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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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Giorgio Pisanò LA GUERRA CIVILE IN ITALIA - LE PROVINCIE MARCHIGIANE - |
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Le provincie MARCHIGIANE Il fenomeno partigiano delle Marche, fatta eccezione per la provincia di Ascoli Piceno, dove gli sporadici episodi di guerriglia antitedesca furono determinati quasi esclusivamente da motivi di autodifesa locale senza sottofondi politici, si sviluppò, a somiglianza di quanto stava accadendo nelle regioni settentrionali, soprattutto in seguito ad un'azione diretta dal PCI, che già prima dell'8 settembre era riuscito a costituire dei piccoli nuclei di militanti sia nei capoluoghi di Pesaro, Ancona e Ascoli Piceno, sia nei centri minori come Chiaravalle, Matelica, Tolentino, Porto San Giorgio, Fermo, San Severino e Falconara. Cominciamo con la storia della banda di Colle San Marco (Ascoli Piceno). Durante i quarantacinque giorni badogliani non accadde nulla di notevole. Emersero, in campo antifascista, Pietro Perini, comunista; Ettore Loreti, anarchico; Antonio Lusi e Eugenio Camilli, socialisti; l'avvocato Emidio Cesari, azionista e l'avvocato Renato Tozzi Condivi, democristiano. Anche l'8 settembre, per quanto il clima della città si fosse fatto immediatamente teso, non si verificò nulla di particolare poiché i tedeschi non si fecero vivi e, in un primo momento, i militari di stanza nel capoluogo non si sbandarono. In quell'epoca vi erano in Ascoli, oltre alle forze di presidio, circa 3.000 uomini appartenenti, al 49° Reggimento fanteria, che era accantonato nella caserma "Umberto", e ad un battaglione avieri di stanza alle "Casermette", sulla strada per Teramo. Trascorsero così un paio di giorni pieni di confusione e d'incertezza: mentre i fascisti del posto si riorganizzavano, cominciarono ad arrivare in città soldati sbandati che erano sfuggiti ai rastrellamenti tedeschi nelle vicinanze. L'atmosfera cominciò a farsi drammatica. Il 12 settembre, infine, nelle prime ore del mattino, una colonna tedesca proveniente dalla litoranea adriatica venne fatta segno ad alcune fucilate in località Albero del Piccione. I colpi, esplosi da due guardie forestali, non causarono vittime ma la colonna si fermò ugualmente e, poco dopo, una camionetta si staccò dal grosso ed entrò in Ascoli. In quel momento i soldati del 49° Reggimento si trovavano nella cattedrale per assistere alla Messa: i tedeschi giunsero indisturbati fino al Distretto ed esplosero alcune raffiche di mitragliatrice in aria provocando un fuggi fuggi generale. Subito dopo i soldati germanici fermarono il capitano Eugenio Camilli e lo portarono via come ostaggio. La notizia dell'incidente si sparse come un lampo. La truppa venne fatta rientrare negli alloggiamenti e il colonnello Santanchè, comandante del 49° Reggimento, si asserragliò con i suoi uomini nella caserma "Umberto", temendo una nuova e più massiccia incursione tedesca. Poco dopo, infatti, i tedeschi ritornarono: si trattava però ancora di una sola camionetta munita, questa volta, di un cannoncino anticarro. Giunti davanti alla caserma i tedeschi, il cui obiettivo, evidentemente, era quello di disarmare i soldati italiani, aprirono il fuoco contro la facciata dell'edificio. Dall'interno i nostri risposero al fuoco e, nella confusione che ne seguì, un proiettile raggiunse il colonnello Santanchè. Subito dopo l'ufficiale comandante il nucleo tedesco, certo Hoffmann, riuscì a introdursi nella caserma da un'entrata secondaria che era rimasta incustodita : si scontrò subito con un ufficiale italiano, il tenente Luciano Albanesi e lo freddò con una raffica di mitra. Proseguendo poi attraverso i locali della caserma il tedesco sbucò nel cortile dove però venne ucciso a sua volta da un soldato italiano. Quasi nello stesso istante, con un nutrito lancio di bombe a mano, i nostri soldati appostati alle finestre della caserma centrarono in pieno la "Santa Barbara" della camionetta facendola saltare in aria con tutti i tedeschi che si trovavano a bordo. Durante la sparatoria morì una ragazza di diciotto anni, Costanza Cafini, che si trovava a passare nelle vicinanze. Lo scontro, pur essendosi risolto a favore dei nostri soldati, provocò, però, uno sbandamento generale. Il colonnello Santanchè dovette essere ricoverato all'ospedale. Molti soldati si diedero alla fuga e le truppe rimaste vennero raggruppate dal maggiore Priori ai piedi del Colle San Marco, che sorge alla immediata periferia della città. Verso mezzogiorno i tedeschi si mostrarono nuovamente, ma questa volta più numerosi. Il primo scontro avvenne davanti al distretto e fu di breve durata, perché la resistenza venne tentata da civili che, armatisi nel frattempo, avevano creduto di poter fermare i tedeschi sparando alcuni colpi di moschetto. Restò ucciso, in quella occasione, il giovane diciassettenne Adriano Cinelli. I tedeschi raggiunsero poi il luogo dove si era asserragliato il battaglione avieri: qui furono costretti ad impegnare combattimento perché la difesa era stata bene organizzata. Gli avieri, circa 500, e i tedeschi, circa 70, combatterono fino alle quindici allorché il comando italiano si arrese. I nostri lamentavano sei caduti e i tedeschi otto. I soldati italiani vennero quindi disarmati. Il giorno seguente il comando tedesco ordinò che si svolgessero, contemporaneamente, i funerali di tutti i caduti, italiani e tedeschi. Nessuna rappresaglia venne eseguita per la resistenza opposta dai nostri soldati alle truppe germaniche. Nel frattempo, i nostri reparti concentrati sotto il Colle San Marco si erano sbandati. Fu allora che i pochissimi rimasti, decisero, sotto la guida di un gruppo di ufficiali, di attestarsi sul colle e di resistervi fino all'arrivo degli angloamericani, che tutti credevano imminente. Uno dei più accesi sostenitori di questa tesi fu il sottotenente Spartaco Perini, figlio di un noto comunista di Ascoli, che in quei giorni si trovava a casa in licenza. Il gruppo del "San Marco" cominciò quindi ad organizzarsi mentre in città i fascisti riprendevano saldamente in mano la situazione guidati da Adriano Menghi, Umberto Olori, Serafino Panichi e Mario Galanti. Trascorsero così alcuni giorni durante i quali gli esponenti del fascio locale riuscirono ad arginare le pretese dei tedeschi, specie per quanto riguardava la requisizione di derrate alimentari che in città cominciavano a scarseggiare, e ad evitare che venissero adottate misure repressive nei confronti del gruppo del "San Marco", di cui tutti conoscevano l'esistenza. Il volonteroso tentativo dei fascisti locali di evitare spargimenti di sangue venne purtroppo annullato dagli stessi ribelli annidati sul Colle San Marco che, verso la fine di settembre, effettuarono alcune puntate alla periferia di Ascoli sparando addosso ai soldati tedeschi e ferendone alcuni. Fu così che il 1° ottobre 1944 il comando germanico decise di farla finita e preparò un accurato rastrellamento della zona. La mattina del 3 ottobre i tedeschi sferrarono l'attacco con circa 400 uomini. Sul colle, in quel momento, si trovavano appena 200 persone, fra i quali molti giovani datisi alla macchia perché attirati, più che altro, dall'atmosfera romantica che si era creata in quei giorni attorno al "gruppo del San Marco". Molti di essi infatti, come lo studente Carlo Grifi, caduto durante il rastrellamento, erano figli di fascisti. Gli scontri si fecero accaniti e verso le 13 dello stesso giorno il sottotenente Spartaco Perini, considerato l'animatore e il capo dei ribelli, si sganciò dirigendosi verso il fronte per passare le linee e unirsi agli angloamericani. Sul Colle, comunque, si continuò a combattere fino al giorno 4 ottobre, allorché la banda venne completamente dispersa. I ribelli del "San Marco" ebbero tredici caduti in combattimento: Serafino Cellini, Luigi Biondi, Andrea Biondi, Ignazio Cossù, Luigi Ferri, Pietro Marucci, Giacinto Neri, Alberto Paci, Alessandro Panichi, Francesco Paliotti, Adriano Rigante, Emidio Rozzi e Salvatore Spataro. Un altro, Carlo Grifi, venne catturato e fucilato nel corso dell'operazione. Altri tredici, infine, catturati con le armi in pugno, vennero condannati a morte, ma fu annunciato che la sentenza non sarebbe stata eseguita se si fossero presentati i capi della banda ribelle. Ma i capi non si presentarono e, trascorsi i limiti di tempo stabiliti, i tredici vennero tutti passati per le armi. Ecco i loro nomi: Mario Carucci, Silvio Angelini, Dino Angelini, Emidio Bartolomei, Paolo Cagnetti, Nino Ciabattoni, Natale Ciampini, Marcello Federici, Narciso Galliè, Marcello Giovannelli, Attilio Lelli, Pietro Pagliacci e Antonio Pagliacci. Al sottotenente Spartaco Perini venne concessa in seguito la medaglia d'argento al valor militare. Documentiamo ora la vasta azione compiuta dal PCI per giungere al totale controllo politico-militare delle Marche. Al momento dell'armistizio, il capoluogo della regione, Ancona, era presidiato da circa 4.000 soldati al comando del generale Rodolfo Piazzi, che aveva sostituito provvisoriamente il comandante della Piazza, generale Santini, impegnato in un giro di ispezione nel Riminese. Prefetto della città era il dottor Sacchetti, che aveva dato prova, durante i 45 giorni badogliani, di eccezionale zelo antifascista facendo arrestare quasi tutti gli ex gerarchi locali. Non appena a conoscenza del proclama del Maresciallo Badoglio, e approfittando del fatto che non venivano segnalati movimenti di truppe tedesche, il generale Piazzi, il prefetto Sacchetti e il comandante dell'Arma dei carabinieri, maggiore Vincenzo Cassone, si costituirono in "triumvirato" attribuendosi i pieni poteri. Subito dopo il "triumvirato" intavolò trattative con l'avvocato Oddo Mannelli, capo del Partito d'azione, e con l'anziano parlamentare socialista Alessandro Bocconi, e affidò agli esponenti antifascisti la direzione politica del quotidiano Corriere adriatico. UN DOCUMENTO ECCEZIONALE Quattro giorni più tardi, il 12 settembre, si verificò ad Ancona un episodio forse unico nel suo genere: dietro richiesta formale dei capi antifascisti, gli ex gerarchi rinchiusi nel carcere di Santa Palazia vennero rilasciati. Ventiquattro ore dopo, gli esponenti antifascisti conclusero una alleanza di fatto con i capi fascisti e, in nome dei superiori interessi di tutta la collettività, lanciarono agli anconetani dalle colonne del Corriere adriatico il seguente appello: "Non occorre ripetere che la situazione è grave. Ma è necessario, indispensabile, inderogabile, nella gravità della situazione, non perdere la testa. "Può avvenire che accadano casi di occupazioni parziali o totali, da parte delle truppe tedesche, di zone più o meno estese del nostro territorio. "In questa ed in altre eventualità, è fatto preciso obbligo a tutti i cittadini, allo scopo di evitare inutili e dannose complicazioni, di astenersi, nel modo più rigoroso, da azioni individuali, anche da semplici gesti, che potrebbero interpretarsi come atti di ostilità, al passaggio delle truppe tedesche, e dare luogo a repressioni sanguinose che non riuscirebbero a modificare la situazione generale. "Questi gli ordini. Essi vengono a voi trasmessi da chi come noi si preoccupa della pubblica incolumità e ritiene di avere autorità sufficiente per parlare in questo senso. "Quello che soprattutto interessa è la calma più assoluta; non far circolare notizie incontrollate ed incontrollabili; mantenere i nervi a posto. "Viva l'Italia !". L'appello dei capi antifascisti era accompagnato da una dichiarazione firmata da tre noti fascisti locali, Jori, Chirola e Ferretti, che affermava: "Per tutti gli iscritti all'ex Partito fascista. "L'accordo stipulato ha pieno vigore. "Esso è inderogabile ed impegna le responsabilità morale e materiale di tutti gli iscritti all'ex PNF ". Questo straordinario documento, che suscitò in tutto l'Anconetano una viva emozione, lasciò sperare, sia pure per qualche giorno, che nel nome della Patria si potesse creare una "unione sacra" di tutti gli italiani al di fuori e al di sopra delle fazioni. Ma il precipitare degli avvenimenti mise termine ben presto ad ogni generosa illusione. Tra il 15 e il 16 settembre, infatti, le truppe tedesche circondarono Ancona: il giorno 17 la Wehrmacht occupò senza colpo ferire la città e disarmò i 4.000 soldati di guarnigione che vennero inviati, in blocco, verso i Lager della Germania. L'entrata dei tedeschi in Ancona ruppe di conseguenza il "fronte unico" tra fascisti e antifascisti concluso il 13 settembre, e diede l'avvio, anche nella città adriatica, alla nascita del fascismo repubblicano. Il 20 settembre, su iniziativa del console Eugenio Caradonna, si ricostituì la 109° legione della Milizia. Venne riaperta anche la sede del Fascio, ma l'adesione dei vecchi fascisti fu relativamente scarsa: molto più sensibile si rivelò l'afflusso dei giovani e dei giovanissimi. Il posto di Capo della provincia venne affidato al dottor Scassellati-Sforzolini, che tentò di continuare, pur nelle nuove condizioni create dall'occupazione tedesca, la politica di "fronte unico" tra fascisti e antifascisti e di dare vita a una amministrazione "interpartitica" nell'Anconetano. D'accordo con la maggior parte dei capi fascisti della città, Scassellati-Sforzolini si mise così in contatto con gli esponenti "azionisti" e socialisti, e sottopose loro il seguente progetto: mentre ai fascisti sarebbe rimasta la direzione dell'amministrazione provinciale, agli antifascisti sarebbe spettata la direzione dell'amministrazione comunale e del movimento sindacale. Sono numerosi i documenti dell'epoca che descrivono le trattative intercorse tra fascisti e antifascisti nel settembre e ottobre 1943. Ci limitiamo a citare la testimonianza dello stesso avvocato Mannelli, primo presidente del Comitato di liberazione nazionale delle Marche, pubblicata sul periodico Fede e avvenire del novembre-dicembre 1960. Una testimonianza veramente interessante perché l'avvocato Mannelli ammette apertamente che i fascisti agirono in perfetta buona fede. Ha scritto l'esponente antifascista: "Episodi paradossali si verificarono dopo l'8 settembre, quando noi avevamo abbandonato il giornale (Il Corriere adriatico: n. d. r.) ed i tedeschi avevano occupato Ancona e il resto della regione. I fascisti, attribuendo al "patto" (l'accordo del 1settembre: n. d. r.) un valore estensivo che era ben lontano dalle nostre intenzioni, e senza riflettere che, in politica e in guerra, le regioni del sentimento e della riconoscenza cedono il passo alle esigenze del momento e delle forze in conflitto; i fascisti, dico, formularono un magnifico progetto. "Prima il prefetto Scassellati-Sforzolini richiamato in servizio dal Comando tedesco, che ne diede notizia con un manifesto alla cittadinanza; e poi il prefetto dottor Aldo Lusignoli a quello succeduto (tramite, la prima volta, il colonnello Enrico Fabi, uno dei liberati dal carcere, la seconda l'avvocato F. S. Bosdari) proposero la seguente combinazione: l'onorevole Alessandro Bocconi capo delle organizzazioni sindacali; l'avvocato professor Ernesto Spadolini preside della provincia; l'avvocato Oddo Mannelli sindaco di Ancona. Al vertice di questa combinazione il prefetto fascista, ed ancor più al vertice il Comando tedesco! "Devo dire con assoluta sincerità che non ho mai dubitato della buona fede dei nostri interlocutori, né ho mai creduto che volessero comprometterci e darci in pasto ai tedeschi. Lo avrebbero potuto in ogni momento e non l'hanno mai fatto. Alcuni miei colloqui con Lusignoli si svolsero accanto ad un uscio su cui stava scritto: Kommandantur. Non era neppure un volgare machiavellismo o un pedestre "doppio gioco". Era qualcosa di peggio, o di meglio, secondo i punti di vista: desideravano ricambiare la nostra generosità, quasi che si trattasse di mazzi di fiori nel giorno delle nozze? Desideravano assicurarsi l'avvenire in vista del crollo che sentivano avvicinarsi? Nell'uno o nell'altro caso mostravano di non possedere neppure un grammo di intuito politico, muovendosi al buio con l'ingenuità e lo smarrimento dei fanciulli. "Bocconi e Spadolini non volevano accompagnarmi in Prefettura per discutere lo stravagante progetto, anche perché temevano che tutto finisse in galera; ma io che sentivo che gli interlocutori erano in buona fede, li trascinai a godersi lo spettacolo dei tedeschi e delle Camicie nere che nell'anticamera si profondevano in sorrisi ed inchini. "Non è neppure il caso di registrare che il nostro rifiuto fu netto e reciso". In realtà, i capi moderati dell'antifascismo marchigiano non diedero corso alle proposte delle autorità fasciste di Ancona non tanto per motivi di "superiore intuito politico", ma perché, non appena a conoscenza delle trattative, i capi comunisti, e in modo particolare il fiduciario della direzione del PCI per le Marche, Egisto Cappellini (218), iniziarono subito un violento fuoco di sbarramento contro i "capitolardi". E i capi moderati dell'antifascismo, senza i militanti organizzati dal PCI, erano solo dei generali senza soldati. Mannelli, Bocconi e Spadolini, furono costretti, controvoglia, ad abbandonare le trattative con gli esponenti fascisti e ripiegare, sia pure a malincuore, sulle posizioni oltranziste patrocinate dal PCI. La rottura delle trattative, però, non interruppe subito la politica di distensione voluta dai capi fascisti di Ancona. I pochi prigionieri politici ancora detenuti vennero infatti liberati, e il Capo della provincia si oppose a qualsiasi misura repressiva del comando tedesco contro la numerosa collettività ebraica della città. Ricorda ancora, a questo proposito, l'avvocato Mannelli nella testimonianza citata: "Gli antifascisti rinchiusi a Santa Palazia vennero messi in libertà. Posso attestare che quando i germanici chiesero allo Scassellati l'elenco degli ebrei di Ancona, rispose di non poterlo dare perché erano tutti fuggiti. Io stesso mi servii di questa segnalazione per mettere in salvo una famiglia di ebrei che indugiava attorno a Monte d'Ago. Posso aggiungere che quando i tedeschi, in mancanza di ebrei, gli chiesero l'elenco dei loro appartamenti, Scassellati rispose che li aveva tutti requisiti per gli usi della Prefettura ". La deliberata volontà dei capi fascisti di Ancona di impedire con ogni mezzo le persecuzioni antifasciste (e lo scatenamento della guerra civile, sulla quale puntavano invece i dirigenti del PCI), si infranse però, a poco a poco, contro una realtà che andava progressivamente peggiorando. In tutte le località, infatti, dove esistevano nuclei di militanti comunisti, nacquero i gruppi "gappisti", ed ebbe inizio la solita catena di orrori e di sangue. Così, sia pure lentamente, anche le Marche divennero teatro di guerriglia partigiana. Per reagire allo scatenamento dell'azione "gappista", e anche per sottrarre agli organizzatori comunisti tutti gli uomini possibili, i capi antifascisti moderati di Ancona, che nel frattempo avevano accettato la formula dei "comitati di liberazione nazionale" patrocinati dal PCI, cercarono l'appoggio degli ufficiali del disciolto esercito sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi, e ostili alle nuove forze armate della RSI. Sotto la direzione del colonnello Remo Corradi, già vice direttore dell'Accademia militare di Modena, prese vita così nell'Anconetano e nel Maceratese una organizzazione "badogliana" detta OPMC (Organizzazione patriottica militare clandestina), che ben presto giunse a raggruppare numerosi ufficiali sbandati. Ma il successo della OPMC fu di breve durata. Allorché divenne chiaro che i capi "badogliani" non intendevano battere la via della guerriglia, e preferivano "attendere" l'arrivo degli alleati, gli ufficiali più giovani e spericolati cominciarono ad ascoltare con sempre maggior interesse la proposte avanzate dei capi comunisti che li invitavano a porsi alla testa delle bande "garibaldine'' già in via di organizzazione nelle zone montagnose a nord del fiume Potenza. In questa azione di propaganda e di persuasione i migliori risultati li ottenne l'ingegnere Gino Tommasi, detto "Annibale", senza dubbio il più abile e capace organizzatore che il PCI possedesse in tutte le Marche. L'ingegner Tommasi, che aveva servito nell'esercito col grado di tenente colonnello di artiglieria, e che quindi sapeva come avvicinare e come parlare agli ufficiali di carriera, riuscì ad attirare sulle posizioni di lotta propugnate dal PCI decine di giovani esperti nell'uso delle armi e gettare così, con il loro valido concorso, le basi di quella che sarebbe poi diventata la più forte e agguerrita formazione partigiana delle Marche: la 5a brigata "Garibaldi" Ancona. Una formazione dotata di un buon armamento, in gran parte aviolanciato dagli alleati, che durante l'estate 1944 avrebbe operato nel quadrilatero Cingoli-Fabriano-Matelica-San Severino, a cavallo tra le provincie di Ancona e di Macerata. Ma nell'esplicare questo suo compito, Gino Tommasi si era preoccupato soprattutto dell'efficienza bellica delle bande sottoposte al suo comando, e molto meno dell'ideologia professata dagli ufficiali che accettavano di collaborare con lui. E questo determinò una situazione che il PCI non poteva certo accettare; nella misura infatti in cui i posti di comando venivano affidati a elementi di dubbia fede comunista, se non addirittura anticomunisti e filomonarchici, "Annibale" consegnava di fatto un'organizzazione "garibaldina", vale a dire formalmente dipendente dal PCI, nelle mani di "nemici del partito". Così, quando nel dicembre 1943 i capi comunisti presero in esame la situazione dei distaccamenti "garibaldini" operanti tra l'Anconetano e il Maceratese, dovettero amaramente stabilire che i comandanti delle varie bande erano nella quasi totalità elementi "badogliani", come il capitano Sergio Sinigallia, il tenente Mario Batà e i sottotenenti Franco Cingolani e Agostino Pirotti. L'unico distaccamento che risultava comandato da un comunista era quello di San Severino (Macerata), agli ordini di Mario Depangher. Non solo: dovettero constatare che i "commissari politici", vale a dire gli elementi che avevano il compito di controllare e di dirigere le bande per conto del PCI, erano praticamente sconosciuti nell'Anconetano. Il comando generale delle brigate "Garibaldi" di Milano, di conseguenza, considerò ben presto questa situazione come "malsana": per i capi del PCI, infatti, il movimento partigiano aveva un valore e una funzione solo in quanto fosse controllato e diretto dal partito. Il fatto quindi che una banda, dipendente formalmente dal comando "garibaldino" come la 5a "brigata Ancona", fosse in pratica quasi esclusivamente controllata da elementi non comunisti, e persino anticomunisti, era sufficiente per richiedere le più energiche contromisure. All'inizio del 1944, allora, i dirigenti comunisti dell'Alta Italia, irritati per i magri successi "politici" ottenuti da "Annibale" nella sua opera di comandante della 5a brigata, elaborarono dei "provvedimenti di emergenza". Il 9 febbraio, inoltre, in seguito a denuncia anonima, l'ingegner Tommasi cadde nelle mani del servizio germanico di sicurezza (219). Non appena gli elementi antifascisti moderati del CLN regionale, e in modo particolare il suo presidente, avvocato Mannelli, seppero che "Annibale" era stato arrestato e che, di conseguenza, la 5a brigata "Garibaldi" era rimasta priva di comandante, chiesero e ottennero, accampando la tesi che la nomina dei comandanti partigiani spettava al CLN, che il posto vacante venisse affidato al tenente colonnello Amato Tiraboschi, detto "Primo", un ufficiale di carriera aderente al Partito d'azione. L'INTERVENTO DI LONGO Nella decisione di nominare il Tiraboschi comandante della 5a brigata "Garibaldi" fu determinante l'atteggiamento preso da un esponente "azionista", Goffredo Baldelli, che era notoriamente considerato l'uomo di fiducia dei servizi d'informazione angloamericani nelle Marche. Il Baldelli, che era in continuo contatto radio con il comando dell'VIII Armata britannica, fece presente agli esponenti comunisti che gli alleati avrebbero sospeso il lancio di materiale bellico alle formazioni "garibaldine" se il tenente colonnello Tiraboschi non fosse stato riconosciuto, a tutti gli effetti, come legittimo comandante della 5a brigata. Impressionati da queste minacce, i rappresentanti del PCI in seno al CLN regionale promisero che avrebbero lealmente collaborato con il successore dell'ingegner Tommasi. La situazione era in questi termini allorché, da Milano, giunsero ad Ancona due dirigenti comunisti che avevano partecipato, come miliziani, alla guerra civile spagnola: Alessandro Vaia, detto "colonnello Alberti", ex comandante della brigata "Garibaldi" in Spagna, e Aristodemo Maniera, muniti di pieni poteri rilasciati dalla direzione del PCI per l'Alta Italia. Il loro compito era molta preciso: prendere sotto fermo controllo il movimento "garibaldino" marchigiano, che si stava in quel momento rafforzando per l'afflusso di nuove reclute, e "comunistizzarlo" introducendo, a tutti i livelli, la figura del "commissario politico". Giunti nelle Marche e presi i contatti con i dirigenti del PCI di Ancona, i due plenipotenziari di Longo chiesero di incontrare, nel massimo segreto, il nuovo comandante della 5a brigata, vale a dire il colonnello Tiraboschi, detto "Primo". Di tutti questi avvenimenti si occupò in seguito, dopo l'arrivo delle truppe britanniche nelle Marche, una commissione di inchiesta del CLN regionale. Ecco come raccontò l'episodio lo stesso avvocato Marinelli, presidente del CLN: "Un giorno il Tiraboschi inviò a Monticelli dei Frati una "staffetta" per avvertirmi che, tramite Ruggeri (Luigi Ruggeri, rappresentante del PCI nel CLN delle Marche: n.d.r.), un certo "Alberti" (nome di battaglia) che si qualificava colonnello e comandante di una allora inesistente divisione "Marche", lo aveva invitato a presentarsi a lui d'urgenza per ricevere ordini. Chiedeva il da farsi... Disposi che il Tiraboschi non si recasse dall'"Alberti" ed invitasse invece quest'ultimo a presentarsi al CLN. "Raggiunto d'urgenza il CLN, il rappresentante comunista Ruggeri comunicò che l'"Alberti" si rifiutava di apparire per ragioni di sicurezza personale... Dopo lunghe tergiversazioni, mi incontrai con l'"Alberti" in una campagna sotto Polverigi, presenti Ruggeri e Tiraboschi... Chiesi all"Alberti" di esibire i documenti comprovanti la sua identità personale e la legittimità degli incarichi ricevuti, ma Ruggeri tagliò corto dichiarando che il Partito comunista garantiva in pieno l'"Alberti". Passai allora ad un esame generale della situazione, mettendo in rilievo che fino a quel momento, da "Annibale" a Tiraboschi, il movimento partigiano era stato alle dipendenze del CLN e tale doveva rimanere; che in montagna non si doveva fare della politica o della speculazione di partito... ""Alberti" dichiarò che egli era tassativamente incaricato di istituire i "commissari politici" presso tutte le formazioni. Replicai che già da un mese il CLN aveva preso in esame la questione e, consenziente lo stesso rappresentante comunista, l'aveva risolta in senso negativo perché la propaganda dei "commissari politici" avrebbe fatalmente condotto a scissioni e suddivisioni ". Come appare chiaro da questo racconto, il colloquio tra il "colonnello Alberti" e i capi moderati del CLN si concluse con un nulla di fatto per cui Alessandro Vaia, che aveva ricevuto l'ordine di realizzare a qualsiasi costo la disposizione ricevuta da Longo, dovette adottare una tattica meno diretta e immediata. Per prima cosa, facendosi forte della sua carica di rappresentante nelle Marche del comando generale delle brigate "Garibaldi", dal quale anche la 5a brigata formalmente dipendeva, Alessandro Vaia detto "Alberti" introdusse un suo uomo di fiducia, Alfredo Spadellini, detto "Prillo", nel comando di Tiraboschi, nominandolo vice comandante della formazione. Poi, speculando abilmente sul malcontento dei partigiani, che avevano subito, in seguito a un rastrellamento tedesco, delle perdite rovinose, cominciò a creare intorno al comandante della brigata un clima di sospetti e di rancori. Ma l'occasione che permise al "colonnello Alberti" di dare il colpo di grazia al comandante "Primo" e di impadronirsi del comando della 5a brigata, venne offerta dalla tragica fine di Goffredo Baldelli. Il Baldelli, infatti, venne assassinato proditoriamente da un comunista jugoslavo, Dimitry Jovovic, nel pomeriggio del 5 giugno in una base partigiana a Poggio San Vicino d'Apiro. L'assassinio di Baldelli è stato oggetto, nel dopoguerra, di un processo celebrato davanti alla Corte d'assise di Macerata e terminato con la condanna all'ergastolo dello Jovovic che non ha mai voluto rivelare però i nomi dei mandanti e i motivi, anche se evidenti, del suo delitto. Ecco come il dispositivo della sentenza, pubblicato il 2 dicembre 1948, ha descritto il delittuoso episodio : " Baldelli era preposto alla custodia di una radio trasmittente clandestina ed addetto inoltre alla vigilanza del campo di lancio di Valdiola. Non lontano da questa località, in Poggio San Vicino, risiedeva un gruppo di partigiani costituito da elementi italiani e da elementi stranieri, tra i quali "Douglas" (un comunista inglese che aveva il comando della base: n.d.r.), Dimitry Jovovic e la russa Lidia Stocks. "Nel pomeriggio del 5 giugno 1944 il Baldelli ebbe motivo di recarsi alla sede di quella formazione, ma vi fu accolto con manifesti segni di ostilità... "Douglas" seguito dallo Jovovic, si fece incontro al Baldelli e sferrò a costui due potenti "diretti" alle ganasce sì da farlo cadere a terra. Nel mentre il Baldelli si afflosciava verso terra, lo Jovovic non esitò a sparargli due colpi di pistola... Lo Jovovic raccolse da terra la stessa arma sfuggita al ferito e con essa gli tirò un terzo colpo ". Non appena Vaia seppe della morte di Baldelli, vale a dire dell'unica persona che per i suoi rapporti diretti con il comando alleato poteva ostacolarlo nel suo obiettivo di "comunistizzazione" della 5a brigata, destituì d'autorità il colonnello Tiraboschi dal comando della banda. Questa decisione venne comunicata al CLN regionale con una lettera in data 8 giugno 1944 nella quale, tra l'altro, si affermava: "Il comando della divisione (la divisione "Garibaldi" Marche di cui "Alberti" era teoricamente il comandante: n.d.r.) ha destituito in data 7 corrente il signor "Primo" dal suo incarico di comandante della brigata " Garibaldi " 5 B per... avere cercato di sminuire l'autorità del comando di divisione che è stato approvato tanto dal centro delle brigate d'assalto "Garibaldi", quanto dai comandanti di distaccamento e di brigata di tutte le Marche ". Contemporaneamente alla destituzione di "Primo", Vaia diede ordine ai suoi luogotenenti di occupare con la forza il campo di lancio di Valdiola e di impadronirsi della radio trasmittente di Baldelli. Con questa ultima mossa il "colonnello Alberti" riuscì a imporre così, in maniera massiccia, il controllo del suo comando su tutti i distaccamenti partigiani dell'Anconetano e del Maceratese. Ma su questi incredibili episodi che confermano la tecnica feroce e spregiudicata adottata dai comunisti durante la guerra civile per controllare e dirigere, secondo le esigenze del partito, il fronte clandestino antifascista, ecco un'altra testimonianza: quella del dottor Piero Pergoli, amico fraterno di Baldelli e rappresentante del Partito d'azione nel CLN, che così illustra l'attività svolta da Alessandro Vaia per imporre la volontà del PCI al movimento partigiano delle Marche. "Verso la metà del marzo 1944", racconta il Pergoli, "avvenne il primo incidente. Alfredo Spadellini, detto "Prillo", si presentò ai distaccamenti in montagna (ci si riferisce alla 5a brigata "Garibaldi": n.d.r.), dichiarando di essere il vice comandante. Di questa nomina non sapevano nulla né il CLN, né il comandante Tiraboschi il quale protestò vivacemente contro questa intrusione... "Verso i primi di aprile il patriota Minciotti venne informato che nelle vicinanze di Monsanvito aveva posto le tende "Alberti"... Minciotti decise di avvicinare "Alberti" che gli dichiarò di essere venuto per assumere il comando di tutti i partigiani delle Marche. Il Minciotti ne parlò con Baldelli e insieme vennero a trovarmi. Fu deciso che tutti e due si sarebbero recati con qualche altro partigiano all'appuntamento che Minciotti aveva preso con "Alberti". Ma questi mancò all'appuntamento. "Qualche tempo dopo, "Prillo", che, pro bona pacis, Tiraboschi si era adattato ad accettare quale vice comandante, volle occupare Cingoli; ma il 25 aprile successivo i tedeschi, approfittando di una giornata piovosa e nebbiosa, piombarono sul paese senza incontrare alcuna resistenza e senza essere nemmeno segnalati. Ebbe così inizio il grande rastrellamento che costò alle nostre popolazioni numerosi morti, distruzioni, devastazioni, deportazioni. L'unico gruppo che non si sbandò e conservò le armi fu quello di Alvaro Litargiri. ""Primo" fu così costretto a lasciare il paese di San Vittore, dove i tedeschi bivaccavano, ma fu sempre reperibile, tanto che Baldelli e Minciotti poterono immediatamente incontrarsi con lui e prendere tutte le disposizioni atte alla ricostituzione dei gruppi e alla continuazione delle trasmissioni della RT (radio trasmittente: n. d. r.) clandestina.... "Durante il mese di maggio del 1944, in armonia con le istruzioni del Comando interalleato, l'attività riprese in pieno : vennero strette relazioni con gli insorti del Camerinese e furono stabiliti regolari collegamenti coi gruppi, rigorosamente apolitici e perciò perfettamente efficienti, che operavano nella zona di Sassoferrato agli ordini del maggiore Diego Boldrini (Ferruccio); venne infine apprestato il campo di lancio della Valdiola, presidiato da elementi scelti da Baldelli... "Primo" ebbe inoltre un convegno alle foci del Tenna con l'avvocato Oddo Mannelli e con alcuni generali inglesi, i quali riportarono la migliore impressione sulla organizzazione dei nostri reparti. "Grandi avvenimenti, con l'inizio dell'offensiva su Cassino, si stavano preparando; ma il 5 giugno Baldelli, il migliore dei patrioti, venne assassinato; il 7 giugno "Alberti" destituì a Mazzangrugno "Primo" dal comando dei partigiani della provincia di Ancona, suscitando l'indignazione dei patrioti; il 10 mattina successivo, "Prillo" e "Sarti", con numerosi uomini armati, si recarono al campo di lancio della Valdiola e procedettero alla sua occupazione. Il comandante del campo, " Griffoni", non volendo provocare un conflitto armato tra partigiani, sciolse il gruppo e si recò a San Vittore a riferire a "Primo".... "La successione delle date (5 giugno assassinio di Baldelli; 7 giugno colpo di scena di Mazzangrugno; 10 giugno occupazione del campo di lancio) si presta a riflessioni.... "Alberti" da molto tempo mirava ad impossessarsi della radio di Baldelli, del comando di brigata, del campo di lancio ". Eliminati dalla scena i capi militari non comunisti, Vaia dedicò il mese di giugno a riorganizzare le formazioni "garibaldine" dell'Anconetano e del Maceratese: ogni brigata, distaccamento o gruppo ebbe il suo bravo "commissario politico" di sicura fede comunista. Avendo stabilito così l'effettivo controllo del PCI su tutte le formazioni, il "colonnello Alberti" accettò di discutere con il CLN regionale la nomina del nuovo comandante della 5° brigata. Ma anche questa nomina venne compiuta in funzione delle esigenze politiche del PCI. La guerra, infatti, stava rapidamente avvicinandosi alle Marche: salvo sorprese, del resto molto improbabili, la regione sarebbe stata occupata dagli angloamericani nel volgere di poche settimane. In quelle condizioni, con l'organizzazione partigiana già sottoposta al ferreo controllo del PCI, diventava opportuno, specie agli occhi dei comandi alleati, che a capo della formazioni apparisse un "non comunista". Ciò avrebbe facilitato l'opera di mimetizzazione e di penetrazione delle forze comuniste nei nuovi organismi democratici che sarebbero stati instaurati anche nelle Marche. A comandante della 5° brigata venne così nominato il colonnello Remo Corradi, già vice direttore dell'Accademia militare di Modena ed elemento quindi bene accetto agli angloamericani. Ma il Corradi, come Vaia aveva esattamente previsto, durò in carica molto poco: alcuni giorni più tardi, infatti, ai primi di luglio, le truppe polacche del generale Anders superarono il fiume Potenza e il 18 successivo penetrarono in Ancona, portando così a termine l'occupazione virtuale dell'intera regione, e rendendo del tutto inutile l'esistenza sia delle brigate partigiane sia dei loro comandanti. Questa che abbiamo illustrata costituisce, in realtà, l'unica pagina veramente interessante di quella che fu la guerra civile nella Marche. L'altra pagina è scritta dalla cronaca minuta e sanguinosa della guerriglia imposta dai comunisti e che comprende un lungo elenco di fascisti o "presunti tali" uccisi isolatamente nelle provincie di Pesaro, Ancona, Macerata e Ascoli Piceno ; un lungo elenco di delitti a scopo di rapina compiuti nelle stesse provincie da partigiani o presunti tali, specie di nazionalità slava; un lungo elenco di uomini, donne e bambini, vittime innocenti delle spietate rappresaglie eseguite dai tedeschi per vendicare le imboscate e le uccisioni, altrettanto spietate, compiute dai partigiani comunisti. Una cronaca che è inutile rievocare non solo perché ferocemente simile, purtroppo, a quella di tante altre provincie di cui abbiamo parlato nei capitoli precedenti, ma anche perché non presenta alcun episodio (fatta eccezione, ripetiamo, per gli avvenimenti accaduti nell'ottobre 1943 nei pressi di Ascoli Piceno) degno di particolare menzione. Tutto ciò che è stato scritto in questo dopoguerra a proposito di "insurrezioni popolari antitedesche e antifasciste" accadute nelle Marche, o di città e villaggi "liberati" dalle brigate partigiane prima ancora dell'arrivo delle truppe angloamericane, è destituito infatti di qualsiasi fondamento, e non è suffragato da testimonianze o documenti di sorta. Le rare volte in cui accadde che i partigiani occuparono una località qualche ora prima del giungere delle truppe alleate, ciò venne determinato dal fatto che le località suddette erano già state preventivamente sgombrate dalle retroguardie germaniche. Una autorevole conferma di questa realtà viene dalle stesse rievocazioni di fonte antifascista che non registrano assolutamente episodi di città o paesi conquistati dai partigiani dopo strenui combattimenti. Un esempio per tutti: sulla pubblicazione edita nell'aprile del 1965 a San Severino Marche (Macerata) a cura del locale "Comitato cittadino per le celebrazioni del ventennale della resistenza" è ricordato ad un certo punto, con grande evidenza, e sotto il titolo "1° luglio 1944; le truppe partigiane liberano San Severino", l'ingresso dei guerriglieri comunisti nella cittadina 24 ore prima dell'arrivo degli angloamericani. Nel contesto, però, si legge che tale liberazione ebbe luogo "quando le ultime pattuglie germaniche erano ancora in vista della città". Il che rende molto discutibile l'uso del verbo "liberare", visto e considerato che i partigiani, prima di scendere in San Severino, attesero il preventivo allontanamento dei soldati germanici dall'abitato. Per concludere: la storia della guerra civile nelle Marche occupa un posto di rilievo nel grande e terribile quadro degli avvenimenti del tempo, soprattutto perché offre una visione precisa dei sistemi adottati dai comunisti per giungere, attraverso lo scatenamento della "guerra sovversiva" e la eliminazione dei concorrenti politici, al controllo di una regione. 218) Egisto Cappellini, nato a Urbino nel 1896. Dopo aver militato nella gioventù socialista, aderì nel 1921 al PCI. Segretario della Federazione di Pesaro nel 1927, venne arrestato e deferito al Tribunale speciale. Liberato, riprese l'attività clandestina nelle Marche, in Liguria e in Piemonte. Arrestato di nuovo nel maggio 1943 venne rilasciato tre mesi dopo dal governo Badoglio. Nell'inverno 1943-44 diresse la segreteria regionale del partito per le Marche. Dal 1945 al 1955 svolse le funzioni di amministratore centrale del PCI. Dopo la rivoluzione ungherese del 1956 assunse nei confronti dell'Unione Sovietica un atteggiamento di critica che gli costò la perdita di tutte le cariche che ancora occupava. 219) L'arresto dell'ingegner Tommasi, avvenuto ad Ancona in maniera particolarmente misteriosa, durante un breve soggiorno del capo partigiano, suscitò subito degli inquietanti interrogativi. I capi comunisti espressero la convinzione che a denunciare "Annibale" alle SS tedesche fossero stati alcuni esponenti moderati dell'antifascismo, allo scopo di impadronirsi delle bande operanti nell'Anconetano. Ma questa convinzione non venne mai convalidata da prove concrete. L'ingegner Tommasi venne poi deportato in Germania dove morì nella primavera del 1945. E stato decorato di medaglia d'oro. |