Analisi del primo canto della Divina Commedia - la selva oscura  - a cura di Dayan, Cataudella, Freddi

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant' è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

Io non so ben ridir com' i' v'intrai,
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata,

così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

 

 

Nei primi canti della Divina Commedia, considerato un capolavoro della letteratura italiana, viene rappresento un paesaggio cupo e tetro. Questo luogo è paragonato alla vita dell'autore, che quindi ci risulta triste. Il panorama presentato è una selva oscura, ovvero si tratta di un LOCUS HORRIDUS (luogo orrido) che nella poesia antica ricorreva alla descrizione di un luogo spaventoso o comunque di qualcosa di selvaggio. Questa selva, mostrata aspra e tetra, incute paura allo scrittore che si trova a camminare per il bosco, come se vagasse sopra alla sua vita, considerata oscura, tanto che la morte è poco più amara. Questa paura è ripetuta in tutto il brano, come se la vita fosse tutta paurosa e difficile. Ciò rispecchia la veduta buia e pessimistica dell'esistenza per l'autore. Non per niente il primo canto è situato nell'inferno, paesaggio da sempre ritenuto timoroso. Dante si sente angosciato e nel peccato, infatti si colloca inizialmente nell'Inferno e solo dopo un approfondito esame di coscienza si ritrova nel paradiso. Questa angoscia si nota nei termini “selva oscura,[…] aspra,[…] forte” e nel verso “che la diritta via era smarrita” che dimostra che dal peccato non si può uscire facilmente. Per quanto riguarda gli elementi naturali, la vorace, considerata pericolosa, è paragonata al peccato. Inoltre l'inferiorità del peccatore viene espressa nel verso ”ch'io fui ai pie' d'un colle”. Questa collina, anche se faticosa da attraversare, non è impossibile e si trova in fondo ad una valle. Essa personifica il peccato e quindi qualcosa di facile da commettere, mentre per essere perdonati bisogna scalare il colle e quindi bisogna comunque faticare. Tuttavia per superarlo lui è da solo e la selva è abbandonata, come si nota nell'espressione “piaggia deserta”. Infine l'acqua “perigliosa” del lago è paragonata ancora una volta al paesaggio selvaggio e tetro. Lavoro di Alessia Dayan, Fabio Cataudella e Eleonora Freddi

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