Testimonianza su Sabra e Chatila

I PALESTINESI IN LIBANO: “LA MEMORIA DELL'OBLIO”
di
Luisa Morgantini



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di ritorno dal Libano - LUISA MORGANTINI portavoce associazione per la pace -
“Avevo nove mesi, ero nelle braccia di mia madre, al mercato, mi hanno raccontato che è scoppiata una bomba, sono stato scaraventato a terra, lei è morta ed è stata sotterrata in una fossa comune insieme ad altre centinaia di martiri. Io per colpa di una scheggia, non mi sono più rialzato, vedi sto su questa sedia e ci sarò per sempre” - è Alì a parlare, un giovane palestinese dal viso dolce e sofferente, intorno a lui altri ragazzi e ragazze feriti durante bombardamenti e massacri . Alcuni, come Alì, sono stati feriti durante l'invasione israeliana del Libano nell''82 e il massacro di Sabra e Chatila da parte dei falangisti maroniti, altri durante la guerra di Amal dall''85 all''88, mussulmani sciiti contro i campi palestinesi. Tutti senza genitori o famiglia, persi durante le guerre, sono assistiti da un'associazione palestinese che tuttavia, a causa delle leggi discriminatorie libanesi, può operare solo all'interno del campo profughi. Non vivono in un orfanotrofio ma nelle case (se quelle di Shatila si possono considerare case) con parenti o vicini , non da soli in un ghetto, il ghetto è già il campo profughi di Shatila. L'associazione cerca di organizzare dei lavori, ceramiche, computer e tenta di trovare borse di studio. Ma Kassem, che presiede l'associazione, è furibondo: “Non troviamo lavoro - dice - ci sono 73 tipi di lavoro che per legge ci sono proibiti, non soltanto i lavori qualificati ma anche quelli di camerieri, elettricisti , siamo alla mercé del mercato nero, del lavoro alla giornata e dei ricatti I nostri giovani non vogliono più studiare, e questo per noi palestinesi, che abbiamo sempre visto nello studio una forma di riscatto e abbiamo avuto il più alto tasso di scolarizzazione rispetto ai paesi arabi, è una vera involuzione, ma “per che cosa…” dicono, per cosa dobbiamo studiare se poi non troviamo lavoro”. Fatima, che cammina con le grucce per una ferita, aggiunge: “Mio padre è un ingegnere e per darci da mangiare raccoglie l'immondizia per l'Unrwa lui è fortunato, almeno lavora, qui la disoccupazione è del 60 per cento e chi può andarsene se ne va in Australia, in Canada, nei paesi del nord Europa. Ma poi non possono più tornare i libanesi non danno più il visto, è un modo per liberarsi dei profughi palestinesi , e così le famiglie sono sparse e divise”.

L' Unrwa che finora si è occupata, bene o male del sostegno ai profughi palestinesi, ha ridotto drasticamente gli aiuti, per mancanza di fondi. Volevano chiuderla, dopo molte manifestazioni e pressioni ha mantenuto i servizi anche se ridotti, ma è precaria, dicono che andrà avanti fino al 99. Dopo la guerra del Golfo, da molti di questi paesi i palestinesi sono stati costretti ad andarsene; le rimesse che arrivavano alle famiglie in Libano e nelle casse dell'OLP sono state drasticamente ridotte; inoltre dopo l'accordo di Oslo del 93, le risorse sono state trasferite nei territori occupati e nelle zone autonome della Cisgiordania e Gaza. Solo in questi ultimi mesi c'è una ripresa di interventi economici e sanitari, ma sono “troppo pochi, non sufficienti, e dopotutto noi non siamo solo un problema umanitario, siamo un problema politico e dobbiamo avere il diritto di tornare nella nostra terra”, dice Salah Salah, ex membro del Fronte Popolare ed oggi presidente del comitato permanente dell'Olp per i rifugiati in Libano.

I profughi si sentono abbandonati a se stessi, basti pensare che nell'accordo di Oslo essi sono un problema da trattare nella fase finale dei negoziati , insieme a quelli più spinosi: Gerusalemme, gli insediamenti, la definizione di uno stato palestinese. In Libano sono indesiderati e considerati i responsabili delle guerre, non usufruiscono di alcun diritto e quando si parla di nessun diritto, significa che se si ammalano le strutture libanesi non danno servizio. Pochissimi sono gli studenti ammessi nelle scuole libanesi, tantomeno nelle università. I mestieri e i lavori sono in maggioranza proibiti. I visti in uscita sono facilmente concessi ma se non rientri entro 6 mesi, perdi ogni possibilità di tornare, anche se i tempi vengono rispettati non si è mai sicuri se al rientro ti permettono di rimpatriare. In Palestina non possono tornare, i loro villaggi non esistono più, distrutti nel lontano '48 dagli israeliani, le loro città, come Haifa, Akko, Jaffa, totalmente cambiate e inglobate nello stato di Israele. Dalla nakba, la catastrofe del '48, come la chiamano i palestinesi, sono passati cinquant'anni, quelli che erano adulti durante l'esodo sono quasi tutti morti durante le guerre, per vecchiaia, per malattie (non sembra vero ma anche i palestinesi hanno delle morti “naturali”). Quelli che sono rimasti conoscono la Palestina che giunge loro dalla tradizione orale tramandata dai racconti dei nonni, delle mamme; è la terra mitica dove ogni cosa riluce ed ha più sapore.

Sono circa 360.000 i palestinesi in Libano, senza contare i trentamila che hanno avuto la cittadinanza libanese, tutto senza identità, la stragrande maggioranza di quelli rimasti sono i più poveri . Nel 1982, durante l'invasione israeliana e la guerra, ne sono morti a migliaia. Tra il 26 agosto e il primo settembre dell''82 più di dodicimila, tra combattenti, (i “fedayin”), dirigenti dell'Olp e familiari, sono stati costretti a lasciare il Libano insieme ad Arafat: sparsi fra Siria (dove i membri di Al Fatah sono stati arrestati in massa), Iraq, Giordania, Grecia, Cipro, Tunisi. Partiti i combattenti e successivamente le forze multinazionali, Usa, Francia e Italia, (contro il parere del primo ministro libanese Shafik al Wazzan e di molti leaders mussulmani che avevano chiesto alle forze multinazionali di fermarsi, almeno per tutta la durata del loro mandato fino al 26 settembre, così da proteggere i civili). Il 14 Settembre una bomba uccide Bashir Gemaiel, neo eletto presidente del Libano, maronita. Il 16 settembre l'esercito israeliano, con il beneplacito di Ariel Sharon, attuale membro del governo israeliano, da' mano libera ed aiuta militarmente i falangisti maroniti ad entrare nel campo profughi di Sabra e Chatila per fare piazza pulita dei "terroristi".

E' il terrore, nel campo sono rimasti principalmente donne, vecchi e bambini, vengono sterminate intere famiglie; fucilati ai muri, accoltellati, squartati, le donne stuprate, le case bruciate o fatte saltare. Il 17 qualche centinaio di palestinesi con bandiera bianca, cercano di scappare, vengono fermati da un posto di blocco israeliano posto alla uscita del campo e obbligati a tornare indietro. Sei anziani inviati a parlamentare per chiedere la fine dell'eccidio vengono uccisi. Ne risparmiano uno, deve tornare per raccontare quello che è stato. A dimostrazione che nel campo non vi erano armati, non ci sono morti tra i falangisti, non c'è stata resistenza, un massacro di civili inermi. Il 18 settembre quando gli israeliani decidono di far ritirare i falangisti, Sabra e Chatila sono distrutte, insieme alle strutture sanitarie, l'ospedale di Gaza a Chatila, l'ospedale di Jaffa a Sabra; i morti non si contano, i buldozer israeliani spazzano via i detriti insieme ai corpi degli uccisi, non solo palestinesi ma anche libanesi poveri che vivevano insieme ai palestinesi. Quelli che non sono stati spazzati via sono in una fossa comune, ricavata nel terreno all'inizio del campo, e trasformata una discarica di rifiuti fino a quando, il 9 aprile del '98, palestinesi e libanesi democratici durante la commemorazione dei 50 anni delle tragedia palestinese hanno ripulito la discarica. E' per cancellare la memoria di quello che è stato. “Questo paese si sta ricostruendo sull'amnesia, qui nessuno assume la propria responsabilità per quello che è successo. Noi, libanesi - dicono - siamo buoni, siamo stati costretti a una guerra civile dagli “intrusi”, dagli “stranieri”, la colpa è tutta dei palestinesi, che non devono esistere, devono andarsene, essere cancellati. Basta pensare che il responsabile del massacro di Sabra e Chatila, il signor Hobeika, è stato ministro nell'ultimo governo libanese. La ricostruzione che stiamo facendo cancella l'anima di Beirut, è una ricostruzione devastatrice. Se non usciamo dal sistema confessionale e non riusciamo a separare la religione dallo stato diventando cittadini, non riusciremo mai a vivere nella democrazia, e in quanto a questo nuovo governo per quanto annunci cambiamenti è troppo pieno di generali per lasciare aperta la speranza”.

Mentre parla rivela la sua tristezza e il suo pessimismo Elias Khoury, scrittore, direttore del Teatro di Beirut, un democratico libanese che ha sempre combattuto al fianco dei palestinesi, anche se aggiunge: “qualcosa sta cambiando, forse la memoria può riaffiorare, nell'Università libanese gli studenti hanno ricominciato a manifestare e a parlare dei palestinesi, quando abbiamo marciato verso la fossa comune di Chatila, per l'anniversario della nakba, c'erano tanti giovani fra i duemilacinquecento libanesi che hanno partecipato”.

E' ciò che sembra accadere anche tra i palestinesi che, dopo le sconfitte e i massacri subiti, le lotte interne che hanno provocato la morte di molti dirigenti, l'Intifada nei territori occupati che da una parte li ha rilegittimati ma dall'altra li ha lasciati nell'ombra e in attesa di vedere i propri diritti riconosciuti, sono stati per anni muti e disperati. Oggi ricominciano a parlare a ricordare, ad avere meno paura, a rivendicare il loro diritto al ritorno ma anche a quello di avere i diritti, sociali e umani lì dove vivono. Anche i bambini a scuola imparano a conoscere la loro storia attraverso il racconto dei genitori e degli adulti.

Oggi il campo di Sabra non esiste più, a Shatila i palestinesi sono la minoranza circondati da bidonvilles dove vivono immigrati siriani, sfollati libanesi, zingari, tutto ciò che esiste è in uno stato di tragico degrado. L'entrata è controllata, così come tutti i campi profughi di Beirut e del nord del Libano, dai soldati e dagli agenti di sicurezza siriane, non ci sono bandiere palestinesi, ma quasi ovunque la faccia di Assad il presidente siriano, solo quando si entra nelle case o nelle diverse associazioni che ritrovi una identità palestinese. I comitati popolari dei campi sono diretti dalle forze di opposizione all'accordo di Oslo e prevalentemente filosiriani. Le forze di Al Fatah, sono state cacciate con la forza da tutto il nord e dai campi nell'89 e si trovano solo al sud, nelle aree di Sidone e Tiro. Qui è forte il Movimento Progressista di Mustafà Saad, il parlamentare che è rimasto cieco e sfigurato da un attentato organizzato dagli israeliani e che ha il coraggio di parlare a sostegno dei diritti dei palestinesi. E' un area dove i siriani non entrano per una tacita intesa con gli israeliani che occupano la fascia sud del libano e si fermano poco prima di Tiro. I palestinesi sono nei campi di Ain El Helweh, Al Raschidiyye, El Meih, el Mieh, El Burg El Shamali. Rispetto Shatila e Burg el Baragineh a Beirut, i campi del Sud sembrano quasi dei villaggi, poveri ma dignitosi, certo distrutti e poi, dopo ogni bombardamento israeliano,ricostruiti fino al 1996, quando, il governo libanese per incentivare l'esodo dei palestinesi ha licenziato una legge che vieta l'ingresso nei campi di qualsiasi materiale da costruzione e di manutenzione; non si possono portare mattoni, vetri, materiale elettrico. Un posto di blocco libanese all'entrata del campo controlla che la legge sia applicata. Ma in questi campi colpiti anch'essi da povertà e disoccupazione, la comunità palestinese è viva, si vedono bandiere, manifesti di Abu Jihad, il leader assassinato da un commando israeliano a Tunisi, ma anche di Arafat. Le forze di opposizione democratica come il Fronte popolare e il Fronte Democratico a Ain El Elweh sono rappresentati in un comitato popolare in opposizione a quello diretto da Al Fatah. Abu Ryiad, il responsabile per il Libano, un comandante militare fedele ad Arafat che ha vissuto tutte le fasi delle guerre, evacuato dai siriani nel 89 dal campo di Burg el Baragineh, vive nel Sud e dice che è molto difficile continuare sulla strada della pace e dell'accordo di Oslo e di Wye Plantation visto che Netanyahu non mantiene nessun impegno e non solo non si ritira dai territori occupati, ma continua ad espandere gli insediamenti ebraici sulla terra di proprietà palestinese, ma che malgrado tutto vogliono mantenere la speranza e lottare per poter essere liberi di tornare in Palestina.

E' l'impegno che ci siamo assunti anche noi dell'Associazione per la pace tornando dal nostro viaggio nei campi profughi palestinesi del Libano, la questione palestinese e la sua soluzione rimangono una questione centrale nell'area medio-orientale, l'Europa e il governo italiano continuano nel programma di aiuti economici, ma il problema è politico, l'Europa dovrebbe volere e avere un ruolo affinché i palestinesi possano godere del loro diritto ad un stato , così come il Libano possa decidere delle proprie sorti senza che il territorio sia invaso militarmente dagli israeliani al sud e “protetto” dai siriani al nord.

LUISA MORGANTINI
corso trieste, 36 -00198 - roma
tel. 06-85262422 fac 06-85262464


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