NIHIL NOVI SUB SOLE
di Michele Pirone
« Vulgus vult decipi », il popolo vuol essere ingannato,
dicevano i latini.
Tutto come da copione, al XIII congresso del P.Q. Lucien
Bouchard sa bene che scodellare sovranità e lingua francese ai militanti
pechisti, assetati di fierté, è come dispensare caramelle
a bambini in crisi di astinenza; e, perciò, gliene ha parlato a
ruota libera. « È ora – egli ha detto – che il governo incominci
a mettere in marcia ciò che occorre per il conseguimento della sovranità
».
Ma dopo aver trattato a lungo l’argomento – talora con maestrìa,
tal’altra con istrionismo, ma sempre con una certa diplomazia – all’assemblea
dei congressisti esultanti e in piedi che applaudivano, lanciava la stoccata
finale che avrebbe dovuto raffraddare gli entusiasmi: « Di referendum,
per ora, neanche a parlarne ».
Tuttavia il discorso precedente era talmente piaciuto, che quest’ultima
affermazione – unico dato di fatto concreto e preciso – passava quasi inosservata;
tant’è che, alla fine, Bouchard otteneva il 91 per cento dei consensi,
rispetto al 76 per cento che riportò nel 1996.
Indubbiamente Lucien Bouchard è un personaggio che di
politica se n’intende; e forse è l’unico che si distingua, sulla
scena provinciale, tra tutti i politici di entrambi gli schieramenti. Già
il fatto che egli sia riuscito ad ottenere un secondo mandato, dopo aver
massacrato la sanità, sgangherato le scuole e oberato di tasse i
contribuenti, la dice lunga sulle sue capacità di far presa sugli
elettori del Québec.
Egli sa bene che un referendum oggi, segnerebbe la fine sua
e del suo governo, perciò lo prospetta per tenere buoni i separatisti
che scalcitano, ma non lo indice.
« Quod differt, aufert » dicevano ancora i latini.
Ciò che viene rinviato, giova. Con il passare del tempo il bubbone
della separazione si sgonfierà via via, per forza di inerzia o per
stanchezza, fino a scomparire del tutto.
Già nel recente congresso, i delegati si sono trovati
d’accordo – nel caso di una vittoria del « Sì » - su
un partnerariato con ciò che resterebbe del Canada che, presumibilmente,
non sarebbe d’accordo. In tal caso, poiché per essere partners bisogna
essere in due, potrebbe solo rimanere in piedi una unione economica e politica;
in altri termini sarebbe la bocciatura definitiva dell’istanza separatista.
Che sovranità può mai essere, infatti, quella
di uno stato, di cui la politica e l’economia debbanmo essere connesse
a quelle altrui? La stessa identica sovranità di cui il Québec
attualmente gode. Come volevasi dimostrare.
Altro oggetto trattato dal congresso, è stata la questione
linguistica, per la quale i delegati hanno chiesto la convocazione degli
‘stati generali’, nel prossimo autunno, allo scopo di dibattere la materia
con i federalisti per « rinforzare la protezione del francese »;
ed hanno accettato di estendere al livello collegiale, l’obbligo per gli
allofoni e i francofoni, di frequentare la scuola francese.
Evidentemente i pechisti, come diceva Carl Sandburg, sono degli
« idealisti: non sanno dove sono diretti, ma ci stanno andando ».
Essi non sanno, o non vogliono capire che, agendo in controtendenza, si
stanno chiudendo in un ghetto linguistico che li taglia fuori dal mondo
moderno, che va verso la globalizzazione totale.
C’è – per la verità – un settore in cui il governo
provinciale è contro la separazione; ed è la unificazione
di tutte le municipalità satelliti, con il comune di Montréal.
È questa la battaglia che la pasionaria Louise Harel ha iniziato
da qualche tempo a condurre, nel chiaro intento di far tacere la voce ribelle
delle piccole comunità federaliste ed iniziare quel processo di
unificazione che dovrebbe portare alla separazione.
E proprio riferendosi ai sindaci di quelle municipalità,
che si oppongono al suo progetto, Louise Harel ha detto che « senza
Montréal le municipalità del nord non sarebbero che campi
di fragole ».
Ecco: con tutto il rispetto per le fragole, alle quali Louise
Harel sembra essere allergica, pensiamo che dovrebbe far attenzione a ricorrere,
per fini politici, a beni commestibili : le aragoste di Parizeau, avrebbero
pur dovuto insegnarle qualcosa.