La Divina commedia tra Abu l-‘Ala’ al-Ma‘arri e Dante .: Stampa araba / articoli di Salam Kubic Al-‘Atibi sabato, 11 dicembre 2004 Tra le fonti della Divina Commedia gli studiosi hanno riconosciuto l'Epistola del perdono del poeta siriano Abu l-‘Ala’ al-Ma‘arri. Nel capolavoro della nostra letteratura, che pure mostra un grado di originalità tale da risultare alieno e quindi difficilmente comprensibile alla cultura araba, sono riscontrabili suggestivi influssi orientali. Vediamoli nella critica di uno studioso arabo. Il viaggio di Abu l-‘Ala’ al-Ma‘arri nell’Epistola del perdono verso l’altro mondo è qualcosa che ha tenuto occupati gli europei dal momento in cui scorsero tratti di somiglianza tra questa opera e la Divina Commedia dantesca. La questione dell’influsso di Al-Ma‘arri su Dante resta un argomento controverso, nonostante sia indubitabile, a prescindere dall’opinione al riguardo, che l’Epistola del perdono esprime il suo più alto valore in quanto creazione artistica originale e per le rivelazioni del letterato cieco, invalido e indigente sul suo mondo interiore in una fase della sua vita. Il paradiso di Al-Ma‘arri è popolato da linguisti e poeti, oltre che fanciulli ed eterni giovinetti, cantanti e musici che provvedono al loro servizio. Adamo viene introdotto per questionare su questioni poetiche e linguistiche. I jinn credenti sono poeti provetti, i serpenti declamano poesia e ce ne sono alcuni che tramite la lettura hanno preso conoscenza di testi. Ai poeti vengono rimessi i peccati grazie ai versi poetici composti e la loro posizione nel Paradiso dipende dal calibro della loro poesia. Cantanti intonano pezzi scelti di poesia, al cui suono e ritmo ballano le danzatrici. Il discorso dei penitenti volge su lingua e poesia, concorrenti ed avversari si contendono e disputano gare su questioni linguistiche e racconti di poesia. Il paradiso di Al-Ma‘arri è quello di un uomo che ha vissuto la maggior parte della vita invalido e confinato, battendosi contro gli amori e i desideri umani: non fu in grado di rappresentarsi un paradiso sereno di calma e pace, ma piuttosto uno pieno di movimento e rumore, danza e canto, passeggiate e battute di caccia; la voce si alza fino a diventare grido, il movimento si esaspera fino alla rissa. Al-Ma‘arri, che si era negato ogni godimento della vita terrena, ha radunato nel suo paradiso tutto ciò di cui si era privato. Si è rappresentato con la sua natura umana passionale ma repressa generi di grande voluttà e di sollazzo materiale, spingendosi fino a personificare ed esemplificare questi godimenti. Chiaramente Al-Ma‘arri non può privare il suo paradiso dalle caratteristiche del nostro mondo. Sui castelli appaiono placche con i nomi dei poeti, l’entrata al paradiso non è accessibile senza un permesso approvato, ci sono cavalli per gli amanti della caccia e una cammella per chi ama mungere il latte; l’anziano ordina che tra i cuochi della sua mensa ce ne siano alcuni di Aleppo; i commensali non hanno bisogno di dichiarare quello che stuzzica il loro appetito: gli basta desiderare per trovare pronto davanti a sé ciò che desiderano. Il paradiso non sarebbe tale per Al-Ma‘arri se in esso ci fosse il cieco e il disabile; ma non basta che il cieco possa vedere o che l’orbo abbia buona vista o il guercio occhi sani: occorre che a chiunque sia stato provato da un’imperfezione in questo mondo venga resa una compensazione nell’Aldilà che solo il povero afflitto ha diritto di proporre. Nel luogo di adunata vediamo un alterco tra Abu ‘Ali al-Farisi e un gruppo di arabi perché il primo aveva commesso un errore nel recitare un loro componimento. Vediamo poi Ibn al-Qarih cercare di avvicinarsi ai guardiani del paradiso con poemi composti per lodarli. Lo stesso accade nell’inferno: a Bashar vengono dati occhi dopo una cecità congenita. Ibn al-Qarih chiede ai guardiani dell’inferno di vedere Muhalhal. Il dialogo tra i poeti nell’Inferno e l’anziano visitatore non tocca altri soggetti: parlando di poesia, lingua, racconti e plagi questi li conforta nel tormento, si rattrista della loro sventura e si affligge per le loro sofferenze senza peraltro spogliarli di emozioni umane. Al-Ma‘arri nella raffigurazione dell’Aldilà è influenzato senz’altro dalla descrizione dell’ambiente islamico e in particolare quella del Corano e dei racconti islamici sulle ricompense, le punizioni e l’intercessione contenute nei libri di Hadith e di esegesi, nel racconto del Mi‘raj, oltre al corpus poetico arabo preislamico e protoislamico, per quanto concerne la descrizione di piaceri e godimenti, arti dell’intrattenimento, del canto e del divertimento. Al-Ma‘arri le trasporta nel suo paradiso insieme ai miti arabi che l’ambiente islamico ha prodotto sulle macchinazioni e le avventure dei jinn o le scaramucce tra le vergini del Paradiso. Sta di fatto che l’Epistola del perdono rimane una fertile e viva riserva del patrimonio umano di cui non abbiamo ancora interiorizzato tutti i tesori e di cui non abbiamo scoperto tutti i sergreti artistici. Se non fosse stato per la Divina Commedia, l’Epistola del perdono non sarebbe uscita dalla sua tomba. Cosa sarebbe successo se il padre Miguel Asín Palacios avesse tenuto nascosta la sua scoperta che il capolavoro dell’Europa medievale discenderebbe da origini arabe? Ne sarebbero derivate numerose conseguenze, prima tra tutte che, rimanendo segreta, sarebbe rimasta ignota l’esistenza di ponti che collegavano il pensiero arabo a quello europeo durante il Medioevo. Queste fonti sarebbero rimaste sconosciute ancor più a lungo, se non fosse stato grazie a colui che volle conoscere strutture, classici storici, questioni dottrinali o grammaticali ed ogni cosa che ci teneva lontani dalla deriviazione delle vere fonti della Divina Commedia. È stata proprio una bomba tremenda quella lanciata dal maggiore arabista spagnolo Palacios nel 1919 annunciando che Dante (1265 – 1321) nel suo capolavoro riprende alcuni testi arabi derivanti dal racconto dell’ascensione notturna di Maometto, in primis L’epistola del perdono e Le conquiste meccane di Ibn ‘Arabi. Gli italiani rifiutarono la tesi di Palacios, ma la dimostrazione giunse quando l’orientalista italiano Enrico Cerulli pubblicò nel 1949 un libro in cui divulgava la traduzione latina e provenzale di libri arabi sul Mi‘raj islamico. La storia di questa traduzione si riassume come segue: Alfonso X, re di Castiglia, commissionò la traduzione dei testi dall’arabo al castigliano, cosa che venne eseguita dal medico ebreo Ibrahim al-Hakim nel 1264, ovvero un anno prima della nascita di Dante. Sempre in quell’anno, il medesimo re commissionò al traduttore italiano Bonaventura da Siena la versione dal castigliano al latino e al provenzale per diffonderla al di là di confini della Spagna. Con questo, Cerulli sostenne l’idea di Palacios senza lasciare ombra di dubbio sul fatto che Al-Ma‘arri portò ogni mortale al cielo grazie alla sua Epistola del perdono. Al-Ittijah al-Akhar, n. 180, 31/7/2004 (tradotto da Andrea Locati)