L’infinito                                          

  Anche in città c’è la neve. Ma in città la neve è sporca. Fuligginosa, annerita, come se fosse passata per la cappa di un camino. Una poltiglia fangosa che richiama alla mente le scarpe dei pedoni, i tubi di scappamento delle automobili, le pale dei bulldozers. Scivola sotto i piedi, saponosa, e costringe il viandante a miracoli di equilibrismo. È questa neve l’evidenza più appariscente della natura contaminata dall’uomo; il quale, per una legge fatalistica, non potendo lasciare intatto ciò che lo circonda, è indotto a deturparne la bellezza, snaturandone la fisionomia.
  Fuori città la neve è diversa.
  Là dove gli spaventosi silenzi delle foreste del nord non sono interrotti dal clakson delle automobili, dove non c’è orma di passi strascicati che lasciano impronte, la neve è candida, immacolata, come è caduta dal cielo. Cristallina, luccicante, riluce ai raggi del sole di mille bagliori e rifrange la luce, come uno specchio parabolico. Scrìcchiola, sfrìgola, sotto il minimo peso, rùtila in superficie, ad ogni soffio di vento.
  Lì, nelle foreste del nord, la neve sugli alberi pende dai rami in ghiaccioli stalattitici, nelle forme più irrazionali, così come il gelido rigore atmosferico l’ha fermata, nel tentativo di liquefarsi. E i rami spogli, rinsecchiti, curvati dal peso, si protendono al cielo, in un gesto di disperata preghiera. Qua e là lastroni di ghiaccio affiorano nella coltre di soffice neve: grosssi specchi naturali, riflettono le circostanti immagini di superba desolazione: le sagome dei fusti diafane, evanescenti; il colore grigio di un cielo nuvoloso; il biancore accecante del paesaggio invernale. Ma quando qualche sprazzo di sole compare tra le nuvole, li colpisce e li incendia. Allora si può scorgere, al di sotto di essi, come attraverso una lamina di cristallo, una roccia imprigionata o soltanto piccole piante di campo, in attesa di tempi più miti per tornare alla vita.
  Lì, in quelle foreste del nord, dove tutto è silenzio, il silenzio sembra una musica. Una musica dolce, non fatta di note, che scende nel cuore e provoca l’estasi: la meraviglia dell’immenso, lo sgomento dell’infinito. La sensazione di spazi senza limiti, di tempo senza fine: al cospetto di una natura che sembra immutabile, dell’eternità che si rivela palpabile, l’orologio si ferma, la ragione si ottunde, la vita si interrompe. È un altro mondo. Un mondo di favole, di maghi, di fate e di streghe; di castelli incantati e di foreste pietrificate dal cemento del ghiaccio.
  Ma qui non è così.
  In città la neve è sporca.
 
 

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