Mia figlia

Aveva solo otto anni quando, con la sua bambola preferita tra le braccia, salì con noi sull’aereo e ci trasferimmo in Canada.
  All’età di due anni già cantava e faceva spettacolo: conosceva a memoria le parole delle canzoni che a lei piacevano e, con la sua vocina intonata, imitava i relativi cantanti.
  I nostri amici, quando li invitavamo a trascorrere con noi la serata, si informavano subito se lei fosse ancora sveglia perchè volevano ascoltarla: già a quell’età,costituiva un’attrazione.
  A cinque anni la iscrivemmo all’asilo e lì, per la prima volta, si esibì su un palco vero e proprio: nello spettacolo, allestito dalle suore, a lei fu dato il ruolo di cantante solista. Padrona del palcoscenico, come un’artista consumata, incurante del pubblico che gremiva la sala – per lo più genitori dei bambini che frequentavano l’asilo – riscosse fragorosi e prolungati applausi.
  A Montréal la iscrissi ad una scuola anglofona, che frequentò con successo.
  Durante il nostro soggiorno in Canada, io svolsi una frenetica attività giornalistica: dapprima quale redattore capo de "La tribuna italiana", poi direttore responsabile de "Il cittadino canadese" e, contemporaneamente, de "La voce del popolo", infine come fondatore e direttore responsabile de "Il ponte". Quest’ultima pubblicazione, nata come settimanale, ben presto si trasformò in quotidiano; ma sopravvisse solo di qualche mese, dopo il mio rientro in Italia.
  "Il cittadino canadese" era e rimane un simbolo per la comunità italiana di Montréal. Fondato nel 1941, esso è il primo giornale, in ordine di tempo, che vide la luce in lingua italiana. E lo è anche per prestigio, poichè alla sua direzione mi avevano preceduto colleghi scrittori come Pietro Corsi, Giose Rimanelli, Camillo Carli.
  Nel 1978 decidemmo di tornare in Italia, dove avrei ripreso la mia attività di avvocato. Questo nuovo sradicamento, però, non poteva certo giovare alla educazione scolastica di mia figlia. La equivalenza degli studi da lei compiuti in Canada, a quelli della scuola italiana, aveva solo una rispondenza teorica, ma inesistente di fatto: diverse erano le materie studiate, dissimili i sistemi di insegnamento. Fu questo uno dei motivi che la indussero a dedicarsi completamente all’attività da lei tanto amata: il canto.
  Ma in Italia la vita di artista è difficile.
  Il direttore artistico di una importante casa discografica, le disse: « Sei bravissima; ma qui da noi si canta in italiano. Non c’ è posto per le canzoni in lingua inglese ».
  E lei, malgrado non le fosse congeniale, cantò canzoni in lingua italiana. Collaborò con affermati cantanti; ha inciso, poi, due dischi (uno di musica rock, l’altro una colonna sonora di un seguitissimo sceneggiato televisivo), compare spesso in televisione, nelle trasmissioni più importanti.
  Ma, evidentemente, si adatta a questo tenore di vita, solo per non allontanarsi da noi: prima o poi tornerà in Canada. Questo non è il mondo artistico che lei ha sognato, l’italiano non è più la sua lingua preferita, l’Italia non è più il suo paese. Tornerà in America, dove è cresciuta e dove si sente di vivere.
  Ora è qui. Mi ha recato uno stereo portatile ed una cassetta sul cui nastro ha inciso due canzoni – ovviamente in lingua inglese – che dovrebbero entrare in un prossimo suo disco: « One way » e «Surrender ». Le sentirò fino alla noia, da mattina a sera, nella mia solitudine, seduto sulla panchina del terrazzo.
  Mia figlia, la mia vita. Ora è qui e non mi stanco di guardarla, come se la vedessi per la prima volta.
  Cosa puo’ dire un padre alla sua unica figlia, nel momento in cui, forse, sta per lasciarla per sempre?
  Cosa dovrebbe dirle?
  Di badare a sua madre che, avendole io risparmiato sempre ogni incombenza, è del tutto inesperta in fatto di tasse, di pagamento di bollette e di ogni altro accidente che pure è all’ordine del giorno nella vita quotidiana di una famiglia?
  Di badare a se stessa? Inutile; è da anni che lo fa, per suo conto, nel migliore dei modi.
  Forse a mia figlia non devo dire niente. Mi basta guardarla negli occhi, in quei suoi occhi verdi come un prato a primavera e limpidi come due gocce di rugiada, per trasmetterle tutti i miei pensieri più reconditi, il mio affetto più profondo, la mia disponibilità totale, fino alle estreme conseguenze.
  E lei mi capisce.

 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
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