IL COLPEVOLE  «INNOCENTE»
                                                     

  Il 3 febbraio 1998, in una cabina della funivia, venti persone ridiscendevano dal monte Cermis verso l’abitato di Cavalese. Venti turisti, abbagliati dalle bellezze della natura italiana ed entusiasti di vivere; venti persone che non immaginavano che di lì a qualche secondo, la loro vita sarebbe tragicamente cessata.
  Causa della loro morte, un velivolo del corpo dei marines degli U.S.A., pilotato da Richard Ashby, che a velocità superiore alla massima e volando a bassissima quota, tranciava di netto i cavi di acciaio della funivia,  spessi ben cinque centimetri e faceva precipitare a valle la cabina, uccidendone gli occupanti. L’aereo, pur avendo riportato qualche danno, proseguiva il suo volo fino a destinazione, dove effettuava un atterraggio di fortuna.
  E’ un principio di diritto, riconosciuto da tutti i Paesi del mondo, che il processo penale venga celebrato dai magistrati e nel luogo in cui sia stato consumato il reato. Ma, in violazione a tale principio di competenza, per i militari nel 1951 fu pasticciata una deroga: essi possono essere processati nel Paese di appartenenza e non già in quello in cui si siano resi colpevoli.
  E gli U.S.A., ovviamente, si avvalevano subito di tale facoltà, sottraendo al magistrato italiano – giudice naturale – la cognizione dei fatti che diedero luogo alla strage.Il processo ha avuto luogo al Camp Lejeune nel North Carolina e, malgrado il pubblico ministero avesse chiesta una condanna a 206 anni di reclusione (per gli americani l’uomo è pressochè immortale) gli otto marines, che fungevano da giurati, dichiaravano che il pilota Ashby è innocente. Ma ciò che più sgomenta, per uno stato di diritto quale pretendono di essere gli U.S.A., è che detta sentenza – di cui non saranno rese note le motivazioni – è inappellabile.
  Judex dixit: non si sa perchè, ma Ashby è innocente.
  Se la Corte marziale abbia accolto le tesi difensive, il pilota sarebbe «non colpevole» per i seguenti motivi: le mappe fornite dai superiori all’equipaggio, a differenza di quelle che avevano messe a disposizione le autorità italiane, non indicavano l’esistenza della funivia; il funzionamento dell’altimetro era difettoso; le disposizioni relative alla quota minima erano imprecise; la neve aveva create delle illusioni ottiche.
  Ma se anche ciò fosse vero e provato, ci sarebbe sempre e comunque almeno una corresponsabilità del pilota, poichè non può considerarsi in nessun caso innocente, l’autore materiale di una strage.
  D’altronde è accertato che il velivolo si catapultò contro i cavi, ad una velocità supersonica, nel tentativo di passare al di sotto, in una bravata alla Top Gun; ed è altrettanto chiaro che volasse ad una quota inferiore agli 80 metri, laddove – e il pilota avrebbe dovuto saperlo, con la mappa e senza mappa – la quota minima prescritta è di 600 metri!
  Sta di fatto che lo stesso Richard Ashby è ben cosciente della sua colpevolezza: in altra ipotesi non avrebbe sottratto e distrutto un video girato durante il volo che provocò la strage e che, presumibilmente, conteneva degli elementi compromettenti.
  Giustizia made in U.S.A.!
  Mentre a Phoenix, in Arizona, Walter La Grand agonizzava per ben 18 minuti (dinanzi a spettatori che si godevano la scena) soffocato dal cianuro nella camera a gas, per aver ammazzato, insieme con suo fratello, il direttore di una banca nel corso di una rapina, Richard Ashby, nella North Carolina, veniva assolto dopo aver commesso una strage di venti persone.
  Evidentemente Walter La Grand aveva soprattutto il torto di non indossare una divisa.
 
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