THREAD N.RO 60

 

Da:  "Maryliz"

Data:  Sab Apr 10, 2004  11:00 am

Oggetto:  Cronache da un ospedale - parte prima

 

 

Erano anni che non stavo male.

Ma che dico anni..., decenni.....

 

Lunedì 5 aprile, ore 6:00 am circa

 

 

Ore 6:00. Mi viene la pipì. Quasi sempre è questa  la causa che determina i miei risvegli mattutini.

 

Al buio allungo una mano sul comodino e, a tentoni, recupero gli occhiali e il mollettone per legarmi i capelli .

 

Scendo dal letto, apro un po' le imposte e vado in bagno.

 

Mi siedo e, ancora semiaddormentata, mi rilasso al più privato dei flussi liberatori.

 

Improvvisamente un dolore sordo, lancinante, al fianco destro mi prende.

 

Sudo fredda, stringo i denti, mi alzo.

 

Non passa. Premo, ma non passa. Mi piego, ma non passa. Anzi sto sempre peggio.

 

Torno piano piano in camera da letto e mi stendo, sperando di trovare una posizione meno dolorosa.

 

Cristina, ovviamente, si sveglia. Le spiego il dolore che provo e lei dice, preoccupatissima : "Non sarà mica appendicite?"

 

In effetti il punto pare quello anche se forse un po' troppo basso, e la cosa mi rende piuttosto irrequieta.

 

Intanto il dolore non passa, anche se va e viene con varia intensità, e quindi decidiamo di recarci al pronto soccorso. Devo vestirmi e quindi Cristina, freneticamente, cerca una paio di slip da uomo. Sono anni che non li uso più e chissà in quale scatola di quale armadio sono seppelliti.

 

Niente da fare. Non si trovano. Le dico di fregarsene e indosso le mutandine senza fronzoli che uso abitualmente tutti i giorni (tipo sloggi), che di femminile hanno solo  il taglio sgambato e l'assenza di "spazio" sul davanti.  Il resto dell'abbigliamento è il mio solito: jeans, maglietta, camicia, maglione. Lungo il tragitto penso un po' alle mie tette, penso al mio corpo depilato, ma soprattutto penso al dolore che mi trafigge.

 

Arrivo al pronto soccorso : sono un caso "giallo" e passo davanti a tutti.

 

Il medico mi intervista e io racconto. Mi fa stendere sul lettino, mi fa abbassare gli slip e i pantaloni quasi fino all'inguine. Palpa, preme. Mi fa sedere e batte in un punto e poi preme in un altro.

 

"Le fa male se spingo ?  E qua ?" mi chiede. Io rispondo con assensi e mugugni.

 

La diagnosi è semplice : ho una colica renale.

 

Mi fanno una iniezione e mi danno una carta per una visita al reparto urologico da eseguire  appena il dolore si calma.

 

L'urologo usa l'ecografo. E' un aggeggio che traccia su un monitor  immagini incomprensibili ai profani e che rappresentano le mie viscere. Non so se lui abbia notato e apprezzato  il mio pancino  depilato, ma ciò è indubbiamente un vantaggio, perchè il  manipolo che passa sul gel non è disturbato da disgustose villosità.

 

Ho il rene ingrossato, probabilmente  un calcolo ostruisce l'uretere. Mi consiglia di ricoverarmi per accertamenti ma, contemporaneamente, mi avverte " Purtroppo, è una settimana un po' particolare...." riferendosi all'approssimarsi di Pasqua. Ho una visione terrificante. Mi vedo in corsia, abbandonata fino al lunedì dell'Angelo e forse oltre, in mezzo a schiere di  vecchietti con cateteri penzolanti e mucchi di pappagalli ricolmi d’urina puzzolente.

 

Impossibile. Perciò  firmo e rinuncio al ricovero.

 

Torniamo a casa, io ancora dolorante e con fitte al fianco, a volte terribili. Faccio pipì ma, ogni volta, sono solo poche gocce. Sto proprio inguaiata...

 

Mentre io comincio a farmi una cultura urologica navigando su internet, Cristina telefona e prenota una visita per il pomeriggio da uno dei migliori (dicono) urologi della mia città.

 

 

Lunedì 5 aprile, ore 17:00 circa

 

 L'urologo è il primario di uno degli ospedali cittadini. Mi fa stendere sul lettino e mi scopre quasi fin sulle tette. Ero pronta a dire tutto se mi avesse chiesto il perché della mia, a dir poco, "esagerata" ginecomastia. Ma niente, nessuna domanda. Comincia a palparmi il basso ventre. Usa anche lui l'ecografo e, forse per maggior perizia o forse  per merito dello strumento più potente, individua una macchiolina bianca in un angolo di un’altra macchia oscura. “C’è un  calcolo in fondo all’uretere, proprio all’imbocco nella vescica “, afferma. Sulle dimensioni dell’intruso non sembra che l’ecografia possa dare informazioni aggiuntive.

 

Ecco che il medico, senza dir nulla, comincia a palparmi il pisello ! Apre il prepuzio, scopre il glande, tocca le palle. Poi infila un paio di guanti, mi fa alzare le gambe e dice “ Ora le infilerò un dito nell’ano “ e, senza aspettare la mia  autorizzazione, lo fa !

 

“Tutto bene “ dice. So che è il modo di controllare un eventuale ingrossamento della prostata e quindi non protesto ne faccio domande. Cristina però, che assiste da lontano, e che non credo fosse tanto d’accordo sulle manipolazioni della roba che considera - più di me - di sua assoluta proprietà privata, sembra piuttosto perplessa. Mi rivesto.

 

La diagnosi è la stessa. Devo ricoverarmi. Purtroppo quando le vie alte vie urinarie sono dilatate e sofferenti bisogna al più presto eliminare l’ostruzione, altrimenti il rene potrebbe danneggiarsi irreparabilmente.

 

Per l’intervento in intramoenia mi fanno un preventivo da infarto (come passarsi i clienti-pazienti da urologia a cardiologia, si potrebbe dire…) .

 

Credo che in questi momenti di “dolore”  la classe medica possa raggiungere un cinismo speculativo senza limiti. Non ho molta energia per protestare e accetto. Mi convinco ( forse sbagliando, ma non ho molto tempo per decidere) che la mia alternativa è perdere due settimane risparmiando, o perdere solo un paio di giorni cacciando soldi.

 

E così la sera stessa mi ricovero.

 

Accoglienza e servizio alberghiero d’eccellenza in un’ala di uno degli ospedali cittadini recentemente ristrutturata. Camera a due letti, uno per me e uno per l’accompagnatore (mia moglie). La camera è dotata di rifiniture di classe e arredi nuovissimi.

 

“Troppo lusso. Mi sa che m’hanno fregato”, penso….

 

 

….. segue….

 

 

 

Da:  "Maryliz"

Data:  Sab Apr 10, 2004  2:02 pm

Oggetto:  Cronache da un ospedale - parte seconda

 

 

Appena mi sistemo in camera comincia una processione di medici ed infermieri. Effettivamente ricordando le esperienze di altrui  ricoveri in ospedale riscontro una abissale differenza. Che sto pagando tutta , però!

Sto distesa nel letto, in maglietta e pantaloni di un vecchio pigiama. Ho una  flebo attaccata al braccio destro. Cristina mi lega i capelli altissimi con un codino attorcigliato su se stesso, in modo che non mi diano troppo fastidio poggiando sul cuscino. Vista l’assenza di barba, non devo sembrare al massimo della mia virilità. Ma devo anche apparire uno straccio per come mi sento.

In tarda serata viene un medico e procede al mio ricovero. Domande di routine per compilare un modulo. Non mi chiede niente, non dico niente. Comincio a pensare che i medici siano persone abbastanza discrete, con preoccupazioni molto settoriali. Per un urologo la presenza di mammelle in un paziente, uomo o donna che sia, deve essere una cosa assolutamente ininfluente per la terapia e il suo decorso. Anche  l’infermiere che mi a messo la flebo non può non aver notato le braccia depilate : l’effetto depilatorio dei cerotti è uno dei classici commenti. 

Insomma sono tutti molto, troppo, gentili. Mi chiedo : “Sarebbe stato lo stesso in corsia, appena si fossero accorti di alcune delle  mie “stranezze” ? “

Appena è informata del ricovero, uscendo dall’ufficio, arriva mia cognata.  Noi ci punzecchiamo sempre perciò lei è felice di poter sghignazzare un po’ prendendomi in giro per il mio malore. Prima di andarsene, indicando il mio petto, molto meno dissimulato del solito : “Ma hai due tette enormi !” .

Il fatto di subire operazioni, più o meno complicate chirurgicamente , passando da “lì” non stuzzica solo le mie fantasie ma, ne sono sicura, anche quelle  di tutti gli altri  e quindi ho gioco facile nel suscitare l’ilarità generale, quando, cogliendo al balzo l’occasione della battuta, le rispondo : “ Le mie tette ? Belle, no ? E da domani, finalmente, sarò completamente donna !! “…..

Vanno via tutti. Cristina dorme ( con un occhio solo…) nel letto al mio fianco e la notte passa senza molti intoppi, anche se dormire con la flebo in vena è fastidiosissimo.

…….

 

Martedì,  6 aprile

 

La giornata in ospedale  comincia prestissimo e così anche la processione di infermieri e medici. Prelievi, misura di pressione, temperatura, ecc. L’effetto delle terapie che hanno fatto si fa sentire perché il dolore è molto diminuito. Riesco anche fare una copiosa pipì  Mi pare anche di vedere ( ma potrebbe benissimo essere stata un’illusione ottica) qualcosa di solido e bruno uscire. Il calcolo ?

In tarda mattinata arriva un’infermiera professionale per farmi l’elettrocardiogramma.

E’ una donna simpatica, affabile,  che si dimostrerà  di una straordinaria empatia.

 “Ci siamo,” , penso “non potrà non fare commenti “.

E invece nisba, nada, nothing. Con disinvoltura, come se niente fosse, non vede, non capisce, o se vede e capisce, non gliene frega assolutamente niente. Che io avessi le  tette, che non avessi un pelo sul petto (a dire il vero  un paio di peluzzi c’erano ma erano da depilazione difettosa quindi ancor più strani…) e che fossi , uomO, maschiO, ricoveratO  non le ha, evidentemente, cambiato niente nella testa, nei suoi presupposti mentali.

 

Voglio tentare una riflessione su questo.

 

Mi sembra che la classificazione di genere  sia straordinariamente influenzata dalla manifestazione delle proprie preferenze sessuali. Che una donna, mia moglie, fosse presente ed amorevolmente al mio fianco, è stata una fortissima condizione caratterizzante il mio genere sessuale. Più di ogni tetta, più di ogni codino, capello lungo o depilazione. Insomma a me è parso che non avessero assolutamente dubbi sulla mia identità di genere, o sulla eventualità che io potessi essere trans-qualchecosa. Come se alcune evidenze fossero trasparenti, invisibili, inesistenti, rispetto ad altre più importanti e cruciali.

 

L’intervento è programmato per le 15 e verso le 13 arriva una dottoressa anestesista per farmi una intervista di routine. Mi vengono in mente recenti letture di neurofisiologia e ne approfitto per chiedere : “ Ma dottoressa, mi dica, non è che l’anestesia  è  un mix di paralisi e amnesia piuttosto che un semplice addormentamento ?” .

Come immaginavo, mi conferma che non ho tutti i torti e che, grosso modo, è proprio così. Che l’anestesia non elimina il dolore e che l’organismo sente probabilmente tutto, ma l’effetto è che non reagisce e che poi non c’è ricordo. Un po’ terrorizzante, non trovate ?

Alle 15, puntualmente, arrivano due portantine ( mi pare si chiamino così questo tipo di infermiere “trasportatrici”). Salgo sulla barella, mi coprono, e comincia un viaggio dentro ascensori strettissimi e lungo  corridoi infiniti  fino ad arrivare  davanti ad una pesante porta scorrevole. Dietro sento voci, anche risate. 

La aprono. Mi aspettavo una sala, cioè un ambiente ampio, un tavolo al centro, la classica lampada, ecc… come nei telefilm americani insomma.

E invece no.

Mi sembra di entrare in un magazzino di apparecchiature mediche piuttosto. Tanto che  la barella con me sopra entra a stento e, per passare sul piano operatorio, devo contorcermi per non sbattere la testa su un gruppo che poteva essere forse una lampada a raggi X. Mi rendo conto che non si tratta di una sala operatoria ma di un laboratorio radiologico appositamente attrezzato. Noto la presenza dei sostegni per le gambe,  come quelli dei lettini degli ambulatori ginecologici.

Mi stendo e un medico si presenta  e mi comincia a parlare, con un tono che ricordo un po' ipnotico. Mi inietta in vena qualcosa, utilizzando l’ago della flebo che è ancora attaccata al mio braccio.

Mi tiro su un po’ la maglietta, cercando di non scoprirmi troppo. Precauzione inutile tanto so che sarò tra poco in loro assoluta balia. Cominciano a mettermi sensori sul petto e sulle spalle.

E questa è l’ultima cosa che ricordo …..

 

 

….. segue….

 

 

Da:  Maryliz  

Data:  Dom Apr 11, 2004  3:20 pm

Oggetto:  Cronache da un ospedale - terza ed ultima parte

 

 

 .....

 

Non l’hanno trovato! E ora ? “ dico. “Non l’hanno trovato. E ora, come faccio ?“ continuo a ripetere.

 

E’ vado avanti così, ripetendo questa frase per  almeno un quarto d’ora dopo che, poco prima delle 17,  sono tornata in camera mia. Io non ricordo questo mio ripetere ossessivo, perché me lo ha raccontato Cris, ma ricordo che la prima frase che mi hanno detto dopo essermi risvegliata, ancora distesa in lettiga subito fuori la sala operatoria (mi pare), è stata proprio questa : “ Il calcolo non l’abbiamo trovato. Ma c’era una stènosi all’uretere e perciò abbiamo lasciato dentro un tubicino per  aiutare il drenaggio del rene. Lo leveremo tra qualche giorno.”

 

Mi risveglio definitivamente. La sensazione di annullamento del tempo trascorso durante l’intervento è così forte che la mia mente vaga verso  intriganti fantasie: stessa zona, stessa posizione, qualche taglietto in più, qualche sutura in più…

 

Un bruciore “lì” mi ricorda che il più è fatto ma anche che ho un catetere. La sacca si comincia riempire di liquido rosso come il vino. Ma non è vino. La ragione è che i chirurghi nel passare , nell’insinuarsi  con la loro simil-cannadapesca  ( http://www.calcolosirenale.it/trattendouroTab.htm   ) , graffiano ogni cosa. A guardare l’aggeggio che devono aver usato vengono i brividi e capisco l’indispensabile bisogno dell’anestesia totale.

 

Passano le ore, sono impedita nei movimenti. Il periodo post-operatorio è il peggiore, dicono.

Ricevo una visita  anche di mia sorella e, poco dopo,  tornano le mie cognate.

Io, nonostante bruciori, flebo, cateteri, ne approfitto per fare la spiritosa, facendo ridere tutti.

“ Finalmente sono donna e mamma” dico alla sorella piccola di mia moglie. “Ma tuo nipote non c’è. Non l’hanno trovato. Non mi devo essere accorta, era così piccolo che mi è annegato nella pipì….“

I medici e gli infermieri continuano a passare ed a chiedere come mi sento. Verso le otto di sera arriva il primario. Mi ripete la circostanza del mancato ritrovamento del calcolo. E mi spiega che la settimana dopo Pasqua dovrò ricoverarmi per un giorno per levare lo “stent” (cioè il tubicino nell’uretere) ed eseguire una TAC per controllare se la stenosi, cioè il restringimento, permane. “Questo restringimento potrebbe essere costituzionale” dice. Su internet avevo letto anche di “altre” cause di stenosi ma non le nomino per scaramanzia.

Piano piano, cala la notte. Ma riposare e dormire, attaccata come sono a dei tubi che limitano quasi tutti i miei movimenti, è proprio difficile..

 

 

 

Mercoledì,  7 aprile

 

 

 

Alle sei l’infermiere arriva e porta via la sacca del catetere. E’ la seconda sacca, stavolta piena di “vino” un po’ più “rosè” rispetto al “rosso” cupo della prima.  Torna subito dopo per liberarmi del catetere. “ Un respiro forte… “ mi dice l’infermiere e, così, nel frattempo, tira via il tubo… ssswiiiiiish….Wow….. Ecco sono libera ! Dopo un po’ finisce anche l’ultima flebo e arriva un medico che mi consegna una lettera di dimissioni dal ricovero. C’è anche scritto che dovrò rientrare giorno 15 per il secondo intervento di estrazione del tubicino nell’uretere. Nel frattempo dovrò sopportarmi il fastidio del “riflusso”, cioè di un dolore al rene ogni volta che faccio pipì.

 

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Ecco. Con cautela, bevendo continuamente, evitando l’automobile, sono anche tornata al lavoro. Vedremo, tra qualche giorno, come finirà.

Intanto ringrazio tutti e tutte per le parole gentili e gli auguri ricevuti con tutti i mezzi telematici possibili.

 

 

Maryliz

 

 

PS. Perché v’ho raccontato queste mie peripezie ? Perché questa lista è anche il mio diario pubblico (non ho altri blog….) e tutte le volte che qualcosa di significativo accade nella mia vita io sento il bisogno di scrivere.

Qualcuno di voi pare che apprezzi queste mie confidenze, e ne sono felice.

Agli altri ed alle altre chiedo di essere indulgenti e, se possono, perdonarmi. 

 

 

 

 

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