IL CARCERE NON CARCERE
L’idea del "carcere-albergo" nacque, quattro secoli prima di
Cristo, con Platone; discepolo di Socrate e maestro di Aristotele. Per
lui il delinquente è un malato, per cui – come tutti i malati –
va curato e non punito. E se la società, per autodifesa, ha la facoltà
di privarlo della libertà, gli deve in cambio garantire, durante
la detenzione, il massimo conforto.
Questa tesi, valida più a livello filosofico che sul
piano pratico, con la collaborazione del ministro della Giustizia Diliberto,
è stata ripresa ed ampliata da Caselli (ex procuratore della repubblica
di Palermo, ed ora presidente del Dipartimento amministrazione penitenziaria
D.A.P.); che, al carcere-albergo, ha aggiunto la funzione "ristorante".
Quali le innovazioni nel trattamento ai detenuti?
Una stessa cucina potrà preparare al massimo 200 pasti;
il cibo dovrà essere migliore, con menu differenziato per i musulmani;
si mangerà in locali-mensa e non più in cella sulle brande.
Addio per sempre all’antigienico maleodorante bugliolo: ogni
cella avrà un vano a parte, con water, doccia e bidet; le finestre
non saranno più a "bocca di lupo", e le perquisizioni saranno effettuate
senza "vessazioni e mortificazioni".
I colloqui telefonici saranno più lunghi e frequenti;
l’ingresso di uno straniero sarà comunicato al console del suo Paese.
Il detenuto avrà nella cella una spina di corrente elettrica
per poter far funzionare radio, rasoio e computer. Inoltre potrà
servirsi della pay tv, che gli permetterà di assistere – a suo piacimento
- alle partite di calcio o di accedere ai siti pornografici.
Infine ci saranno .locali di culto per i non cattolici e una
"unità abitativa", interna all’istituto, nella quale il carcerato,
senza sorveglianza a vista, potrà trascorre ventiquattro ore con
la famiglia, durante le quali pranzare insieme e fare anche sesso.
Evidentemente Platone non arrivava a tanto. Del resto, ai suoi
tempi, non c’erano radio e televisori, computer e rasoi elettrici. C’era
solo il cibo e il sesso e, forse, si viveva meglio; visto che il cibo oggi
è adulterato e il sesso sempre più in disuso.
Tutto sommato la progettazione del carcere del 2000, mi sembra
racchiuda in sè le condizioni ottimali per la proliferazione della
delinquenza, che è già di proporzioni enormi.Il sottosegretario
alla Giustizia Corleone ha detto: « Se fossimo un albergo, dovremmo
appendere fuori della porta il cartello: "completo" » Ma se oggi,
con le misure severe che vengono applicate, le carceri italiane scoppiano
sotto la massa di 51.500 detenuti, cosa accadrà quando saranno rese
operative queste nuove regole?
C’è forse una sistemazione migliore di un carcere del
genere, per gli extracomunitari, che si riversano in Italia credendo di
recarsi alla Mecca, e che si ritrovano senza tetto, senza lavoro e senza
una lira? O per i barboni che frugano nei recipienti della spazzatura per
nutrirsi e che si addormentano sui marciapiedi, all’addiaccio, coperti
da un giornale? O per la stessa criminalità organizzata che – dopo
l’abolizione della pena di morte e, in pratica, anche dell’ergastolo –
vede ora in prospettiva, per il tempo della detenzione, il trattamento
di un albergo a cinque stelle?
Le esagerazioni sono sempre dannose. Orazio diceva: «
È rischioso sia tenersi troppo al largo, sia accostarsi troppo alla
spiaggia, per paura della burrasca ».
Su ciò non v’è dubbio. La riforma del trattamento
nei penitenziari, così come è stata programmata, raggiunge
l’estremo limite, opposto a quello in cui si pone il sistema attuale; e,
perciò stesso, foriero di una "burrasca" di tipo criminale: se il
trattamento attuale non riesce a costituire un deterrente, quello che verrà
costituirà un vero e proprio invito a delinquere.
La verità è che, come sempre, la soluzione del
problema è nel mezzo; ma i nostri legislatori, nella loro esuberanza
italiana, non sono capaci di mezze misure. Per loro, tra "l’aguzzino" che
tortura e "l’albergatore"confortevole, non ci sono vie di mezzo.
È questa una delle riforme che ci proponiamo di traghettare
nel terzo millennio? Cosa penseranno di noi, le generazioni future?
Probabilmente niente; poichè, come osservava Ugo Ojetti:
« Di ciò che abbiamo fatto, nulla rimarrà: viviamo
in un Paese di contemporanei, senza antenati nè posteri, perchè
senza memoria ».
Michele Pirone