[noped] [orchidea] L'angolo discreto di Mybelline

[Farfalla blu]



30 - Giacinto non è il nome di un fiore

03 maggio 2006


Capitolo: I

Quando d’estate dovevo andare in campagna dai miei nonni materni e restarci per due settimane devo ammettere che mi giravano, mi giravano tanto anche se fisicamente non le avevo. Questa della vacanza in campagna era una consuetudine che ormai si ripeteva da dieci anni, da quando ne avevo quattro i miei nonni avevano il compito di tenermi con loro nella seconda metà del mese di luglio. Ero la loro unica nipote, ero la preferita, la coccolata, la viziata, la bambolina da mostrare con orgoglio a tutto il vicinato. La bambina bella ed intelligente che veniva dalla città a rendere piacevoli le giornate dei nonni, un raggio di sole che illuminava le loro giornate grigie.

Venivo lasciata lì in parcheggio per due settimane, ero un premio al loro amore verso di me, un regalo di cui tutti gli anni loro non potevano fare a meno. Se avessi, per qualsiasi motivo, saltato un anno credo che sarebbero morti di crepacuore tanto grande era l’attesa che creavo alle loro aspettative durante gli undici mesi e mezzo prima di quella data. A 14 anni non era facile passare due settimane in uno sperduto posto di campagna dove come unico divertimento c’era un bar con biliardino ed un vecchio “flipper” antidiluviano. C’era anche una chiesa, quella non manca mai in tutti i posti che si va, una chiesa con annesso piccolo cinema parrocchiale che aveva il compito di radunare due volte la settimana i ragazzi del circondario.

La visione di cartoni animati si sprecava come se non bastasse già la televisione a propinarceli in tutte le salse ed a tutte le ore. Troppo poco per una ragazza che veniva da una grande città di mare che solo nel quartiere dove vivevo c’erano mille volte di più divertimenti e distrazioni di quelle che offriva questo piccolo paese di campagna. Non mancava certo la tranquillità, la frescura estiva, il paesaggio dei boschi di castagno che circondavano il paese da tre lati. Solo un ruscello, mezzo asciutto d’estate, aveva il compito di mantenere verdi e rigogliosi questi grandi boschi. Per fortuna che avevo un amico, un ragazzo della stessa mia età, il figlio dei vicini di casa dei nonni.

Lui viveva qui 12 mesi l’anno, studiava nel paese vicino dove c’era la scuola elementare e anche la scuola media. Il prossimo anno, per continuare a studiare, avrebbe dovuto finalmente abbandonare il paese e percorrere 35 chilometri per raggiungere la città. Andare e venire dal paese alla città, con l’autobus, non sarebbe stato per lui il massimo del divertimento e nemmeno della comodità. Imbranato com’era rischiava di perdersi già il primo giorno di scuola a meno che la sua mammina non lo avesse accompagnato con la macchina. Secondo me i suoi genitori avrebbero dovuto fargli un piccolo corso d'orientamento la settimana prima che iniziassero le lezioni, avrebbero dovuto insegnarli a “desbelinase” da solo. (* desbelinâse = svegliarsi, trarsi d'impaccio)

Giacinto, questo era il suo nome, nome ereditato dal nonno paterno, era un gran bravo ragazzo, un buon compagno di giochi, un cavaliere fedele ed ubbidiente a tutti i voleri della sua principessa. Ero la sua principessa, la ero sempre stata da tempo immemorabile, ero anche la sua fidanzata estiva, poteva fregiarsi di questo titolo con tutti gli amici del paese e compagni di scuola d'altri paesi. Sapevo che ostentava ai quattro venti le mie foto, sapevo che anche i suoi genitori erano contenti della nostra amicizia, dell’affetto che in qualche modo ci legava. Ero la persona giusta che in qualche modo contribuiva a fare crescere il loro bambino, ad insegnarli inconsciamente a rapportarsi con una ragazza perché nel paese c’erano sì ragazze ma erano tutte più timide e “abbelinate” di lui. Che non è poco! (* abbelinòu = rimbecillito, sciocco)

Non ero una ragazza vissuta, una di quelle che ne aveva viste, e passate, di cotte e di crude, avevo solo il pregio di arrivare da una grande città e dunque, mio malgrado, di esperienze me ne ero fatte molte di più di Giacinto. Avevo già avuto due piccole storie con compagni di classe, mi ero già innamorata più volte di ragazzi della mia età e che frequentavano la stessa scuola media. Avevo già sperimentato i baci di questi ragazzi, baci dati e ricevuti al buio di una sala cinematografica durante la proiezione pomeridiana di film di cui, ovviamente, non ricordavo nemmeno più il titolo, figurarsi poi la trama. Altri baci li avevo scambiati a casa di compagni di classe con la scusa dello studiare insieme per preparare l’esame di terza media.

Se solo i miei genitori avessero immaginato che anziché studiare per preparare l’esame studiavo per come procurarmi piacere nel migliore modo possibile, mi avrebbero riempita la faccia di schiaffi a due a due finché non fossero diventati dispari. Non facevo però nulla di male, questo modo di scoprire la sessualità mi aiutava a concentrarmi nello studio, mi scaricava da tutte quelle strane idee che mi passavano per la testa e che avevo bisogno di allontanare da me senza che mi creassero problemi esistenziali.

Capitolo: II

Era bello scoprire il sesso così poco alla volta, giorno dopo giorno, con ragazzi della mia età. Era bello parlarne, raccontarlo con le amiche, imparare dai racconti nuove cose, provare nuove emozioni quando riuscivo poi a mettere in pratica quello che veniva descritto nei racconti. I ragazzi volevano sempre anticipare i tempi, correvano sempre più veloci delle loro esperienze e delle loro possibilità, volevano sempre avere tutto e subito. Non ero per niente preparata, volevo fare un passo alla volta, volevo assimilare bene le novità prima che una nuova emozione potesse impegnare la mia mente.

Con Giacinto non era così, fra noi non c’era mai stato nulla di nulla, solo un bacio sulla guancia quando c'incontravamo a luglio ed un altro bacio sulla guancia quando ci lasciavamo ad agosto. Fin’ora era stato sempre così anche se l’anno prima c’era stato un momento che avrei desiderato essere baciata da lui sulle labbra. L’anno passato era stato l’anno che avevo conosciuto i primi baci sulla bocca, quelli con la lingua, quelli che mi facevano venire i brividi, quei baci lunghissimi che duravano anche dieci minuti e che finivano quando proprio non ce la facevo quasi più a respirare. Avrei voluto provare con Giacinto, avrei voluto vedere come sarebbe stato con lui, che effetto mi avrebbe fatto sentire le sue labbra sulle mie, la sua lingua contro la mia.

Lo avevo stuzzicato in tutti i modi possibili, gli avevo anche chiesto se non lo avesse mai fatto con una compagna di scuola. Il suo improvviso rossore ad una simile domanda mi aveva fatto capire che non lo aveva mai fatto e che lo stavo mettendo in grande imbarazzo. Mi ero allora rassegnata, non potevo forzarlo a fare una cosa di cui non aveva la minima conoscenza, non potevo fargli da “maestrina con la penna rossa” solo perché ero curiosa di provare le sue labbra contro le mie. Si, perché poi non desideravo altro, non è che ai baci avrei fatto seguire altre azioni che la mia reazione avrebbe potuto causare a me o a lui.

L’anno prima ero ancora molto ingenua, troppo ingenua, dovevo ancora digerire l’incubo delle prime mestruazioni, del sangue che mi colava copioso fra le gambe. Non capivo nemmeno cosa era quella strana sensazione che sentivo attanagliarmi il ventre ogni volta che baciavo un ragazzo e che lui mi stringeva forte a se. I miei seni erano ancora piccolini ma non gli davo importanza, ogni tanto qualche ragazzo provava a toccarli pur sapendo che non doveva farlo. Non dovevo permetterlo, me lo avevano fatto intendere altre ragazze più grandi di me. Quest’anno però era tutto diverso, altri 12 mesi vissuti in città mi avevano fatto scoprire nuove opportunità che mi offriva il sesso, nuove opportunità che avevo incominciato pian piano ad apprezzare e ad usufruirne per ricavarne piacere.

Avevo scoperto che toccandomi fra le cosce in un punto in alto, dove c’era una specie di bottoncino, provavo delle sensazioni meravigliose, sensazioni che se prolungavo lo sfregamento mi portavano in uno stato d'eccitazione da farmi perdere l’uso della ragione. La ragione la perdevo però con molto piacere, con una sensazione interna di appagamento che mi lasciava sfinita, rilassata e fisicamente appagata. Avevo scoperto la masturbazione, il piacere che da questa ne derivava, le emozioni che riuscivo a coglierne quando sola soletta nel mio letto, sotto le lenzuola, incominciavo ad esplorare con le dita fra le cosce. Altra scoperta era stata quella che, durante i baci ed abbracci con i ragazzi, mi bagnavo fra le cosce e inconsciamente desideravo toccarmi o essere toccata proprio li.

I miei seni nel frattempo erano cresciuti, non di molto ma erano cresciuti, avevano assunto una forma tondeggiante, non più a pera com'erano l’anno scorso. Due grossi capezzoli svettavano in alto ogni volta che mi toccavo fra le cosce o, ogni volta, che mi baciavo con un ragazzo o questo provava ad accarezzarmi il seno con le mani. Fra le cosce era cresciuta una mezza foresta di peli, pelini, peletti di tutte le lunghezze e consistenze. Mi creavano problemi ogni volta che andavo in bagno a fare pipì e, molto di più, ogni mese quando mi venivano le mestruazioni.

Mi lavavo più volte il giorno, non potevo andare in bagno senza poi lavarmi, mi era venuta una fobia della pulizia, nemmeno una salvietta umida e profumata mi faceva sentire a mio agio. Mi ero creato una paranoia per questi peli, peli che s'intricavano fra di loro quasi a formare una protezione per la mia “passerina”. Questa paranoia però finì il giorno che un ragazzo, durante una delle nostre effusioni al buio di un cinema, riuscì ad infilare una mano fra le mie cosce passando attraverso le mutandine. Fu lungo il lavorio di dita per districarsi fra i peli della passerina, non ci riusciva proprio a raggiungere il suo interno.

Lo sfregamento delle dita fra i peli, la pressione della mano, i baci mi eccitavano come mai era accaduto prima. Era una piacevolissima tortura volere a tutti i costi essere toccata nella carne viva ed accorgersi che “la belin-na” di turno non ci stava riuscendo solo per qualche pelo di troppo, troppo intricato per dita poco esperte. Mi stavo bagnando più che se mi fossi masturbata, mi sentivo colare, sentivo le mutandine, a contatto della pelle sull’interno cosce, completamente fradice. E tutto questo lo avevano generato i miei piccoli peli, piccoli ma eccitanti da portarmi quasi a godere se non si fosse improvvisamente accesa la luce in sala, luce che ci ricordava che era finito il primo tempo del film che “non” stavamo vedendo. (* belin-na = sciocco, stupido, minchione)

Capitolo: III

Adesso quando mi masturbavo giocavo sempre con i peli, con le dita li arricciavo, li intricavo, li tiravo per vedere e sentire le labbra alzarsi, per i brividi che questi strappi mi procuravano sulla pelle delle cosce. Con Giacinto quell’estate volevo approfondire la conoscenza del mio corpo, dei miei punti deboli, di quei punti che bastava solo sfiorarli per darmi un brivido di piacere al quale non potevo rinunciare. Con Giacinto non sarebbe stato necessario nascondersi al buio del cinema parrocchiale e nemmeno in casa di amiche compiacenti per fare finta di studiare. Con Giacinto sarebbe bastato andare in giro per la campagna, per il bosco o lungo il torrente e tutto avrebbe avuto un senso, tutto si sarebbe potuto realizzare senza impedimenti.

Eravamo abituati a sparire noi due, sparivamo da una parte per poi ricomparire dalla parte opposta quando gli altri non se lo aspettavano. Eravamo liberi come uccelli, “Free as a bird” come recitava una canzone dei Beatles, una canzone scritta da John Lennon e poi pubblicata molti anni dopo la sua morte. Nessuno badava a noi e tanto meno a quello che combinavamo, per tutti eravamo ancora dei ragazzini e nessuno dei suoi parenti o dei miei si preoccupava delle nostre assenze e del nostro stare sempre insieme. Fino a quel momento eravamo sempre stati dei bravissimi bambini, rispettosi, educati e soprattutto ubbidienti.

Il ruscello era spesso la nostra meta preferita, lo frequentavamo perché lungo il suo percorso si formavano delle piccole pozze d’acqua limpida dove ci tuffavamo per rinfrescarci dal caldo pomeridiano di metà luglio. A volte venivano con noi anche altri ragazzi del paese e così in compagnia passavamo dei lunghissimi pomeriggi a ridere, scherzare, ascoltare musica, giocare a carte, buttarci in acqua, rincorrerci, spruzzarci e cose simili. Innocenti giochi da bambini, in fin dei conti ero ancora una “figgeua” anche se mi sentivo diversa da loro, diversa per tutti i motivi di cui ho già parlato sopra. (* figgeua = bambina, ragazzina)

Per esempio questi amici avevano ancora la pelle piena di brufoli, peli di barba biondi sparsi a casaccio su tutto il viso, un principio di sottili baffi neri, insomma il classico viso di un ragazzino di 13 o 14 anni. Le ragazze avevano già un corpo diverso, più arrotondato, i fianchi già stretti, i seni cresciuti quel tanto che bastava da invogliare i ragazzi a trapassarli con i loro sguardi vergognosi. I ragazzi non erano ancora sviluppati, alcuni erano grassi e obesi, altri erano secchi come rami, come secco era il pisello che s'intravedeva attraverso il costume. Facevo molto caso a questi particolari, mi piaceva osservare le loro parti intime per fare dei paragoni con quanto vedevo nei ragazzi di città che avevo il piacere di osservare in piscina o al mare.

Non oso immaginare cosa avrebbe pensato uno di questi se solo avesse visto attraverso i miei occhi o se solo avesse letto nei miei pensieri. Anche Giacinto aveva tutte le caratteristiche degli altri suoi coetanei anche se avevo notato fin dall’anno scorso che, non so bene per quale motivo, il suo pisello quando si eccitava si trasformava molto fino ad assumere un volume ed una consistenza che faceva piacere vedere. Avevo dunque scelto bene il mio cavaliere, da principessa di città avevo avuto un buon occhio “clinico”, mi sarebbe piaciuto approfondire meglio questo tipo di conoscenza.

Racconto questo adesso non per vantarmi, devo ammettere che allora non avevo mai avuto il piacere o il dispiacere di avere visto un pisello di qualche amico di scuola in “carne ed ossa”, ossa si fa per dire. Magari fosse d’ossa! Ne avevo visti sulle varie enciclopedie mediche della biblioteca della scuola, ne avevo intravisti in modo fugace in qualche pellicola cinematografica, avevo visto quello di mio padre, ne avevo visto uno mostruoso, nero, in un giornaletto porno che alcuni ragazzi avevano portato in classe e lo facevano vedere a noi ragazze. Tutto qui, nulla di più anche se quasi tutti i ragazzi che avevo conosciuto e con i quali avevo “leppegato” volevano farmi sempre vedere il loro e soprattutto volevano che lo prendessi in mano. (* leppegâ = amoreggiare)

Immaginando ora la grossezza e la lunghezza attraverso un costume da bagno, crollavano tutte le idee che mi ero fatto circa le dimensioni, pensavo che quella dei miei amici di campagna fosse la giusta grandezza anche rapportata alle dimensioni della mia passerina. Un “coso” grande come quello visto anche sull’enciclopedia non sarebbe mai potuto entrare in una “cosina” così piccolina. E la “cosina” non sarebbe certamente cresciuta in modo proporzionale al crescere della mia età. Dunque Giacinto aveva un pisello giusto, addirittura un poco più grande del normale. Con queste considerazioni per la testa quella sera mi addormentai abbracciata al cuscino pensando che Giacinto fosse il mio cuscino morbido di piume d’oca.

Capitolo: IV

I giorni passavano veloci, le cose fra me e Giacinto erano sempre le solite di tutti gli altri anni, avevo voglia di fargli capire che sarei stata disponibile con lui ad una sperimentazione di baci, abbracci e non solo quale altra diavoleria. Lui era tranquillo, per nulla interessato alle mie attenzioni, gli importava solo che parlassi con lui, scherzassi con lui, giocassi con lui, passassi il mio tempo con lui. Questo andava bene, più che bene, mancava solo ancora un piccolo sforzo da parte sua, una sua velata richiesta per fare in modo che potessi lasciarmi completamente andare, che potessi una volta per tutte arrivare a scalfire la sua dura scorza d’indifferenza che lo teneva fuori di ogni mia fantasia sessuale.

Più mi ignorava e più lo desideravo, più che cercava di allontanarsi da me e più che mi avvicinavo a lui, era un "tira e molla" continuo fra noi due, un "tira e molla" che però non portava a nessun risultato. A volte avevo quasi paura di non piacergli, paura che non fosse attratto da me come femmina ma da qualche suo amico maschio. Questa sì che sarebbe stata davvero una bella sorpresa! Giacinto era solo timido, bimbo più che mai, imbranato all’ennesima potenza, per lui le ragazze erano compagne di giochi e nulla di più. Dovevo prendere l’iniziativa se davvero volevo sperimentare i suoi baci, le sue carezze, la consistenza anche solo visiva del suo pisello nudo.

Mi ero messa in testa che era giunto il momento di vederne uno vero, vederlo da vicino e, se fosse stato possibile, anche toccarlo. L’occasione era ghiotta, il ragazzo era quello giusto, le possibilità di potere realizzare questo desiderio erano alte, tutto giocava a mio favore. Solo Giacinto sembrava non accorgersi di nulla, non si accorgeva nemmeno che sempre più spesso mi avvicinavo a lui, che lo toccavo da ogni parte, che trovavo mille scuse per stargli vicino, per appiccicarmi a lui con la giustificazione di qualche nuovo gioco di cui lui nemmeno si rendeva conto.

Non sapevo più che pesci pigliare, che cosa inventare per farmi notare da lui, farmi notare non come compagna di giochi innocui ma compagna di un gioco bellissimo avente come fine ultimo la scoperta del sesso, della mia parte sessuale. Quella mattina prima di uscire da casa per incontrarlo, mi chiusi in bagno e lavai la passerina con un bagno schiuma profumatissimo. Con una forbice tagliai il fondo delle mutandine per una lunghezza di 4 o 5 centimetri, le infilai coprendole con una minigonna neanche troppo corta, mi sedetti sul bordo della vasca e con uno specchio controllai l’effetto che avrebbe fatto quella vista agli occhi di un’altra persona, Giacinto nel mio caso.

Se tenevo le gambe un poco allargate, dallo strappo delle mutandine fuoriusciva una buona quantità di peli che lasciavano intravedere anche un poco le labbra della passerina li sotto nascoste. Se poi invece le allargavo ancora di più e sollevavo un poco le ginocchia riuscivo a vedere, attraverso lo specchio e quindi gli occhi di Giacinto, un bel rosso carne viva che era l’ingresso alla passerina. Eccitata più che mai da questa visione, orgogliosa dell’idea che mi era venuta, sono uscita da casa allegra più che mai, convinta che quello sarebbe stato il giorno che finalmente sarei riuscita a far capitolare la stupidità di Giacinto.

Lui voleva andare al ruscello, io non volevo perché avrei dovuto tornare in casa per mettermi il costume e quindi mandare all’aria tutto il piano per concupirlo. Gli dissi che il costume era ancora bagnato perché mia nonna me lo aveva sciacquato solo mezz’ora prima e quindi era meglio andare anzi a fare un giro per il bosco, magari a vedere se, nelle fungaie che noi conoscevamo, per caso incominciasse a nascere qualche porcino poiché era piovuto fino ai primi di luglio. A malavoglia Giacinto fece sua l’idea e così c'incamminammo verso il bosco di castagni, zainetto in spalla, un bastone ciascuno per mano per aiutarci nella ricerca dei funghi e per appoggiarci durante il cammino.

Per un’ora abbondante girammo per il bosco in cerca di funghi e ne trovammo pure un paio piccoli, nati da un giorno al massimo. Non pensavo affatto ai funghi però, pensavo solo al momento in cui sarei riuscita a mostrare a Giacinto la mia passerina, al modo che avrei escogitato per farlo, alle reazioni che avrebbe avuto Giacinto a quella piacevole vista, a come avrei tenuto a bada le sue reazioni. Poteva anche finire che Giacinto fosse rimasto insensibile a tutto, che per paura di offendermi non avesse per niente reagito, che tenesse tutto per se per non farmi vergognare dello strappo nelle mutandine.

Capitolo: V

Sulla via del ritorno ci siamo fermati sotto un grosso castagno a mangiare una pesca e due albicocche che avevamo portato con noi per dissetarci. Mi sedetti davanti a lui con le gambe incrociate, ben chiuse, in modo da non fargli intravedere nulla, nemmeno un piccolo lembo delle mutandine. Ad un certo punto, restando sempre così seduta, mi sono mezza sdraiata all’indietro con la scusa di prendere ancora un’albicocca dallo zainetto posato dietro di me. Questo movimento a lungo voluto, a lungo da me cercato ha messo davanti agli occhi di Giacinto la passerina che fuoriusciva dalle mutandine rotte.

Sono rimasta più del dovuto in quella posizione per essere sicura che Giacinto vedesse bene lo spettacolo, che non fosse costretto a girare gli occhi dalla vergogna nel caso che mi fossi rialzata troppo presto. Quando mi rialzai, infatti, Giacinto girò rapidamente la testa verso destra, aveva il viso rosso fuoco, come se una vampata di calore lo avesse colpito, una di quelle vampate di fuoco che fa la legna che arde quando il vento entra nel mezzo. Non riusciva a parlare, era come bloccato, quasi non riusciva nemmeno ad inghiottire l’albicocca che aveva mezza masticata ancora in bocca. Probabilmente gli si era asciugata completamente la bocca, sembrava che non riuscisse più ad inghiottire. Alla domanda di cosa avesse non ci fu alcuna risposta, solo un farfugliamento incomprensibile uscì dalla sua bocca che finalmente riuscì a sbloccarsi e ad inghiottire l’albicocca.

Mi sentivo felice, mi complimentavo da sola in silenzio per l’idea avuta, pensavo adesso come sfruttare questo vantaggio, come convincere Giacinto a fare la prima mossa senza dovermi sputtanare oltre. Lui doveva prendere l’iniziativa, lui doveva cercarmi, lui doveva dimostrare di desiderarmi anche se ero io quella che conduceva il gioco. Chiesi ancora a Giacinto cosa c’era che non andava bene, come mai aveva avuto quella vampata di calore, come mai aveva girato la testa per non guardarmi. Una lunga serie di domande pressanti che contribuivano solo a metterlo ancora più in imbarazzo perché non voleva ammettere, prima a se stesso e poi a me, la causa di questo suo malessere che non lo stava abbandonando.

Non lo abbandonava perché, da brava figlia di buona donna, avevo allargato le gambe e lasciavo libera alla vista la patatina che sempre spuntava dalle mutandine rotte. Giacinto adesso era in uno stato di tensione esagerato, anche la sua eccitazione non doveva essere da meno, mi pareva di intravedere un piccolo rigonfiamento sul suo ventre. I miei peli, ancora una volta, avevano ottenuto un effetto insperato fino a pochi momenti prima. Allora non ero indifferente a Giacinto? Allora anche Giacinto era attratto da me e, soprattutto, dalla mia passerina? Allora anche lui si eccitava come tutti i ragazzi? Il rigonfiamento del pisello attraverso i pantaloni ne era la prova lampante anche se Giacinto cercava di nascondere la sua erezione con una mano, mentre non staccava più gli occhi dal mezzo delle mie gambe.

La mia passerina aveva colpito, colpito ed affondato un ragazzo che era sempre stato come un blocco di marmo di Carrara nei miei confronti. Vedendo fissi i suoi occhi fra le mie cosce gli chiesi cosa avesse da guardare con cosi tanto interesse. “Mi sembra che le mie mutandine tu le veda più volte durante il giorno, oggi cosa hanno di particolare?” Mi rispose che non avevano nulla di particolare, ma proprio nulla, nulla nel vero senso della parola. Con fare ingenuo guardai allora anch’io le mie mutandine e sempre con molto stupore misto a meraviglia, vergogna, rossore e non so bene cos’altro ancora, serrai le gambe mettendo pure una mano fra le stesse. L’altra mano la portai sulla bocca mentre sbarravo gli occhi per lo sbigottimento.

Ero stata brava a manifestare stupore nello scoprire lo strappo nelle mutandine, tanto brava che Giacinto mi venne vicino e cercò di consolarmi facendomi una carezza. Mi disse di non preoccuparmi perché erano cose che potevano succedere e che non c’era nulla di cui vergognarsi. Dovevo stare tranquilla, lui non avrebbe mai detto a nessuno quello che aveva visto, si sentiva più in colpa di me per avermi fatto capire tutto il suo imbarazzo. Una lacrimuccia inumidì i miei occhi scuri, la mano si posò sulla sua guancia seguita da un bacio casto in segno di ringraziamento per la sua comprensione alla mia disavventura.

Il contatto dei nostri corpi ottenne una reazione non prevista, Giacinto non subì passivamente il mio bacio sulla guancia ma lo ricambiò con un altro, poi un altro ancora con carezza, poi ancora uno a sfiorarmi le labbra. Non sapevo più stare nella pelle, avrei voluto prendere l’iniziativa, metterlo sotto, sedermi su di lui ed incominciare a baciarlo, morderlo, leccarlo come fa una gatta col suo gattino. Era tenero e dolce come un gattino, tremava ogni volta che avvicinava le labbra alle mie, tremavo anch’io ma di piacere, mi sentivo tutta ribollire dentro, sentivo la mia passerina che incominciava ad inumidirsi più del dovuto per il piacere che mi dava Giacinto anche senza toccarmi come invece avrei voluto.

Capitolo: VI

Ormai si era sciolto il ghiaccio fra di noi, Giacinto stava finalmente reagendo come avrebbe dovuto fare almeno dieci giorni prima, non riuscivo più a trattenermi malgrado conservassi ancora una piccolissima parvenza di falsa ingenuità. Dovevo infondergli ancora più coraggio e fargli prendere le giuste decisioni che in quel momento, soprattutto per lui, erano necessarie e basilari. Giacinto sapeva baciare, sapeva usare bene la lingua, sapeva adattare la sua respirazione alla mia, sapeva muovere bene le sue labbra sulle mie. Chissà quante ragazze aveva già baciato, perché allora non aveva risposto prima alle mie continue provocazioni?

Gli amici sono davvero strani, si era immolato per me sull’altare degli affetti, per paura di rovinare un’amicizia vera alla quale teneva molto. Pure io ci tenevo molto, però qualche bacio di troppo non l’avrebbe certo rovinata, anzi l’avrebbe fortificata ancora di più, come stava accadendo in quel momento. Stavamo abbracciati stretti, stretti uno contro l’altro con le punte dei miei capezzoli a premere sul suo petto, le mani nella schiena che mi incollavano a lui quasi fossero una grossa pianta d’edera.

Le nostre lingue si cercavano e si trovavano con sempre maggiore insistenza, i nostri respiri erano aumentati d’intensità, i nostri cuori rimbombavano nelle orecchie con rumori sordi di tamburi indiani che trasmettevano messaggi che solo noi potevamo decifrare. Ad un certo punto finimmo sdraiati per terra, Giacinto sdraiato di traverso sopra di me con una mano fra le mie cosce che cercava di districare la foresta dei miei peli attraverso lo strappo delle mutandine. Ero bagnata fradicia, mi sentivo colare come una fontanina che ha una piccola perdita, desideravo sentire le sue dita a contatto della mia passerina, attraversarla nel mezzo fino a fermarsi sul bottoncino in alto.

Sentivo anche il suo pisello premere sulla mia gamba, era come un bastoncino di legno appoggiato sull’esterno della coscia, legno duro ma non troppo grande, mi trasmetteva una sensazione di calore, di piacere, di voglia di toccarlo con le mani, di accarezzarlo, di stringerlo con forza, di tirarlo in basso lasciando scoperta la sua testa che immaginavo lucida e violacea. Questi pensieri misti alle dita che giocavano sul bottoncino della passerina mi stavano portando a godere, avvertivo che da un momento all’altro poteva accadere, bastava poco, bastava solo un movimento veloce dall’alto al basso delle dita di Giacinto nel mezzo della passerina e sarei venuta.

Mi aveva letto nel pensiero, le dita scesero veloci ed altrettanto veloci risalirono mentre dentro di me scoccava una scintilla che mi portava a godere, tremavo tutta e godevo tanto, le mani di Giacinto con le unghie conficcate nella schiena, le gambe strette come una morsa intorno alle sue dita, i miei denti a stringere le sue labbra. Anche Giacinto si muoveva contro la mia coscia, si muoveva come un cagnolino in calore attaccato ad una tenda, anche lui voleva godere, cercava in tutti i modi di riuscirci senza il mio aiuto. Anche lui iniziò a tremare appena smisi di farlo io, anche lui mi strinse a se con forza quasi volesse soffocarmi, anche lui s'irrigidì come un pezzo di ferro nell’attimo che incominciò a godere.

Sentivo il suo pisello pulsare contro la mia coscia nuda, due, tre, quattro pulsazioni una di seguito all’altra, poi un lunghissimo momento di calma, poi ancora un’altra pulsazione ritardataria, poi la pace. La mia coscia era bagnata, calda e bagnata, il suo desiderio era passato attraverso le mutande ed i jeans fino a raggiungere la coscia. Era piacevole sentire questo calore attaccaticcio, come piacevole era sentire lo stesso mio calore colare fra l’interno delle cosce. In quei momenti c'eravamo dimenticati di tutto e di tutti, non avevamo minimamente pensato al luogo in cui eravamo ed alla possibilità che qualcuno del paese ci avesse potuto sorprendere in quella posizione. Non ce ne fregava nulla, era stato troppo bello questo nostro primo incontro che qualsiasi cosa fosse accaduta sarebbe sicuramente passata in secondo piano.

Capitolo: VII

Avevo ancora un desiderio da esaudire e giacché quello era il mio giorno fortunato volevo approfittarne fino in fondo. Dovevo e volevo vedere il pisello di Giacinto e desideravo pure toccarlo, costatare cosa volesse dire per me tenerlo fra le dita, accarezzarlo e sentirne la consistenza, sentirlo muovere, vederne la testa gonfia e dura. Giacinto si era sporcato i jeans, la sua “venuta” nei pantaloni aveva lasciato segni indelebili che andavano in qualche modo puliti o almeno bisognava tentare di pulire. Avrebbe dovuto togliersi i jeans per cercare di pulirli con un poco d’acqua minerale che avevamo con noi.

Ci spostammo un poco più nell’interno del bosco al riparo da eventuali occhi indiscreti e gli feci calare i pantaloni. Con l’acqua cercai poi di pulirli alla meglio, li stesi al sole ad asciugare. Anche le sue mutande erano bagnate di piacere, quelle però non voleva toglierle, si vergognava a farmi vedere il pisello che, nonostante la venuta, sembrava essere ancora in tiro. Lo pregai allora di sdraiarsi al sole per fare asciugare le mutande. Mi sedetti al suo fianco e senza dargli il tempo di reagire infilai una mano sotto l’elastico e tirai completamente fuori il pisello. Ci fu un momento di panico da parte sua perché non si aspettava questa mossa e ci fu pure da parte mia perché temevo che reagisse nel modo sbagliato non permettendomi di toccarlo.

Il caldo della mano intorno al pisello lo fece desistere da eventuali resistenze e si abbandonò completamente alle mie carezze. Non ne avevo mai visto uno prima di allora così da vicino e tanto meno lo avevo tenuto fra le dita della mano. Mi affascinava vederlo nella sua grandezza reale, vedere tutte quelle piccole vene piene di sangue che lo tenevano dritto e che disegnavano come dei ghirigori sulla sua pelle. Una piccola scultura di carne, un piccolo totem da adorare, da qualche parte avevo letto che alcuni popoli primitivi lo avevano fatto. Mi affascinava osservare quella testa rossa alla sua estremità con quel piccolo taglietto in punta dal quale usciva la pipì e anche il suo piacere.

Mi piaceva vedere quella testa che formava come un fiore sull’estremità di quel gambo, un fiore con alla base una corolla che lo faceva risaltare, che lo rendeva regale alla vista. Mi facevano ridere invece quelle due palline di carne ricoperte di peli che stavano all’estremità inferiore che al tatto sembrava che contenessero due piccole noci di Sorrento. Erano però molto sensibili al contatto, ogni volta che le toccavo Giacinto emetteva una specie di sospiro che aveva il pregio di farmi quasi accapponare la pelle. Era bello e veramente piacevole percorrerlo con la mano chiusa per tutta la sua lunghezza facendo scomparire, in salita, la testa fra la sua pelle.

Altrettanto bello era scoprire poi la testa nascosta e vederla spuntare in tutta la sua maestosità regale di un colore rosso porpora, lucido. Osservavo, esaminavo, cercavo di capire questo strumento di piacere maschile ed anche femminile, femminile nel senso che recava piacere anche a noi ragazze. Lo toccavo con molta dolcezza nei movimenti, con molta attenzione nella manipolazione, con molta emozione nel cuore. Giuro che avrei voluto anche baciarlo, ma il forte odore aspro del suo piacere ancora intorno alla testa mi tratteneva dal farlo, mi faceva addirittura un poco schifo quell’odore. E poi, a pensarci bene, non lo avrei mai fatto.

Nel frattempo la mia passerina era tornata ancora a secernere succhi vischiosi e caldi che avvertivo sempre più copiosi ogni volta che stringevo le gambe. Adesso praticamente avevo tutta la passerina fuori delle mutandine, la fessura che avevo volutamente creata si era allargata e percepivo ogni tanto un venticello fresco che gradevolmente la rinfrescava. Senza malizia e soprattutto senza nemmeno rendermene conto avevo portato Giacinto ad uno stato di eccitazione dal quale non poteva e non voleva più tornare indietro.

Mi pregava con voce flebile e lamentosa di affrettare i movimenti della mano sul pisello, sentiva che stava ancora per godere, non voleva perdere quel momento per lui così importante. Aveva incominciato a muovere i fianchi, ad alzare ed abbassare il bacino seguendo il movimento della mia mano sul pisello. Stava con gli occhi completamente chiusi, serrati con forza, mi diceva di sbrigarmi nei movimenti, mi avvertiva che stava per godere da un momento all’altro. Vedendolo con gli occhi serrati, senza timore di essere scoperta, infilai una mano fra le cosce ed incominciai a toccarmi anch’io, a premere con due dita sul bottoncino, a girarci tutto intorno, a fare scendere le dita fra le labbra della passerina, a cercare anch’io di concedermi un poco di piacere che mi mancava e che proprio in quel momento desideravo.

Capitolo: VIII

La mia mano fece l’effetto desiderato da Giacinto, uno schizzo di un liquido biancastro uscì all’improvviso dalla testa del pisello, un altro schizzo seguì il primo mentre continuavo ad alzare ed abbassare la mano sul pisello. La vista dello schizzo che usciva, come lo zampillio di una fontana, dalla testa del pisello di Giacinto mi diede lo stimolo per un ulteriore rapido movimento delle dita all’interno della passerina che mi fece nuovamente godere quasi senza che me ne rendessi conto. Mentre godevo all’insaputa di Giacinto, strinsi talmente forte il pisello fra le dita che Giacinto lanciò un mezzo urlo di dolore rimarcando se ero diventata tutta matta.

Era bello sentire fra le dita pulsare il pisello, era ancora più bello accarezzarlo lentamente con le dita impiastricciate del suo piacere. Un piacere che non aveva odore, era solo caldo e scivoloso, mi ricordava vagamente il vischio che mio nonno spalmava su una tavoletta di legno quando voleva catturare uccellini vivi da mettere poi in gabbia. Non era una colla vera e propria, la sua viscosità e trasparenza in quel momento però me lo facevano ricordare. Giacinto, tutto impacciato, alzò il busto dalla sua posizione di dormiente, era imbarazzato per quello che era accaduto, non osava proferire parole o frasi di scusa, stava in silenzio con gli occhi abbassati, cercava di darsi un tono, di assumere una posizione neutra che non mostrasse il suo stato di nudità così evidente.

Il pisello adesso aveva abbassato la testa, si era rimpicciolito di molto, non riuscivo a capire come avesse potuto prima assumere una dimensione due o tre volte più ampia. Misteri del pisello, quelli erano solo misteri del pisello! Gli occhi di Giacinto cercavano ancora la fessura della mia passerina, la mano era ancora al suo interno e questo fatto evidentemente non lo lasciava tranquillo, chissà cosa gli ronzava per la testa in quel momento. Probabilmente non si rendeva nemmeno conto che anche noi ragazze avevamo le stesse sue reazioni se venivamo in qualche modo eccitate. Forse per Giacinto le ragazze non provavano piacere, forse servivano solo per darlo a loro, forse solo loro avevano ricevuto il dono del godimento e noi dovevamo prenderne atto e sottostare in silenzio a questa regola.

Tolsi la mano dalla passerina, incrociai le gambe e repentinamente mi alzai spolverando con le mani la gonnellina sporca di foglie, erba e terriccio. Lui rimase seduto col pisello ciondoloni fra le gambe, con lo sguardo sempre abbassato, con le braccia abbandonate sui fianchi e le gambe allungate sul terreno. Uno spettacolo di una disfatta, uno spettacolo che mi lasciava un amaro in bocca e non un senso di piacere come avrei voluto, com'era stato fino a pochi momenti prima. Avevo usato Giacinto per un mio piacere personale, lo avevo usato per soddisfare il mio egoismo, il mio desiderio di conoscere il sesso fino in fondo con un ragazzo della mia età, anche lui all’oscuro come me di questo mistero anche se molto piacevole.

Mi sentivo in colpa nei suoi confronti, in colpa soprattutto per quello che gli avevo fatto quando era sdraiato per terra, quando cercavo di scoprire come era fatto un pisello e quali erano le reazioni a fronte di uno stimolo che nemmeno lontanamente pensavo fossero del tipo che avevo sperimentato. Era proprio una ragazzina scema, ingenua, inesperta e vanagloriosa. Me la tiravo col fatto che venivo dalla grande città ma adesso, nel vedere Giacinto così abbattuto, mi sentivo una vera cretina, una cretina di città che aveva voluto sperimentare un gioco ancora più grande di lei con un ragazzo che forse in quel momento non avrebbe voluto sottostare a tutte quelle carezze che avevo praticato sul suo pisello.

Con l’acqua rimasta nella bottiglia mi pulii le mani e poi la passai, sempre senza parlare, a Giacinto che girandosi dall’altra parte iniziò a darsi una ripulita. Gli passai i jeans e, sempre girato di schiena per non farsi vedere, si rivestì in fretta e furia. Si alzò, raccolse lo zainetto e il bastone, ripose la bottiglietta vuota nel mio zainetto e si avviò, sempre senza parlare, per il sentiero che ci avrebbe riportato giù in paese. Lo seguivo in silenzio a testa bassa, avrei desiderato restare al suo fianco, ogni volta che provavo ad affiancarlo però aumentava il passo e non mi permetteva di farlo.

Non capivo se era arrabbiato con me, se non aveva il coraggio di guardarmi negli occhi per la vergogna che provava ad essersi lasciato andare alle mie carezze sul pisello. Soprattutto credo che si vergognasse di avere goduto nelle mie mani, di avermi fatto assistere ad un momento di debolezza cui non era preparato. Ero felice di quello che era accaduto fra noi, ero felice dello stratagemma che avevo adottato per raggiungere lo scopo che mi ero prefisso e non m'importava nulla se adesso Giacinto fosse arrabbiato con me.

I tetti delle case del paese stavano sotto i nostri occhi, erano tetti rossi di vecchie case di campagna, tetti ricoperti di vecchi coppi che creavano un effetto rifrangente alla luce del sole che, sul mezzogiorno, vi batteva sopra perpendicolarmente. La luce riflessa formava come uno strato di nebbia davanti agli occhi, lo stesso effetto che crea sull’asfalto l’intensa luce del sole. I tetti sparivano quasi alla nostra vista, sembravano dei miraggi evanescenti, delle ombre senza colore, ombre trasparenti e lucenti.

Giacinto si fermò, si girò di scatto su se stesso, andai quasi a sbattere contro di lui tanto fu repentino il suo arrestarsi lì in mezzo al sentiero ancora in ombra. Adesso mi guardava negli occhi mentre mi poggiava le mani sulle spalle, mi sorrideva pur restando in silenzio, mi sorrideva con la bocca, con gli occhi, con tutto il corpo, con tutto se stesso. Lo guardavo stupita, lo guardavo con occhi diversi da prima, lo guardavo come se lo vedessi per la prima volta. Guardavo i suoi occhi grigio verde, guardavo la lucidità di quegli occhi così dolci, avvertivo che mi parlavano, che mi stavano raccontando una lunga storia, una storia di un amore che finalmente era sbocciato, di un amore che sicuramente sarebbe continuato, un amore che non sarebbe mai più finito.

Un bacio mi ha sfiorato le labbra, un bacio talmente dolce che davvero avevo colto il sapore del miele fra le labbra, un bacio tenero che voleva suggellare, una volta per tutte, il messaggio d’amore trasmesso dai suoi occhi. Ancora una volta mi ha girato le spalle lasciandomi lì imbambolata senza sapere nemmeno dove mi trovassi, senza che mi rendessi conto che da quel momento lui non sarebbe stato più l’oggetto dei miei desideri, il cavaliere servente di una principessa capricciosa. Le parti stavano per invertirsi, si erano forse già invertite in un breve lasso di tempo che quel dolce bacio aveva suggellato. Partì di corsa senza preavviso, partì gridando parole al vento, le parole ancora le conservo in un piccolo angolino nascosto della mia memoria. “Chi arriva ultimo in piazza è un “sussanèspoe” e paga il gelato…”
(* sûssanèspoe = succhianespole, gran bietolone)

[Farfalla blu]

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