Dopo l'11 settembre da http://www.diorama.it

Radio B92/Belgrado - Perché, a suo giudizio, questi attacchi sono avvenuti?

Noam Chomsky - Per rispondere alla domanda dobbiamo prima di tutto
identificare coloro che hanno perpetrato i crimini. Si ipotizza in genere,
plausibilmente, che provengano dalla regione mediorientale, e che gli
attacchi probabilmente portino alla rete di Osama Bin Laden, un'
organizzazione estesa e complessa, senza dubbio ispirata da Bin Laden ma che
non necessariamente agisce sotto il suo controllo. Ipotizziamo che ciò sia
vero. Poi, per rispondere alla Sua domanda, una persona sensibile
cercherebbe di accertare i punti di vista di Bin Laden e i sentimenti dell'
ampia riserva di sostenitori che egli ha in tutta la regione. Su tutto ciò
abbiamo una notevole quantità di informazioni. Bin Laden è stato
intervistato a lungo, nel corso degli anni, da specialisti altamente
affidabili del Medio Oriente, e in particolare dal più eminente
corrispondente da quella zona, Robert Fisk dell'«Independent» di Londra, che
ha un'intima conoscenza dell'intera regione e un'esperienza diretta
accumulata nell'arco di decenni. Milionario dell'Arabia saudita, Bin Laden è
diventato un capo islamico militante nella guerra scatenata per cacciare i
russi dall'Afghanistan. Era uno dei molti fondamentalisti religiosi
estremisti reclutati, armati e finanziati dalla Cia e dai suoi alleati dei
servizi segreti pakistani per causare il massimo danno ai russi - molto
verosimilmente per ritardarne il ritiro, sospettano molti analisti -,
ancorché non sia chiaro, e del resto non particolarmente importante, se gli
sia personalmente capitato di entrare in contatto diretto con la Cia.

Non sorprendentemente, la Cia aveva una preferenza per i più fanatici e
crudeli combattenti che poteva mobilitare. Il risultato è stato quello di
«distruggere un regime moderato e crearne uno faatico, ad opera di gruppi
imprudentemente finanziati dagli americani», come ha scritto il
corrispondente del «London Times» Simon Jenkins, egli pure specialista della
regione). Questi "Afghani", come sono chiamati - sebbene molti, fra cui Bin
Laden, non siano originari dell'Afghanistan - stanno anche combattendo i
russi in Cecenia ed è possibilissimo che siano coinvolti nell'effettuazione
di attacchi terroristici a Mosca e in altre località situate in territorio
russo. Bin Laden e i suoi "afghani" si sono rivoltati contro gli Stati Uniti
nel 1990, quando questi ultimi hanno installato basi permanenti in Arabia
Saudita - atto che, da un certo punto di vista, appare analogo all'
occupazione russa dell'Afghanistan, ma di gran lunga più significativo a
causa dello status speciale dell'Arabia Saudita in qualità di guardiana dei
luoghi più sacri.

Bin Laden, inoltre, si contrappone aspramente ai regimi corrotti e
repressivi della regione, che considera "non islamici", incluso il regime
dell'Arabia Saudita, il regime fondamentalista islamico più estremo del
mondo a parte quello dei Talibani, stretto alleato degli Usa sin dalle
origini. Bin Laden disprezza gli Stati Uniti per il sostegno che offrono a
questi regimi. Come altri nella regione, è anche offeso dal sostegno che da
lungo tempo gli Usa offrono alla brutale occupazione militare israeliana,
ormai giunta al trentacinquesimo anno: per il decisivo intervento
diplomatico, militare ed economico di Washington a sostegno delle uccisioni,
del duro e distruttivo assedio che dura da molti anni, della quotidiana
umiliazione alla quale i palestinesi sono sottomessi, degli insediamenti in
espansione miranti a frammentare i territori occupati in cantoni simili ai
Bantustan e ad assumere il controllo delle risorse, della grossolana
violazione delle Convenzioni di Ginevra e di altre azioni che vengono
riconosciute come crimini in gran parte del mondo ma non dagli Usa, che ne
portano una responsabilità di prim'ordine. E, come altri, egli pone in
contrasto il sostegno a questi crimini al quale Washington si dedica con il
decennale assedio britannico-statunitense alla popolazione civile dell'Iraq,
che ha devastato la società e causato centinaia di migliaia di morti mentre
ha rafforzato Saddam Hussein - che è stato uno degli amici prediletti e
degli alleati degli Stati Uniti e della Gran Bretagna nel periodo in cui
commetteva le sue peggiori atrocità, incluso lo sterminio con i gas dei
Kurdi, come i popoli della regione ricordano bene, anche se gli occidentali
preferiscono dimenticare tali fatti.

Questi sentimenti sono assai largamente diffusi. Il «Wall Street Journal»
del 14 settembre ha pubblicato un sondaggio di opinione fra i ricchi e
privilegiati musulmani della regione del Golfo (banchieri, professionisti,
uomini d'affari con stretti legami con gli Usa). Molti di essi hanno
espresso lo stesso punto di vista: risentimento verso la politica
statunitense, accusata di avallare i crimini di Israele e di aver bloccato
per molti anni l'accordo internazionale su una soluzione diplomatica della
questione palestinese mentre la società civile irachena veniva devastata, di
appoggiare duri e repressivi regimi antidemocratici in tutta la regione e di
imporre barriere contro lo sviluppo economico "puntellando regimi
oppressivi". Fra la grande maggioranza delle persone che soffrono di una
profonda povertà ed oppressione, i sentimenti di questo genere sono di gran
lunga più aspri e costituiscono la fonte della furia e della disperazione
che hanno portato agli attentati suicidi, come capiscono facilmente tutti
coloro che sono interessati a tali fatti.

Gli Stati Uniti e gran parte dell'Occidente preferiscono sentirsi raccontare
una storia più confortante. Per citare l'analisi che fa opinione del «New
York Times» del 16 settembre, gli attentatori hanno agito spinti dall'«odio
per i valori prediletti in Occidente, come la libertà, la tolleranza, la
prosperità, il pluralismo religioso e il suffragio universale». Le azioni
statunitensi sono irrilevanti e perciò non c'è neanche bisogno di
menzionarle, secondo Serge Schmemann. Questa è un'immagine costruita secondo
convenienza, e un simile atteggiamento in genere è piuttosto usuale nella
storia intellettuale. Può capitare che appaia completamente in disaccordo
con tutto quel che sappiamo, ma ha il grande pregio dell'autoadulazione e
dell'acritico sostegno al potere.

È altresì ampiamente riconosciuto che Bin Laden e altri come lui si augurano
«un grande attacco agli stati musulmani» che spingerebbe «i fanatici a
riunirsi attorno alla sua causa» (Jenkins, e molti altri). Anche questo è un
dato usuale. Un ciclo crescente di violenze è tipicamente auspicato dagli
elementi più duri e brutali di entrambi i campi, fatto la cui evidenza è
stata dimostrata a sufficienza dalla storia recente dei Balcani, per citare
solo uno dei molti casi.

Quali conseguenze avranno gli attacchi sulla politica interna degli Usa e
sulla percezione che gli americani hanno di se stessi?


La politica degli Stati Uniti d'America è già stata ufficialmente
annunciata. Il mondo si vede offrire una "scelta secca": schieratevi con noi
o "mettetevi di fronte alla prospettiva certa di morte e distruzione". Il
Congresso ha autorizzato l'uso della forza contro ogni individuo o paese di
cui il Presidente stabilisca il coinvolgimento negli attacchi, una dottrina
che ognuno di coloro che la sostengono considera ultracriminale. Ciò può
essere facilmente dimostrato. Chiedete semplicemente a queste stesse persone
come avrebbero reagito se il Nicaragua avesse adottato tale dottrina dopo
che gli Usa avevano respinto l'ordine della Corte internazionale di cessare
il loro "uso illegale della forza" contro il Nicaragua ed avevano posto il
veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che richiamava tutti gli
stati al dovere di osservare la legge internazionale. E si noti che quegli
attacchi terroristici erano addirittura assai più duri e distruttivi di
quest'ultima atrocità.

Quanto al modo in cui questi argomenti vengono percepiti qui, la cosa è
molto più complessa. Bisogna tenere a mente che i mezzi d'informazione e le
élites intellettuali in genere hanno le proprie particolari agende. Inoltre,
la risposta a questa domanda è, in notevole misura, una questione di
decisione: come in molti altri casi, con sufficiente impegno ed energia, i
tentativi di stimolare il fanatismo, l'odio cieco e la soggezione all'
autorità possono essere sconfitti. Lo sappiamo tutti molto bene.

Si aspetta che gli Usa cambieranno profondamente la loro politica verso il
resto del mondo?


La risposta iniziale è stata una richiesta di intensificare le politiche che
hanno portato a quella furia e a quel risentimento che fornisce il
retroterra di sostegno agli attacchi terroristici e di proseguire con un'
intensità ancora crescente la messa in atto dei programmi degli elementi più
intransigenti dell'amministrazione: militarizzazione crecente,
reggimentazione dei controlli interni, attacco ai programmi sociali. Questo
è tutto quello che possiamo aspettarci. Di nuovo, gli attacchi terroristici
e il crescente ciclo di violenza che spesso essi generano tendono a
rafforzare l'autorità e il prestigio degli elementi più duri e repressivi di
una società. Ma non vi è niente di inevitabile nella sottomissione a questo
stato di cose.

Dopo il primo choc, è venuto il timore su quale sarebbe stata la risposta
degli Usa. Anche Lei la teme?

Ogni persona sana di mente dovrebbe avere paura della probabile reazione -
quella che è già stata annunciata, quella che probabilmente corrisponde agli
auspici di Bin Laden. È altamente probabile che verrà intensificato il ciclo
di violenza, nel modo abituale ma, in questo caso, su una scala molto più
ampia.

Gli Stati Uniti hanno già chiesto al Pakistan di porre termine alle
forniture di cibo e di altri generi che stanno quantomeno tenendo in vita
una certa parte dell'affamata e sofferente popolazione dell'Afghanistan. Se
questa richiesta verrà messa in atto, un numero non quatificabile di persone
che non hanno neppure la più remota connessione con il terrorismo morirà,
può darsi che la cifra arrivi a milioni. Me lo lasci ripetere: gli Usa hanno
chiesto che il Pakistan uccida forse milioni di persone che sono a loro
volta vittime dei Talebani. Questo non ha niente a che vedere neppure con la
vendetta. Si colloca ad un livello morale molto più basso. Il significativo
di un simile gesto è rafforzato dal fatto che viene menzionato di passaggio,
senza commenti, e probabilmente non verrà notato. Abbiamo molto da imparare
sul livello morale della cultura intellettuale che regna in Occidente dall'
osservazione delle reazioni a questa richiesta. Io penso che possiamo avere
una ragionevole fiducia nel fatto che, se la popolazione statunitense avesse
la benché minima idea di ciò che sta per essere compiuto in suoi nome, ne
sarebbe assolutamente sgomentata. Sarebbe istruttivo andare alla ricerca di
precedenti storici.

Se il Pakistan non accettasse questa e altre richieste statunitensi,
potrebbe essere immediatamente sottoposto ad attacchi - con imprevedibili
conseguenze. Se il Pakistan si assoggetta alla richieste degli Usa, non è
impossibile che il governo sia rovesciato da forze molto simile ai
Talebani - che, in questo caso, possiedono armi nucleari. Ciò potrebbe avere
un effetto nell'intera regione, inclusi gli stati produttori di petrolio. A
questo punto stiamo prendendo in considerazione la possibilità di una guerra
che può distruggere buona parte della società umana.

Anche senza giungere a una simile eventualità, è probabile che un attacco
agli afghani abbia quasi lo stesso effetto che molti analisti prevedono: l'
arruolamento di un alto numero di ulteriori seguaci nelle fila di Bin Laden,
come egli spera. Anche se egli sarà ucciso, la cosa non farà una grande
differenza. La sua voce verrà ascoltata incisa sulle cassette che vengono
distribuite in tutto il mondo islamico, ed è probabile che sarà riverito
come un martire, servendo da ispirazione ad altri. È opportuno ricordare che
un attentato suicida - un camion guidato all'interno di una base militare
statunitense - ha determinato il ritiro dal Libano della maggiore forza
militare del mondo vent'anni fa. Le opportunità per attacchi del genere sono
illimitate. E gli attacchi suicidi sono molto difficili da prevenire.

«Il mondo non sarà mai più lo stesso dopo l'11 settembre 2001». Lo pensa
anche Lei?


Gli orrendi attacchi terroristici di [quel] martedì sono qualcosa di
assolutamente nuovo nelle vicende mondiali, non nelle dimensioni o nel
carattere, ma nell'obiettivo. Per gli Usa, è la prima volta dalla guerra del
1812 che il territorio nazionale è stato sottoposto a un attacco, o anche
solo a una minaccia. Le loro colonie sono state attaccate, ma non il
territorio nazionale. Durante tutti questi anni gli Stati Uniti hanno
virtualmente sterminato la popolazione indigena, hanno conquistato la metà
del Messico, sono intervenuti violentemente nella zona circostante, hanno
conquistato le Hawaii e le Filippine (uccidendo centinaia di migliaia di
filippini) e, in particolare nello scorso mezzo secolo, hanno esteso il
ricorso alla forza a gran parte del mondo. Il numero di vittime prodotte è
colossale.

Per la prima volta, le armi sono state rivolte nell'altra direzione. Lo
stesso è vero, in termini ancora più drammatici, per l'Europa. L'Europa ha
sofferto sanguinose distruzioni, ma da guerre interne, nel mentre
conquistava gran parte del mondo con estrema brutalità. Non è stata
sottoposta ad attacchi da parte delle sue vittime esterne, con rare
eccezioni (l'Ira in Inghilterra, ad esempio). È naturale, perciò, che la
Nato debba raccogliere le proprie forze a sostegno degli Stati Uniti;
centinaia di anni di violenza imperiale hanno un enorme impatto sulla
cultura intellettuale e morale.

È corretto dire che questo è un avvenimento nuovo nella storia mondiale, non
a causa della dimensione dell'atrocità - purtroppo - ma a causa del
bersaglio. Come l'Occidente sceglierà di reagire è argomento di suprema
importanza. Se i ricchi e potenti scelgono di seguire le tradizioni
mantenute per centinaia di anni e di ricorrere a una violenza estrema, essi
contribuiranno all'intensificazione di un ciclo di violenza attivando una
dinamica ben nota, con consegueze a lungo termine che potrebbero essere
terrificanti. Ovviamente, ciò non è assolutamente inevitabile. Un'opinione
pubblica attiva e desta, all'interno delle società più libere e
democratiche, può dirigere le scelte politiche verso un corso molto più
umano ed onorevole.


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