l'altra faccia dell'occidente

Il rifiuto e l'arroccamento di parte del mondo musulmano ha le sue radici nell'incapacità di cognizione del dolore dell'occidente, la sua peggior colpa. Perché troppo spesso quel che a noi dà libertà e democrazia altrove genera miseria e schiavitù. Basterà a stemperare l'odio la difficilissima soluzione della questione mediorientale?

CARLA RAVAIOLI



Tutti scoprono ora il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio stato. Da bin Laden, che pare non se ne sia mai preoccupato prima, a Bush, a Blair, a Berlusconi. E tutti sembrano convinti che questa sia la strada per porre fine al terrorismo. Ma davvero questa può essere la soluzione?

Indubbiamente il conflitto Palestina-Israele è il punto più rovente del convulso panorama islamico, e ne è anche in qualche modo l'emblema. Non a caso è stata proprio la guerra dei sei giorni, con la sconfitta di Nasser e del panarabismo, a creare i presupposti per la radicalizzazione dei fondamentalismi islamici e per la loro deformazione nella metastasi terroristica. Ma di fronte al moltiplicarsi di manifestazioni antiamericane, con milioni di giovani inneggianti a Bin Laden in Pakistan, Iraq, Egitto, Bangladesh, Filippine, India, Malesia, Indonesia, Sudan, appare evidente che se dare uno stato ai palestinesi è un improrogabile dovere del mondo, difficilmente può portare alla fine di un terrorismo endemicamente diffuso in tutta la "nazione musulmana". Quanto si preoccupa della Palestina un dimostrante di Manila o Giacarta? In realtà i problemi sono molti e diversi, ancorché tutti segnati da un comune sentire antiamericano.

Le ragioni dell'odio, non soltanto dei musulmani, contro l'America sono state oggetto di ampia analisi dopo il massacro delle torri gemelle, provocando qualche inatteso "mea culpa". Giornali di indubbia fede "occidentale", come il Los Angeles Times, il Corriere della Sera, The Nation, il Sole-24 Ore, le hanno con più o meno evidenza indicate, quasi con le stesse parole usate da Bin Laden, nella politica estera degli Stati Uniti, oltre che nelle antiche pulsioni antioccidentali seminate dal colonialismo. E hanno elencato il Vietnam, la Guerra del Golfo, gli embarghi all'Iraq e a Cuba, le circa 800 installazioni militari in tutto il mondo, il sostegno a governi corrotti e tirannici, le tresche in difesa dei propri interessi economici con gli stessi fontamentalismi ora criminalizzati e perfino con il "genio del male" bin Laden. Anche personaggi insospettabili (Mario Monti per fare un esempio) si sono indotti a riflettere sulle crescenti disuguaglianze tra i viventi, e addirittura a esprimere dubbi sulla bontà della globalizzazione e sul "culto acritico del mercato". Mentre l'Economist arrivava a domandarsi come un qualsiasi no global: chi ha eletto il Wto?

Resta tuttavia una domanda alla quale sfruttamenti, iniquità, fame, mostruose miserie, non bastano a dare risposta. Perché la rivolta contro questa realtà e i suoi responsabili si esprime come fanatismo religioso, dogmatismo coranico, rigorismo puritano, il più cupo patriarcato tribale, l'intolleranza culturale ed etnica, il richiamo alla guerra santa? Perché insomma nascono i fondamentalismi islamici, culla del terrorismo, che all'Occidente della democrazia e dei Diritti dell'uomo offrono facile gioco non solo per una critica motivata ma anche per la più becera denigrazione tipo Berlusconi e Fallaci?

Forse la ragione del fenomeno va cercata nella storia dei movimenti islamisti, di cui Massimo Campanini ha recentemente proposto una sintesi sul manifesto. Dalla quale emerge come - certo in forme molto diverse in rapporto alle diverse situazioni locali - sia il rifiuto della modernità occidentale la costante che determina o accompagna il sorgere dei fondamentalismi; cioè il rifiuto di una dimensione ideologica e esistenziale che non solo rappresenta una rottura con il messaggio etico dell'Islam, ma che, a differenza di quel che accade nel mondo industrializzato, nei paesi musulmani si pone in stridente contrasto con le condizioni socioeconomiche. Insomma il processo di secolarizzazione che in Occidente va di pari passo con l'evoluzione culturale e sociale, e ne è in qualche modo il prodotto, in Oriente giunge viceversa come un'ideologia importata, che si sovrappone a una realtà antropologica del tutto difforme, mettendone a rischio l'identità.

Il ritorno al passato, per popoli che sono stati protagonisti di un'altissima civiltà come quella islamica, si propone come naturale difesa dall'aggressività della cultura straniera, per il ritrovamento e la riaffermazione di una identità propria. Ma, come quasi sempre accade, ritorno al passato non significa valorizzazione dei suoi contenuti più alti, ma ripresa di moduli e istanze non importa se buoni o cattivi purché altri dal modello che si rifiuta, finendo spesso per selezionarne e idealizzarne il peggio. Si produce così in vaste regioni dell'Islam un drastico separatismo culturale (la rivoluzione komeinista è l'esempio più tipico) che comporta da un lato l'esecrazione senza appello dell'Occidente - e dunque il rifiuto anche di tutto il positivo che Occidente significa - dall'altro la rimessa in opera della più bigotta tradizione coranica, che non solo recupera antiche norme senza confrontarle con la realtà contemporanea, ma le radicalizza, le estremizza e le immiserisce nella tetra schematicità di un'operazione strumentale. Ne è manifestazione vistosa e drammatica il ritorno a una terrificante misoginia, tanto più feroce quanto più ritenuta a rischio di contaminazione con le libertà occidentali, della quale l'Afganistan dei Talebani è la realizzazione più perfetta. (E anche di questo abominio tutti sembrano accorgersi solo adesso, di fronte a un Afganistan colpevole di ospitare il "nemico").

Fatti come questi, sia nell'assurdità di costumi e riti ripescati dal medioevo, sia nella ferocia vendicativa del gesto terroristico, parlano di identità smarrite che solo nell'affidamento al dogma religioso, o magari nel suicidio cercato insieme all'omicidio di massa, vedono il modo di dare signifcato a vite altrimenti inutili. Fatti che in realtà, se si prescinde per un momento dalla terribilità del parossismo terroristico, parlano di ciò che accade nell'intero Sud del pianeta. In qualche modo il mondo islamico funge da rivelatore dell'aspetto forse più distruttivo della globalizzazione, cioè dell'imposizione del modello occidentale, non solo con la sua struttura socioeconomica, e con lo sfruttamento del lavoro e della natura che ne è condizione, ma con la sua cultura, le sue regole, il suo stesso impianto concettuale ed etico. Con la cancellazione dei modi di produzione tradizionali, l'introduzione forzosa dei propri consumi simbolo dalla Coca Cola ai jeans agli hamburger, lo stravolgimento di ogni realtà sociale incontrata, il suo assoggettamento al mercato, la sua conversione al dozzinale ottimismo consumistico delle promesse pubblicitarie.

E' vero, accanto a esistenze che si sentono invase colonizzate sopraffatte, che fuggono nel passato o nella morte, incapaci di omologarsi ai modi vita occidentali, c'è una quota tutt'altro che trascurabile di persone che a questi modi non si sottraggono si arrendono al potere di seduzione della ricchezza sapientemente coltivato dall'impero massmediatico, e obbedienti si impegnano nella tecnologia, nel mercato, nella finanza, si buttano nella corsa a perdifiato per la conquista del successo, nella sfida della competitività giocata allo spasimo in assenza di ogni regola, senza limiti né rimorsi. E alcuni ce la fanno. Alcuni. Ma proprio di fronte alle sfacciate fortune di questi pochi, che si associano agli emissari dell' Occidente nello sfruttamento di tutti gli altri e delle risorse spesso ingentissime della loro terra, cresce la frustrazione e si innesca la peggiore forma di rivolta, l'invidia del padrone.

"Colpendo i simboli della ricchezza economica e dell'apparato tecnico-militare, i terroristi hanno messo in evidenza quali sono i veri fondamenti dei nostri valori" scriveva su Repubblica Umberto Galimberti in uno dei più acuti commenti ai fatti dell'11 settembre. E sottolineando come di questo si tratti, non di una guerra di religione o di civiltà, continuava: "Le pratiche economiche che consentono a noi libertà e democrazia sono le stesse che altrove generano se non fame malattia e morte, certo schiavitù e ribellione".

All'insistita domanda degli americani "Perché ci odiano tanto?", qualcuno proprio dall'America ha risposto: "Perché non abbiamo alcuna idea delle ragioni del loro odio". Forse è così. Forse in questa incapacità di cognizione del dolore altrui, nella "naturale" convinzione della propria superiorità, nell'"ovvia" pretesa di prescrivere a tutti la sua visione del mondo come un manufatto obbediente alle "leggi" del mercato, sta la colpa peggiore dell'Occidente.



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