COME PRIMA, PEGGIO DI PRIMA
 
  La seconda repubblica come la prima. Ma c’è una seconda repubblica, o è ancora la prima?
  Sembrava che "Mani pullite" facesse sul serio e intendesse spazzar via , una volta per tutte, le brutture e il sudiciume del mondo politico e imprenditoriale; ma, tranne i casi di persone di secondo piano, che si calcolano sulle dita, forse, di una sola mano, nessuno di quelli che contano è finito dietro le sbarre di una prigione, a guardare il sole a scacchi, nella espiazione di una condanna definitiva.
  Arnaldo Forlani, ad esempio, tanto per fare un nome. Ex  presidente del Consiglio dei ministri e ministro almeno in dieci governi diversi, ha ottenuto l’affidamento ai servizi sociali presso la Caritas o la Comunità di Sant’Egidio, a sua scelta.
  L’affidamento ai servizi sociali, nell’intenzione del legislatore, vorrebbe essere un mezzo per la rieducazione del delinquente. Ma di quale rieducazione ha mai bisogno Forlani, a 74 anni, che fu condannato soltanto per il reato di finanziamento illecito al suo partito? E cosa potrà mai fare, perché di sua competenza, in un organismo come la Caritas o in una Comunità per drogati, come quella di Sant’Egidio?
  E allora bisogna concludere che si tratti di un ripiego per evitargli il carcere. In una Italia da prima repubblica, dove perfino l’usciere di un ente pubblico possiede la sua villa di abitazione e la sua casa al mare (le avrà acquistate mai con lo stipendio?), non si manda in galera un leader come lui, nel caso in cui non lo si possa assolvere, perché ha commesso un reato.
  Certo, l’affidamento ai servizi sociali è nato come alternativa ad una pena che non superi i tre i anni di carcere; ma sembra che sia stato ideato soprattutto per essere applicato in favore dei politici, la cui condanna rientra, nella maggior parte dei casi, nel limite dei tre anni. E tutto ciò quando non si riesca, con cavilli e differimenti, a far protrarre la durata del processo fino al compimento della prescrizione del reato; o quando, più prosaicamente, non si fugga all’estero.
  Come è il caso di Bettino Craxi. È lì in Tunisia, l’illustre latitante, con un pesante fardello di condanne definitive, nella sua reggia di Hammamet, crcondata da un imponente cordone di sicurezza. Il governo italiano lo sa bene, ma non fa più di tanto per ottenere la sua estradizione; al contrario di come farebbe per un Gennaro Esposito o per un Mario Rossi qualsiasi.
  Anzi. Da un tempo a questa parte si levano da più parti delle voci in suo soccorso, perché lo si faccia rientrare in Italia: ma chi glielo vieta, se non il terrore del carcere? «Povero Craxi – essi piagnucolano – in esilio in Tunisia»
  I suoi compagni, esponenti di quello che fu il partito socialista, vanno continuamente in pellegrinaggio da lui - il grande boss - a implorarlo di tornare: il sistema si troverà per non farlo arrestare.
  «La legge con gli amici si interpreta, con gli avversari si applica» diceva Giolitti. E gli italiani sono un popolo di giolittiani: una interpretazione della legge, in favore di Craxi, la elaboreranno certamente. Già ci provano tutti, perfino quelli di "Mani pulite", che non sono più come una volta. Borrelli, nominato procuratore generale, è fuori, "out". D’Ambrosio, che ha preso il suo posto a capo della procura che portò Craxi alla sbarra, ha suggerito il modo per farlo rientrare impunemente: "sospensione della pena e differimento a dopo la guarigione" (Craxi, in questi giorni, avrebbe avuto una crisi della sua antica malattia). « Noi daremmo parere favorevole – ha anticipato il procuratore capo D’Ambrosio -. Potrebbe anche chiedere la grazia » ha aggiunto.
  Meglio ancora: chi gliela rifiuterebbe?
  Altri, più semplicemente, hanno proposto di fornire a Craxi "un salvacondotto diplomatico": un salvacondotto speciale per latitanti. Ma guarda un po’ quante ne pensano questi benedetti nostri connazionali! Per loro va bene tutto, purché Craxi torni in Italia. Ormai i tempi sono maturi: infatti sono rimbalzati di nuovo, nell’arengo politico, gli Intini, i De Michelis, i Martelli, i Dell’Unto, i De Mita, i Di Donato e tanti altri ex imputati o, addirittura, condannati. Perché non Craxi?
  Ma Bettino non si fida.
  Dell’Unto e  Di Donato, si sono recati da lui per rassicurarlo: «L’Italia non è più quella di tre o quattro anni fa, puoi tornare. Non è necessario neanche che tu abbia  le carte giuste: basti tu. Affiderebbero una perizia a due o tre clinici: nelle tue condizioni non possono negarti gli arresti domiciliari ».
  Già, quelli non si negano a nessuno.
   Ma Craxi, irremovibile, ha tagliato corto: « In Italia tornerò; ma non vivo ».
  Aveva ragione Lippi: « A volte ci vuole coraggio anche per mostrarsi vigliacco ».
                                                                                          Michele Pirone
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