FAQ Gli organismi geneticamente modificati



Cosa si intende per “organismo geneticamente modificato”?
Sono animali, piante o microrganismi il cui Dna è stato alterato in laboratorio. Parallelamente i cibi geneticamente modificati contengono ingredienti prodotti con questi organismi. Alle piante vengono, in genere, aggiunti anche più di un gene che la rendono in grado di resistere all’attacco di parassiti (avvelenandoli) o a un erbicida (generalmente quello prodotto dalla azienda che ha attuato il mutamento genetico) o ad alcuni funghi.

Quante specie vegetali sono state geneticamente modificate?
Molte, se si considera che solo 28 anni fa è stata realizzata in laboratorio la prima molecola di Dna ricombinante che ha aperto la strada all’ingegneria genetica. Mele, tabacco, pomodori, ciliegie, mais, soia, colza, fragole, sono ormai decine le piante modificate geneticamente già immesse sul mercato delle sementi o in avanzato stato di sperimentazione. Ma certo ce ne sarebbero ancora molte se si pensa all’enorme varietà di piante coltivate nel mondo.



Tutti gli organismi sono “geneticamente modificabili”?
Certo. Qualsiasi essere vivente possiede un Dna e quindi può, in linea teorica, essere modificato geneticamente.

Come possiamo riconoscere un cibo geneticamente modificato?
Esternamanete non ci sono differenze dai prodotti non modificati, però normativa entrata in vigore in Italia lo scorso aprile obbliga i produttori a riportare nelle etichette dei prodotti finiti la presenza di organismi geneticamente modificati.

In che modo le biotecnologie potrebbero migliorare la qualità della vita?
I sostenitori del biotech affermano che sarebbero tantissimi i benefici dalla manipolazione genetica degli organismi: primo fra tutti quelli di poter coltivare i campi anche nelle terre più aride, di avere raccolti molto maggiori in grado di svamare molta più gente e di poter eliminare l’uso di antiparassitari altamente tossici. Inoltre molte sono anche le promesse in campo farmacologico per le ottime possibilità che potrebbero offrire di creare farmaci più efficaci a costi inferiori.

Quali sono i rischi a cui ci esponiamo quando mangiamo un cibo geneticamente modificato?
Niente di certo. Gli oppositori del cibo transgenico sostengono che vi possono essere tre tipi di rischi. Che si trasmetta all’uomo la resistenza antibiotica della pianta geneticamente modificata. Che aumenti la presenza degli erbicidi sui raccolti, visto che con il nuovo Dna, possono sopportare anche delle dosi massicce di queste sostanze chimiche. Che si possano sviluppare allergie a proteine nuove, mai comparse prima in natura ma prodotte dalle combinazioni genetiche.

E i rischi per l’ambiente?
Anche qui, ci sono opinioni divergenti tra sostenitori e avversari, ma nessun elemento di certezza. Gli oppositori sostengono che il passaggio di geni tra piante modificate e autoctone del luogo di coltivazione può dar vita a erbe infestanti ultraresistenti. Inoltre viene alterato l’ecosistema e in particolare l’equilibrio tra le specie proprio perché potrebbero nascere delle piante mutanti che toglierebbero il posto a quelle ora esistenti. Si parla anche un rischio per la biodiversità, in quanto le poche specie modificate sarebbero preferite dai coltivatori e cancellerebbero tutte le altre varietà biologiche esistenti, già molto ridotte rispetto a cinquant’anni fa. Infine, sembra che da alcuni esperimenti condotti in Africa vi possano essere dei danni per i lombrichi e per altri insetti non parassiti a causa delle tossine prodotte dalle piante per difendersi dagli insetti nocivi.

Esistono dei controlli di laboratorio per riconoscere un cibo geneticamente modificato?
Ci sono laboratori attrezzati e per ora molto costosi in cui è possibile trovare anche parti molto piccole di Ogm nelle piante, nella lavorazione delle materie prime e anche nel prodotto finito.

Qual è lo stato dell’arte dei controlli in Italia?
Esiste un comitato interministeriale coordinato dal ministero della Sanità che si occupa di dare le licenze per la coltivazione di piante geneticamente modificate. Ma bisogna segnalare che non esiste ancora, a livello nazionale, una struttura di monitoraggio che riguardi anche i prodotti finiti e il processo di trasformazione.


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