IL GRIDO DI KABAM
L’hanno sentito gridare qualcosa mentre veniva portato via dall’uragano; una dolcezza infinita strideva vorticosamente con l’ululato del vento ed il fracasso degli oggetti lanciati per aria.
Un uomo forte, lo capivano anche loro dal basso, che sembrava guidare il vento ma non era di fretta.
Perfettamente in orario passò dal panettiere e poi, come tutte le mattine, al porto. Si era alzato di buon umore: fischiettava uscendo dal paese.
Era una giornata davvero calda, un caldo insolito per quel periodo. Erano ancora tutti col naso per aria e c’era chi si aspettava di rivederlo da un momento all’altro rientrare in paese dalla porta sud (o quello che ne aveva lasciato in piedi uscendo con quel suo fare risoluto e pacato), più che altro per la curiosità. Raccontava spesso storie bizzarre che tutti ascoltavano attenti e divertiti. I suoi amici erano già indaffarati a pulire le strade da tutto ciò che le ingombrava. Stavano già giungendo tutti alle conclusioni più ovvie, ma pochi avevano visto chiaramente ciò che era successo quel mattino di dicembre.
Ricordavano tutti le sue idee sulla gente, sul lavoro, sulle cose che lo circondavano: idee mutevoli come i soggetti che le generano, ma per capire cosa passasse per la testa di Kabam in quei momenti non sarebbe bastata una vita intera. Posava intorno a se ora sguardi voraci ora disinteressati bagliori della sua intelligenza, in questo non era un uomo diverso dagli altri, ma amava più d’ogni altra cosa le passioni, gustava il fuoco di esse e lo alimentava con tutto se stesso.
Quando si sarà stancato di farsi dondolare per la contea dall’uragano se ne tirerà fuori, magari malconcio ed avrà appena il tempo di riprendere fiato prima di trovare un bagliore da inseguire nuovamente.