'N'uocchio e 'na lacrema

               P R E F A Z I O N E                                                                           Di  Giuseppe Canciani



 
 

    «Sopravviene un’ età di cifre allineate sotto i termini "Dare" e "Avere": l’età dell’inventario e del bilancio. Questa è la mia. Ogni notte, quando ho finito di scrivere per i giornali, depongo la penna e mentalmente addiziono e sottraggo. La colonna dei passivi raggiunge le stelle: issandomi sul suo vertice potrei toccare la tunica dei santi ; l’attivo è quello che è…
   Avevo dodici anni quando emigrai, complice la guerra… Quel giorno Napoli rise e pianse sulle ginocchia di San Gennaro… Ricordo i singhiozzi di una donnetta che aveva sei figli maschi, lo sguardo smarrito di una giovinetta incinta che si era addossata al muro e osservava ogni cosa accarezzandosi il ventro enorme… Ricordo la mia Napoli…».
  Sono queste le parole malinconiche – avvolte in quell’alone di fitta nebbia che avvolge chi si sente particolarmente solo – di Giuseppe Marotta, giornalista e scrittore napoletano, nonchè mio compagno fedele nelle ore in cui decido di rifiutare le proposizioni e le imposizioni di questa civiltà metallica e voglio ritornare ad essere me stesso, con le mie debolezze, i miei sentimentalismi, i  miei rimpianti, le mie delusioni e le mie nostalgie…
  Niente argomentazioni filosofiche o psicologiche, niente trattati statistici con il freddo della loro meccanica; ma soltanto parole semplici, messe giù linearmente, con quella chiarezza e semplicità di chi vuol rimanere se stesso fino in fondo.
  E le parole vanno, aiutate dai battiti del nostro cuore che finalmente riposa e che si lascia andare… «…era venuto da poco buio, in un minuto, così rapidamente che pensai alla coperta con cui l’assassino appostato soffoca il grido della vittima. Io percorrevo, arrivando dal corso Vittorio Emanuele, l’ultimo tratto della via Agnello fra bottegucce che mi sono care: un odore di pesce fritto e un odore di forno si azzuffarono per decidere quale dovesse accompagnarmi…» e sostituisco all’immagine del corso Vittorio Emanuele il ricordo del viale di casa mia; alla botteguccia del pescivendolo la calda immagine del bar che mi sorrise per tante sere vuote; al sorriso della gente di Marotta quello dei miei compaesani… e mi lascio andare, cullare da sogni vividi, da pensieri e ritratti della  mia gente, della mia vita, che sortiscono quel magico effetto di farmi rivivere concretamente attimi sfuggevoli del passato.
  Giuseppe Marotta l’ho sempre visto così, come un trampolino di lancio per i miei penseri a ritroso.
  Leggendo ‘N’uocchio e ‘na lacrema di Michele Pirone, ho riprovato la medesima sensazione: per la seconda volta ho rivisto me stesso, quello che ero… Ed è per questo che, con entusiasmo, anche se contenuto da una sorta di timore reverenziale, ho accettato l’invito di giudicare quest’opera letteraria.
  Nello scorrere il libro mi son trovato, dubbioso, ad affrontare il dilemma: Pirone o Marotta? Automaticamente ho scandagliato nel mio bagaglio culturale per cercare un altro appoggio ed ecco, spontanea, la soluzione che – badate bene – è la mia soluzione.
  Il continuo, altalenante ritratto di caratteri, costumi, ambienti e paesaggi della sua Napoli, con un tono perennemente oscillante tra immagine realistica e trasposizione fiabesca di uomini e cose, mi porta a classificare l’opera del Pirone – e, conseguentemente, lui stesso – un verista in ritardo.
  L’accento da lui volutamente posto su determinati aspetti di un fatto, la meticolostà con la quale descrive ambienti e costumi, richiama alla mente il Verga de I malavoglia e di Mastro don Gesualdo che del verismo fu, all’epoca, la massima espressione. In entrambi si ritrova la esaltazione della povera gente, con la loro miseria e con la loro grandezza; ma, in ogni caso, aderente alla realtà; anche se, nella prosa del Pirone, il verismo sfocia immancabilmente nella visione fiabesca, in virtù di un soffio di poesia che egli vi infonde.
  In certi momenti, però, vi accorgerete che le sue parole non sortiranno soltanto l’effetto della dose di droga che fa sognare e, nel sogno, rivivere realltà della vita ormai lontane; ma che si solleveranno a significati e valori più universali, per rivelare una visione più profonda della vita e del destino degli uomini, nel legame e forze misteriose che ne guidano l’esistenza.
  « Io sono napoletano del Molise e me ne vanto » dice egli, a volte, celiando. Michele Pirone, infatti, è napoletano d’adozione. Nato nel Molise, si trasferì a Napoli, in tenerissima età. A Napoli è vissuto fin dall’infanzia, a Napoli ha compiuto gli studi classici fino al conseguimento della laurea in giurisprudenza nel lontano 1950, a Napoli si è sposato, a Napoli ha esercitato per lunghi anni la professione di avvocato. Nel libro ‘N’uocchio e ‘na lacrema, con un’appassionata rievocazione del suo ambiente regionale,  visto in un alone favoloso di vita rude e primitiva, di amore e di semplicità, Pirone riflette se stesso, la sua esistenza, il suo lamento di vita, che poi sarà anche il nostro, la nostra vita, oggi forse volutamente assoggettata al condizionamento della realtà metallica di cui dicevo all’inizio.
  L’analisi introspettiva che si ricava dal libro, ci mostra a nudo l’Autore con i suoi entusiami impulsivi e con la sua predominante accorata mestizia che fanno di lui l’eterno fanciullo deluso.
  Per il che non v’è dubbio che anche il più refrattario cuore dell’emigrato, indurito dalle avversità e temprato dalla risoluzione, saprà sgelarsi alla musica delle sue frasi, alla melodia che – come un fiume in piena – irrompe tra le pagine di ‘N’uocchio e ‘na lacrema.
  L’esercizio della professione di avvocato, protrattosi a lungo, ha portato Michele Pirone a contatto con tristi realtà, ai più inimmaginabili; gli ha consentito di carpire quei segreti che, a volte, celiamo a noi stessi; ha arricchito la sua esperienza umana già vasta e profonda; ha acuito la sua capacità di sentire i brividi delle sensazioni allogate nei più profondi meandri del cuore… e queste realtà, questi segreti, queste sensazioni Michele Pirone ha ora riportato in quelli che – a prima vista – sembrano anonimi fogli; ma che invece – come magici elisir – hanno il potere di rimbalzare in noi stessi, per portare a galla realtà oramai cancellate dall’usura del tempo.
  « Una  raccolta di brani – egli dice – pezzi di colore che vogliono, ravvivando il ricordo, attutire la sofferenza per la lontananza ».
  Augurando a Michele Pirone che un giorno qualcuno abbia  a sussurrargli un semplice « grazie! » per aver egli contributo ad alleviargli questa sofferenza, chino il capo e ringrazio per la quotidiana lezione di umanità impartitami.
                                                              Giuseppe Canciani
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