Il fatto che stiamo vivendo un momento di crisi è
scontato: crisi di valori, crisi economiche, crisi
politiche e già mi pare possa bastare. Come
sostengo ormai da tempo la nostra sensibilità mi
pare ampliata e di molto, dalla frenesia delle
informazioni che quotidianamente ci investono. Il
fatto stesso di poter essere in contatto simultaneo
(o quasi) con i più disparati angoli della terra e
poter essere aggiornati su qualsiasi avvenimento o
pensiero che si sviluppi in questi luoghi (rilevante o
meno che sia) permette in pratica di annullare il
concetto di relatività, appiattendo così il mondo
intero ad un sistema a tre dimensioni
(concretamente il fattore tempo svanisce o si porta
molto prossimo allo zero), ma questa, pur essendo
una questione molto rilevante, ci basterà tenerla a
mente durante i prossimi discorsi e rinfrescarla di
tanto in tanto non ci farà male. Questo per dire che
la crisi che viviamo non è di sicuro la prima che
appare sulla scena mondiale e non sarà l'ultima,
soltanto che l'ansia ed il timore provocato è forse
superiore ai reali pericoli che ci minacciano.
Tornando al problema che cercavo di affrontare poco
fa avrei da dire alcune banalità e cioè:
che il sistema economico probabilmente, ora come
ora, è quello che influenza maggiormente gli altri
due (vedasi la prima riga) e detta molte leggi che la
coscienza neanche vorrebbe conoscere e per questo,
alle volte, maschera da problemi sociali o altro
ancora.
Si assiste spesso alla chiusura di spazzi
tradizionalmente deputati alla
cosiddetta "produzione" (fabbriche, depositi e
magazzini, industrie in genere), poi al loro
abbattimento sperando sempre che nascano nuovi
giardinetti pubblici o aree verdi per noi, per il nostro
svago e per quello dei nostri figli. Personalmente
m'illudo ogni volta che vedo abbattuto uno di quegli
edifici e mi abbatto ogni volta che vedo quello che ci
mettono al posto: nella quasi totalità dei casi nasce
un super o iper mercato. Mi sento ancora meno
bene quando vedo che a fare la fine delle macerie
sono cinema, teatri o librerie. A questo punto viene
da obiettare l'ovvio: "ma non è solo lo spirito a
dover mangiare, anzi …"; infatti mi troverebbe
d'accordo chi obiettasse questo, ma la discussione
rimarrebbe aperta su un altro punto: è il mercato
indiscriminato e disperato che avanza o la cultura
che si ritira? e se si ritira la cultura lo fa solo per
anticipare con dignità la strapotente avanzata del
mercato o lo fa per altri motivi?
Sapete dove sto andando a parare, è ovvio che
cercherò di dare un'interpretazione all'ultimo
quesito. A parer mio per un fatto intrinseco, la
cultura in quanto tale non può rimanere spiazzata
dal mercato perché ha al suo interno i geni (
biologici non d'intelligenza) che le permettono di
vedere un palmo più in là e quindi ben oltre le
strategie di mercato. Quindi, dei due precedenti, il
primo quesito viene risolto a favore della seconda
possibilità, a mio avviso è la cultura che si sta
muovendo.
Resta da capire se sta battendo in ritirata o se sta
cercando un posto migliore dove gemmare e fiorire
nuovamente.
Io nello scambio ci sto. Quale scambio? Quello che
la cultura sta cercando di proporre: relegare il
mercato negli spazi angusti e restrittivi delle mura
dei negozi per riappropriarsi degli spazi pubblici:
piazze, strade, parchi. Il cantastorie, il menestrello,
l'artista di strada altro non sono che la moderna
versione dello show-man televisivo.
Provate a confrontare le attuali trasmissioni
televisive con quelle di alcuni anni fa.
Guardo poco la tv però non sono fuori da tutto e
noto che le trasmissioni che fanno più rumore tra la
gente (condizione essenziale perché un format
venga riproposto nel tempo) sono quelle dove
si "esibiscono" personaggi "comuni", ovvero potreste
essere voi le star di domani, non senza correre
l'inevitabile rischio di essere "vecchi" dopo qualche
mese. Ho corso troppo? Ho dato per scontate troppe
cose?
Vedo comunque che mi seguite. I grandi quiz
televisivi con professionisti della domanda e
professionisti della risposta sono tramontati e la
televisione, dopo aver dato un'immagine di sé
molto professionale e determinata, ha deciso di
ammorbidire la linea ammiccando a modelli più
cordiali e amichevoli, da uomo della strada. Ora a
patto che la tv abbia ancora una valenza culturale
(una volta l'ha avuta, al suo esordio, permettendo
una quasi alfabetizzazione dei telespettatori), che
bisogno abbiamo d'infiammare il tubo catodico per
vedere un uomo comune esibirsi in se stesso?
Credo che la cultura abbia, di proposito, teso questo
tranello al mercato e alla tv (che si è alleata con
esso) ingaggiando una finta battaglia per indurre i
due sprovveduti alleati all'invasione dei luoghi
normalmente deputati al sapere.
Ora mercato e tv hanno ottenuto gli spazi e
potranno anche portare avanti la loro "cultura" dello
spendere (loro la chiamano economia, ma
l'economia, i miei nonni, me l'hanno sempre
descritta come una derivazione della parsimonia,
boh?), e la cultura li vede da lontano tenendosi la
pancia dalle risate, li vede tronfi e splendidi rinchiusi
nelle loro stesse conquiste.
Sotto sotto abbiamo sempre fatto il tifo per la
cultura, e ora anche io rido piano vedendo quello
che accade e credo che anche la cultura stia bene
così. Non siamo ancora ad una situazione stabile, né
me lo auspico, perciò se il mercato e la tv vogliono
appropriarsi degli spazi che una volta erano teatri e
librerie io li lascerei fare così la cultura avrà
l'opportunità di riprendersi gli spazi, quelli che una
volta erano i mercati si trasformeranno in librerie e
teatri. Le strade, le piazze, i parchi, il salotto di casa
nostra. "Oggi vado a teatro", e un tipo curioso bussa
alla porta per farci un monologo. Adesso ditemi che
non lo fate entrare!