GORE VIDAL: "I veleni dell'America"

La perdita della libertà in nome della sicurezza nazionale con i media che
demonizzano chi si oppone alla guerra in Afghanistan. Ma i bombardamenti su
Kabul sono solo l'ultimo episodio di una "guerra perpetua per una pace
perpetua" condotta dagli Stati uniti in giro per il mondo. Mentre la nuova
legge contro il terrorismo approvata in fretta e in furia dal Congresso fa
carta straccia della carta dei diritti che è alla base della costituzione
americana. Lo sostiene Gore Vidal in un saggio che è stato rifiutato dalla
stampa americana e che ora viene pubblicato nel volume "La fine della
libertà". Una intervista con lo scrittore americano
BENEDETTO VECCHI

E' accaduto nella terra della libertà, cioè negli Stati uniti. Si tratta del
rifiuto della stampa di pubblicare le riflessioni di uno scrittore affermato
sull'attacco contro le Twin Towers. Un'analisi certo controcorrente la sua,
ma che neanche The Nation, la rivista liberal a cui collabora da anni, ha
pubblicato. Lo scrittore è Gore Vidal, da sempre un intellettuale scomodo.
Ora quel saggio è pubblicato da Fazi nel volume La fine della libertà (pp.
120, L. . 25.000, trad. di Laura Pugno). Oltre a questo scritto, il libro -
che sarà presentato oggi a Roma, alle ore 18, alla Casa delle Letterature di
Piazza dell'Orologio 3, all'interno della rassegna "Classici di domani" -
raccoglie gli articoli che Vidal ha dedicato alla vicenda di Oklahoma City,
cioè all'attentato al palazzo del governo federale dove morirono centinaia
di persone e al successivo processo contro il presunto responsabile, Timothy
McVeigh.
Per Gore Vidal, gli Stati uniti corrono il rischio di una involuzione
autoritaria che può condurre, se non contrastata efficacemente, a un nuovo
totalitarismo. Non a caso, il saggio "incriminato" sottolinea che la
limitazione delle libertà individuali è stata la prima conseguenza
dell'attentato alle Twin Towers. La nuova legislazione antiterrorismo,
sostiene Vidal, è l'anticamera dello stato di polizia e fa carta straccia
del Bill of Right, cioè quella carta dei diritti che è alla base della
costituzione americana. Ma George W. Bush ha trovata la strada già spianata
da un'altra legge, voluta questa volta dal suo precedessore Bill Clinton
che, subito dopo l'attentato di Oklahoma City, spiegò agli americani che la
sicurezza nazionale valeva bene il sacrificio di un po' di libertà
personale. Per queste ragioni, lo scrittore americano ha voluto che i saggi
fossero raccolti in un unico volume. "Gli Stati uniti non si chiedono mai il
perché accadono alcune cose. Perché c'è stata la bomba di Oklahoma City?
Perché bin Laden ci ha attaccato, dopo che è stato al nostro servizio?
Domande che richiedono risposte, perché la libertà si misura anche sulla
capacità di comprendere, per quanto amaro possa essere, che gli Usa sono
odiati per quello che hanno fatto nel mondo". Inizia così l'intervista con
Gore Vidal.Il suo saggio si chiude con un lungo elenco delle imprese
militari americane nel mondo, quasi a suggellare ciò che lei sostiene, cioè
che la guerra appena iniziata si possa considerare come il prologo di "una
guerra perpetua per una pace perpetua". Quali pensa possano essere gli
sviluppi della guerra in atto?

Il presidente Bush lo ha detto fin dall'inizio che questa sarà una lunga
guerra. E lo ha detto con molta gioia, perché tutto il denaro che verrà
speso dagli Stati uniti andrà nelle tasche dei suoi amici. Tutti i
presidenti statunitensi esprimono gli interessi di alcuni gruppi economici o
sociali. Bush è stato eletto con il sostegno dei petrolieri e del complesso
militare-industriale. Una guerra contro un miliardo di musulmani è una vera
manna per i loro affari. Mi sembra che la spiegazione di questa lunga guerra
sia da ricercare in questa meravigliosa opportunità di guadagno per
l'industria delle armi e del petrolio. Quello che colpisce è però
l'atteggiamento dei media americani. Il New York Times, ad esempio, sembra
la Pravda prima di Gorbaciov, mentre i network televisivi hanno una visione
del mondo limitata, semplicistica che esprime un solo punto di vista, quello
dominante. Allo stesso tempo hanno accumulato una sofisticata capacità di
demonizzare le persone o le nazioni considerate, di volta in volta,
"ostili". Cosa può fare uno scrittore in questa situazione? In questo libro
mi domando e cerco di dare una risposta al perché Osama bin Laden ci
attacca.
Per Bush ci attacca perché è cattivo, mentre noi siamo i buoni, e perché ci
invidia la libertà che abbiamo... una spiegazione stravagante, visto che
negli Usa non c'è la libertà di eleggere il presidente che vogliamo. Mio
cugino, il democratico Al Gore, ha avuto mezzo milione di voti in più del
suo rivale, ma a causa di uno strano balletto inscenato dalla Corte Suprema,
alla fine la poltrona presidenziale è andata a chi ha preso meno voti.
Faccio un altro esempio del degrado dei media americani. Per loro Timothy
McVeigh avrebbe messo la bomba ad Oklahoma City perché era un perdente. La
mia esperienza dice altro. Dalla prigione McVeigh ha cominciato a scrivermi.
Mi sono ritrovato a leggere lettere di un uomo molto più intelligente di chi
ha scritto sulla sua vita. Egli rappresenta 7 milioni di americani che si
autodefiniscono "patrioti". Nei miei articoli e saggi su di lui ho teso a
sottolineare alcuni aspetti di quella vicenda e di cercare le risposte al
perché un americano poteva considerare giusto mettere una bomba e fare
centinaia di morti. Martedì sera ho sentito Giuliano Ferrara affermare in
una trasmissione televisiva che io difendevo Timothy Mc Veigh perché lo
ammiravo. Non è ovviamente così. In realtà, penso che uno scrittore debba
cercare le risposte al perché accadono alcune cose, qualunque esse siano, si
tratti di Osama bin Laden o dell'attentato di Oklahoma City. Per me, McVeigh
non era un pazzo o un demone. Affermare questo non significa condividere ciò
che ha fatto. Al contrario. Ho solo cercato di capire le motivazioni che
erano dietro a quell'attentato.
Per ritornare alla sua domanda, non so prevedere gli sviluppi di questa
guerra, ma sono convinto dei risultati che produrrà: crescerà l'odio verso
gli Usa tra i musulmani e sempre più americani proverarrno ostilità nei
confronti del proprio governo.

Secondo lei una delle prime vittime dell'11 settembre è la libertà in
America?

Non solo negli Stati uniti. In un mio articolo pubblicato da un giornale
italiano (La Repubblica del 16 novembre) non viene riportato il lungo elenco
delle guerre in cui attualemente sono impegnate truppe americane. Forse ne
erano spaventati. Ma quello che non era presente era il punto centrale del
mio ragionamente, cioè i motivi che hanno spinto bin Laden ad attaccarci,
sempre se è stato lui. Se avessi saputo che stavano dimenticando queste cose
non avrei approvato la pubblicazione del pezzo.

Nel suo libro lei sottolinea più volte l'involuzione autoritaria degli Usa.
Ci sono controspinte a questa deriva?

Come dice una delle leggi fondamentali della fisica: a ogni azione
corrisponde una reazione. Per questo mi concentro sulla domanda: perché
Osama ha fatto quell'azione? E' infatti insopportabile leggere sui giornali
che lo ha fatto perché è un uomo malvagio. Gli americani sono diventati un
popolo che ignora molte delle cose che accadono nel mondo, così come spesso
non sono a conoscenza delle azioni compiute nel pianeta dal governo degli
Stati uniti.

Eppure, molti analisti e commentatori europei, e quindi non solo americani,
affermano che tutta la nazione è raccolta attorno al presidente, che gode di
un consenso diffuso, mentre le voci critiche coinvolgono un'esigua
minoranza. Di una reazione di critica e di presa di distanza non c'è traccia
in queste analisi e commenti. Lei che ne pensa?

Quando inizia una guerra è normale che un popolo si stringa attorno al suo
presidente. Anche se si tratta di una guerra falsa come questa. E' un
riflesso pavloviano. Però è una situazione che non dura mai molto a lungo.
Se tra un anno saremo ancora in guerra e le casse del Tesoro saranno vuote,
le persone si riverseranno nelle strade per protestare. Per questo sostengo
che il governo sta compiendo un'azione suicida: sta facendo infatti di tutto
per distruggere se stesso.

Eppure questa è una guerra che vuol risportare ordine nel mondo. Inoltre,
c'è una recessione economica che oramai è difficile negare. La guerra può
essere un modo per rilanciare lo sviluppo economico. Qual è la sua opinione?

Mi sembra che chi sostiene questo consideri le persone che compongono
l'amministrazione Bush più intelligenti di quanto non siano in realtà.
Questa non è una guerra per la globalizzazione: è una guerra per dimostrare
chi è il numero 1 nel mondo. Osama bin Laden si è dimostrato un ottimo
psicologo. Il fatto che abbia buttato giù due "erezioni", ha fatto molto
arrabbiare chi si considerava il numero 1. Inoltre, l'attacco dell'11
settembre era alla vigilia di una recessione mondiale. Se mettiamo insieme i
due aspetti - mettere in dubbio la potenza americana e accelerare la crisi
economica - possiamo dire che l'azione di Osama è diabolica.
Bin Laden conosce molto bene il denaro, sa come si maneggia, conosce bene i
meccanismi economici e dinanziari a livello mondiale. La sua famiglia può
infatti essere equiparata ai Rockfeller. Questa conoscenza profonda
dell'economia mondiale lo ha portato a colpire nel momento giusto. Se poi ci
mettiamo questa folle guerra, potremmo dire che ha vinto lui.

Tuttavia questa è una guerra globale. Cambierà il corso della
globalizzazione. Lei sostiene che l'amministrazione Bush ha reagito solo
contro chi metteva in dubbio la sua leadership mondiale. Ma questa guerra
cambierà i rapporti di potere nel mondo. E' prevedibile che la leadership
statunitense ne uscirà rafforzata.

Si, sono d'accordo. Il mondo in cui viviamo è davvero globale. Ma la
globalizzazione che conosciamo è l'esatto contrario della giustizia sociale.
E allora mi domando: in un mondo dominato dalle grandi corporation che
aggirarano le leggi degli stati, come riuscire a fargli pagare le tasse? Il
movimento antiglobalizzazione ha tutta la mia simpatia, ma dobbiamo
constatare che i Grandi orami si riuniscono in posti dove non puoi
contestarli. Come far sentire la tua voce se si vedono in Congo o in un
bunker costruito sotto un fiume? L'unica soluzione che vedo è che gli
stati-nazione, almeno fino a quando esisteranno, tassino le imprese che
svolgono delle attività produttive sul proprio territorio. Se la Att fa
profitti negli Stati uniti va tassata negli Stati uniti. E' un'operazione
difficile lo so, ma mi sembra l'unica strada percorribile. Cinquanta anni
fa, metà delle entrate fiscali proveniva dalle tasse sui profitti delle
imprese. Oggi quella percentuale è scesa al 10%. L'amministrazione Bush vuol
addirittura cancellare questo 10% delle entrate fiscale. Quello che è certo,
quindi, è che questa guerra è finanziata con le tasse pagate dai singoli.

Nel libro lei parla diffusamente dei "patrioti", cioè delle milizie di
estrema destra negli Stati uniti. Spiega la loro diffusione con la scomparsa
della piccola proprietà terriera e la concentrazione del settore agricolo
nelle mani di quattro, cinque multinazionali.

Si, gran parte dei piccoli proprietari hanno perso le loro terre che sono
state riassorbite dalle grandi corporation dell'agro-buisness. McVeigh
veniva da una famiglia di piccoli agricoltori. Molti di loro, una volta
persa la terra, sono finiti nell'esercito. Per McVeigh è stato così. E'
entrato nell'esercito, diventando un soldato valoroso che nella guerra del
Golfo si è meritato alcune medaglie. Secondo un recente studio, 7 milioni di
persone fanno parte di queste milizie. Alcune fanno solo azioni di
propaganda, altre no e si sono armate fino ai denti. Non sono sicuramente un
partito, né rappresentano ancora un pericolo per la nazione americana. Ma
esprimono uno stato mentale molto diffuso negli Usa di ostilità nei
confronti del governo.

Eppure sono indicati come i probabili responsabile della diffusione
dell'antrace...

E' possibile. E' però interessante notare che i senatori che hanno ricevuto
l'antrace per posta erano la maggior parte dei liberal. E nessuno
conservatore.

Lei usa parole molto dure nei confronti dei democratici e di Clinton in
particolare.

A me piaceva il presidente Clinton appena insediato alla Casa Bianca. E' uno
scandalo che negli Stati uniti non ci sia un servizio sanitario nazionale.
Clinton lo voleva. Ci ha provato, ma si è trovato contro la dura opposizione
di tre potentati economici: l'associazione dei medici, le compagnie di
assicurazione e le imprese farmaceutiche. Da quel momento in poi, ogni
occasione è stata buona per attaccarlo. Clinton non ha avuto una attività
sessuale così intensa da distinguerlo da tanti altri presidenti. Soltanto
che contro di lui si è spesa una montagna di denaro per metterlo in
ginocchio e incriminarlo per la sua attività sessuale. Uso parole così dure
contro di lui perché, per sopravvivere a questi attacchi, ha, per
parafrasare Lenin, corso con i lupi e come loro ha ululato.




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