ENEIDE (Libro VI, vv. 637-853)
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" I CAMPI ELISI"
Lasciati il Tartaro e la citta' di Dite, dove tutto e' atroce, oscuro e terrificante, Enea giunge ai Campi Elisi, i campi dei beati.
Qui l'atmosfera e' completamente diversa: vi sono vaste distese di prati, acque limpide scorrono nei boschi, una luce purpurea illumina ogni cosa, si odono suoni melodiosi e tutto questo denota serenita', armonia, beatitudine.
Vi sono figure di guerrieri, eroi, poeti, artisti e sacerdoti che si muovono liberamente, intenti nelle occupazioni che svolgevano sulla terra, da vivi.
Da un'altura la Sibilla indica ad Enea la verde vallata in cui si aggira il padre Anchise.
Qui si trovano anche le anime che stanno purificandosi dal loro passato e che sono destinate ad assumere nuovi corpi per tornare alla vita terrena, secondo la teoria, tuttora esistente, della metempsicosi.
Enea si dirige quindi verso la figura paterna ed entrambi iniziano a piangere, un po' commmossi, ma assai felici di rivedersi.
Un particolare del loro incontro mi ha particolarlmente colpita: il tentativo di entrambi di abbracciarsi, per ben tre volte, che , purtroppo, si rivela vano; l'immagine di Anchise sfugge infatti al figlio come "un sogno alato", similitudine che illustra in modo efficace la scena.
Fra loro non vi sono poi ulteriori effusioni poiche' subito Anchise vuole rassicurare Enea, illustrandogli la sua futura e potente discendenza.
Questo e' il nucleo dell'intero poema, momento in cui Virgilio, come si era prefisso, esalta la potenza, l'ordine e la pace che Roma ha saputo diffondere nelle terre conquistate.
E' cosi' che l'autore si serve di Anchise per presentare gli uomini valorosi come Silvio, Proca, Capi, Numitore, Romolo e, soprattutto, Cesare, i quali hanno saputo realizzare i voleri del Fato.
Affidandogli il compito di rivelare ad Enea il futuro della sua stirpe, Virgilio sminuisce il personaggio di Anchise; infatti egli appare principalmente come un padre commosso per l'improvvisa apparizione del figlio o preoccupato per le sue dolorose vicende, ma e' quasi esclusivamente il narratore storico della discendenza romana e, in particolare, delle imprese di Cesare Augusto fino al raggiungimento e alla realizzazione di un impero governato dall'ordine, dalla pace e non piu' dalla guerra.
La vastita' di questo regno e' indicata attraverso un'espressione iperbolica che afferma la sua espansione fin oltre le stelle e il sole e che contribuisce quindi a sottolineare lo splendore del "secolo d'oro" di Augusto.
Un'altra figura retorica che evidenzia l'importanza di Roma e della sua discendenza e' una similitudine che paragona la citta', con i suoi eroi, alla potentissima dea Cibele, progenitrice di una numerosissima prole, ovviamente divina.
L'intero discorso proferito da Anchise e' privo di esaltazione o di enfatiche espressioni dettate dall'ambizione, ma risulta invece una celebrazione appassionata, convinta e solo in parte orgogliosa.
In questo episodio dell'Eneide e' implicito anche un ringraziamento a Cesare nel valorizzare le arti e nel dominare le genti con giustizia.
Insomma il brano, a mio parere, indica nettamente la vera ed unica funzione di questo poema epico, ovvero quella encomiastica che vuole esaltare le glorie romane e la missione ordinatrice e civilizzatrice di Roma nel mondo.
Magagnotti Virna 2a A