Le aspettative di Lucien Bouchard di un appoggio incondizionato
della Francia, alle istanze separatiste del Québec, sono andate
deluse; poiché dopo quaranta minuti di colloquio – probabilmente
di soliloquio – Jacques Chirac si è limitato a ripetere le stesse
identiche parole, pronunciate nel settembre scorso a Québec, né
una di più, né una di meno: « Qualunque sia il cammino
che il Québec prenderà, la Francia sarà pronta ad
accompagnarlo, in uno spirito di amicizia e di solidarietà ».
Se era questo, tutto ciò che si poteva ottenere da Chirac,
Lucien Bouchard avrebbe ben potuto esimersi dal fare un viaggio in Francia,
per mettere in evidenza che « ora che il bilancio del Québec
è stato risanato e che lo stato del Québec si è ridata
la capacità di effettuare delle scelte, avrà inizio un nuovo
capitolo nella storia del governo ».
Inutilmente, altresì, Lucien Bouchard ha posto l’accento
sulla iniziativa del governo federale di volere, con il progetto di legge
C-20, ingerirsi del processo referendario che, in ogni caso, egli considera
« nullo e inesistente ». Quel progetto, egli ha detto, «
è una ferita alla democrazia, un attentato alla libertà del
popolo del Québec a disporre di se stesso ».
Parole ad effetto, senza dubbio, anche se infarcite della più
scontata retorica, studiate a tavolino dai soloni dell’oratoria nostrana;
ma anch’esse destinate a non sortire risultato. Infatti, ribadendo quanto
già detto il giorno prima da Jacques Chirac, la sua portavoce, Catherine
Colonna, putualizzava: « Noi non abbiamo da pronunciarci in un dibattito
interno. È il Québec che deve fare le sue scelte: allorchè
esse saranno state fatte, la posizione della Francia sarà quella
che si è detta ».
Oltre tutto Lucien Bouchard, con ogni probabilità, ha
scelto male il momento per andare a parlare di separazione e di progetti
che il suo governo sarebbe pronto a mettere in atto, poiché la Francia,
da quel 39 per cento che è stato indicato da un recente sondaggio,
sa bene che l’opzione separatista del Québec, è in caduta
libera.
Lo ha riconosciuto anche Philippe Séguin, ex presidente
del RPR (il partito di Chirac), e sostenitore del movimento separatista,
il quale ha scritto, in un libro di recente pubblicazione, di non credere
più ad una prossima vittoria del « Sì ».
E mentre la missione di Bouchard si avviava al fallimento, Luc
Plamondon, all’università La Sorbonne, dove una sessantina di intellettuali
si erano dati convegno per ascoltare Jospin e Bouchard, prendeva la parola
per far presente che molti giovani di Francia gli chiedevano perché
egli non scrivesse direttamente in inglese, visto che conosce la lingua.
E se ne meravigliava, Luc Plamondon, perché egli ignora che l’Europa
non è il Québec, che in Francia non c’è una Charte
de la Langue française, né una polizia della lingua, né
tanto meno altre normative che, ostacolando l’apprendimento e l’uso di
lingue diverse, sanno di provincialismo bello e buono.
Luc Plamondon è autore di Notre-Dame de Paris (del testo,
mentre la musica è di Riccardo Cocciante che egli non menziona mai.
Eppure il musicista è più importante del paroliere: tutti
sanno che la Traviata è di Verdi e la Butterfly di Puccini; ma quanti
conoscono i rispettivi librettisti?) opera che in questo momento trionfa
a Las Vegas in lingua inglese, ovviamente. E si è meravigliato ancor
più, Plamondon, quando Robert Pilon ha citato Michel Tremblay ed
egli ha dovuto costatare che la quasi totalità dei presenti, ignorava
chi fosse. Ma la sua delusione derivava soprattuto dall’acquisita consapevolezza
che il Québec non è il centro dell’universo, l’ombelico del
mondo; che la Francia, a cui il Québec si ispira, ha da esso
diversità profonde; che la lingua francese, che i franco-canadesi
vogliono eleggere a culto, ma che parlando storpiano, non è poi
cosa sacra per i francesi di Francia che, come buona parte dei popoli europei,
sono attratti dall’inglese che meglio offre possibilità di comunicazione
e di scambi.
Ma il Québec può abbandonarsi a questi vezzi poiché,
fortunatamente, i grandi veri problemi che affliggono il pianeta – fame,
guerre, carestie – non gli appartengono direttamente, essendo uno di quei
paesi in cui, come diceva Totò, « hai tutto ciò che
vuoi anche se non ti serve ». E Charles de Montesquieu, ribadiva
a sua volta: « Beati quei popoli, la cui storia è noiosa!».