LAVAL E MUSSOLINI - LA CRISI ETIOPICA (1935)
Pierre
Laval giunse a Roma il 4 gennaio 1935, pochi giorni dopo che Mussolini aveva
deciso di passare all’azione in Etiopia. Sul piano politico internazionale, la
questione abissina era già stata posta sul tappeto, dopo l’incidente di
Ual-Ual, una località di appartenenza incerta, al confine somalo-etiopico,
nella quale esistevano pozzi di importanza vitale. A Ual-Ual, il 5 dicembre 1934
si era registrata una scaramuccia tra le forze rivali. Un colpo di fucile,
partito da uno dei contendenti (non sapremo mai se gli italiani, o gli etiopi)
scatenò un combattimento che si concluse con una trentina di
morti e un centinaio di feriti in campo italiano. Dal 1925, Ual-Ual era vigilata
da un nostro presidio italiano e l’imperatore Hailé Selassié prese a
pretesto l’incidente per sollevare a livello internazionale la questione della
soverchiante presenza italiana nel Corno d’Africa. Sentendosi minacciato, il
Negus si rivolse direttamente alla Società delle Nazioni, nella speranza di
trasformare una piccola contesa di confine in una disputa che richiamasse la
responsabilità delle grandi potenze nel decidere l’atteggiamento da riservare
all’espansionismo mussoliniano.
Nei suoi colloqui romani, Laval si impegnerà a fondo per disinnescare la mina
etiopica, concedendo il via libera alle mire del Duce. Il ministro degli Esteri
francese arrivò nella capitale assistito dal segretario generale del Quai
d’Orsay, Alexis Léger. Le accoglienze furono più che cordiali. Lo statista
alverniate fu acclamato dalla folla che gridava "Laval-Duce!",
"Duce-Laval!". I due capi si scambiarono frasi complimentose, che
superavano le esigenze protocollari. Se Mussolini, con la Legion d’onore al
collo, rivolgeva all’indirizzo dell’illustre ospite parole di
incoraggiamento che suonavano come un viatico per la negoziazione, Laval, col
cordone dei Santi Maurizio e Lazzaro che gli attraversava il petto, andò oltre,
dicendo: "Duce, voi avete scritto la più bella pagina della storia
moderna".
"Voi – proseguì – siete il capo di un grande Paese, al quale avete
saputo, con la vostra autorità, dare il posto legittimo che gli spetta nel
concerto delle nazioni. Mettendo il vostro prestigio al servizio dell’Europa,
voi porterete un concorso indispensabile al mantenimento della pace".
Mussolini ricambierà, al momento di congedarsi dal ministro di Francia,
pronunciando queste parole, davanti ai giornalisti riuniti nella sala del
Mappamondo di Palazzo Venezia, sfavillante di luci: "Prima di finire, io
desidero rendere omaggio alla intelligenza chiara, allo spirito aperto e pratico
e al buon metodo di negoziazione del signor Laval. Si discute volentieri con
lui. Oso credere che abbiamo anche personalmente simpatizzato perché c’è
qualcosa di comune nelle nostre giovinezze tormentate, perché abbiamo al nostro
attivo delle esperienze politiche similari ed un’evoluzione che ci ha condotti
dall’universalismo necessariamente un po’ utopista alle realtà nazionali
indistruttibili e profonde".
Lusingato da tale sviolinata, il capo della diplomazia francese aveva replicato:
"Non voglio lasciare Roma, senza dire alla stampa italiana la mia
ammirazione per il signor Mussolini. Tra noi è nata una simpatia che io saprò
mettere al servizio dell’amicizia franco-italiana".
Insomma, i due personaggi erano fatti per intendersi, come si vedrà alla luce
dei risultati fruttuosi cui condussero le trattative. Fin dai loro profili
biografici il figlio del fabbro di Predappio e il figlio dell’oste di Châteldon,
avevano percorso la strada che conduceva dal socialismo rivoluzionario al
socialismo nazionale, ossia a quella sintesi politica di compromesso che
condusse ampie masse popolari a integrarsi nello Stato raggiungendo una tregua
con le classi borghesi e i detentori del capitale.
Nelle intense giornate romane, Mussolini, con consumata abilità, riuscì a
strappare il "disco verde" per l’impresa etiopica. L’accordo non
venne raggiunto nelle conversazioni ufficiali, che ebbero luogo la mattina del 5
gennaio e in quella successiva, ma in altri colloqui, più riservati. In quelle
due occasioni, i due statisti si trovarono d’accordo sulla necessità assoluta
di arginare il riarmo tedesco, anche se Mussolini pose l’accento
sull’opportunità di puntare al negoziato con Hitler, per scongiurare il
pericolo di una nuova guerra.
Durante i colloqui, come si legge nel resoconto stilato dal sottosegretario
Suvich, il Duce una prima volta accennò alla questione africana, esplicitando
che per l’Italia la questione principale restava quella "della mano
libera in Etiopia, il cosiddetto ‘désistement’". Laval si
dichiarò d’accordo e, quando Mussolini ritornò sull’argomento, ribadì il
proprio consenso, accompagnandolo con una espressione eloquente: una strizzatina
d’occhio.
Una lettura impropria della sostanza degli accordi romani ha fatto ritenere che
Laval avesse fornito il via libera alla guerra. In realtà, per quanto una
soluzione militare potesse apparire prevedibile già nel gennaio 1935, lo
statista francese, probabilmente, sconsigliò al Duce un’avventura bellica che
avrebbe potuto mettere in pericolo la pace europea. Del resto, l’ipotesi di
una guerra di conquista, non rientrava nell’orizzonte dei colloqui romani, che
invece erano tutti orientati a comporre i motivi di divergenza tra le due
nazioni, potenziando gli argomenti di collaborazione. In buona sostanza, sia
Mussolini sia Laval, agli inizi del 1935, erano orientati a immaginare una
soluzione negoziata per la questione etiopica. Il Duce puntava a incassare
dapprima il consenso francese all’allargamento dei propri domini in Africa
Orientale, confidando di poter piegare in seguito le resistenze britanniche in
seno alla Società delle Nazioni.
Roberto Festorazzi: Laval-Mussolini, l’impossibile Asse