MOLISE IERI E OGGI
”La piccola stazione, di sera, era rischiarata da un lume a petrolio,
sistemato in una nicchia della parete esterna, e serviva anche a dar segnale
di fermata al macchinista della vaporiera che arrivava sbuffando tra nuvole
di fumo e getti di vapore compresso dagli stantuffi, fra le ruote di acciaio.
Gli asini, i cavalli, i muli, scendevano lentamente Le Strette carichi
delle valigie di cartone, con tanti giovani emigranti, in partenza per
"l’altro mondo’’, come si diceva in paese.
Se ne andarono anche le mie zie, per raggiungere i mariti in America,
e la nonna piangeva, stringendosi le figlie, come chi accompagna un defunto
al cimitero.
Nella biglietteria attendeva il capostazione con il berretto rosso e
gli occhiali pendenti sul naso, e l’acetilene emanava un odore acre e
una luce brillante.
D’inverno un gran fuoco rosso vivo, scoppiettante nel camino, invitava
ad entrare e ci si disponeva dinanzi al focolare. I più vigili, al minimo
rumore, si affacciavano sull’uscio per cogliere l’arrivo del treno che appariva,
a tratti, in lontananza; e poi scompariva nelle gallerie sotto i monti. La neve
turbinava cadendo, il vento soffiava e il treno si avvicinava inesorabile. Intorno
al fuoco i lamenti diventavano urli, forse anche bestemmie, contro il convoglio
che, crudele, rapiva i giovani, avventurieri per bisogno’’.
Così mio fratello, Eliodoro Pirone, nel suo libro di racconti
"Grano e Gramigna", descrive la prima emigrazione dal Molise, l’esodo massiccio
e disperato dei giovani che fuggivano da una terra avara, inseguendo sogni di
un futuro migliore. Che forse non ci sarebbe mai stato; ma, comunque, essi dovevano
partire poichè, come sostiene Amir Klink, « il naufragio peggiore
è quello di chi non ha mai lasciato il porto ».
Questo quadro angoscioso del distacco, dello straziante dolore di chi
resta e di chi parte, caratterizzato da ’’lamenti che diventavano urli’’,
è ritratto altresì dal poeta isernino Sabino D’acunto, mio ottimo
amico, il cui sentimento d’amore per la sua terra Giuseppe Tedeschi, in un suo
saggio critico pubblicato su "La fiera letteraria", collocò tra Rilke
e Montale.
In "Elegia molisana", che entusiasmò anche Salvatore Quasimodo,
D’Acunto osservava: « Non si piangono morti, qui, ma vivi! / Uomini vanno
col fardello carico / di stracci e di illusione chissà dove. / Partono
all’alba, come i condannati?».
Andavano via – continua sempre Sabino D’Acunto – fuggendo «dai
giorni sempre uguali / circondati di neve e di silenzio », lasciandosi
alle spalle « donne che hanno il petto dissanguato / dalla fame dei figli
».
Certo è che anche per il Molise, come scriveva Giuseppe Prezzolini,
« l’emigrazione è stata una enorme tragedia, con anni di fame,
di sforzi, di incertezza e di morte ».
Era l’epoca, quella, in cui il Molise era ricco di braccia ma poverissimo
di risorse; per cui l’unica valvola di sfogo, per la classe lavoratrice di allora,
era di tentare l’avventura dell’espatrio; e tutti i paesi del Molise, chi più
e chi meno, contribuirono nel tempo, con il flusso emorragico dei loro giovani,
ad alimentare l’esercito degli emigranti che presero le vie del mondo.
Vi è Castelpizzuto, ad esempio, in provincia di Isernia, che è
pressochè spopolato. Le case, vuote e silenziose, incutono un senso di
solitudine e di sbigottimento. Gli abitanti di quel paese, nella loro totalità,
sono di numero inferiore a quelli che si ritrovano in un qualunque edificio
condominiale, di appena quattro o cinque piani.
Vi è Pettoranello del Molise – il mio paese – i cui abitanti,
un tempo oltre duemila, si sono stabiliti a Princeton nel New Jersey; mentre
in paese ne sono rimasti meno di trecento. Il contributo che essi hanno dato
alla loro città di adozione è stato tale e tanto che, qualche
anno addietro, si è realizzato addirittura un gemellaggio, tra Princeton
e Pettoranello, appunto.
Per non parlare del Canada. A Montréal gli immigrati di
origine molisana superano le centomila unità; praticamente essi sono
il doppio degli attuali abitanti di Campobasso, capoluogo del Molise, e quattro
volte più degli abitanti di Isernia, che è una provincia della
stessa regione. Sommando i molisani residenti a Montréal, a quelli di
Toronto, si otterrà un numero di persone pari a quelle dell’intero Molise.
Se poi si aggiungano i molisani che vivono negli Stati Uniti, in Argentina,
in Germania, in Francia, in Svizzera e negli altri paesi di immigrazione, si
avranno "cinque o sei Molise" sparsi nel mondo.
Come vivono questi emigrati ?
Molti di loro hanno fatto fortuna, altri un po’ meno. Tutti, però,
vivono nel ricordo della patria lontana e sognano di poter un giorno tornarvi;
anche se poi, avendo stabilito nuove radici, il ritorno resterà un pio
desiderio.
Sarà la lontananza dalla loro terra, sarà il contatto quotidiano
con gente diversa dalla propria, fatto sta che all’estero l’attaccamento alle
proprie origini, fa parte di un campanilismo che in patria non esiste ormai
più; è perciò che anche i molisani, come gli immigrati
di altre provenienze, si riuniscono tra di loro, formano associazioni di appartenenti
allo stesso paese di origine, di cui portano il nome; e queste, a loro volta,
confluiscono in una federazione che ne coordina le attività. Ogni sabato
essi organizzano feste associative per incontrarsi, per dialogare, per raccontarsi,
per pranzare insieme e ballare; ma soprattutto per sentirsi vivi e per tener
accesa la fiaccola della nostalgia, che è pane quotidiano per chi vive
lontano dal proprio paese e dai propri cari. Al contrario di quanto accade in
molti dei loro paesi di origine, dove non ci si vede quasi più, abbrutiti
come sono – i molisani in patria – dal consumismo e dal progresso che impongono
loro una vita di solitudine.
Il Molise, un tempo, era una delle aree più depresse del Mezzogiorno
d’Italia. Ma, da allora, le cose sono cambiate. Oggi l’emigrazione è
quasi cessata, perchè i giovani trovano lavoro nella propria terra. Su
quelle lande una volta desolate, che nulla offrivano al di fuori di un’agricoltura
da fame, sono sorte industrie fiorenti e rinomate : basti pensare alla filiale
Fiat di Termoli, alle industrie del comprensorio venafrano, a quelle di abbigliamento
nella piana di Pettoranello e nell’agro di Monteroduni, nonchè a quelle
di prodotti dolciari, vere e proprie multinazionali, che esportano i loro prodotti
in tutto il mondo; e, soprattutto, all’antica ditta Marinelli, di Agnone, le
cui campane, da oltre un secolo, risuonano sui templi dei cinque continenti.
A differenza delle altre regioni, nelle quali la criminalità ha
reso la vita invivibile, il Molise è la terra nella quale fatti delittuosi
si verificano ogni morte di papa. Isernia, ad esempio, risulta tra i primissimi
posti in graduatoria, tra tutte le città d’Italia, per qualità
di vita e per vocazione al risparmio.
I paesetti arroccati sulle colline, una volta simbolo di un degrado miserevole,
sono oggi lindi, pittoreschi, con le loro casette dalle facciate bianche, come
quelle dei presepi.
La terra, ormai, è abbandonata e incolta, poichè altre
possibilità di lavoro si offrono, più redditizie e meno faticose.
Ancora oggi, forse, qualcuno va via dal Molise; ma allorchè
ciò accada egli lo fa per scelta di vita e non più per bisogno.
Per desiderio di evasione, di avventura, di turismo, di conoscenza, e non per
necessità. Non più con valigie di cartone legate con lo spago
e passaporto rosso; ma con portafoglio fornito e, magari, abbigliamento firmato.
Per cui il distacco con i familiari avviene senza "più lamenti
che diventano urli"; ma con la serenità e nella consapevolezza di chi
non veda nella partenza un pericolo.
Cos’è rimasto più, nel Molise, della civiltà contadina,
dell’esodo dalla terra e dell’emigrazione selvaggia?
Quasi niente. Soltanto quel poco che rivive nella memoria e nel racconto
degli anziani e di cui scomparirà ogni ricordo, con la estinzione della
loro generazione.
Poichè, come scrive Sabino D’Acunto: « In questa terra
avara la mia gente / rinnova le sue stirpi / come sui rami mutano le foglie
».