LE DIVERSE STRATEGIE DEL BRIDGE

di Massimo Soroldoni

 

Quando si gioca da qualche anno, si riesce a distinguere, in base all’esperienza, che il bridge in realtà non si sviluppa sempre seguendo la stessa strategia, ma ci si accorge che il modo di dichiarare cambia, in funzione del tipo di competizione che si sta affrontando.

 

Proviamo quindi ad esaminare i diversi approcci con i quali si dichiara nei tre tipi di bridge che siamo abituati a giocare, vale a dire la partita libera, il duplicato e il torneo Mitchell a coppie.

 

Se si sta giocando in partita libera, l’obiettivo primo è quello di chiudere il rubber, per cui non si fanno delle licite troppo sofisticate, ma si bada a raggiungere il risultato più sicuro per segnare sulla propria colonna, anche se spesso si sarebbe potuto guadagnare un contratto più remunerativo.

 

A questo va aggiunto un altro elemento importantissimo, cioè il fatto che in partita si cambia compagno quasi ad ogni rubber, per cui non è possibile contare su un accurato affiatamento di coppia, a parte le solite convenzioni usate da chiunque (quarta o quinta nobile, Stayman, aperture di due forti o deboli, Multicolor, Blackwood).

 

E’ ovvio quindi che la fase di dichiarazione diventa un esercizio alquanto approssimativo, che normalmente si conclude in poche battute. Nessun compagno quindi ci rimprovererà se abbiamo giocato un comodo 3 SA, anziché un rischioso slam a colore, poichè l’obiettivo di scrivere sulla buona colonna dello score è stato raggiunto.

 

Se invece ci dobbiamo cimentare nel duplicato, che dagli esperti è considerato l’unico bridge tecnicamente valido, ecco che la nostra strategia cambia radicalmente, in quanto non possiamo accontentarci di mantenere un contratto, ma dobbiamo cercare di trovare il miglior contratto possibile, sia dal punto di vista del risultato che da quello delle probabilità di portarlo a buon fine.

 

Si ha quindi il dovere di appurare, in fase dichiarativa, prima di tutto se ci si deve fermare ad un parziale, ad una manche o se si può azzardare uno slam, dopo di che la tecnica ci permette di eseguire le indagini adatte per capire quale sia il livello al quale dobbiamo fermarci.

 

Assume quindi importanza vitale l’affiatamento con il proprio compagno ed il conseguente utilizzo di convenzioni dichiarative anche molto sofisticate, poichè non solo non possiamo rischiare di fermarci ad un livello troppo basso (l’esempio più classico è giocare manche quando c’è slam), ma dobbiamo anche scoprire se è conveniente giocare a SA oppure a colore, nel qual caso, ad esempio in caso di doppio fit, scegliere quale sia il più sicuro.

 

Qualora infine ci dovessimo trovare a competere in un torneo a coppie, il classico Mitchell, che resta l’attività più diffusa tra coloro che giocano a bridge nei circoli, ecco che ancora la strategia subisce cambiamenti rispetto ai casi precedenti.

 

Infatti, l’obiettivo del Mitchell è quello di fare dei top, cioè di ottenere un risultato migliore di tutti gli altri nella sala, non importa se con una differenza di 10 o 1000 punti.

 

Ci si trova allora ancora davanti ad esigenze di sistemi dichiarativi accurati e di affiatamento con il partner, ma spesso il contratto che si raggiunge non rappresenta quello che ha le maggiori probabilità di riuscita, poichè si preferisce giocare a SA piuttosto che a colore (per il famoso piccolo ma vitale diecino in più), oppure tralasciare i contratti di manche in un minore, oppure ancora contrare gli avversari in un parziale a basso livello (soprattutto se in zona), anche se non si è per niente certi di poterli mandare down.

 

Inoltre, nei Mitchell cambia anche la strategia di gioco della carta, poichè spesso, per cercare di ottenere la mitica presa in più che ci darebbe il top, siamo disposti anche a rischiare il down in un contratto che, se giocato in sicurezza, non avrebbe nessun tipo di problema.

 

Per non annoiare ulteriormente il lettore con chiacchiere teoriche, vediamo un esempio pratico in cui le strategie dichiarative sono diverse, a seconda del tipo di competizione in cui ci troviamo.

 

La mano che segue è stata effettivamente smazzata in partita libera presso la mia Associazione di Monza (da quando il bridge è diventato uno sport a tutti gli effetti, a seguito dell’affiliazione al C.O.N.I., non è più di moda chiamare circoli i circoli), dove ero impegnato al tavolo con tre giocatori non eccezionali, ma di buona esperienza.

 

                                               ª A Q J 10 8 6 5 3

                                               © -

                                               ¨ -

                                               § A K 9 8 3

 

Seduto in Sud, mi sono smazzato quella bomba di mano che vedete e, visionando le carte, ho cominciato a chiedermi come avrei dovuto sviluppare la dichiarazione per avere le necessarie informazioni dal mio occasionale compagno, che non pensavo avesse il modo né conoscesse strumenti per comunicarmi l’eventuale possesso del K di ª e per dirmi quante carte di § possedesse. In più, era necessario tenere gli avversari lontani dalla licita, affinchè non trovassero eventuali grossi fit in un colore rosso.

 

Ho deciso alla fine di effettuare una sofisticatissima apertura di 6 ª, sperando che se il mio partner avesse avuto in mano il K, avrebbe rialzato a 7, con il rischio comunque di avere delle perdenti a §, ma non si può avere tutto dalla vita.

 

Sul passo generale, Ovest ha attaccato di Q di § (tecnicamente un bruttissimo attacco per la difesa, perchè rischiava di regalare moltissimo), non lasciandomi molte alternative sulla linea di gioco da seguire.

 

Le carte del morto erano:

                                               ª 9 2

                                               © Q 10 5 4

                                               ¨ A 8 6 4 3

                                               § 10 5

 

Se l’attacco proveniva da singolo o Q J quinti, non avevo molte chance, se non quella del K secco di ª (preso l’attacco, tiro l’Asso di atout e, se cade il K, batto l’ultima atout e gioco § per il 10 affrancando il colore in mano) ; se invece l’attacco proveniva da due o più carte, dovevo tirare A e K di § e provare a tagliarne una al morto, vincendo sia con le § 3 e 3, sia con le § 2 in Ovest e 4 in Est, sia con le § 4 in Ovest e 2 in Est, purchè egli avesse il singolo in atout.

 

Tutto sommato, ho reputato migliore quest’ultima linea e, come si può vedere dal diagramma sotto riportato, ho portato a buon fine il mio slam.

 

E’ chiaro che la carta determinante per il buon esito della smazzata è stato il 9 di ª e, poichè non credo che nessun sistema al mondo permetta di appurare la presenza di un 9 tra le carte del partner, credo di aver dichiarato nel modo migliore.

 

 

Dichiarante: SUD.

Tutti in prima.

 

                                               ª 9 2

                                               © Q 10 5 4

                                               ¨ A 8 6 4 3

                                               § 10 5

 

                                                    N

         ª 7                                                                            ª K 4

         © K J 9 7 2                W                               E         © A 8 6 3

         ¨ J 10 7 5 2                                                              ¨ K Q 9

         § Q 2                                                                        § J 7 6 4

                                                                  S

 

                                               ª A Q J 10 8 6 5 3

                                               © -

                                               ¨ -

                                               § A K 9 8 3

 

 

Ritornando al discorso iniziale delle strategie, penso che in ambiti competitivi diversi la dichiarazione avrebbe avuto uno svolgimento diverso.

 

In duplicato, avrei svolto la licita utilizzando sequenze forzanti con lo scopo di appurare il miglior fit tra ª e §, senza tralasciare l’ipotesi di raggiungere un eventuale grande slam.

 

La sequenza con il mio partner abituale si sarebbe svolta in questo modo:

 

 

Sud

Nord

 

 

 

 

2 §

2 ©

 

2 ª

3 ¨

 

4 §

4 ª

 

4 SA

5 ¨

 

6 ª

passo

 

2 § è un’apertura convenzionale forcing manche che chiede il numero di mezzi controlli (non è la solita CRODO richiesta d’Assi che molti utilizzano, che in questo caso non sarebbe servita).

2 © denuncia il possesso di due mezzi controlli (un Asso oppure due K).

2 ª è naturale.

3 ¨ è naturale e nega l’appoggio a ª.

4 § è naturale almeno quinto (non si dichiarano pali quarti a livello di 4).

4 ª è appoggio secondo a ª e nega l’appoggio a §.

4 SA chiede la natura dei controlli.

5 ¨ dichiara il possesso dell’Asso di ¨ (se avesse avuto due K, avrebbe risposto 5 §, su cui avrei chiesto con 5 ¨ la natura dei K).

 

E’ chiaro che il risultato finale è uguale a quello della partita libera, ma è altrettanto chiaro che, se le carte del mio compagno fossero state diverse, avrei avuto strumenti adatti alla dichiarazione dello slam migliore, anche se fosse stato a §.

 

Nell’ambito di un torneo Mitchell, infine, molto probabilmente la dichiarazione si sarebbe svolta allo stesso modo, ma quasi sicuramente avrei optato per lo slam a ª anche se il mio compagno mi avesse comunicato di possedere il fit a §, per la solita ragione della ricerca del top (il piccolo slam a § vale 920 punti, mentre quello a ª vale 980 punti).

 

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