La penisola che non c'è
Ci fu un tempo – ero giovane allora – in cui l’Italia era un’altra Italia. I politici non rubavano, i funzionari statali erano incorruttibili, la criminalità era pressochè inesistente.
Vivevo a Napoli, ed era un’altra Napoli.
All’alba, quando si aprivano le finestre per cambiare l’aria alle stanze, un’aria balsamica affluiva a sostituire quella viziata della notte; e il rituale era così diffuso da far dire a Ferdinando Russo: « Napule rire int’’a ‘na luce ‘e sole, chiena ‘e feneste aperte e d’ uocchie nire».
Si animavano le strade della città e si accavallavano le "voci" dei venditori di more dei gelsi, di ricotta nelle "fuscelle", di spighe lesse di granturco, di trippa, di brodo di polipi; mentre l’allegro e chiassoso "pazzariello" imperpersava con la sua équipe a pubblicizzare la nuova apertura di un negozio.
Non c’era la televisione, in compenso c’era la famiglia. E i suoi valori. Una famiglia che si riuniva, in cui si parlava, si raccontava, ci si confidava.
Era l’epoca in cui la plastica non era stata ancora "inventata"; e la pasta, il pesce, la carne, i prodotti alimentari, venivano consegnati agli acquirenti in buste di carta marrone, porosa, biodegradabile.
Lungo il litorale di via Caracciolo un profumo di mare, di iodio, di sale, purificava i polmoni dei passanti. Giù in fondo, all’altezza della villa comunale, una schiera di pescatori, in fila, tiravano a riva la rete che nella notte avevano gettata a mare; e la rete saliva sulla strada, alla fine, ricolma di pesci guizzanti. Di ogni specie: saraghi, cefali, orate, spigole, triglie, calamari, gamberi. Perchè allora il mare era pulito e i pesci c’erano.
Ostricari e cozzicari vendevano frutti di mare vivi, appena pescati, con solo una strizzata di limone; e si potevano mangiare tranquillamente, senza pericolo del colera.
A sera le coppiette di innamorati s’inerpicavano su per le stradine di Posillipo, in cerca di posticini romantici, facili a trovare, perchè sono essi stessi i giovani, con la loro presenza, a far diventare romantico un luogo. Ci si poteva addentrare nei viali della Floridiana al Vomero, o nel bosco della reggia a Capodimonte, anche di notte, senza pericolo di aggressioni. Perchè non vi erano aggressori.
Questo scenario bucolico, così anacronistico oggi da sembrare di un altro pianeta, era di casa a Napoli. E, come a Napoli, a Milano, a Torino, a Venezia, a Bologna, a Firenze, a Roma. E anche a Bari, a Reggio Calabria, a Palermo, a Catania, a Messina, a Cagliari, a Sassari, a Nuoro: era lo scenario di tutta l’Italia, della penisola che c’era.
Poi la guerra, la sconfitta, il dopoguerra, l’assalto al potere ( quel "potere che logora chi non ce l’ha"); e la concussione, il peculato, l’inquinamento, la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita. E poi, ancora, la corruzione delle istituzioni, dell’apparato dello stato, dei funzionari, dei militari, delle forze dell’ordine, dei giudici.
Non di tutti; ma di parecchi sì.
Oggi il mare di Napoli e quelli che per tre quarti bagnano le nostre coste, sono delle vere e proprie fogne, emananti miasmi mefitici. I pesci sono avvelenati dal mercurio; le cozze dal vibrione del colera.
L’ultima volta che sono andato a Capri, su quell’acqua un tempo limpida, da poterla bere, galleggiavano buste di plastica, simbolo eloquente di un penoso degrado ambientale.
La televisione - di stato o commerciale che sia – è una scuola di violenza; e, con l’offerta di ogni tipo di prodotti, invita ad un consumismo che, per ottenere tutto e subito, a sua volta spinge a delinquere.
La famiglia, abbrutita dal teleschermo, è muta e disgregata: quando non ci si parla, non ci si comprende; e quando non c’è comprensione, viene meno il rispetto.
A sera le strade deserte ricordano il coprifuoco del tempo di guerra; mentre solo le "lucciole" della notte, offrono improbabili piaceri, a uomini sessualmente frustrati.
Non si odono più le "voci" dei venditori ambulanti; ma si continuano a vedere "bancarelle" con sigarette di contrabbando, e si moltiplicano gli spacciatori di droga, agli angoli delle strade.
La droga. La "neve bianca" per risolvere i problemi di una società malata di noia, di arrivismo, di voracità. Sono questi i drammi delle nuove generazioni che, avendo tutto dalla vita, non hanno più sogni da inseguire, nè traguardi da raggiungere.
Leonardo Sciascia diceva che « ad una certa età, non è la speranza l’ultima a morire; ma sembra che il morire sia l’ultima speranza ».
Da allora, malgrado non sia trascorso molto tempo, le cose sono cambiate. Oggi sono i giovani, più disperati degli anziani, a desiderare la morte; e si suicidano con le armi, con la droga, con i tubi di scappamento.
In questa Italia di oggi, nella penisola che non c’è, una sola abitudine è rimasta simile a quella di un tempo: aprire la finestra, al mattino, per cambiare l’aria.
Ma questa volta alla strada.
Alla città.