Capitolo: I
�Giacomo da Bordelasco, feudatario della Lardera di Cogozzo, fu sepolto in un ampio appezzamento di famiglia sul pendio principale del cimitero del monte Gerondo che vedete alla vostra destra. Imelde di Casal Lupano fu sepolta accanto al marito, non sempre vicini nella vita ma sicuramente vicini nella morte. Il corpo di Ilderardo Frederici fu gettato invece, nel porcile del castello, in pasto ai maiali.�
Il vecchio custode e guida del castello di Castiglione, oggi palazzo Pallavicino, si incammin� lentamente verso l�interno del cortile da basso invitandoci a seguirlo. Ci aveva raccontato la triste storia del feudatario Giacomo da Bordelasco, adesso ci portava a visitare i luoghi che erano stati ignari protagonisti di questa incredibile e assurda vicenda.
Nel lontanissimo 1202, all�epoca della IV crociata bandita dal Papa Innocenzo III, Giacomo part�, con un suo piccolo esercito, alla volta della Terra Santa fiducioso di ritornare a casa ricoperto di gloria e di beni materiali per i servizi resi alla causa del Papa Innocenzo III. Lasciava a custodia del castello la moglie Imelde impegnata ad allevare un bambino di soli due mesi di vita: il principino Giacomo I da Bordelasco.
La principessa Imelde di Casal Lupano, all�epoca dei fatti aveva solo 18 anni, era una dama di nobile lignaggio e di bellezza non consona alla sua nobilt�. Era decisamente brutta, un naso aquilino sovrastava un viso tondo e paffuto, una bocca esageratamente grande e con grosse labbra sembrava l�antro di una caverna scavato sotto il naso. Aveva occhi di ghiaccio di un colore azzurro cielo che stonavano col resto del viso.
Il suo corpo in compenso era perfetto, pur essendo piccola di statura madre natura le aveva dispensato le giuste proporzioni per quello che riguardava il seno, i fianchi, il fondo schiena e le gambe. Almeno questo � quello che narra la leggenda raccontata dal custode nell�accompagnarci attraverso i meandri del castello.
Partito Giacomo in cerca di gloria, Imelde rimase sola con Giacomo I. Tutta una serie di fantesche, di servi e di scudieri l�aiutavano sia nell�allevamento del bambino che nelle normali faccende di gestione di un castello di cos� grande dimensione. I problemi che giornalmente le si presentavano erano tanti e tutti dovevano essere risolti nel pi� breve tempo possibile per non creare malcontento con i servi della gleba.
Imelde si gett� cos� anima e corpo in queste nuove responsabilit�, amministrava con decisione e con fermezza cercando di accontentare un poco tutti nel limite del possibile. Si era circondata di un gruppo di giovani e fedeli scudieri che nel giro di un anno, non senza impegno, erano riusciti ad amministrare il feudo della Lardera di Cogozzo in modo profittevole sia per le finanze del feudatario che per la soddisfazione di chi vi abitava.
Mentre il tempo passava ed il feudo fioriva a vista d�occhio Imelde lentamente sfioriva. Una donna di 19 anni, con un marito, da un anno, in Terra Santa a combattere contro i mori, con un bambino di 13 mesi da allevare, con un feudo da gestire, senza un briciolo di amore e di affetto appassiva giorno dopo giorno come una rosa recisa in un vaso senza acqua, senza linfa vitale di cui nutrirsi.
Le mancava infatti l�amore del marito, soprattutto le mancava di fare l�amore col marito. Le mancava il sesso, le mancavano le carezze sulla pelle di una mano maschile, le mancavano i baci pieni di saliva sui seni e sui capezzoli, le mancava un cazzo fra le gambe che la sbattesse con forza fino a farla gridare per il piacere che le procurava.
Si arrangiava ogni tanto da sola, ma pi� lo faceva e pi� cresceva in lei il desiderio di cazzo nella fica, nel culo, in bocca, fra i seni. Una tortura insostenibile che non la faceva pi� dormire con tranquillit�, che la rendeva oltremodo nervosa con tutti quelli che la circondavano.
Spesso la notte si ritrovava a premere rotoli di stoffa tra le gambe, ad infilare pezzi di candela nella fica, a strusciare la fica contro i sostegni del baldacchino simulando un amplesso. Le fantesche, nelle camere vicine, quando udivano i suoi rantoli di piacere, le sue urla di godimento si facevano il segno della croce e pregavano Dio affinch� le riportasse a casa il marito il pi� presto possibile.
Capitolo: II
Ilderardo Frederici era uno dei sui pi� fidati scudieri, molto valido di ingegno quanto brutto di aspetto. A guardarlo bene metteva addosso quasi un senso di terrore. Lo sguardo era bieco, il ghigno duro, la bocca stretta che non apriva quasi mai se non per mangiare, una cicatrice profonda segnava la sua guancia sinistra, una cicatrice che si era fatta domando un cavallo imbizzarrito. Aveva per� un cuore grande che abilmente nascondeva sotto questa scorza di cattivo che male gli si addiceva.
Quando Imelde era particolarmente triste cercava di consolarla con parole di speranza e di fede per il ritorno del marito carico di onori e di gloria. Imelde mostrava di gradire queste parole che avevano il dono di placare il suo animo sempre pi� agitato pi� tardava il tempo del ritorno di Giacomo da Bordelasco, suo consorte.
Nessuno sa come e nemmeno perch� una notte Ilderardo entr� nel letto di Imelde e non lo abbandon� pi�. Si racconta che Imelde e Ilderardo facessero scintille sotto il letto a baldacchino tanto che spesso la notte si udivano delle grida di piacere, degli urli disumani provenire dall�appartamento della feudataria. Le fantesche continuavano a farsi il segno della croce e pregavano Dio affinch� facesse trovare nel loro letto un cavaliere altrettanto valente.
Ilderardo sar� stato anche di brutto aspetto ma certamente aveva una altrettanto bella virt� nascosta che sapeva accendere le voglie di Imelde fino a portarla ad un piacere talmente alto da raggiungere il parossismo. Tutti, a castello, sapevano quello che stava succedendo, quello che si stava consumando la notte in quella stanza ma nessuno aveva il coraggio di proferire parola al riguardo. Gli altri scudieri, pur disapprovando il comportamento di Imelde, tacevano per non perdere i privilegi fin qui acquisiti dopo la partenza del marito Giacomo.
I giorni passavano con lentezza, Giacomo non tornava e nemmeno era annunciato un suo ritorno. Una notte di tempesta, quando il cielo diventa nero come l�inferno, il vento soffia tanto forte da sradicare gli alberi, i tuoni fanno tremare le mura del castello, i lampi illuminano a giorno tutto intorno per un raggio di svariati chilometri, Giacomo da Bordelasco si present� all�ingresso del castello.
Non era carico di gloria e nemmeno di onorificenze papali, solo due fidi vecchi scudieri, un poco malandati, lo accompagnavano. La Terra Santa era stata una disfatta completa, c�era gi� voluta tanta fortuna che lui fosse riuscito a fare salva la pelle per riportarla dalla sua amata Imelde. Entr� nel castello quasi come un ladro, riconosciuto a malapena dalle guardie addette al ponte levatoio.
In quella particolare notte di tregenda anche se si fosse presentato il Papa InnocenzoIII in persona nessuno ci avrebbe badato pi� di tanto. Giacomo da Bordelasco raggiunse quasi di corsa, fradicio come un pulcino caduto in una tinozza d�acqua, l�appartamento nuziale. Voleva fare una sorpresa ad Imelde che immaginava addormentata nel letto con a fianco il piccolo Giacomo I che doveva avere ormai due anni.
Il cuore gli batteva forte in gola sia per l�emozione dell�incontro con la moglie ed il figlio, che per la salita di corsa verso l�appartamento nuziale. Cosa videro i suoi occhi seppure al buio completo di quella notte scura rischiarata, ad intermittenza, solo dai bagliori dei lampi? Videro le spalle di un uomo che, come un ossesso, faceva entrare ed uscire un cazzo enorme dalle cosce aperte con le gambe alzate, di una donna che doveva per forza essere Imelde, la sua consorte.
La stanza era la sua, il letto era il suo, la culla a fianco del letto era di suo figlio. Urla di piacere ed incitamenti all�uomo di sfondarla fino a farla morire tolsero ogni dubbio a Giacomo che si trattasse di un�altra persona: era proprio la voce della sua consorte. Senza nemmeno pensare a quello che stava facendo, arretr� di qualche passo, si gir� e si incammin� per il corridoio, raggiunse una rastrelliera piena di armi bianche, lance, spade, alabarde, mazze chiodate, pugnali ed altre ancora.
Stacc� una grossa alabarda a punta lunga, la soppes� e si incammin� deciso ancora verso la stanza. Aveva gli occhi pieni di sangue, la bava che gli colava dalla bocca, il cuore impazzito che sembrava uscirli fuori dal corpo passando direttamente dalla gola. Si avvicin� al letto, alz� l�alabarda e con tutta la forza che aveva in corpo (ed era davvero tanta�) la scagli� contro la schiena dell�uomo.
Capitolo: III
Ilderardo Frederici, cos� narra sempre la leggenda, stava per venire. La donna era appena venuta e le sue grida di piacere riecheggiavano nella notte e nelle orecchie di Giacomo. L�alabarda si conficc� nella schiena dell�uomo, la pass� e si arrest� sul petto della donna, sotto lo sterno, dopo averla perforata da parte a parte ed averle aperto in due il cuore.
Le urla dei due amanti cessarono cos� all�improvviso, mentre un altro urlo disumano si lev� contemporaneamente dalla stanza. Era quello di Giacomo, un urlo che non cess� anzi crebbe sempre pi� di intensit�. Lo sentirono tutti, quella notte, nel castello anche se il temporale non scemava ed i tuoni continuavano a scoppiare con notevole fragore nel cielo.
L�urlo percorse buona parte del castello, le guardie al ponte levatoio lo sentirono salire verso l�alto finch� non videro la figura del feudatario sulla torre del castello, stagliarsi contro una bifora, illuminata a giorno da un lampo seguito da un fulmine ramificato di notevoli dimensioni.
Videro poi Giacomo volare nel cielo accompagnato da tuoni e bagliori intensi. Il suo urlo continuava sempre a farsi sentire, la sua figura sembrava nuotare nella pioggia cadente, il turbinio delle braccia e delle gambe davano una sensazione di leggerezza ed imponderabilit�. Come corpo morto cadde, cos� cadde Giacomo da Bordelasco dalla torre del suo castello.
Lo trovarono la mattina sfracellato al suolo, quasi irriconoscibile con una specie di sorriso dipinto sulle labbra. Anche i corpi degli amanti furono ritrovati attaccati uno all�altro, non fu facile staccarli perch� l�alabarda aveva egregiamente espletato il compito per il quale era stata costruita.
Da quel lontano giorno sono passati 802 anni, la leggenda vuole che Giacomo da Bordelasco ancora adesso si aggiri per le stanze del castello, urlando disperato nelle vesti di vendicatore di torti subiti da amanti traditi da mogli infedeli.
La leggenda ha anche dei riscontri oggettivi perch� nei secoli passati sono accaduti incidenti inspiegabili nei locali del castello ad amanti che per motivi vari avevano avuto la disavventura di appartarsi per soddisfare turpi voglie e turpi desideri sessuali (turpi visti dall�occhio del fantasma�).
Questo narra sempre la leggenda e, anche in epoca recente, questa leggenda � stata alimentata da un grave incidente occorso ad una coppia di giovani di Milano che erano, inspiegabilmente, scivolati dalle scale della torre. I due giovani se la sono cavata con fratture multiple agli arti inferiori accompagnate dalla frattura di una vertebra intercostale per la ragazza. E sapete cosa si � poi appurato riguardo lo stato civile dei giovani?
Lei era sposata da 4 anni e madre di un bambino di due, lui era un amico di famiglia che la consolava quando il marito di lei stava fuori casa per lavoro. La notizia, vera o falsa che fosse, mi aveva messa non poco in imbarazzo. Stavo visitando questo castello con Marco, mio collega di lavoro di Bari, in attesa che arrivasse il momento per poterci finalmente appartare nel nostro albergo e passare insieme il resto del tempo come avevamo ormai progettato da pi� di un mese.
Capitolo: IV
Io e Marco ovvero Anna e Marco, come la canzone di Dalla, ci frequentiamo ormai da quasi un anno. Mi ha stregata a Roma nel mese di settembre dello scorso anno durante un corso di formazione in Microsoft che aveva per tema la gestione del processo di Patch Management con Systems Management Server 2003.
Un corso di formazione, con un simile titolo, non poteva altro che portarmi ad approfondire la conoscenza di un collega molto gentile, carino, simpatico, allegro, disponibile e con tanta voglia di me. In pi� occasioni avevo notato il suo marcato interesse per la mia persona ma mai avevo dato importanza a questo. Era un collega come tutti gli altri e la nostra amicizia era solo ed esclusivamente di tipo cameratesco, si manifestava solo nei momenti di corsi di formazione, riunioni di gruppo, seminari aziendali e cose simili.
Sono sposata con un brillante medico ricercatore ormai da otto anni. Sono madre di due figli: la femmina ha 4 anni, il bambino ne ha compiuti 2 a marzo. Mio marito passa molto del suo tempo, anche libero, nei laboratori di ricerca di molte cliniche universitarie italiane. Fa parte di un gruppo di lavoro che ha lo scopo di studiare l�evoluzione del carcinoma del fegato in riferimento all�uso dei markers tumorali di prima scelta.
Marco invece � libero, separato dalla moglie da tre anni, ha una figlia di dieci anni che vive con lui nella casa dei nonni. Siamo amanti, anche se questa � una brutta parola, una parola che odio, una parola che viene usata in senso dispregiativo. Fra me � Marco non c�� nulla di dispregiativo nel nostro attuale rapporto, il nostro � un rapporto condotto nel rispetto reciproco delle nostre posizioni famigliari senza tentativi o forzature per alterare gli attuali precari equilibri.
Il lavoro ogni tanto ci fa incontrare, ci fa restare insieme, ci fa scambiare emozioni, ci fa vivere dei momenti indimenticabili. Cerchiamo di fare scorta di questi momenti, cerchiamo di somatizzarli il pi� possibile per non averne bisogno troppo presto. Lo so che � una situazione strana e anche non del tutto logica e soprattutto � una situazione vissuta da parte mia in modo vigliacco nei confronti di mio marito e dei miei figli. Ma � cos�, per adesso non vedo soluzioni alternative, prendo quello che viene e cerco di vivere la mia vita alla giornata.
Eravamo venuti su a Milano per partecipare alla Java Conference, organizzata dalla SUN Microsytems, che tutti gli anni si tiene, per due giorni, al Centro Congressi Milanofiori di Assago. La nostra azienda ci aveva iscritto alla manifestazione per tenerci aggiornati sulle nuove tecnologie Java per l�ambiente di sviluppo di applicazioni evolute e distribuite sulla rete.
Avevamo seguito la prima parte della conferenza, poi annoiati e con la voglia di restare finalmente soli eravamo scappati, volevamo raggiungere il nostro albergo e dare cos� libero sfogo ad una lunga attesa che ormai durava da oltre due mesi. Avevamo da recuperare del tempo perduto, perci� anche un paio d�ore sottratte alla Java Conference per noi sarebbero state oltremodo gradite e sicuramente spese con molto piacere.
Lungo la strada che ci portava al nostro albergo in zona Ripamonti, un cartello turistico ci aveva segnalato a 30 Km l�esistenza del palazzo Pallavicino, antico castello medioevale del XII secolo. Incuriositi dalla scritta �Residenza del fantasma Giacomo da Bordelasco� avevamo deciso di visitarlo rinunciando temporaneamente al nostro progetto iniziale di recupero del tempo perduto.
Capitolo: V
E adesso eravamo qui, in compagnia del custode guida, ad ascoltare i suoi racconti su Giacomo da Bordelasco e stavamo per addentrarci nei meandri di questo grande castello del XII secolo per cercare di cogliere con gli occhi e con i sensi il mistero di questa incredibile leggenda.
La scalinata � lunga, larga e anche abbastanza ripida. Nella parte centrale mancano gli scalini, solo un ciottolato di sassi consumati dal tempo. Il custode dice che da li passavano i cavalli alla cavezza. Alla sommit� della scalinata si apre un ampio spiazzo rettangolare, un pozzo al centro da una sensazione anacronistica della sua utilit�. A che profondit� andavano a pescare l�acqua visto che il pozzo sta gi� ad una ragguardevole altezza dalla base del castello?
Tutto intorno un colonnato di pietra arenaria con colonne poste ad una distanza di circa tre metri una dall�altra. Sostengono praticamente tutta la parte, un tempo abitata, a sbalzo sul cortile. Quattro ingressi, uno per lato, conducono ai piani superiori. L�ingresso di fronte alla scalinata conduce alla residenza del feudatario.
Un�alta torre a pianta quadrata si staglia contro il cielo, � il proseguimento naturale della nobile residenza sottostante. La stanza matrimoniale del feudatario � posta alla sinistra della torre, praticamente al primo piano di tutta la costruzione se si considera il cortile interno come piano terra. Si deve attraversare un lungo corridoio interno, con vista sul piazzale, per arrivare a quella stanza.
All�inizio di questo corridoio, in una lunga rastrelliera a muro, sono esposte le armi d�epoca. Le famose armi della leggenda. Una alabarda malconcia e rugginosa, con l�asta rifatta, � quella che serv� al feudatario per uccidere gli amanti. Questo, per�, lo afferma l�Ente Provinciale per il Turismo per bocca del custode guida. Come afferma anche che il letto matrimoniale a baldacchino della stanza vuota sia quello che ha visto consumarsi sulle sue assi prima le effusioni sessuali dei due amanti e poi la loro morte violenta.
Marco, da gran bastardo, mentre il custode ci raccontava con molta fantasia e malcelata libera interpretazione dei fatti, mi aveva appoggiato una mano aperta sul sedere. Il custode, davanti a noi, non poteva vedere questa �mano morta� su di un corpo �vivo� in una stanza abitata da �morti�. La mano mi accarezzava il culo, le sue due protuberanze rotonde e si insinuava nel solco centrale facilitata dalla stoffa inconsistente del mio vestito.
Una specie di tunica di canapa indiana con doppi strati di tessuto sovrapposti. Non so cosa gli fosse passato per la testa in quel momento, forse il luogo e la tragedia che vi si era consumata lo avevano fatto eccitare. Oppure poteva trattarsi di un banale messaggio in codice.
�Ma cosa ci stiamo a fare noi due qui? Questo custode maniaco si diverte a raccontare episodi boccacceschi di questa assurda e, forse, anche costruita tragedia per le orecchie di noi turisti creduloni. Andiamo in albergo e diamo finalmente libero sfogo alle nostre voglie alla faccia del fantasma cornuto. Sar� pure vendicativo come fantasma, ma sempre cornuto era e cornuto rimane�.
Mentre il mio cervello elaborava questi pensieri, un dito di Marco era arrivato a premere con forza sul buchino del mio ano. Senza neanche rendermene conto, mi sono ritrovata ad allargare le gambe. Quel dito, anche attraverso vari strati leggeri di stoffa, mi dava una piacevole sensazione di desiderio sessuale.
Poi, sapere che da un momento all�altro, il custode poteva girarsi verso di noi, mi faceva ancora di pi� osare facilitando Marco nel suo tentativo. Marco spost� pi� in basso la mano per alzare un lembo di tunica, forse aveva letto nei miei pensieri. Il custode proprio in quel momento si gir�, sempre continuando a parlare ci guid� verso una piccola porta in fondo al corridoio.
Capitolo: VI
Marco mi fece un sorriso un poco ebete di dispiacere ma allo stesso tempo con una vena di allegria per non essere stato scoperto, come un bambino, con la mano nella �marmellata�. La porticina era l�ingresso privato del feudatario alla torre. Una lunga scala a chiocciola, sempre con gradini di sasso a sbalzo, conduceva nel giro di circa otto metri di altezza, alla sommit� della torre.
Una serie di anelli di ferro, lasciavano passare al loro interno, una robusta �cima� che serviva come corrimano per chi saliva e scendeva. Il custode si raccomand� di fare molta attenzione durante la salita e, ancora di pi�, mentre si scendeva. Non vi erano pericoli, ma anche una piccola sbadataggine poteva sempre portare ad un incidente. L�incidente infatti era gi� avvenuto una quindicina d�anni prima. Proprio per questo l�EPT aveva introdotto l�uso del corrimano per non impedire la visita alla torre.
Il custode non sarebbe salito, ci avrebbe aspettato in fondo al corridoio dove da una finestra riusciva a vedere la sommit� della torre. Eventualmente poteva anche rispondere a nostre curiose domande. La salita era abbastanza faticosa, gli scalini erano stretti, era tutto un �girare intorno� nella penombra della torre, si aveva la sensazione di restare sempre fermi nel solito posto.
A Marco non era passato il desiderio di toccarmi, adesso nemmeno dopo un solo minuto di salita, aveva ripreso a frugarmi fra le cosce. Questa volta in modo diretto, senza preamboli, andando direttamente alla fonte del mio piacere e del suo. La mano destra, a taglio, si era insinuata fra le cosce, il movimento delle gambe a salire, automaticamente, creavano una piacevole frizione sulla fica premuta contro il dorso dell�indice di Marco.
Salivamo in silenzio, senza dire nulla, solo il rumore del calpestio sugli scalini di pietra, lo strusciare degli abiti sulla parete, il respiro sempre pi� affannato. La mano di Marco mi artigli� l�interno coscia sinistro, mi ferm�, mi costrinse a girare su me stessa. Mi ritrovai la sua bocca stampata sulla mia, la sua lingua sopra la mia, il suo braccio sinistro che teneva premuta la nuca contro la sua bocca.
Un bacio in apnea a lungo desiderato, in un momento di carenza di ossigeno, solo il naso lasciava passare quel poco d�aria sufficiente e necessaria per farci respirare. Le sue dita si erano intrufolate completamente fra i peli della fica bagnati ed appiccicosi. Frugavano nel solco che va dal clitoride all�ingresso della vagina.
Risalivano poi dal solco formato dalle piccole e grandi labbra per entrambi i lati. Non avevo pi� una parte di fica asciutta, era tutta esageratamente bagnata. Era piacevole sentire le dita giocare con le labbra della fica sotto le mutandine, con tutti i peli che si arricciavano e che non volevano rendere libera la loro fica al tatto.
Eravamo in una posizione scomoda, ero piegata in basso attaccata alle sue labbra e con le dita che oltre a darmi piacere, contribuivano anche a sostenermi. Per non scoppiare per la poca ossigenazione ai polmoni, mi sono staccata dalla bocca di Marco. Un respiro profondo, uno scarto improvviso, poi una corsa a salire, una corsa �a chiocciola� che mi frastornava sempre pi� man mano che vedevo aumentare la luce in alto e quindi avvicinarsi la meta.
Marco, facendo l�offeso, cercava di raggiungermi gridando dietro delle banali oscenit�. �Fatti prendere, se ti prendo giuro che ti sodomizzo qui in piedi dentro la torre�. Lo diceva ma sapeva bene che non avrebbe potuto mantenere la promessa, il nostro era solo un gioco piacevole che portava solo all�aumento della nostra eccitazione.
Capitolo: VII
In un posto simile e con poco tempo a disposizione ben difficilmente avremmo potuto esaudire la nostra voglia di fare sesso. Scappavo su in alto, cercavo di allontanarmi dalle sue mani per non farmi coinvolgere in una situazione che da un momento all�altro non sarei pi� stata in grado di gestire con lucidit�. Fantasma o non fantasma dovevo controllare le mie reazioni e, soprattutto, le sue.
Ero giunta alla sommit� della torre, i raggi del sole penetravano con forza in quel piccolo vano attraverso le bifore e disegnavano due grossi coni di luce. Uno di questi era proiettato sul mio viso. La luce abbagliante del sole mi costrinse a ripararmi gli occhi con la mano �a visiera�: gli occhi dovevano adattarsi alla nuova condizione di luce. Marco mi raggiunse e, anzich� guardare dalla parte del sole per non rimanere abbagliato, si gir� su stesso mi abbracci� e si mise ad osservare la volta della torre.
Era una volta � a vela�, formata da quattro spicchi di cubetti di granito incastrati uno contro l�altro. Sopra la volta c�era una specie di cupola a cono tronca sormontata da uno stemma, lo stemma del feudatario, che fungeva anche da banderuola. La si sentiva ruotare ogni volta che una leggero alito di vento aumentava d�intensit�. La ruggine del tempo e la non perfetta oliatura dell�ingranaggio su cui era alloggiata creavano un suono che ricordava un poco il canto delle cicale.
Le cicale c�erano davvero, ma non sulla torre, si sentiva il loro canto salire dal fondo della valle sottostante. Almeno un paio di cicale stavano anche su un grosso albero di noce secolare che era cresciuto alla base esterna della torre. Lo spettacolo della valle sottostante con il fiume che l�attraversava ed il monte Gerondo a sorvegliare era una immagine che meritava di essere osservata ed anche fotografata.
Il fiume, maestoso, spuntava dal lato sinistro del monte, come un lunghissimo serpente si snodava lungo la valle formando una infinit� di anse quasi che non avesse fretta di gettarsi nel Po o in qualche suo affluente. Non aveva fretta il fiume, il suo cammino sinuoso era d�aiuto ai contadini per irrigare i terreni circostanti.
La sommit� della torre era un buon punto di osservazione, un giro completo di 360 gradi faceva spaziare la vista incontro ad un panorama affascinante ed allo stesso tempo superbo. Il senso di pace e di tranquillit� sovrastava comunque su tutti gli altri sentimenti. Alla nostra sinistra, sporgendoci da una bifora, potevamo vedere il custode gi� da basso, seduto tranquillamente all�ombra. �Da che parte si � gettato il feudatario?�.
La domanda fatta a voce alta accompagnata da un segno di saluto della mano lo distolse dai suoi pensieri. �Dietro di voi, proprio dietro di voi, alle vostre spalle.� Il punto era quello che gi� avevamo osservato, quello dell�albero di noce. Effettivamente era il punto di alto della torre, almeno 30-35 metri lo separavano dal terreno sottostante. Il povero feudatario si era gettato da un lato della torre che gli assicurava, senza ombra di dubbio, la morte sicura.
Mi ero esposta a guardare meglio la parte sottostante, mi ero praticamente sdraiata in avanti attraverso la scanalatura della bifora, solo la testa, e neanche tanto, sporgeva fuori dalla torre. Marco, vedendomi bloccata in quella posizione oltremodo provocante, ancora eccitato per quanto accaduto lungo la salita della scala, mi cinse i fianchi con le mani. �Stai ferma, non ti muovere per nessuna ragione�. La sua voce era calma, tranquilla, sicura, pacata.
Capitolo: VIII
Lentamente mi alz� la tunica, la port� fin sulla schiena, mi infil� ancora una mano fra le cosce costringendomi ad allargarle. Dovrebbe essere stato un bello spettacolo quello che gli si presentava davanti agli occhi. Il mio culo � molto bello, due rotondit� quasi perfette che sembrano sfidare le leggi di gravit� tanto riescono a restare perfettamente sollevate ed aderenti al bacino.
Infatti Marco non si fece attendere troppo, spost� delicatamente la stoffa delle mutandine sul lato sinistro avendo cura di lasciare in bella mostra la fica. Vista cos� da dietro, in quella posizione sembrava veramente una grossa albicocca pallida e profumata con le due grandi labbra racchiuse a formare la fossetta tipica dell�albicocca. Solo i peli stonavano un poco, sembrava quasi che bastasse un tocco leggero della mano per spazzarli via dalla superficie e renderla cos� liscia e vellutata.
Invece i peli erano ancora arricciati e la nascondevano in parte alla vista, era ancora bagnata, il suo succo di albicocca riluceva fra i peli ed all�interno delle cosce. La luce del sole la metteva in risalto e la faceva desiderare oltre ogni limite. Marco si inginocchi�, premette i pollici sull�interno cosce come per sostenersi ed incoll� la bocca intorno all�albicocca. Voleva mangiarla, cominci� a succhiarla con forza mentre con la lingua cercava di crearsi un varco fra quelle dolci e succulenti labbra.
La penetr� con impeto, la mordicchi� in modo scomposto senza curarsi di farle male, afferr� le piccole labbra con i denti e le risucchi� dentro il suo cavo orale. La lingua solletic� il clitoride ottenendo come reazione una spinta del bacino verso la sua faccia. Anna adesso faceva ondeggiare il bacino, strofinava la fica con forza sulla faccia di Marco come se volesse lavarla col succo del suo sesso.
Stavano raggiungendo entrambi un�eccitazione parossistica, non potevano gridare ma ne avevano voglia, tanta voglia. �Senta, ma la pianta di noce da quanti secoli � li?� domandava Anna al custode gi� da basso cercando di non alterare troppo la voce. �Saranno un paio di secoli, dicono che � nato nel punto esatto dove � battuto cadendo il corpo del feudatario.� Mentre si svolgeva questo colloquio irreale fra Anna ed il custode, Marco si alz� in piedi, abbass� la cerniera dei pantaloni, tir� fuori dai boxer il cazzo che stava dritto come un soldato sull�attenti.
Lo pieg� in orizzontale, aiutandosi con entrambe le mani, lo punt� all�ingresso della vagina e con lentezza calcolata entr� dentro la fica. Pi� che entrare scivol� come rapito da un ambiente reso oltremodo scivoloso e caldo. Man mano che avanzava nella sua lenta corsa verso l�ignoto veniva risucchiato dalle pareti della vagina che, stringendosi, creavano un�azione di risucchio. Le nervature del cazzo si scontravano con la rugosit� delle pareti della vagina e creavano in Marco uno stato di piacere che desiderava mantenere il pi� a lungo possibile.
Anna ansimava in modo scomposto e cercava con movimenti ondulatori del bacino di assecondare l�andare ed il venire del cazzo dentro di se. �Te lo immagini cosa avr� pensato Giacomo quando ha visto Ilderardo sfondare da dietro la sua sposa Imelda?� disse ansimando Marco. �Avrebbe fatto meglio ad osservare e magari spararsi una sega,� rispose Anna ridendo. �Toccami anche il clitoride ti prego, voglio godere subito, non possiamo aspettare troppo.�
Anna adesso si agitava sempre pi� sotto le spinte sempre pi� forti e profonde del cazzo di Marco. Ad ogni spinta si sentivano i testicoli sbattere sulla fica di Anna che letteralmente colava umori dalle cosce. Da sotto il custode stava raccontando, a voce alta, che il feudatario si era gettato proprio dalla bifora dove Anna stava semisdraiata. Marco, con le mani sui glutei della donna, aveva aumentato le spinte e la velocit�, capiva che la sua donna stava per venire.
Lo capiva anche dal rigonfiamento improvviso del clitoride che stava ormai accarezzando da svariati minuti. Anna non capiva pi� nulla, non udiva pi� nemmeno la voce del custode che le stava parlando, era sperduta in un altro mondo, un altro mondo tutto ovattato, con grandissimi campi di margherite di tutti i colori, con piante di pesco in fiore, con uccellini colorati che volavano da un ramo all�altro cinguettando allegramente.
Capitolo: IX
Stava godendo, godendo estasiata, non aveva nemmeno la forza di sussurrarlo a Marco tanto grande ed intenso era il piacere che stava provando. Un tonfo sordo, un distacco improvviso del cazzo dalla sua fica, un rumore di un corpo che cade, la risvegliarono dal torpore. Si lev� da quella posizione mezza sdraiata, si gir�, si appoggi� alla colonna della bifora e vide disteso per terra il corpo di Marco. Un corpo morto, con gli occhi chiusi, supino come se stesso dormendo, col cazzo rigido che, come un�asta di bandiera, gli usciva dai pantaloni.
La scena era anche buffa da vedersi, ma tanta era la paura che la invase. Non capiva cosa potesse essere accaduto, forse un malore improvviso, forse un momentaneo afflusso di sangue allo stomaco aveva causato lo svenimento di Marco. La stava scopando davvero con foga e con molto impeto, poteva benissimo essere svenuto, anche il caldo umido della giornata poteva avere contribuito a tutto questo.
Marco non rinveniva sebbene lei cercasse con leggeri schiaffi di scuoterlo, sebbene cercasse di fargli prendere aria, sebbene cercasse di applicargli anche una rudimentale respirazione bocca a bocca. Sentiva per� che il cuore batteva, piano ma batteva come pure sentiva le pulsazioni sulla carotide che portava il sangue al cervello. �Aiuto, aiuto!!! Custode, venga su con un po d�acqua fresca, Marco � svenuto e non si riprende. Faccia qualcosa per l�amore di Dio. Mi aiuti, mi aiuti.�
La richiesta di aiuto era gridata, quasi urlata. Il custode imprecando, e anche bestemmiando, fu costretto, anche se con molta calma, a sobbarcarsi la salita verso la sommit� della torre. Non l�aveva voluta fare in precedenza ed adesso suo malgrado ne era costretto. Marco era sempre sdraiato per terra, incosciente e sempre col cazzo duro in bella vista. Anna ripose con un certo imbarazzo il cazzo al suo posto e richiuse la cerniera dei pantaloni.
Sentiva che il custode stava salendo su per la scala a chiocciola, sbuffando come un mantice ed imprecando come �camallo� (scaricatore di porto�). Si sedette con la schiena appoggiata al muro tenendo la testa di Marco sollevata ed appoggiata al suo grembo. Una mamma che teneva in braccio il suo bambino addormentato, questo fu quello che vide il custode appena emerse dal buio della scala. Subito gli rinfrescarono il viso ed il collo versando un poco d�acqua fresca frizzante.
L�acqua fresca fece l�effetto sperato, Marco apr� lentamente gli occhi, si guard� intorno e chiese dove fosse. Soprattutto chiese cosa gli fosse accaduto, non ricordava nulla, una gomma psicologica aveva cancellato dalla sua mente gli ultimi ricordi, gli ultimi istanti prima che piombasse a terra svenuto. Ma cosa lo aveva allora fatto svenire? Che cosa aveva causato quella specie di morte apparente senza lasciare una traccia visibile e plausibile?
Marco lamentava un forte dolore alla spalla sinistra all�altezza del collo, sentiva il braccio come paralizzato. Un grosso bernoccolo si era formato sempre sulla parte sinistra della nuca, un bernoccolo insanguinato. Cerc� di tirarsi su, di appoggiarsi al muro per provare a rifiatare, per fare arrivare sangue al cervello affinch� ricominciasse a funzionare in modo accettabile. Una pietra di forma quadrata o meglio un cubo di granito lavorato in modo grezzo spunt� da sotto le gambe di Marco.
Quando erano saliti sulla torre non c�era, da dove poteva essere arrivato? Chi lo aveva messo li? Chi lo aveva lanciato? Da dove effettivamente veniva? Il custode incominci� a guardare tutto intorno, alz� gli occhi al soffitto e indicando la volta a vela. �Ecco da dove arriva il cubetto di granito, si � staccato dalla volta a vela.� C�era un vuoto sul soffitto, un vuoto dovuto alla mancanza di un cubetto di granito, un cubetto di granito che era piombato sulla spalla di Marco mancando la testa per una questione di pochi millimetri.
Capitolo: X
L�ultima spinta in avanti del cazzo di Marco nel momento che stava per godere lo aveva miracolosamente salvato da un sicuro sfondamento del cranio. Il custode sempre pi� sorpreso fisso con intensit� i due amanti, prima uno e poi l�altro. Li scrutava con interesse quasi morboso, cercava di cogliere nei loro atteggiamenti, nelle loro espressioni, nelle parole di affetto che adesso si stavano scambiando, un segno anche piccolo che avvalorasse l�idea che gli stava nascendo per la testa.
Un�idea balzana, un�idea che aveva bisogno di un supporto oggettivo anche per essere solo formulata. Un delicato profumo raggiunse le sue narici, un profumo che pi� volte nella sua vita aveva colto in particolari momenti, un profumo che quasi sempre nasceva da una piacevole situazione di eccitazione. Era il profumo degli umori della donna, che ancora caldi ed impregnati nelle mutandine tendevano, aiutati anche dal caldo, a salire verso l�alto.
Il suo naso aveva colto questo profumo di sesso e adesso poteva finalmente fare la domanda di cui gi� conosceva la risposta. �Voi due non me la raccontate giusta, il cubetto di granito non pu� essersi staccato da solo. Stava li da secoli insieme a tutti gli altri, nemmeno i pi� recenti e passati terremoti lo hanno mai spostato di un solo millimetro. Solo un fantasma disperato pu� averlo fatto staccare. E se lo ha fatto � perch� voi in qualche modo lo avete irretito ed irritato con il vostro comportamento. Non � che vi eravate messi, in tutta tranquillit�, a farvi una sveltina alla pecorina?�