UN PREZIOSO ALLEATO: LO SFAGNO

 

Cos’è lo sfagno

Lo sfagno è un muschio tipico delle torbiere (le tipiche paludi nelle quali vivono le piante carnivore).

Per questo viene spesso utilizzato nella coltivazione delle piante carnivore sebbene non sia un elemento necessario.

Spesso questo muschio viene adagiato sopra i vasi delle nostre piante, altre volte viene lasciato essiccare al sole per poi essere polverizzato ed aggiunto insieme a torba e perlite nella preparazione del substrato (alcuni coltivatori infatti non fanno affatto uso della torba preferendo un mix sfagno disidratato - perlite).

In questa sezione cercheremo di farvi capire qual è l’effettiva utilità dello sfagno illustrandovi inoltre le tecniche per la sua coltivazione.

 

Fisiologia

Lo sfagno (così come gli altri muschi) è una pianta assai poco evoluta; si può dire quindi che il suo svantaggio principale sia quello di non essere una pianta “vascolare” ovvero dotata di vasi specializzati a condurre l’acqua del terreno verso l’alto ed i prodotti della fotosintesi verso il basso. Per questo, infatti, lo sfagno non può raggiungere grandi altezze ed inoltre deve essere in continuo contatto con l’acqua. Gli sfagni non hanno vere e proprie radici ma semplicemente un piede che li tiene ancorati per terra; a causa di ciò, l’assorbimento dell’acqua non è un compito esclusivo del piede ma anche dell’ esile fusto e delle foglie (anche se non sono vere e proprie foglie). Quindi, oltre ad assicurare un costante apporto d’acqua al piede, dovremo collocare lo sfagno all’ interno di un terrario per garantire la giusta umidità dell’aria o, in mancanza di questo, ci limiteremo a spruzzarlo 2-3 volte al giorno con l’acqua che utilizziamo per le piante carnivore.

Un’ efficace alternativa per la coltivazione dello sfagno può essere la sfagnèra, che tratteremo nei prossimi paragrafi.

 

Ricapitolando: lo sfagno è costituito da un piede (che può interrarsi anche per 10 centimetri), un corto fusto e la “testa” che corrisponde a tutto l’apparato fogliare.

 

Propagazione

La propagazione dello sfagno può avvenire in diversi modi, alcuni naturali ed altri artificiali.

Metodi naturali:

I metodi naturali per riprodurre lo sfagno sono due.

Il primo avviene per frammentazione spontanea ovvero, quando lo sfagno è cresciuto abbastanza, tende a dividersi per produrre un altro piede che poi darà origine ad un fusto ed alla testa.

Per attuare il secondo metodo naturale, bisogna garantire un’ alta umidità ed un ottimo stato di salute del muschio, poiché questo metodo si basa sulla riproduzione per via sessuale. I muschi infatti presentano sulle loro foglie dei gametangi maschili (anteridi) ed altri femminili (archegoni). In condizioni di sufficiente umidità le cellule spermatiche presenti nell’anteridio nuotano verso l’archegonio; la cellula uovo, così fecondata, dà origine ad uno sporofito ovvero, una specie di gambo alto 5-6 centimetri che nella sua cima porta una capsula di 2-3 millimetri che contiene le spore. Da questo momento, spruzzeremo giornalmente lo sfagno fintantoché, quando le spore saranno mature, l’opercolo si aprirà facendo disperdere le spore stesse nell’aria (ovviamente noi dovremo cercare di farle ricadere sulla terra con l’aiuto della spruzzetta oppure avvicinando lo sporofito alla torba). Questo metodo è però molto difficile da attuare e non sempre dà grandi risultati quindi, se volete riprodurre lo sfagno vi consigliamo di ricorrere ai metodi artificiali.

Metodi artificiali:

I metodi artificiali per riprodurre lo sfagno sono sostanzialmente due. Il primo avviene per il distacco ed il successivo impianto di ogni “foglia” costituente la testa dello sfagno. Il secondo metodo sfrutta la gran capacità rigenerante dello sfagno che, quando c’è molta disponibilità d’acqua tende a rinascere anche da piccoli frammenti; questo metodo è quello delle “diaspore” e consiste nel tagliuzzare a piccoli pezzi l’intera fibra di sfagno (piede, fusto e testa), per poi adagiare sulla torba fradicia la poltiglia ottenuta: nel giro di 4-5 settimane vedrete le prime teste spuntare. Il terzo ed ultimo metodo consta nel tagliare il piede dello sfagno per poi impiantare la testa che ne è stata privata; in questo modo, la essa produrrà un nuovo piede che darà origine ad altre fibre di sfagno.

 

 

Lo sfagno: un prezioso alleato…

Finora abbiamo detto qualcosa sullo sfagno… ma a che cosa serve lo sfagno?

Bisogna dire che lo sfagno, grazie alla sua struttura, è in grado di immagazzinare grandi quantità d’acqua per cui crea un microambiente estremamente umido e fresco a livello del terreno ed è anche in grado di rilasciare acqua quando questa dovesse venire a mancare. Intuitivamente, inoltre, svolge un’ azione protettiva per la torba nel caso lasciaste la vostre piante all’ aperto e sotto la pioggia (cosa che comunque non consigliamo).

I veri benefici apportati dallo sfagno sono però altri: è un ottimo antimuffa ed antimicotico, per cui preserva la salute delle nostre piante proteggendole da muffe e funghi. In secondo luogo è provato che esso, col tempo, ospita batteri simbionti, incrementando quindi la capacità delle piante carnivore di assorbire dal terreno preziosi nutrienti. Altra azione importante è quella di acidificare il terreno e, come sappiamo, la maggior parte delle piante carnivore predilige terreni acidi. Infine, da recenti studi, si è scoperto che lo sfagno (quando in salute) produce auxina, un ormone che stimola l’accrescimento delle radici.

A causa di tutti questi fattori, lo sfagno risulta particolarmente utile (per non dire d’obbligo) anche nella preparazione di talee di radice o di foglia.

 

…ma non è sempre oro quel che riluce!

Si dà il caso che lo sfagno, purtroppo, debba essere impiegato con cautela poiché non tutte le piante carnivore lo apprezzano (non sognatevi mai di mettere lo sfagno sulle Pinguicole!): quindi bisogna stare molto attenti a quello che si fa.

Non tutte le carnivore vivono in natura a stretto contatto con lo sfagno e, di conseguenza, sarebbe un trauma per quelle che non lo conoscono… Questo muschio infatti tende ad acidificare notevolmente la torba e, uno sbalzo vertiginoso di PH ed un’eccessiva acidità della terra, renderebbero la vita difficile ad alcune piante, mentre per altre sarebbe una vera panacea. Come se non bastasse, lo sfagno è particolarmente invasivo e, quando attecchisce, comincia a riprodursi notevolmente tendendo a soffocare le radici delle piante più piccole; quindi, quando decidiamo di utilizzare lo sfagno, facciamolo su piante adulte.

 

Dove utilizzare lo sfagno

Potremo quindi utilizzare lo sfagno senza nessuna controindicazione su Cephalotus, Darlingtonia e Nepenthes; dovremo invece stare attenti (magari aggiungendo solo 5-6 teste ogni 2-3 giorni) sulle Sarracenie, le Drosere e le Dionee poiché, solitamente, non sono abituate a conviverci insieme.

Assolutamente vietato l’utilizzo dello sfagno su Pinguicola ed Utricularia. Ricordiamo inoltre che lo sfagno è praticamente d’obbligo solo per le specie Cephalotus e Darlingtonia; per tutte le altre specie può essere omesso; quindi, se avete dubbi non usatelo.

 

Coltivare lo sfagno

Le nozioni per coltivare lo sfagno non sono molte. Basta infatti attenersi ad un paio di regole fondamentali:

1)    Non fate mai mancare l’acqua perché bastano poche ore di siccità per ucciderlo;

2)    Attenti alle lunghe esposizioni al sole poiché si rischia di farlo bruciare e, da che mondo è mondo, i muschi tendono a crescere più rigogliosamente in zone ombrose piuttosto che soleggiate.

Un giusto mix di condizioni di luce (ma non sole diretto) e acqua a volontà, farà crescere rigogliosamente lo sfagno; al contrario, troppa luce e poca acqua possono portare ad una fase di stasi vegetativa durante la quale lo sfagno non cresce.

State inoltre attenti alle gelate che possono uccidere le vostre coltivazioni di sfagno. Invece, le alte temperature estive non inibiscono assolutamente la crescita, a patto che forniate acqua a volontà e stiate attenti alle esposizioni al sole.

 

La sfagnera

Come abbiamo detto una sfagnera è un contenitore in cui dovremmo ricreare l’ambiente naturale dello sfagno, cioè un isolotto di torba galleggiante. Come fare?

Innanzitutto abbiamo bisogno di un contenitore impermeabile e con un’altezza minima di 10cm (maggiore è la quantità di sfagno maggiore dovrà essere l’altezza del recipiente come vedremo fra poco).

 

 

Noi abbiamo utilizzato un comunissimo vaso da gerani, ostruendo attentamente i buchi nella superficie inferiore (mi raccomando è molto fastidioso accorgersi che la struttura perde una volta finito il lavoro perciò l’ostruzione di possibili fori è fondamentale; se volete essere sicuri vi consigliamo una generosa spruzzata di silicone,ma mi raccomando aspettate almeno una settimana prima di procedere con le fasi successive poiché il silicone mentre si asciuga rilascia sostanze che fanno alterare in maniera irreversibile la torba e che uccidono piante e muschio).

 

Una volta trovato e se necessario adattato il contenitore dobbiamo procurarci un pezzo si stoffa o qualcosa di permeabile all’acqua ma non a torba e perlite. Noi abbiamo usato un semplice pezzo rettangolare di un vecchio lenzuolo.

Per le dimensioni ovviamente bisogna considerare la grandezza del contenitore ma regolatevi per ottenere un risultato simile, cioè che il panno raggiunga bene il fondo del contenitore ma che i suoi bordi arrivino abbondantemente al di fuori del vaso.

 

 

Fatto questo abbiamo bisogno di perlite e di torba:

per prima cosa adagiamo sul lenzuolo uno strato abbondante di perlite (non siate troppo parsimoniosi è questo il trucco per il funzionamento della nostra sfagnera!).

 

 

Ora il passo successivo consiste nel mischiare in uguale quantità un po’ di torba e perlite e di creare un secondo strato dello stesso spessore del primo.

Per finire adagiamo sopra lo strato misto un bel po’ di torba pura, accertandoci che non ci siano degli agglomerati troppo grossi.

A questo punto scostando un lembo del panno dovremmo versare nella nostra nuova sfagnera abbondante acqua (in questo caso meglio se da osmosi inversa, infatti lo sfagno è piuttosto delicato e consigliamo almeno per il primo periodo solo quest’acqua; l’acqua piovana non è sicura al cento per cento perché nell’ambiente che andremo a creare tenderà a marcire facilmente).

 

 

Una volta versata una generosa quantità d’acqua abbiamo due possibilità:

la prima è di lasciare il tutto a riposo fino a che vedremo che la terra si è impregnata d’acqua, il che richiederà anche parecchie ore; la seconda possibilità consiste nel fare una delicatissima pressione sulla torba in vari punti per accelerare il processo di impregnamento. Ora,come avrete capito,la perlite fa galleggiare nell’ acqua la torba ricreando alla perfezione l’ambiente naturale in cui si sviluppa lo sfagno e facendolo crescere nel modo più veloce possibile.

 

L’ultimo passo, quando il tutto assomiglierà ad una palude in miniatura, concerne colonizzazione della sfagnera. Agiamo così:

le teste di sfagno più verdi e sane andranno piantate integralmente,dopo la rimozione della parte più inferiore del piede (molto inferiore, nemmeno un centimetro!); lo sfagno meno rigoglioso, invece, può essere tagliuzzato finemente e disperso superficialmente sulla torba (da questo dovrebbero svilupparsi molto velocemente delle nuove testine).

 

ALLA FINE DOVREMMO OTTENERE QUALCOSA DEL GENERE….

 

 

Per questa sfagnera avevamo a disposizione pochissimo sfagno, ma presto vedremo crescere le nuove teste che provvederanno alla sua colonizzazione.

 

Ultima questione, la posizione della sfagnera: nel periodo estivo assolutamente non sotto il sole diretto, tenere d’occhio anche il termometro e se la temperatura sale troppo provvedere immediatamente riponendo il tutto in un luogo più fresco. D’inverno dobbiamo tenere la sfagnera all’ interno cercando comunque un luogo il più luminoso possibile.

La soluzione migliore per chi se lo può permettere, in termini di spazio, è riporre la sfagnera all’interno di un terrario. Niente eguaglia i risultati che so ottengono con lo sfagno in un ambiente caldo, umido e con una buona luminosità.

 

Torna alla HOME

Hosted by www.Geocities.ws

1