Giovanni Bovio
Alcuni ritengono, erroneamente, che la famiglia Bovio sia originaria di Napoli. È accertato, invece, che Giovanni Bovio nacque a Trani il 6 febbraio 1837, da Nicola e Chiara Pasquini; una famiglia modesta che non gli consentì di frequentare un regolare corso di studi, per cui egli rimase un semplice autodidatta.
Egli stesso, in alcune note autobiografiche, narra: «Nacqui da genitori onesti, che non potevano comperarmi i libri nè mandarmi a scuola. Cominciai io, tra i quindici e i sedici anni, a procurarmi dagli amici qualche libro, e tentai da me in Trani ad imparare greco, latino, italiano, francese; poi lessi matematrici, storici, filosofi, giuristi e poeti che mi venivano a mano. Imparai da solo un po’ di greco, tanto da intendere Omero, Platone ed Aristotele. Maggior dimestichezza ebbi con i latini, e seppi quasi a memoria Tacito e Lucrezio. Con questa preparazione mi accostai a Dante, che amai sopra tutti, reputando oscuri quei tempi che si allontanano da lui.
Il Risorgimento italiano fissò la mia attenzione. Lessi ed intesi i filosofi di quel tempo, i quali mi parvero araldi di tutta la civiltà moderna. Ventenne, pubblicai un saggio di filosofia naturale, che parve audace ai dotti, immaturo a me, che non volli ripetere l’edizione.
Verso i trent’anni uscii da Trani e, senza danaro, me ne venni a Napoli dove, per via di esami, sotto il ministero Minghetti, acquistai il diritto di insegnare all’Università. Appena qui giunto, pubblicai il "Saggio critico del diritto penale", in cui si trovano i germi della nuova scuola. Poi feci stampare altri libri filosofici, politici e letterari; ma un’opera soltanto mi preme: la "Fenomenologia o il sistema matematico del naturalismo", intorno alla quale, ad intervalli, lavoro da un trentennio, ed è tutto il mio pensiero.
Questa vita d’intelletto non disgiunsi dall’opera politica. Da giovinetto entrai nel partito repubbliacno, per invito di Mazzini e convincimento mio, e non ho cercato sottigliezze per uscirne.
Sto da nove legislature alla Camera, al mio posto. Deputato da ventisei anni, insegnante da molti anni prima, non venni meno alla mia dottrina e alla mia fede. La moda non mi seduce, neanche quando assume sembianze di modernità.
Della mia scarsa fortuna non accuso nessuno: unico artefice del mio destino è stato il mio carattere. Certo l’onestà è facile negli eremi e lontana dai cimenti, ma è virtù nella prova: e la prova maggiore è serbare animo retto in mezzo a turbe docili e ad assemblee ignare. Sarà sempre vera questa descrizione dell’onestà: passare a nuoto una cloaca e giungere pulito alla riva».
Giovanni Bovio era un uomo "pulito". Onesto fino allo spasimo. Un puro. Uno di quegli uomini politici che dovrebbe costituire un esempio, per i parlamentari di oggi, i legislatori di un’Italietta dove gli scandali piccoli e grossi, gli intrallazzi, le "bustarelle" e le "raccomandazioni", sono cose alle quali nessuno pone più mente.
Ai mestatori di oggi, adusi ad avvalersi di tali espedienti, vogliamo citare un episodio che fece tanto scalpore nel 1888 e che ebbe per protagonista proprio Giovanni Bovio, rappresentante della "sinistra parlamentare".
Ad un banchiere francese che gli aveva offerto un milione e duecentomila lire – somma a quell’epoca favolosa – perchè interponesse i suoi buoni uffici presso il governo italano, per fargli ottenere un certo prestito, l’on. Bovio inviò questa lettera: « La proposizione fattami indica chiaramente che voi mi avete veduto e udito, ma non mi avete conosciuto. Per fare a me siffatta proposta, voi avete dovuto indicare ai banchieri che verranno in Roma il mio nome, e permettete che lo difenda io che non ho altro da custodire e da trasmettere.
Lo difenderò spiegandovi in poche parole il fatto e me. Il fatto, comunque colorito e velato, è di quelli che si chiamano "affari" e che i deputati non debbono trattare nè coi ministri, nè con uffici e compagnie dipendenti dal governo. Non v’è legge che vi si opponga; ma i fatti peggiori non sono quelli che cadono sotto le sanzioni.
Quanto a me, nè a voi che siete stato a Napoli, nè ad altri può essere ignoto che io sostento me e la mia famiglia dì per dì insegnando e scrivendo filosofia, congiunta con un po’ di matematica, ma con aritmetica che non è arrivata mai al milione. Se il lavoro mi frutta l’indipendenza, il milione mi è soverchio.
Voi scrivete che tutto sarebbe fatto di cheto in Roma, senza che altri ne sappia. E non lo saprei io? E non porto nella mia coscienza un codice? I banchieri possono lasciare la loro coscienza a pie’ delle Alpi e ripigliarsela al ritorno; ma io la porto dovunque, perchè là dentro ci sono gli ultimi ideali che ho potuto salvare dalla delusioni.
Voi scrivete che è opera di buon cittadino questa mediazione; e io vi dico che è opera di onesto uomo non far mai ciò che si ha bisognodi tacere e di coprire».
Ammiratore di Giordano Bruno al quale, per suo interessamento, fu eretto il monumento a Roma in campo de’ Fiori, "qui dove il rogo arse", fu un assertore convinto della democrazia e della libertà: tra le battaglie parlamentari da lui condotte, va ricordata quella del "suffragio universale" per dare il voto a tutti i cittadini.
Nel mondo della cultura Giovanni Bovio aveva un peso di tutto rilievo. Fu per il suo intervento, infatti, che cessò una feroce polemica letteraria che conducevano tra loro, da un trentennio, Giosuè Carducci e Mario Rapisardi; polemica della quale il grande poeta maremmano, ricordandolo nella sua vecchiaia, così scriveva: «Che i lontani nepoti non abbiano a ricordarsi di siffatte miserie, perchè allora bisognerà credere che il naviglio dei Mille salpò invano da Quarto ».
In un volume dedicato ai suoi due figli, Corso e Libero, Giovanni Bovio affermava: « L’arte per l’arte assolutamente non v’è, ma l’arte muovesi nella storia e si giudica nella storia: dalla storia deduce le sue forme e i suoi momenti: essa non è esaurita, non è morta…».
Tra i lavori di teatro da lui scritti, tutte improntati alle sue dottrine filosofiche, vanno ricordati: Cristo alla festa di Purim (musicato da G. Giannetti); l’Urea; Giordano Bruno; il Millennio (che aveva per protagonista Dante Alighieri); il San Paolo; e Socrate, tratto dall’Eutifrone di Platone.
Poco prima che morisse, il Socrate fu rappresentato a Trani, suo paese natale, e Bovio volle essere presente. Giunse a Trani ammalato, con il fisico logorato da una vita intensa, caratterizzata da una lotta continua per l’affermazione dei suoi ideali.
Acclamato da una folla esultante, entrò in teatro sorretto da amici. La sofferenza gli si leggeva in volto, su quel nobile volto, piegato ora in un atteggiamento di stanchezza e di abbandono; ma pur sempre vivo nella espressione profonda degli occhi e venerando per il lungo pizzo bianco che gli scendeva sul petto.
Assistette alla rappresentazione dal palco reale, in compagnia del sindaco Carlo Neacha e di Ferdinando Lambert, tra le ovazioni della platea. Dopo lo spettacolo gli fu offerto un pranzo di onore, in cui erano in 195 a sedere a tavola, fra un susseguirsi di brindisi a cui Bovio rispose con il suo magistrale "saluto a Trani". Parlò ai suoi concittadini, tra i quali ritrovava se stesso alle origini, e pianse.
Morì a Napoli, il 15 aprile 1903.
Nel cimitero di Poggioreale, sul marmo della sua tomba, è inciso il seguente epitaffio: « Te stesso a te ». Un pensiero filosofico che è, al tempo stesso, un’offerta.
Non molto comprensibile, forse.
Ma i filosofi non bisogna sempre necessariamente comprenderli. Uomini come Giovanni Bovio vanno soprattutto amati: è l’omaggio postumo che egli avrebbe gradito di più.