quadrilatero formato da C.soGiovecca, via Martiri della
Libertà, i portici del Duomo e via Bersaglieri del Po, e per
gustare L'immancabile gelato al Nazionale. Del gruppo storico che si
consolidò alla fine degli anni sessanta per poi confluire compatto
nel CUS, Silvia Chersoni è stata l'unica ragazza. A lei si
aggiunsero poi, soprattutto per partecipare alle innumerevoli
attività extra sportive, quali riunioni conviviali, feste di fine
anno, le nostre dapprima fidanzate e poi mogli, che contribuirono
così ad amplificare l'entità numerica del gruppo e a cementare
sempre più la nostra unione. Dicevo di Silvia, era (ed è) bella,
brava e simpatica. Un talento atletico fra i più puri che, dopo un
periodo condiviso con la pallacanestro, scelse per nostra fortuna
l'atletica. A questo proposito, credo, forse un
po' presuntuosamente, che il gruppo dei ragazzi", con la sua
armoniosa amicizia e simpatia abbia influenzato molto la scelta di
Silvia. Ben presto, quindi, l'avemmo tutta per noi, a sudare con noi
sulle mura, al campo scuola e al pratone (rettilineo stupendo
sull’argine del Po vicino ad Occhiobello dove, anche d'inverno,
per provare i ritmi di gara, potevamo mettere le scarpette con i
chiodi senza affondare nel fango). Alla sua prima convocazione in
nazionale si ricordò di tutti. A me regalò una mini scarpetta di
plastica della Tiger. con ci crederete ma l'ho ancora appesa, un po'
sbiadita, allo specchietto retrovisore Iella mia attuale automobile.
Di Dario Bonetti, a cui sono legato ancora oggi da profonda
amicizia, ricordo benissimo la prima volta che lo vidi. Dalla
tribuna del campo
scuola assistevo, seduto accanto a Carlo Buono, buon quattrocentista
e mio personale punto di riferimento in quanto a quei tempi era
detentore del record provinciale dei 400 hs., alla gara di salto
in lungo dei Campionati Studenteschi. Dario, nonostante un'assoluta
incapacità tecnica, con una rincorsa facile e leggera sfoderò
alcuni salti attorno ai sei metri che non ci lasciarono
indifferenti, per cui ci attivammo immediatamente per cercare di
iscriverlo alla nostra Società e non farcelo rubare "da Padre
Johan, sacerdote factotum della Società rivale: le 4 Torri.
Dopo
pochi mesi di ambientamento, battere Dario divenne un problema per
tutti. Io ci sono riuscito due volte, anzi, per la precisione, quasi
tre. Poca importanza hanno le due volte che l'ho battuto in gare di
poco conto, ho invece un ricordo più vivo della volta che mi ha
superato al traguardo di una corsa a cui tenevo tantissimo, perché
l'anno dopo sarei passato di categoria e, quindi da juniores le cose
si sarebbero complicate di molto. Erano i campionati studenteschi
del 1964. Tempo orribile, pioggia e fango sulle mura per una
gara da disputarsi nei pressi della bocciofila. Dopo circa 500 m il
percorso prevedeva un cambio di direzione di 360° attorno ad un
albero; potete immaginare l’ammucchiata. Giampaolo Mingozzi mi
tamponò togliendomi la scarpetta chiodata destra e facendomi
passare un chiodo della sua scarpetta attraverso la carne del
tallone. Tutto il resto della campestre l'ho corso con una scarpa in
meno e il piede sanguinante. Mi avviavo, nonostante le condizioni,
verso un mio successo davanti a Bonetti (questo da solo valeva una
grande soddisfazine, quando a 5 m dalla linea di arrivo con
il piede nudo sono scivolato in mezzo ad una pozzanghera larghissima,
per cui Dario al traguardo mi superò
di pochi centimetri, senza dimostrare la benché minima pietà e
interesse per il mio infortunio (chi lo avrebbe detto che sarebbe
diventato medico!). Di Dario desidero riportare un altro episodio
che, ancora ricordandolo insieme, ci diverte moltissimo.
Era già un atleta affermato quando venne in Romagna a disputare uno dei
primi meeting di San Marino. Ho detto venne perché io l'aspettavo a
Rimini, ospite temporaneo di Egle, a quei tempi la mia fidanzata e
ora attuale moglie. Dario ci raggiunse qualche ora prima della gara
accompagnato da Tina, la sua allora fidanzata e ora attuale moglie.
Venne il momento di pranzare. Potevamo non andare a mangiare in una
trattoria dell'entroterra romagnolo? Impossibile. Noi quattro, da
sempre, resistiamo a tutto meno che alle tentazioni. Facemmo il
pieno con antipasto misto di salumi e sottaceti, tagliatelle fatte
in casa, coniglio in porchetta, piadina romagnola, sangiovese e, per
finire, bicchierino di grappa. Dario ne introdusse un sorso
naturalmente per bocca, ma gli usci, un po' meno naturalmente dal
naso, grazie ad un improvviso "scoppio" di risata causato
da una battutaccia che dissi proprio nel momento del sorseggiamento.
Un bruciore terribile, la facci non ve la descrivo, noi tre ridevamo
rovesciati sulle sedie mentre Dario appariva, forse per le lacrime
che gli inondavano il viso, anche un "po' commosso". Una
scena non propriamente da pre-gara. Nonostante ciò, all'ora fissata
eravamo tutti allo stadio, io e le ragazze sulla tribuna mezzi
brilli, e Dario in mezzo al campo a "finire il riscaldamento".
Al momento della gara, credo un 1500 m., Dario, incomprensibilmente
per tutti i presenti, meno che a noi tre che continuavamo a
ridere, si ritirò senza correre neanche un
metro. Praticamente fece dietro front al comando "ai vostri
posti". Brutta gara, se vogliamo dire così, ma che giornata
indimenticabile! A Maurizio Marabini, fra tutti, devo invece un
ringraziamento di cuore. Ha avuto la "gentilezza" di
andare fortissimo nei 400 hs con le maglie di Società atletiche non
di Ferrara, per cui mi ha permesso di
rimanere recordman provinciale della distanza dal 1968 agli inizi
degli anni '90, per circa 25 anni. Maurizio, rispetto al
sottoscritto, era talmente forte, ma talmente forte che, come ho
sempre dichiarato anche pubblicamente, avrebbe potuto abbassare il
mio tempo anche vestito in giacca e cravatta, scarpe da passeggio e
in una giornata di pioggia.
Massimo Magnani credo di averlo visto la prima volta a una lezione
di pallavolo del gruppo sportivo della scuola media Tasso. Io,
studente all'ISEF, avevo avuto una supplenza. Dopo poche settimane
lo rividi al campo scuola, avviato all'atletica dal Mister Lenzi.
Questo ragazzino in verità rompeva un po', chiedendo continuamente
"cosa faccio oggi? cosa faccio?". Ovviamente voleva sapere il programma
della seduta di allenamento. Risposta costante del Mister per
toglierselo dai piedi: "fa di mil" (fai dei 1.000 mt.)
Incredibile ma vero, Massimo continuava ad inanellare giri e
chilometri e, cosa ancora più incredibile, sembrava che gli
piacesse. Era forse una precognizione? Io credo di si, stava
sicuramente "modellando le sue fibre rosse", anche se a
quel tempo nessuno poteva certamente prevederne i successi nella
maratona. Alla fine dell'allenamento, come ho detto in precedenza,
facevamo sempre la partitella a calcio
vecchi contro giovani e Massimo,
ovviamente, era fra questi ultimi. Però giocava così bene che, ben
presto, lo promuovemmo "a vecchio" con un po' di anticipo
rispetto all'età cronologica perché, altrimenti, il rischio di
perdere la partita dai giovani era molto
alto, e questo non potevamo permetterlo. Luciano Mazzanti me lo
ricordo, fra i molti altri episodi che potrei raccontare, durante
una trasferta atletica in terra di Puglia insieme a Massimo e a tre
atlete: la Scaglianti, la Tumaini e la Balboni. Io un po' più
adulto di loro, ero stato nominato dal Mister accompagnatore
ufficiale ai Campionati Italiani Allievi. La trasferta in treno, in
uno scompartimento normale, era stata organizzata "alla
Fantozzi": viaggio di andata di notte, gare il giorno dopo,
viaggio di ritorno la notte successiva. Non saprei assolutamente
dire i risultati tecnici raggiunti dai "miei atleti", mi
ricordo solamente che non abbiamo dormito né all'andata né al
ritorno per il ridere che abbiamo fatto grazie alle cavolate
"sparate" da Luciano. Tanto è stato che per due giorni ho
avuto male ai muscoli della mandibola come se avessi fatto dei balzi
sul mento. Terribile. Mario Zardi, nato acrobata, magro come un
indiano e una forza della miseria in quelle "due braccine",
si appendeva a tutto e tirava su i piedi sempre più in alto della
testa.
Ha iniziato la sua attività in quella palestra di
via Mortara dove facevamo la preparazione invernale. Quando il
Mister lo portò all'atletica aveva già la carriera segnata da una
asta, prima di alluminio poi in fibra. Era anche un bravo corridore.
Mille volte gli avrò detto che, per me, sarebbe stato forte anche
come mezzofondista ma Mario, con la sua proverbiale simpatia
rispondeva che "ass fà tropa Fadiga a corar con l'asta in
man". Capii così che non avrebbe mai abbandonato il suo
attrezzo. Ecco fatto, dopo aver annotato questi brevi episodi sogli
"8 moschettieri dei CUS", smetto di scrivere e vado a
correre.
Per chi abita a Ferrara può anche essere norma e che un ex
atleta come me corra in mezzo ad una strada, ma posso assicurare che
correre da solo, in Liguria dove non c'è un metro in piano una vera
battaglia che peraltro affronto molto volentieri, quasi
quotidianamente, dal 1973. Ci vuole una bella testa, direte voi, ma
lo faccio un po’ per non ingrassare e soprattutto per prepararmi
per un appuntamento fisso che ho con Giancarlo Bergami ogni giorno
di Natale di tutti gli anni. Possiamo anche non sentirci telefonicamente,
ma io so che alle 9.30 del 25 dicembre, puntualissimo, Giancarlo
suonerà al campanello di via Adua e io devo trovarmi pronto. Una
decina di chilometri, con gli anni corsi sempre più lentamente,
molti ricordi, molte risate e alla fine, prima di riassaporare i
cappelletti e la salama, un arrivederci all'anno dopo.
[tratto da "50 anni di CUS Ferrara" - AA.VV.1997]
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