I "fuienti"
 

«Signo’, ‘a Maronna ‘e ll’Arco! ».
  Con questo invito i "fuienti" protendono verso di te un fazzoletto annodato ai quattro angoli, una "mappatella", nella quale puoi far cadere il tuo obolo.
  I "fuienti" (i fuggenti) sono i protagonisti di un pellegrinaggio che, per la sua originalità, è unico al mondo. Vestiti di binaco ed ornati di fasce rosse, azzurre e nere, a piedi scalzi, percorrono in lungo e in largo le strade di Napoli, per tutta una giornata, a raccogliere offerte, per poi proseguire, sempre a piedi, fino al paese limitrofo di Sant’Anastasia, dove sorge il santuario della Madonna dell’Arco: qui giunti entrano carponi nel tempio, strisciando la lingua sul pavimento. Dinanzi all’altare, finalmente, essi scaricano la tensione della loro stanchezza urlando e contorcendosi fino alle convulsioni e agli isterismi.
  E sì che sono stanchi! Infatti la caratteristica principale di questi pellegrini – che poi è quella che ha meritato loro l’appellativo di "fuienti" – consiste nel fatto che, per tutta la durata del pellegrinaggio, eesi non possono stare mai fermi. Essi corrono avanti e indietro e, anche quando siano costretti a fermarsi per raccogliere offerte dai passanti, si sballottano or sull’uno or sull’altro dei piedi, ad un ritmo di moto perpetuo, a guisa di chi, dovendo soddisfare un "bisogno corporeo", ne sia impedito.
  Il rito, di indubbio sapore pagano, risale al 1450 ; quando – secondo la tradizione – il ritratto della Vergine, colpito dalla boccia di un giocatore infuriato, avrebbe sprizzato del sangue.
  Da allora, ogni anno, si è ripetuta nei secoli questa strana maratona che avrebbe del burlesco se non fosse ispirata ad una sorta di misticismo ascetico, senza dubbio irrazionale, ma certamente sentito. È una forza interiore che induce questi giovani – uomini, donne, bambini – tutti scalzi, ad un "tour de force" che si protrae dalle sei del mattino alle sei della sera. Una forza che ha facile presa sul fanatismo credulone di un popolo, rimasto ancora all’epoca in cui si pensava che la mortificazione del corpo fosse un tributo dovuto per espiazioni di colpe, o valido a sciogliere un voto; che uno sforzo fisico fosse una qualche cosa gradita a Dio nella misura in cui, tale sforzo, maggiormente si fosse avvicinato ai limiti estremi della sopportabilità umana.
  Sembra impossibile, alle soglie del 2000, dopo che l’uomo ha conquistato la luna, che tali credenze possano ancora realizzarsi nella sopravvivenza di riti arcaici ed anacronistici; ma non lo sembrerà, certamente, a chi per poco conosca alcuni strati del basso ceto napoletano. Non i napoletani dell’élite, di quella classe borghese che popola vaste zone del Vomero e di Posillipo, di via Orazio e di via Petrarca; non la Napoli sofisticata e snobistica di via dei Mille e di piazza dei Martiri; ma il popolino minuto dei "borghi" e dei "quartieri" che aspetta con ansia il miracolo di san Gennaro, che costruisce i "gigli" di Nola e che va a Montevergine, in auto decappottabile infiorata, appositamente presa a nolo. Un popolino di cui è difficile stabilire il confine laddove il fanatismo diventa superstizione, che è convinto di vincere al lotto consultando la "smorfia" per interpretare un sogno che è solo l’effetto di una indigestione di "frutti di mare", che crede ciecamente alla fortuna che accompagna il numero "13" e alla disgrazia del "17"; alla infausta premonizione della visione di un gatto nero e ai buoni auspici che arreca il toccare lo "scartiello" di un gobbo.
  In fondo anche i "fuienti" sono il colore di Napoli; come le sue impareggiabili canzoni arieggianti le nenie orientali, toccanti e misteriose; come la festa di Piedigratta con i suoi carri allegorici e le sue trombette, le luminarie, i coriandoli e i cappelli di carta. Un colore che ha il potere di fermare il tempo o, addiritttura, di riportarlo indietro.
  Quando rivedi i "fuienti", con il loro vestito bianco e le fasce colorate a tracolla e alla vita, uguali, come l’anno precedente, come tutti gli anni precedenti che tu possa aver vissuto, non ha la sensazione che un altro anno della tua vita sia morto: è una percezione che sfugge al controllo della tua mente. Un avvenimento che ti riporta all’epoca della tua fanciullezza, quando a queste scene assistevi incantato, con l’entusiasmo non ancora aggredito e scalfito dalla avversità della vita.
 
 
 
 
 
 
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