da
: Il colombre
(Oscar
Mondadori, Milano, 1992)
Il
colombre
Quando
Stefano Roí compí i dodici anni, chiese in regalo a suo padre, capitano di
mare
e
padrone di un bel veliero, che lo portasse con sé a bordo.
«Quando
sarò grande» disse «voglio andar per mare come te. E comanderò delle navi
ancora
pi'u' belle e grandi della tua. »
«
Che Dio ti benedica, figliolo » rispose il padre. E siccome proprio quel giorno
il suo
bastimento
doveva partire, portò il ragazzo con sé.
Era
una giornata splendida di sole; e il mare tranquillo. Stefano, che non era mai
stato
sulla
nave, girava felice in coperta, ammirando le complicate manovre delle vele. E
chiedeva
di questo e di quello ai marinai che, sorridendo, gli davano tutte le
spiegazioni.
Come
fu giunto a poppa, il ragazzo si fermò, incuriosito, a osservare una cosa che
spuntava
a intermittenza in superficie, a distanza di due-trecento metri, in
corrispondenza
della scia della nave.
Benché
il bastimento già volasse, portato da un magnifico vento al giardinetto, quella
cosa
manteneva sempre la distanza. E, sebbene egli non ne comprendesse la natura,
aveva
qualcosa di indefinibile, che lo attraeva intensamente.
Il
padre, non vedendo Stefano piú in giro, dopo averlo chiamato a gran voce
invano,
scese
dalla plancia e andò a cercarlo.
«
Stefano, che cosa fai lí impalato? » gli chiese scorgendolo infine a poppa, in
piedi,
che
fissava le onde.
«
Papà, vieni qui a vedere. »
Il
padre venne e guardò anche lui, nella direzione indicata dal ragazzo, ma non
riuscí a
vedere
niente.
«
C'è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia » disse « e che ci viene
dietro. »
«
Nonostante i miei quarant'anni » disse il padre « credo di avere ancora una
vista
buona.
Ma non vedo assolutamente niente. »
Poiché
il figlio insisteva, andò a prendere il cannocchiale e scrutò la superficie
del mare,
in
corrispondenza della scia. Stefano lo vide impallidire.
«
Cos'è? Perché fai quella faccia? »
«
Oh, non ti avessi ascoltato » esclamò il capitano. « Io adesso temo per te.
Quella
cosa
che tu vedi spuntare dalle acque e che ci segue, non è una cosa. Quello è un
colombre.
E’ il pesce che i marinai sopra tutti temono, in ogni mare del mondo. E’ uno
squalo
tremendo e misterioso, piú astuto dell'uomo. Per motivi che forse nessuno
saprà
mai, sceglie la sua vittima, e quando l'ha scelta la insegue per anni e anni,
per
una
intera vita, finché è riuscito a divorarla. E lo strano è questo: che nessuno
riesce a
scorgerlo
se non la vittima stessa e le persone del suo stesso sangue. »« Non è una
favola?
»
«No.
Io non l'avevo mai visto. Ma dalle descrizioni che ho sentito fare tante volte,
l'ho
subito
riconosciuto. Quel muso da bisonte, quella bocca che continuamente si apre e
chiude,
quei denti terribili. Stefano, non c'è dubbio, purtroppo, il colombre
ha scelto te e
finché
tu andrai per mare non ti darà pace. Ascoltami: ora noi torniamo subito a
terra,
tu
sbarcherai e non ti staccherai mai piú dalla riva, per nessuna ragione al
mondo. Me
lo
devi promettere. Il mestiere del mare non è per te, figliolo. Devi rassegnarti.
Del
resto,
anche a terra potrai fare fortuna.» Ciò detto, fece immediatamente invertire
la

rotta,
rientrò in porto e, coi pretesto di un improvviso malessere, sbarcò il
figliolo.
Quindi
ripartí senza di lui.
Profondamente
turbato, il ragazzo restò sulla riva finché l'ultimo picco dell'alberatura
sprofondò
dietro l'orizzonte. Di là dal molo che chiudeva il porto, il mare restò
completamente
deserto. Ma, aguzzando gli sguardi, Stefano riuscí a scorgere un
puntino
nero che affiorava a intermittenza dalle acque: il "suo" colombre,
che incrociava
lentamente
su e giú, ostinato ad aspettarlo.
Da
allora il ragazzo con ogni espediente fu distolto dal desiderio del mare. Il
padre lo
mandò
a studiare in una città dell'interno, lontana centinaia di chilometri. E per
qualche
tempo,
distratto dal nuovo ambiente, Stefano non pensò piú al mostro marino.
Tuttavia,
per
le vacanze estive, tornò a casa e per prima cosa. appena ebbe un minuto libero,
si
affrettò
a raggiungere l'estremità del molo, per una specie di controllo, benché in
fondo
lo
ritenesse superfluo. Dopo tanto tempo, il colombre,
ammesso anche che tutta la
storia
narratagli dal padre fosse vera, aveva certo rinunciato all'assedio.
Ma
Stefano rimase là, attonito, col cuore che gli batteva. A distanza di
due-trecento
metri
dal molo, nell'aperto mare, il sinistro pesce andava su e giú, lentamente, ogni
tanto
sollevando il muso dall'acqua e volgendolo a terra, quasi con ansia guardasse se
Stefano
Roi finalmente veniva.
Cosí,
l'idea di quella creatura nemica che lo aspettava giorno e notte divenne per
Stefano
una segreta ossessione. E anche nella lontana città gli capitava di svegliarsi
in
piena
notte con inquietudine. Egli era al sicuro, sí, centinaia di chilometri lo
separavano
dal
colombre. Eppure egli sapeva che, di là dalle
montagne, di là dai boschi, di là dalle
pianure,
lo squalo era ad aspettarlo. E, si fosse egli trasferito pure nel piú remoto
continente,
ancora il colombre si sarebbe appostato nello
specchio di mare piú vicino,
con
l'inesorabile ostinazione che hanno gli strumenti del fato.
Stefano,
ch'era un ragazzo serio e volonteroso, continuò con profitto gli studi e,
appena
fu
uomo, trovò un impiego dignitoso e rimunerativo in un emporio di quella città.
Intanto
il
padre venne a morire per malattia, il suo magnifico veliero fu dalla vedova
venduto e il
figlio
si trovò ad essere erede di una discreta fortuna. Il lavoro, le amicizie, gli
svaghi, i
primi
amori: Stefano si era ormai fatto la sua vita, ciononostante il pensiero del
colombre
lo assillava come un funesto e insieme affascinante miraggio; e, passando i
giorni,
anziché svanire, sembrava farsi piú insistente.
Grandi
sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora piú
grande
è l'attrazione dell'abisso. Aveva appena ventidue anni Stefano, quando,
salutati
gli
amici della città e licenziatosi dall'impiego, tornò alla città natale e
comunicò alla
mamma
la ferma intenzione di seguire il mestiere paterno. La donna, a cui Stefano non
aveva
mai fatto parola del misterioso squalo, accolse con gioia la sua decisione.
L'avere
il figlio abbandonato il mare per la città le era sempre sembrato, in cuor suo,
un
tradimento
alle tradizioni di famiglia.
E
Stefano cominciò a navigare, dando prova di qualità marinare, di resistenza
alle
fatiche,
di animo intrepido. Navigava, navigava, e sulla scia del suo bastimento, di
giorno
e di notte, con la bonaccia e con la tempesta, arrancava il colombre.
Egli sapeva
che
quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse,
non
trovava
la forza di staccarsene. E nessuno a bordo scorgeva il mostro, tranne lui.
«
Non vedete niente da quella parte? » chiedeva di quando in quando ai compagni,
indicando
la scia. « No, noi non vediamo proprio niente. Perché? » « Non so. Mi
pareva...
»
«
Non avrai mica visto per caso un colombre »
facevano quelli, ridendo e toccando
ferro.
«
Perché ridete? Perché toccate ferro? »

«
Perché il colombre è una bestia che non perdona. E
se si mettesse a seguire questa
nave,
vorrebbe dire che uno di noi è perduto. »
Ma
Stefano non mollava. La ininterrotta minaccia che lo incalzava pareva anzi
moltiplicare
la sua volontà, la sua passione per il mare, il suo ardimento nelle ore di
lotta
e
di pericolo.
Con
la piccola sostanza lasciatagli dal padre, come egli si sentí padrone del
mestiere,
acquistò
con un socio un piccolo piroscafo da carico, quindi ne divenne il solo
proprietario
e, grazie a una serie di fortunate spedizioni, poté in seguito acquistare un
mercantile
sul serio, avviandosi a traguardi sempre piú ambiziosi. Ma i successi, e i
milioni,
non servivano a togliergli dall'animo quel continuo assillo; né mai, d'altra
parte,
egli
fu tentato di vendere la nave e di ritirarsi a terra per intraprendere diverse
imprese.
Navigare,
navigare, era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva
piede
a terra in qualche porto, subito lo pungeva l'impazienza di ripartire. Sapeva
che
fuori
c'era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre
era sinonimo di rovina. Niente.
Un
indomabile impulso lo traeva senza requie, da un oceano all'altro.
Finché,
all'improvviso, Stefano un giorno si accorse di essere diventato vecchio,
vecchissimo;
e nessuno intorno a lui sapeva spiegarsi perché, ricco com’era, non
lasciasse
finalmente la dannata vita del mare. Vecchio, e amaramente infelice, perché
l’intera
esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i
mari,
per sfuggire al nemico. Ma piú grande che le gioie di una vita agiata e
tranquilla
era
stata per lui sempre la tentazione dell'abisso.
E
una sera, mentre la sua magnifica nave era ancorata al largo dei porto dove era
nato,
si
sentì prossimo a morire. Allora chiamò il secondo ufficiale, di cui aveva
grande
fiducia,
e gli ingiunse di non opporsi a ciò che egli stava per fare. L'altro,
sull'onore,
promise.
Avuta
questa assicurazione, Stefano, al secondo ufficiale che lo ascoltava sgomento,
rivelò
la storia del colombre, che aveva continuato a
inseguirlo per quasi cinquant'anni,
inutilmente.
«
Mi ha scortato da un capo all'altro del mondo » disse « con una fedeltà che
neppure il
piú
nobile amico avrebbe potuto dimostrare. Adesso io sto per morire. Anche lui,
ormai,
sarà terribilmente vecchio e stanco. Non posso tradirlo. »
Ciò
detto, prese commiato, fece calare in mare un barchino e vi sali, dopo essersi
fatto
dare
un arpione. « Ora gli vado incontro » annunciò. « E’ giusto che non lo
deluda. Ma
lotterò,
con le mie ultime forze. » A stanchi colpi di remi, si allontanò da bordo.
Ufficiali
e
marinai lo videro scomparire laggiú, sul placido mare, avvolto dalle ombre
della notte.
C'era
in cielo una falce di luna.
Non
dovette faticare molto. All'im'provviso il muso orribile del colombre
emerse di
fianco
alla barca.
«
Eccomi a te, finalmente » disse Stefano. « Adesso, a noi due! » E,
raccogliendo le
superstiti
energie, alzò l'arpione per colpire.
«
Uh » mugolò con voce supplichevole il colombre «
che lunga strada per trovarti.
Anch'io
sono distrutto dalla fatica. Quanto mi hai fatto nuotare. E tu fuggivi, fuggivi.
E
non
hai mai capito niente. » « Perché? » fece Stefano, punto sul vivo. « Perché
non ti
ho
inseguito attraverso il mondo per divorarti, come pensavi. Dal re del mare avevo
avuto
soltanto l'incarico di consegnarti questo. » E lo squalo trasse fuori la
lingua,
porgendo
al vecchio capitano una piccola sfera fosforescente.
Stefano
la prese fra le dita e guardò. Era una perla di grandezza spropositata. E lui
riconobbe
la famosa Perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore,
e
pace dell'animo. Ma era ormai troppo tardi.
«
Ahimè! » disse scuotendo tristemente il capo.

«Come
è tutto sbagliato. Io sono riuscito a dannare la mia esistenza: e ho rovinato
la
tua.»
«
Addio, pover'uomo » rispose il colombre. E sprofondò
nelle acque nere per sempre.
Due
mesi dopo, spinto dalla risacca, un barchino approdò a una dirupata scogliera.
Fu
avvistato
da alcuni pescatori che, incuriositi, si avvicinarono. Sul barchino, ancora
seduto,
stava un bianco scheletro: e fra le ossicine delle dita stringeva un piccolo
sasso
rotondo.
Il
colombre è un pesce di grandi dimensioni,
spaventoso a vedersi, estremamente raro.
A
seconda dei mari, e delle genti che ne abitano le rive, viene anche chiamato
kolomber,
kahloubrha, kalonga, kalu-balu, chalung-gra. I naturalisti stranamente lo
ignorano.
Qualcuno perfino sostiene che non esiste.