CANTO V

 

 

Le parole-tema o parole-chiave del canto sono “amore” e “pietà”. I critici hanno a lungo dibattuto se considerare il canto quinto il canto della pietà o dell’amore, dibattito arido, in quanto il canto li contiene entrambi.

Ognuna di queste parole che ricorrono con grande frequenza nel canto, non hanno un vero significato in se stesse, ma soltanto se riferite, confrontate e misurate con l’altra. Parlare perciò di canto dell’amore o di canto della pietà significa abbandonarsi a una lettura troppo univoca del canto.

Anche se il racconto di Francesca è un racconto d’amore, non bisogna dimenticare che quest’amore rappresenta la vittoriosa prevaricazione dei sensi sulla ragione.  Un amore dunque, tanto più spontaneo quanto irriflessivo, insito sì nella nostra fragile natura, ma non per questo legittimo, strettamente connesso alla nostra condizione di esseri liberi e responsabili (libero arbitrio).

Nei riguardi di un simile amore (non l’amore assoluto che è per >Dante vittoria sui sensi, ma l’amore-passione dei peccatori carnali) Dante non poteva non esercitare la sua condanna sul piano etico. E’ tuttavia un giudizio che tiene conto della fragilità umana, che anzi, fa ripercorrere a Dante il proprio personale cammino, la sua storia peccaminosa che lo portò nella selva oscura. Dante riesce quindi a reimmergersi nel proprio passato e nelle sue torbide acque senza lasciarsi sopraffare da esso, ma senza d’altra parte, limitarsi a giudicarlo con distaccata e indifferente fermezza. La vera virtù di Dante consiste proprio in un particolarissimo uso della memoria che gli permette di ricordare soffrendo nuovamente e di giudicare senza dimenticare il proprio passato. Dante giudica con la consapevolezza di aver ormai superato il difficile valico e insieme prova l’emozione violenta del pericolo corso, la vertigine della sempre imminente caduta. Dante guarda quindi all’amore di Paolo e Francesca con una dolorosa partecipazione affettiva che non vuol dire giudizio assolutorio, ma comprensione istintiva dell’umana debolezza. La pietà di dante nasce anche dal confronto tra le ore dolci e felici dell’amore e la necessità presente e viva della pena eterna.

La costruzione interna del canto ha una sapiente architettura fatta di simmetrie.

Il canto quinto si può dividere idealmente a metà (vv.70-72): la prima parte serve a preparare progressivamente l’ambientazione del colloquio che ha luogo nella seconda parte. Tutta la prima parte è una graduale preparazione alla seconda di carattere più emotivo. A sua volta la prima parte si articola in tre parti minori perfettamente simmetriche: Minosse (24 versi), la bufera infernale (21 versi), la rassegna delle anime peccatrici (24 versi). A questi 69 versi si allacciano i primi due della terzina mediana (70-71)che, mentre chiudono la prima parte, allo stesso tempo la legano al verso 72 che è la vera prefazione alla seconda parte “pietà mi giunse e fui quasi smarrito”

 

 

 

 

 

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