L’ultimo "pazzariello"
Il "pazzariello" è la più antica forma di pubblicità che si conosca a Napoli. Già nell’epoca in cui non vi era la stampa e prima ancora che fosse inventata la radio, "’o pazzariello" imperversava indisturbato per le strade della vecchia città. Oggi questa figura è superata dai tempi, dal tecnicismo del progresso, dai mezzi d’informazione moderni; per cui "’o pazzariello" è rimasto un personaggio folcloristico che si limita a fare la sua apparizione in qualche film di Nino Taranto.
Eppure, in realtà, è possibile vederlo ancora, talvolta, nelle strettoie dei borghi o nei vicoli dei "quartieri", nell’esercizio delle sue funzioni, intento a reclamizzare i prodotti di una salumeria o i prezzi di una bettola.
Insaccato in una divisa militaresca con giubba rossa ed alamari d’oro – qualcosa di mezzo tra un ufficiale degli usseri e un domatore di circo – con un berretto napoleonico calzato per traverso, un bastone da "mazziere" abilmente manipolato, procede con brevi passetti e continue giravolte, al rombo di una grancassa, al rullo del tamburo e al suono di un flauto, strumenti dai quali i tre elementi del suo "complesso", anch’essi in divisa – ma meno "impegnata" – traggono un ritmo indefinito, arieggiante le danze africane. Poi, mentre la "musica" cessa di colpo, intervallando le sue parole con una pausa e con la famosa "mossa" napoletana sottolineata da colpi di tamburo, "o pazzariello" lancia il suo annuncio pubblicitario: « Attenzione! Battaglione! È asciuto pazzo ‘o padrone! ‘On Gennarino Esposito, ca ten’’a cantina ‘o puntone, vènne ‘o vino a diece lire mancante! ».
Ricomincia la musica, ricomincia la danza, prosegue la marcia attraverso le viuzze del quartiere. Un codazzo di scugnizzi segue "l’equipe" accompagnando con lazzi e fischi l’originale concerto. dalle finestre dei fabbricati vetusti, che affondano le loro origini nell’epoca borbonica, fanno capolino le popolane "mmieze ‘e panne spase" – filari di indumenti lisi messi ad asciugare su corde tese tra due edifici prospicienti – per godersi lo spettacolo e per buttare giù una monetina da cinquanta lire.
« Menàte, signo’, menàte. Simme pat’’e figlie! » invita uno dei "musicisti", chinandosi a raccogliere le monete. Sono gli extra che arrotonderanno il magro corrispettivo della spicciola pubblicità.
« Pat’’e figlie »: il titolo più nobile e più toccante per l’animo del popolino.Perfino quando il pattuglione della squadra mobile arresta lo "scartiloffista" colto in flagrante, vi è sempre, nel gruppo dei presenti, chi in nome di una presunta paternità, invoca clemenza: « Brigatiè (per il napoletano gli agenti sono tutti "brigadieri", come per i parcheggiatori gli automobilisti sono tutti "dottori") lasciat’’o ‘ì: è pat’’e figlie! ».
Anche "’o pazzariello" è padre di figli. Quando a tarda sera, stanco del suo ingrato peregrinare, rientra nel suo "basso", i suoi otto figli sono lì che gli si stringono intorno e lo fissano in volto con un’aria interrogativa di attesa.
Con la cosciente dignità di chi ha compiuto una difficle impresa, prima di buttare sul letto il suo cappello napoleonico e il suo bastone di "mazziere", cava di tasca una manciata di monetine; e, porgendole con voluta noncuranza alla moglie, li rassicura dicendo: « Guagliù, stasera pure se magna…».