P R E F A Z I O N E di Claudio Antonelli


 

Succede raramente di leggere un libro tutto d’ un fiato, cercando di trattenere la mimica del vostro viso che passa da una smorfia di orrore ad una improvvisa risata. Questo mi è capitato con “Il giardino di Ippocrate – Viaggio allucinante all’interno delle corsie”, il libro-documento dell’avvocato-scrittore Michele Pirone, che denuncia gli scempi operati dal fumo sulla salute e descrive un pericoloso viaggio nella malasanità italiana.
  Il discorso sugli orrori del tabagismo e la descrizione della vita all’interno degli ospedali avrebbero potuto facilmente scivolare nell’autocommiserazione o tradursi in una denuncia dai toni opachi e pesanti. Grazie, invece, ad uno stile frizzante, mobilissimo ed ammiccante, la denuncia si trasforma in un efficace e spassoso “j’accuse”, vibrante di umanità, con squarci che ci fanno intravedere, qua e là, una Napoli con il suo golfo, luminosa e tripudiante. Ma non è certo da ascrivere soltanto allo stile, conciso e vibrante, il fatto che questa cronaca di vita vissuta, così particolare per le vicende   descritte,  assurga   a   rappresentazione  e denuncia di un sistema ospedaliero, simbolo bacato di una realtà sociale e politica più ampia, basata sul culto esasperato dell’ “io”, sul protagonismo, sul potere personale, sull’improvvisazione e sull’abuso. Ciò che rischiara la denuncia di Michele Pirone, infondendole una piacevole freschezza, nonostante certe righe crude e paurose, è il senso di profonda umanità ch’egli possiede, da gentiluomo-intellettuale del Sud: questo personaggio quasi mitico, forse oggi travolto dal degrado generalizzato, che chi ha vissuto nel Sud dell’Italia ricorda con rimpianto: generoso, colto, disincantato e ironico, dall’intelligenza pronta e con un gusto spiccato per il gesto e la parola esemplari.
  Il grande imputato del libro, a parte il “barone” della medicina, presuntuoso e arrogante, è il tabacco, veleno mortale.
  Michele Pirone cominciò a fumare presto, da ragazzo. Per lui fu una cosa normale accostare il puzzolente tubetto alle labbra; ma, col passare degli anni, i disturbi si faranno sempre più fastidiosi: tosse, enfisema, danni all’occhio, gengive infiammate.
 Un bel giorno, all’età di 57 anni, Michele Pirone decide di smettere di fumare. Fatto alquanto insolito, egli riesce a smettere al primo tentativo, sorpreso di quanto sia facile fare a meno del “falso benessere del fumo”.
  Passano sei anni. Egli crede ormai di star bene. Non dicono tutti che siano sufficienti cinque anni perchè i polmoni ridiventino puliti? Ma non è così. “I danni a suo tempo prodotti, sono ancora e sempre lì, in agguato, pronti a colpire”.
  L’irruzione della malattia nel corpo di Pirone è ancora più drammatica perchè improvvisa; inoltre la semplicità del narrare amplifica, per così dire, l’orrore della situazione.
  Le spiegazioni di carattere medico, in questo libro, sono sempre chiare e precise. Si avverte che l’autore non è un profano in materia, tutt’altro. E difatti, inoltrandoci nella lettura di questo saporoso libro, apprendiamo che Michele Pirone, da giovane, stava per diventare medico, senonchè durante gli studi di medicina, cambiò corso di studi, preferendo la giurisprudenza.
  La descrizione che egli fa della maniera in cui gli studenti studiavano il corpo umano, scuoiando e sezionando cadaveri, serve a farci capire perchè i suoi studi “tirarono le cuoia” lì, sul tavolo di anatomia. Ma se il giardino di Ippocrate perse un giardiniere, e il Gotha medico, chissà, forse un barone, l’avvocatura guadagnò un eccelente avvocato, e il giornalismo una penna agile e graffiante.
  In questo libro, scoppiettante di intelligenza e di ironia, si succedono quadretti in cui anche l’orrido è riscattato dalla levità dello stile e dal continuo sorriso agrodolce dell’autore.
  L’ingresso nel giardino napoletano di Ippocrate, alias della malasanità, avviene al termine di un viaggio veramente scomodo; e, all’ uscita dell’autostrada,     l’autoambulanza  e  il suo  carico sono accolti dal demenziale traffico napoletano, che causa qualche preoccupazione supplementare a Michele Pirone, prostrato ed ansimante a causa del polmone afflosciato. A Napoli infatti, ci spiega l’autore, “passare all’incrocio con il semaforo verde, costituisce un pericolo; poichè si passa indifferentemente con il rosso”.
   Infine è l’arrivo all’ospedale, situato in un parco rigoglioso di vegetazione (il giardino di Ippocrate?). Così come la partenza, anche l’arrivo è causa per Pirone di un moto di grande sorpresa e di un’amara considerazione. Infatti, nonostante che l’autista, arrivando, abbia messo in funzione la sirena, non succede nulla: nessuno dall'interno dell’ospedale si precipita ad accogliere l’ammalato. “Non accade niente; le porte restano sbarrate e non esce anima viva. Forse questo non è il pronto soccorso. Forse non è nemmeno l’ospedale. Forse abbiamo sbagliato edificio”. Invece no, si tratta proprio del glorioso ospedale “Martorelli”. Su ciò non vi sono dubbi. 
Durante la degenza l’avvocato Pirone avrà modo più di una volta di “ammirare” il marchio dell’ospedale sull’ imballaggio che ricopre il prodotto tipico ospedaliero, diretto verso l’ultima dimora: il degente morto   “che non ce l’ha fatta” trasportato verso l’obitorio. Le pagine del libro che, a mio giudizio, raggiungono una grande altezza, sono quelle che descrivono il deambulare di Michele Pirone attraverso i corridoi sotterranei, tortuosi e senza fine,  di  un  ospedale  che  appare vasto e brulicante   come   una città.  Ma i  veri  protagonisti della vita dell’ospedale sono i medici, i dottori, pardon i professori, dall’ego enfiato, vanesi e suscettibili come prime donne, abilissimi nel gioco del protagonismo e del potere – gli uni contro gli altri – e molto meno abili nell’arte medica e nella comunicazione. A farne le spese sono i pazienti, per necessità di cose pazientissimi. Sotto questi professori, o aspiranti tali, si muovono capisala e infermieri. Al di sotto di tutti vi è il povero cristo ammalato, in attesa dell’intervento, spogliato di ogni decoro e cui tutti danno del tu. Fortunatamente la famiglia, nel nostro Sud, non abbandona l’ammalato, per cui la vita esterna straripa fin nelle corsie.
  Michele Pirone riesce a rimettersi dalla grave affezione polmonare – il pneumotorace spontaneo – che lo aveva colpito. Trascorre quindi una piacevolissima vacanza a Capri, isola che gli è tanto cara. Purtroppo il calvario non è finito: sopraggiunge una recidiva ed è di nuovo il ricovero… in un altro giardino di Ippocrate. Verrà poi dimesso, perchè il polmone un poco alla volta ha ripreso la sua espansione normale; ma i postumi del fumo non perdoneranno, ed il polmone si affloscerà di nuovo, tra dolori fortissimi. E sarà di nuovo l’ospedale, una terza, una quarta volta.
  L’autore rende vivi, con pochi tratti di penna, una serie di personaggi: sono i compagni di corsia, i medici, gli infermieri, i visitatori…Così come l’ambiente non è mai asettico, l’umanità all’interno degli ospedali napoletani è varia e intensa.
  I quadretti tratteggiati da Pirone hanno l’incisività e la vivezza di miniature d’arte. Si stabiliranno amicizie sincere tra i pazienti della stessa corsia: di fronte alle minacce del destino ci si sente affratellati.
  Affettuosa e commovente è la maniera in cui Pirone tratteggia un suo compagno di corsia, il barman di Salerno, affetto da un cancro al polmone. Al pari di questo compagno di corsia e di sventura, altri personaggi fanno fuggevolmente capolino, rimanendo tutti indelebilmente impressi nella mente del lettore, grazie all’afflato dell’autore.
  E dimenticavo quasi di parlare dei medici – gli assistenti e il primario – questi giardinieri sussieguosi di un giardino di Ippocrate pieno di trabocchetti e di insetti velenosi. Essi sono tutti impegnati in una lotta intestina, di potere e di prestigio, di cui fanno inevitabilmente le spese i pazienti, cavie di esperimenti azzardati o di operazioni semplicemente inutili.
  Una parte del libro è consacrata alla descrizione, per brevi pennellate successive, proprio del “professore”, il primario, dall’ego smisurato, che pur di affermare il proprio predominio, finge di volersi spingere fino alle soglie di un’operazione – inutile  e pericolosa – per poi ritirarsi in buon ordine, celando un sorriso soddisfatto per l’amor proprio salvaguardato.
 Il libro finisce con il viaggio – il “rientro” – della famiglia Pirone in Canada, a Montréal. Dobbiamo aggiungere con amarezza: giusto in tempo per assistere   alla   rapida   deteriorazione  del  sistema sanitario del Québec, sacrificato dal potere politico, impegnato nelle grandi manovre separatistiche.
  Dopo tante cure antitabacco, che hanno tanto promesso ma poco mantenuto, sono convinto che al termine della lettura di questo libro, più di un fumatore schiaccerà il suo ultimo mozzicone.

                                           Claudio Antonelli
 
 

1