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Era l�Italia, nei primi decenni del secolo scorso, all�avanguardia mondiale dell�elettrificazione ferroviaria. Tutto il Nord Ovest della Penisola era propulso dal Trifase Italiano, artifizio mirabile partorito dall�ingegno del Ferraris, poscia perfezionato da� nostri ingegneri elettrotecnici, assurto infine a simbolo stesso del Regime! Fu con grandissimo disappunto che il Duce apprese, dovendosi egli recare da Ventimiglia a Cuneo per inaugurare solennemente la locale Fiera del Bue Piemontese, anno IX, che la suddetta ferrovia era ancora servita da fumiganti ed antiquate vaporiere.
- Pavanati! Qui siamo ancora all�et� della pietra! Convocami subito il Bianchi: c�� bisogno di un colpo di reni! - Perdonatemi, Duce, ma manca al vostro viaggio una settimana appena! - Non me ne frega niente, boia d�un mond leder! Mandiamo ai lavori forzati gli anarchici e i bolscevichi, invece di spedirli in vacanza al confino!
Non era concesso discutere gli ordini del Duce. Gli opifizi della Innocenti lavorarono giorno e notte per sfornare pali; che squadre di carcerati, debitamente fustigati dalla Milizia, si occupavano di erigere. Ciononostante, la vigilia dell�inaugurazione dall�inaugurazione, met� del percorso era ancora da elettrificare. Quando il Duce lo seppe, schiumante di rabbia, si rec� sul posto. Fu chiamato il capo cantiere: era costui un omaccione noto come Maciste, alto due metri, del peso di chili duecento, che gi� si era distinto nella marcia su Roma, capace di sollevare con le sue sole forze un trattore Landini. Il Duce lo squadr� e gli chiese:
- Ehi, voi! Come giustificate questo abissale ritardo? - Me ne assumo la colpa, Duce. Ma sapr� rimediare. Vedete quel palo? Ebbene, guardate! E con forza erculea lo scagli� nel punto esatto ove avrebbe dovuto essere piazzato, piantandolo solidamente nel terreno. Subito la folla rest� ammutolita, poi prese ad applaudire scandendo:
- Ma-ci-ste! Ma-ci-ste!
La cosa non piacque al Duce. Sentendosi egli punto nell�orgoglio, afferr� a sua volta un palo e lo piant� venti metri pi� innanzi! Si strapp� quindi la camicia dal petto e, in bretelle e viril canottiera, il petto in fuori, infilz� nel terreno un buona dozzina di pali.
- Duce, a noi! - Rispose il Maciste, a sua volta infliggendo due dozzine di pali. - Ah, si? - Ribatt� il Duce, lanciando altri pali e dando vita cos� col Maciste ad una virile gara.
Ben presto fu l�intera linea rutilante di pali, mensole, isolatori, tenditori e tutti gli altri necessari artifizi.
- Questa notte tenderete i fili. A domani mattino: voglio guidarlo io, il locomotore! Dorm� il Duce il sonno dei giusti. Il giorno appresso, all�ora convenuta, fresco come una rosa, egli si present� in stazione.
- Pavanati! Dov�� il locomotore!? - Domando perdono, Eccellenza. Non potete partire. Guardate voi stesso: manca il filo di rame. Ancora un solo metro, mio Duce, e ce l�avremmo fatta!
Videro gli astanti gonfiarglisi le vene sul collo dall�ira. Paonazzo di rabbia, gli occhi che parevano sul punto di schizzare dalle orbite, esclam�:
- La vedremo!
Gherm� il capo del filo e si mise a tirare. Pian piano, contratto nello spasmo, guidato da volont� incrollabile, ispirato dalla fede nel Fascio, sofferente indicibili pene, ebbe egli ragione della materia inerte: centimetro dopo centimetro, millimetro dopo millimetro, cedette il rame al volere del Duce allungandosi di quel tanto che bastava. Gli dette poi un gran nodo, assicurandolo per sempre al palo terminale. Balz� quindi sul predellino dell�E554 imbandierato, fece il saluto Romano, si gett� in cabina, e, senza neppure curarsi di inserire il reostato, diede piena tensione ai motori! Il treno part� con una colossale slittata, lanciando in ogni dove faville corrusche, mentre la folla oceanica, nel frattempo spontaneamente radunatasi, urlava con una sola anima, con un solo cuore, con una sola volont�: - Du-ce! Du-ce! Du-ce! Du-ce! Du-ce! Du-ce! Du-ce! Du-ce! Du-ce!
Camerati, forse non ci crederete, ma nel ricordare codesta impresa mi � preso un tal groppo alla gola che quasi non riesco pi� a scrivere! |
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