IL GRANO  NEL  LETAMAIO

 
                          
 
  Non ho mai capito con quali criteri vengano dati i Nobel. Ma forse non c’è niente da capire: vengono dati e basta. Probabilmente a coloro che riescano a far breccia, per qualche verso, nella speciale commissione preposta. Capita, così, che attributari del prestigioso e ricco premio, siano candidati immeritevoli o meno meritevoli di altri che ne siano esclusi.
  Alexandre Soljénitsyne è uno di quei Nobel. Scrittore russo, oppositore del regime, venne espulso dal suo paese ed ora, nel secondo volume delle sue memorie pubblicato recentemente a Parigi, dal titolo “Il grano caduto nella macina”, racconta i primi suoi anni di esilio, cha vanno dal 1974 al 1978.
  Dopo aver trascorso qualche tempo in Svizzera, prima di stabilirsi negli USA, Solyénitsyne ebbe l’infelice idea di fissare la sua residenza a Pembroke in Ontario.
  E venne in Canada.
  Ad uno come lui che proveniva da un paese afflitto da una dittatura, perseguitato dal regime comunista, l’approdo in Canada sarebbe dovuto sembrare l’arrivo nel paradiso terrestre.
  Macchè. Lo scrittore, in fuga dall’inferno, non si rende conto di essere in paradiso. Per lui le città canadesi sono “pervase da una pigrizia intellettuale” e popolate “da hippies inebetiti, robusti e obesi”. Nemmeno Pierre Elliot Trudeau, all’epoca primo ministro, fa una buona impressione a Soljénitsyne: « La conversazione e i soggetti trattati, in occasione del nostro incontro, mi diedero una sensazione di insulsaggine; ed io provavo un sentimento di rabbia a vedere questo paese così ricco, così grande per la sua estensione; un gigante timido, messo a soqquadro dagli audaci e dagli sfrontati ».
  Perfino la campagna, a lui abituato alla desolante steppa russa, non va a genio: « Sono terre alle quali hanno strappato con rapacità ogni tronco, per poco spesso che fosse, per lasciare una insignificante e malsana popolazione di arbusti, dai tronchi gracili ».
  Deluso dalle città, dalla campagna e anche da Trudeau – l’uomo politico che all’epoca molti paesi del mondo ci invidiavano – e ricordando, evidentemente, con nostalgia la fredda Siberia dove era stato confinato, egli decide di trasferirsi in Alaska.
  Altra delusione. A bordo di un confortevole vagone della transcanadienne che al suo paese, abituati alle sgangherate carrozze transiberiane non vedono nemmeno in sogno, egli ha come un incubo, poichè scopre una ferrovia “che muore”, delle “stazioni deserte”, e un paese “dimentico di se stesso”.
  Il Canada: un paese che muore, un paese da dimenticare.
  Ma là dove la stupida analisi di Soljénitsyne raggiunge il suo culmine, è quando egli parla di Montréal: « Impossibile immaginare qualcosa di più orrendo di questa città che cerca di imitare le ‘megalopoli’ d’America, ma senza esserne capace ».
  Ecco: Soljénitsyne dall’animo russo - del russo represso e frustrato - non ha capito nulla del Canada. Non ha capito nemmeno che la prerogativa e il vanto di Montréal, sono proprio quelli di non voler imitare altre città e di distinguersi; di essere l’unica oasi, di squisita struttura europea, nel contesto del continente nordamericano.
  Se egli avesso scritto le idiozie che ha scritte, negli anni ’70, quando per la prima volta mise piede in Canada, avremmo forse potuto giustificarle con la sua scarsa conoscenza del mondo occidentale e con la sua mente di fuggiasco, confusa dalle persecuzioni e dalle vessazioni del regime del suo paese.
  Ma che egli le scriva oggi, a distanza di un quarto di secolo dal suo esilio, quando perfino l’ONU ha dovuto riconoscere che il Canada è al primo posto nel mondo per qualità di vita, è indice di un’arretratezza e di una disinformazione che non fanno certo onore ad un premio Nobel, anche se immeritato.
  E con questo volume di memorie, il grano di Soljénitsyne, anzichè nella macina, è caduto in un letamaio.

                                                                        
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