Una bellissima e splendente giornata di metà maggio di un anno che non ricordo in un posto che ho dimenticato, mi ha dato lo stimolo per vivere un momento indimenticabile della mia vita. Era l’anno della maturità, l’anno delle prime vere responsabilità, l’anno che ti introduceva nella vita del lavoro o in quella degli studi universitari senza avere l’obbligo di alzarsi alle 7 di mattina ed essere presente in classe alle 8 quando l’insegnante faceva l’appello. Questo della puntualità a tutti i costi era sempre stato il mio punto debole, la disperazione di mia madre che tutte le mattine doveva letteralmente buttarmi giù dal letto per farmi prima alzare e poi svegliare. A volte arrivava persino ad infilarmi un cubetto di ghiaccio giù per la schiena per farmi aprire completamente gli occhi. Questo succedeva solo durante i mesi di scuola, negli altri mesi, per alzarmi dal letto, non avevo bisogno della mamma e nemmeno dei ripetuti trilli della sveglia.
Quella mattina stranamente mi ero svegliato bene, mia madre non mi aveva lanciato nemmeno un urlo da Tarzan per ricordarmi il mio impegno col treno che doveva accompagnarmi a scuola. Quella del treno era un’altra tortura, abitando in un paesino ero costretto ad usufruirne per raggiungere la scuola. Anche il treno a volte ritardava ed allora, appena arrivavo a destinazione, ero obbligato a correre come un pazzo per cercare di arrivare in classe prima che avessero già chiuso il portone della scuola. Sempre quella mattina anche il treno era in orario, la bellissima giornata splendente lo aveva invogliato a correre per mantenere una media costante fra stazione e stazione senza accumulare nemmeno un minuto di ritardo.
Il sole era già alto ad est quando sono salito sul treno e sono entrato nel solito scompartimento occupato da altri amici di “sventura” che tenevano occupato per me un posto a sedere. Nello scompartimento c’erano solo Andrea e Tiziana, miei compagni di classe che salivano una stazione prima della mia. Tiziana quella mattina stranamente era sola, non era circondata dalle solite due amiche Laura e Marcella e, soprattutto, mancava Fabrizio. Fabrizio era il ragazzo di Tiziana, quello che se la scopava, quello che l’aveva resa succube delle sue voglie e dei suoi desideri. Fabrizio era un gran bastardo, uno che piaceva molto alle ragazze per il suo fisico atletico, per la sua bellezza un poco zingaresca, per il suo modo di fare sbrigativo e sicuro in ogni occasione. Le ragazze erano tutte attratte da Fabrizio, credo che facessero carte false pur di elemosinare un’uscita con lui. Da confidenze raccolte poi fra queste ragazze Fabrizio era pure uno che “scopava da dio”, questo aveva contribuito a fare crescere la sua fama facendo passare in secondo piano altre doti più meschine.
Tiziana era innamorata pazza di lui, si capiva da quanto soffriva ogni volta che si rendeva conto che Fabrizio le aveva raccontata l’ennesima bugia. Tiziana amava Fabrizio, con lui aveva conosciuto l’amore prima ed il sesso poi e, malgrado i tradimenti evidenti, non riusciva a farne del tutto a meno. Le ragazze amano fino all'ultimo i ragazzi bastardi, i ragazzi che le fanno soffrire, i ragazzi che le trattano male e che calpestano i loro sentimenti. Mi faceva tenerezza vedere Tiziana triste, mi dava fastidio costatare quanto fosse bastardo con lei Fabrizio. Tiziana la sentivo mia amica, la conoscevo fin dai tempi delle medie, provavo per lei un sentimento strano che sempre più spesso oltrepassava quello della pura amicizia. Lei però era tutta concentrata sul suo “bastardo” e non c’era modo di farle cambiare idea e credo che questo comportamento, alla fine, fosse pure giusto. Erano cazzi suoi in tutti i sensi, lei era grande e pure vaccinata, dunque aveva diritto di sbagliare nelle sue scelte.
Quella mattina Tiziana era più allegra del solito, aveva voglia di chiacchierare, di raccontare stupidaggini che le erano capitate la sera prima, fatterelli futili con le amiche che preparavano con lei la maturità. Tre ragazze insieme riescono a dire più stronzate di un’intera classe maschile, se poi discutono di ragazzi e di sesso le stronzate addirittura si triplicano o si quadruplicano. Andrea ascoltava le parole di Tiziana e, in modo furbesco, la spronava a continuare, a farle raccontare in dettaglio i particolari più scabrosi che con Marcella e Laura avevano “approfondito” la sera prima. Andrea sembrava eccitarsi sentendo raccontare Tiziana e Tiziana cercava di compiacerlo, con evidente malizia, facendo risaltare particolari sempre più scabrosi. Questo almeno era quello che mi pareva di intuire da osservatore esterno che si limitava, per il momento, ad ammirare in silenzio il paesaggio della campagna scorrere veloce attraverso il finestrino.
“Si potrebbe andare al mare oggi, la giornata mi sembra quella giusta”. Le parole mi erano uscite dalla bocca senza averle richieste, senza nemmeno averle pensate. Credevo di avere parlato da solo a voce bassa, invece le mie parole furono come un sasso lanciato in piccionaia, sortirono una reazione che non mi sarei aspettato, una reazione da mettermi pure in momentanea crisi. Tiziana, immediatamente, fece sue le mie parole e propose pure il posto dove andare. Andrea respinse subito l’invito adducendo che aveva un’interrogazione di matematica ormai programmata da una settimana e non poteva in alcun modo sottrarsi. Anch’io dovevo essere ancora interrogato di italiano e quello poteva anche essere il giorno giusto visto che mi sentivo pronto e soprattutto preparato.
Tiziana sentendo il rifiuto categorico di Andrea girò i suoi occhioni scuri verso di me e senza parlare mi interrogò. Avrei voluto nascondermi al suo sguardo inquisitorio e non dare una risposta, avrei voluto prendere tempo, un tempo infinito. Già sapevo che se fossi andato con lei al mare non avrei cavato un ragno dal buco, avrei pure rischiato di farmi insultare, avrei anche rischiato di litigare poi con Fabrizio che non avrebbe gradito anche un’amichevole mia vicinanza a Tiziana. Non potevo uscire da solo con una ragazza che mi piaceva, che mi faceva rizzare i peli e non solo quelli appena mostrava anche un solo spaccato di coscia nuda. Proprio uno spaccato di coscia nuda mi stava mostrando in quel momento, seduta davanti a me, ginocchia contro ginocchia. Le sue gambe accavallate lasciavano intravedere un bel pezzo di coscia nuda, una coscia fin quasi ad altezza gluteo, una coscia già abbastanza abbronzata, una coscia liscia e vellutata. La fantasia in questi casi galoppava velocemente e arrivava anche ad indovinare di che colore erano le mutandine di Tiziana.
L’immaginazione però in quel momento non vide le mutandine, le videro invece distintamente le mie pupille mentre Tiziana "scavallava" ed accavallava le gambe in un’altra posizione. Erano bianche, candide, di un candore virgineo, per un solo attimo ho avuto come un mancamento al pensiero di quello che racchiudevano sotto. E qui la fantasia era tornata a galoppare perché avevo distintamente “visto” davanti ai miei occhi una fica aperta, con due lunghe piccole labbra rosa sporgere fra un’infinità di peli neri. Più che un mancamento avevo avuto una scossa elettrica al basso ventre con principio di irrigidimento del cazzo. Un male incurabile che spesso mi prendeva ogni volta che meditavo o fantasticavo sulla fica e su quella di Tiziana in particolare. L’aveva fatto apposta Tiziana quel movimento? Non lo aveva fatto apposta? Voleva avere da me una risposta sicuramente positiva e quell’innocuo ed ingenuo movimento aveva ottenuto il risultato da lei sperato. “Vada per il mare, un giorno di scuola perso non ci farà sicuramente perdere l’ammissione agli esami.” La mia risposta arrivò ancora prima che avesse terminato di accavallare completamente le gambe quasi avessi paura di un suo improvviso ripensamento.
Arrivati a destinazione, scendemmo dal treno, salutammo Andrea con parole da presa in giro e salimmo sul bus che in 5 minuti ci avrebbe portati al mare. La giornata era davvero calda per il mese di maggio, il mare era liscio come l’olio e la sabbia si sarebbe certamente riscaldata in poche ore. Il mare sembrava invitare i nostri piedi a provare quanto fosse ancora fredda l’acqua e, di conseguenza, a farci passare dalla testa un’eventuale idea di fare un bagno fuori stagione. Il bagno non si poteva fare ma niente ci avrebbe vietato di sdraiarci sulla sabbia a farci baciare dai raggi del sole. Ci incamminammo sul bagnasciuga a piedi nudi con le scarpe in mano, ogni tanto una piccola onda bagnava i piedi e ci trasmetteva brividi lungo tutto il corpo. Solo qualche pensionato che portava a passeggio il cane si intravedeva in lontananza, di mattina ancora nessun amante dell’abbronzatura si avventurava in spiaggia.
Passeggiavamo spensierati e scamiciati, ridevamo per un niente, ci spruzzavamo l’acqua appena uno di noi si distraeva, ogni tanto ci rincorrevamo fino a che non ci mancava il fiato. Era difficile correre sulla sabbia molle con uno zainetto in spalla, le scarpe in mano, giubbotto e maglione sulle braccia. Tanto difficile che ad un certo punto ci sdraiammo sulla sabbia a ridosso di una piccola duna con lo splendore del mare davanti agli occhi abbagliati dai raggi del sole. Sdraiati vicini respiravamo a bocca aperta, il cuore era in tumulto, si poteva intravedere attraverso la camicia ogni volta che faceva alzare ed abbassare il petto. Eravamo sudati ma felici, stanchi ma rilassati, tranquilli ma eccitati per la strana e silenziosa situazione di complicità che si era creata fra di noi.
Stavo bene con Tiziana, avrei voluto manifestarglielo nel modo migliore che proprio in quel momento avevo bene chiaro in testa. Non trovavo però il coraggio di farlo, mi limitavo solo a guardarla di traverso, spostando solo gli occhi senza nemmeno girare la testa. Credevo che lo stesso facesse pure lei, lo speravo più di ogni altra cosa, lo desideravo con forza e cercavo di trasmetterle attraverso i miei pensieri le mie emozioni. Speravo che le mie onde cerebrali potessero raggiungere la sua testa e trasmetterle in modo silenzioso quello che mi stava passando per la mente in quell’istante. Per la mente mi stava transitando una voglia matta di stringere a me Tiziana, di accarezzarle in silenzio il viso guardandola fissa negli occhi, di avvicinare le mie labbra alle sue, di farle dischiudere e suggellarle con le mie in un bacio che non avesse fine, un bacio da Guiness dei primati. Evidentemente le mie onde cerebrali o non avevano potenza necessaria per arrivare a destinazione oppure, anche se arrivavano, avevano una lunghezza d’onda diversa dalle sue e quindi non erano interpretate nella giusta maniera.
La mia mano destra, in quel momento di abbandono, disegnava sulla sabbia dei piccoli semicerchi, dei semicerchi che andavano sempre più ingrandendosi, sempre più finché non raggiunsero la mano sinistra di Tiziana. Un contatto voluto, cercato, desiderato, sperato. Un contatto che ha fatto scoppiare una scintilla dentro di me, quasi una di quelle scintille elettriche che si provano scendendo dalla macchina nelle giornate particolarmente asciutte e ventilate. Un brivido ha percorso tutta la spina dorsale fino all’altezza del coccige, un brivido che ha fatto serrare le mie dita intorno alle sue intrecciate con le mie. Questo contatto di mani ha fatto ruotare le teste una verso l’altra, ha messo gli occhi in comunicazione e finalmente anche le nostre onde cerebrali hanno incominciato a comunicare. Non c’era alcun rumore intorno a noi in quel momento, eravamo isolati dal resto del mondo, solo una leggerissima brezza marina provava a scompigliarci i capelli. Spostando lentamente la testa verso il suo viso senza perderne nemmeno per un attimo lo sguardo, ho avvicinato le mie labbra alle sue.
Fremevo dentro di me, avevo paura di essere svegliato da un momento all’altro da questo che consideravo un sogno ad occhi aperti. Tiziana poteva bloccarmi in qualsiasi momento, sarebbe anche bastato che avesse chiuso gli occhi per farmi risvegliare, per farmi maledire quel giorno. I suoi occhioni scuri, da gatta innamorata, restarono fissi sui miei, solo le sue labbra si mossero quel tanto che bastava da farmi vedere il bianco dei denti, la punta rosa della lingua. L’ho baciata senza che nemmeno avesse il tempo di rendersene conto, non ce la facevo più a trattenermi, potevo anche ricevere uno schiaffo o un morso ma proprio non ce la facevo più a controllarmi. Le mie labbra sulle sue, la mia lingua nella sua bocca, la sua lingua che cercava la mia, mi avevano fatto capire che probabilmente la giornata avrebbe avuto un finale molto diverso da quello che avevo prospettato non più tardi di un paio d’ore prima.
Tiziana si era lasciata coinvolgere, si era lasciata andare alle mie attenzioni, alle mie carezze fino a quel momento solo immaginate. Rispondeva al bacio con grande passione, la sua lingua frugava veloce la mia bocca, le sue labbra erano incollate alle mie come una ventosa, non lasciavano filtrare nemmeno un sottilissimo filo d’aria, respiravamo dal naso con fatica. L’eccitazione era salita ad un limite insostenibile, avevo bisogno di sentire la sua pelle a contatto della mia, di percepire il calore del suo corpo vestito contro il mio, di sentire battere il suo cuore contro il mio petto attraverso il contatto dei seni. Mi aveva letto nel pensiero, le mie onde cerebrali in quel momento funzionavano a meraviglia perché si allacciò al mio corpo, si strinse con forza restando appoggiata a terra su di un fianco.
Formavamo una strana figura, due corpi trasversali intrecciati l’uno con l’altro, anche le gambe si erano incastrate fra di loro mentre le bocche non avevano mai smesso di rimanere incollate. Una colla al Vinavil sembrava tenerle unite per sempre, un esercizio di respirazione in ambiente con poca aria a disposizione ci manteneva in vita permettendo il passaggio dell’aria dai miei ai suoi polmoni e viceversa. Il contatto del suo seno contro il petto e del ventre contro il mio aveva provocato una bella e piacevole erezione che Tiziana sembrava gradire al punto di stringersi con sempre più forza contro di me. Non solo si era attaccata a me come un’edera sbattuta dal vento ma strusciava il pube contro il cazzo, stringeva la mia gamba fra le sue, sentivo il calore delle sue cosce nude contro la stoffa dei miei jeans. Il monte di Venere strusciava contro il mio cazzo, avvertivo la protuberanza della carne, percepivo la consistenza formata dal ciuffo di peli che lo ricoprivano.
La baciavo con ardore, rispondeva con altrettanto trasporto ai miei baci, i nostri corpi avevano iniziato una buffa danza di spinte e contro spinte, di sfregamenti verticali e orizzontali all’altezza del pube, di simulazione di un amplesso molto pensato ma ancora tutto da tradurre in realtà. Il luogo non era dei più propizi per un'eventuale scopata, da un momento all’altro poteva passare qualche persona e non era proprio il caso di farci trovare col culo nudo per aria. Andava bene così, dovevo accettare quella razione di eccitazione che il destino al momento mi aveva regalato, dovevo cercare di farla durare il più a lungo possibile e soprattutto, dovevo cercare di non farla terminare per primo. Il mio cazzo stava raggiungendo il punto di non ritorno dal godere sollecitato dai continui strofinamenti corporei di Tiziana. Nemmeno io stavo molto fermo, aiutavo i suoi movimenti con altrettanti dei miei, un amplesso vero non sarebbe stato così perfetto nella meccanica dei gesti. Le nostre mani stranamente erano rimaste abbracciate ai corpi e non avevano iniziato l’opera d'esplorazione che in questi casi è d’obbligo. Forse temevamo che se avessimo mosso le mani si sarebbe spezzato questo piacevole incantesimo, questo stato di incredibile eccitazione che si era creato fra noi.
Tiziana si muoveva sempre con più forza contro il mio cazzo duro fino a farmi male, la sua respirazione era diventata più rapida, come rapidi erano diventati i battiti dei cuori. Non capivo se desiderava godere, se desiderava farmi godere, se desiderava che godessimo insieme, ero ancora cosciente per quello che stavamo facendo e con mia sorpresa mi rendevo conto che ero ancora capace di ragionare, di gestire con freddezza la situazione. Una dote che mai prima d’ora avevo notato o alla quale forse non avevo mai fatto caso, mi sentivo padrone del mio e del suo piacere anche se capivo bene che ormai il mio piacere non sarei riuscito a trattenerlo a lungo. Non potevo proprio perché Tiziana si muoveva contro il mio cazzo con sempre più energia e più velocità, accompagnava le spinte con un mugolio come se sentisse entrare il cazzo dentro di lei, talmente dentro da farle male ogni volta che dava la spinta. Desideravo e contemporaneamente vivevo questa tragica nonché ridicola situazione, forse avrei davvero potuto scoparla senza impedimenti, lo avevo sempre pensato e desiderato.
Avrei potuto farlo ma la situazione mi imponeva di stare fuori dalla sua fica ed accontentarmi solo di immaginarla, di sentirla solo premere contro il cazzo. Lo stesso pensiero forse lo rimuginava anche Tiziana con la piccola differenza che, sempre forse, non aveva mai considerato che il mio cazzo potesse assaporare la sua fica. Sicuramente aveva pensato e stava pensando solo al cazzo di Fabrizio e basta. Il fantasma di Fabrizio fra me e Tiziana, anche in un momento elettrizzante come questo, mi spinse a muovere una mano. Una mano che raggiunse l’interno coscia e racchiuse nel suo pugno tutta la fica di Tiziana, mutandine fradice comprese. Le mutandine fradice al contatto delle dita non mi fecero capire più nulla, mi fecero solo comprendere che Tiziana aveva più voglia di me di uscire quanto prima da quella situazione “scabrosa” in cui si era infilata. Per uscirne l’unica porta da aprire era quella di godere con me solo strusciando contro il cazzo e sfruttando il “lavoro” delle mie dita.
Una spinta più profonda delle altre fece quasi entrare il dito medio nella fica attraverso la protezione della stoffa delle mutandine. Un clitoride gonfio e duro premeva contro il palmo della mano mentre cercavo di spostare le dita verso il basso. Aveva la fica completamente bagnata, non riuscivo a capire come avesse potuto resistere fino a quel momento senza godere, come avesse saputo creare così tanto piacere solo sfregando il pube contro il cazzo. Anch’io gocciolavo, anch’io avvertivo la testa del cazzo bagnata come sentivo bagnata la pancia e la camicia più o meno all’altezza dell’ombelico. Del resto era ormai da parecchio tempo che continuavano queste nostre effusioni e non c’era dunque da stupirsi se eravamo “bagnati” nei punti di maggiore attrito fra i nostri corpi. Faceva parte del gioco, era tutto normale, guai se ciò non fosse avvenuto. Le mie dita alzarono il bordo delle mutandine, e facendosi faticosamente strada fra i peli fradici della fica, raggiunsero prima il clitoride e poi, scendendo lentamente, l’ingresso della vagina.
Un tremolio violento s'impadronì di Tiziana che, con una spinta ulteriore, riuscì a farsi penetrare, seppure brevemente, dal mio dito. Un morso doloroso alle labbra mi fece capire che Tiziana stava godendo. Non solo il morso mi faceva partecipe del suo godimento, anche le unghie piantate nella schiena, anche le cosce strette come una morsa intorno alla mano nella fica, anche la bocca che adesso lasciva passare aria per i polmoni che la reclamavano in maggiore quantità. Non mi aspettavo questa reazione improvvisa, però ero felice di quello che stava provando, ero felice perché in fin dei conti ero stato l’artefice volontario di tutto questo. Mentre godeva in modo così pieno e credo pure appagante, staccò una mano dalla mia schiena e la portò contro il cazzo. Sicuramente voleva sentirne il contatto diretto attraverso le dita, desiderava che anch’io godessi come lei, forse voleva ringraziarmi per quello che aveva provato e che stava ancora provando.
Le dita avevano appena raggiunto il glande che uno schizzo di sperma caldo le investì, un altro schizzo seguì il primo, un'altro ancora seguì il secondo e così di seguito. La mano raccoglieva tutto, la pancia ed il ventre erano un piccolo lago, la camicia era pure spruzzata come bagnati erano i miei boxer. Tiziana sembrava gradire tutto questo perché spalmava lo sperma sulla pancia quasi fosse un unguento contro i dolori oppure una specie di Lasonil contro le contusioni. Non so per quanto tempo rimanemmo ancora lì abbracciati con le mani ancora nella fica e sul cazzo a fare calmare i battiti del cuore, a fare ritornare la respirazione ad un ritmo normale, a fare asciugare il sudore che ci bagnava più dello sperma e degli umori vaginali messi insieme. Senza comunicare, senza pronunciare nemmeno una piccolissima parola, ci siamo finalmente rialzati da quella scomoda posizione ed abbiamo cercato di ricomporci, cosa facile per lei molto più difficile per me.
Ero sporco di sperma, sia asciutto sia bagnato, ero tutto appiccicoso dall’ombelico in giù e malgrado avessi già usato parecchi fazzolettini di carta per ripulirmi non riuscivo ancora a rendermi presentabile per il ritorno. Puzzavo di sperma, si sentiva lontano un miglio l’odore, non sapevo come fare ad eliminarlo, non volevo che i nostri amici pensassero male di noi. Non volevo che in qualche modo facessero arrivare a Fabrizio la voce di una nostra scopata che, per cattiva sorte, non c’era proprio stata. Tiziana tirò fuori dallo zainetto, come un novello mago Merlino, un foulard di seta, lo andò a bagnare in mare e con quello, un poco alla volta, riuscii finalmente a ripulirmi di tutto lo sperma con cui mi ero impiastricciato. Eravamo felici per quello che avevamo compiuto insieme e che, sempre insieme, ci impegnava in quest'opera di pulizia riparatrice.
Una fialetta di profumo dolciastro di Tiziana contribuì a cancellare completamente l’odore di sperma e a farmi passare per una "checca" quando sul bus di ritorno le persone, sia vicine sia lontane, mi rivolgevano lo sguardo e sorridevano fra di loro. Non so cosa avranno veramente pensato ma in quel momento mi andava bene anche passare per una "checca" esageratamente profumata. Troppa era la mia felicità, troppo veloce volava la mia fantasia, troppo rapidi si accavallavano i pensieri per quello che sarebbe potuto accadere domani fra me e Tiziana se ci fossimo ancora ritrovati, da soli, in un altro luogo un poco più riparato.
Domani arrivò presto, fin troppo presto, domani era lì in agguato come tutti gli altri giorni, il mio domani aveva il viso di Fabrizio. Seduto nello scompartimento del treno, abbracciato a Tiziana, la baciava in modo esagerato e lei sempre in modo esagerato ricambiava i suoi baci davanti a me, davanti a tutti. Stavo seduto come al solito a fianco del finestrino, Tiziana e Fabrizio davanti a me, Andrea di fianco a Fabrizio, Laura e Marcella dalla mia parte. Tiziana, indaffarata a rispondere ai baci del suo “bastardo”, ancora una volta "scavallò" e accavallò le gambe in un’altra posizione con la solita noncuranza del giorno prima. Il movimento, forse volutamente lento, mise ancora in mostra le cosce e le mutandine, le mutandine questa volta erano di colore rosso, rosso fuoco, rosso semaforo. Sicuramente era un messaggio in codice per me, uno di quei messaggi subliminali che non sarei più riuscito a togliermi dalla testa.
Alzai gli occhi da quello spettacolo non più interessante per me e ripresi ad osservare il paesaggio della campagna in fiore che velocemente si snodava davanti ai miei occhi. Non vedevo più bene come prima, un sottilissimo velo si era posato sulle mie pupille, una lacrima repressa con fatica voleva a tutti i costi discendere lungo la guancia.