IL CASO PRIEBKE
Non è nelle mie intenzioni
difendere il nazista Erich Priebke. Un ex capitano delle SS, poi, figuriamoci!
Le SS erano dei criminali che torturavano ed uccidevano; e Priebke era uno
di loro. Ma la condanna che gli hanno appioppata in Italia, quella no: è
ingiusta. Probabilmente Priebke meriterebbe molti ergastoli; ma non per la
imputazione di strage delle Fosse Ardeatine.
C’era un legge di guerra e la resistenza la conosceva bene, perchè
tutte le strade erano tappezzate di manifesti: per ogni tedesco ucciso, sarebbero
stati fucilati dieci ostaggi, a meno che l’autore dell’attentato non si fosse
costituito. Una legge che diede adito anche ad atti di eroismo, come nel caso
del carabiniere Salvo D’Acquisto che, pur essendo innocente, si dichiarò
colpevole della uccisione di un tedesco e si fece fucilare, per salvare la
vita di dieci ostaggi già messi al muro.
I partigiani no, non si costituivano. Non si costituirono nemmeno i
gappisti Pasquale Balsamo, Rosario Bentivegna e Carla Capponi, dopo che con
un attentato in via Rasella, il 23 marzo 1944, ammazzarono trentadue tedeschi
del battaglione "Bozen" (un trentatreesimo, ferito, morirà poco dopo),
pur sapendo che il loro exploit sarebbe stato pagato con la vita da trecento
e passa innocenti. Ma ciò non li fermò, come non si fermarono
quando videro che sul carrettino della spazzatura, da loro imbottito di esplosivo,
c’era un ragazzo che si disintegrò letteralmente nello scoppio.
Dieci ostaggi per ogni tedesco: con questa legge, peraltro vigente
anche all’epoca dell’antica Roma, i tedeschi volevano evitare o limitare gli
attentati posti in essere dai partigiani.
Nel 1948, per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, fu celebrato un processo
contro Herbert Kappler e cinque suoi subordinati – tra cui Priebke – che furono
assolti: il solo Kappler fu condannato all’ergastolo; non per aver fatto ammazzare
335 ostaggi, bensì unicamente per i cinque che egli aveva fatto fucilare
in soprannumero. Con tale sentenza, in effetti, veniva riconosciuta la validità
della legge di guerra e la legittimità della sua applicazione.
Il maggiore Kappler, a suo tempo, aveva scelto per l’eccidio un "plotone
di esecuzione" composto da ufficiali, sottufficiali e graduati i quali avevano
protestato; ma l’ordine veniva direttamente da Hitler, per cui non c’era niente
da fare. Anche Priebke, quale componente di quel "plotone", aveva dovuto ammazzare
due ostaggi ; per cui l’accusa che, in questo nuovo processo gli si muoveva,
consisteva nel fatto che egli si sarebbe dovuto rifiutare di eseguire gli
ordini.
Ma ve lo immaginate un ufficiale delle SS che si rifiutasse di eseguire
gli ordini? Certamente sarebbe stato fucilato sul posto, senza processo. In
ogni caso se Kappler non era stato condannato per l’eccidio, avendo egli applicata
la legge di guerra, bensì solo per gli ostaggi in soprannumero, Priebke
– già assolto in quel processo – non sarebbe dovuto comparire nuovamente,
quale imputato, per la stessa fattispecie criminosa.
Invece no. Estradato dall’Argentina su richiesta dell’Italia, a 52
anni dalla strage delle Fosse Ardeatine, Erich Priebke – che oggi conta
84 anni - veniva ancora una volta giudicato dal Tribunale militare di Roma
che riconosceva la sua colpevolezza; ma, ritenuto che il reato fosse prescritto,
emetteva sentenza di proscioglimento.
Tuttavia questa sentenza, sebbene fosse più severa di quella
pronunciata nel 1948 a carico di Kappler, non soddisfaceva le famiglie delle
vittime nè la folla che aspettava il verdetto, per cui successe il
finimondo: la rabbia sfociò in episodi di violenza contro uomini delle
forze dell’ordine e autovetture. Al termine dei disordini rimasero feriti
alcuni poliziotti e carabinieri; e fu danneggiata anche un’auto di scorta
del ministro della giustizia Flick. Alle due di notte, poi, fu lo stesso ministro
ad annunciare che Priebke era stato di nuovo arrestato, in attesa di una richiesta
di estradizione che sarebbe dovuta arrivare dalla Germania nei giorni successivi;
quindi in virtù di un mandato di cattura internazionale, che non era
stato ancora emesso!
Alla notizia la folla applaudì e si allontanò dal Tribunale
fino allora assediato; ma la sorte di Priebke era già scritta: quale
giudice si sarebbe ancora astenuto dal comminargli l’ergastolo, senza esporsi
ai tumulti della piazza?
La Suprema Corte, alla quale i legali di Priebke ricorrevano contro
l’arresto e l’arbitrario intervento del ministro della giustizia, sentenziava,
invece, la legittimità dell’arresto, cassava la sentenza di proscioglimento
e rinviava ad altro giudice per il rinnovo del dibattimento. E questa volta,
quando il nuovo giudice pronunciava la condanna all’ergastolo, un boato di
applausi si levava nell’aula, tanto che l’avvocato difensore commentava: «Quando
un Tribunale, una Corte, un Giudice, ricevono gli applausi del loggione, vuol
dire che abbia soddisfatto le attese; non che abbia fatto giustizia».
Ed è vero: una sentenza politica, non può che stravolgere
e screditare uno stato di diritto. E la sentenza che ha condannato Priebke,
è una pagina nera nella storia del diritto dell’Italia, che pretende
di essere patria del diritto.